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Anche per l’Onu è una non-legge sulla tortura

14 novembre 2017

Il Comitato dell’Onu contro la tortura si aggiunge alle molti voci che nei mesi scorsi hanno tentato  invano di convincere il parlamento italiano ad approvare una vera legge sulla tortura e dice chiaramente che il testo varato dalle Camere non è conforme alla Convenzione sottoscritta in sede di Nazioni Unite e va quindi cambiato. Non accadrà niente del genere, perché il nostro governo e le maggiori forze politiche considerano più che chiusa la partita: la legge è stata scrittaonu.png con il preciso intento di svuotarla dall’interno; quella italiana è in realtà una non-legge sulla tortura.

 

E’ stata elaborata lungamente e ha raggiunto il suo scopo: mettere nero su bianco una normativa che porta come titolo l’introduzione del crimine di tortura nell’ordinamento ma sotto il titolo non c’è niente, o meglio c’è una norma che contraddice se stessa, è pressoché inapplicabile e manda alle forze dell’ordine un messaggio chiaro e cioè che niente è cambiato, perché niente deve cambiare.

 

I vertici di polizia, del resto, avevano espresso ripetutamente e con grande forza la loro insofferenza per l’idea stessa di una (vera) legge sulla tortura. Un atteggiamento, questo, che mostra di per sé quanto l’Italia avrebbe invece bisogno non solo di una vera legge sulla tortura ma anche di un nuova riforma delle forze dell’ordine, nella direzione dell’apertura, della responsabilizzazione, della formazione ai principi della trasparenza e della prevenzione degli abusi.

 

Il pesante giudizio dell’Onu sarà accolto con la solita alzata di spalle. Era accaduto, prima del voto in parlamento, con le rilevanti pressioni e gli importanti appelli che si erano succeduti: ricordiamo, alla rinfusa, gli interventi del  commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani, della Corte europea di Strasburgo attraverso la sentenza Diaz/Cestaro, di un gruppo di giudici e giuristi attivi nel diritto internazionale, di undici magistrati impegnati a Genova nei processi Diaz e Bolzaneto, di vittime e testimoni di tortura come Ilaria Cucchi e gli animatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova.

 

Tutti interventi e appelli caduti nel vuoto, considerati esagerati, irrealistici, da anime belle. Si potrà dire lo stesso del Comitato che fa capo alle Nazioni Unite? Probabilmente sì, vista l’indifferenza dei più, la desistenza di molti, la logica autoreferenziale che spaccia per pragmatismo e sano realismo il cedimento alle pretese (sbagliate) di apparati di polizia la cui arretratezza, rispetto ai canoni delle democrazie più avanzate, è sempre più evidente.

La verità è che la legge italiana sulla tortura è un segno del degrado della nostra vita democratica; invece di voltare le spalle a chi ce lo fa notare (stavolta è il Comitato dell’Onu), faremmo bene – ciascuno nel suo ambito e per le sue capacità –  a riflettere, ammettere, agire.

 

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