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Tortura, l’Onu boccia la legge. E’ stata scritta contro le vittime

7 dicembre 2017

La questione della tortura è ancora d’attualità. Il Comitato delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura ha pesantemente strigliato l’Italia al termine di un ciclo di audizioni dedicate al nostro paese. La legge approvata nel luglio scorso, ha detto in sostanza il Comitato, è molto lontana dalla definizione accettata in sede di Nazioni Unite e lascia ampi spazi all’impunità, senza dare alcuna garanzia in termini di prevenzione. Una bocciatura solenne e una richiesta di cambiare il testo appena approvato.

nuovo-segretario-generale-onu-donna-dopo-ban-ki-moon-orig-1_mainUno smacco enorme per il parlamento, per il ministro, per le organizzazioni che quel testo lo hanno accettato senza intervenire quando è stato possibile fermare tutto sull’onda delle molte, autorevoli obiezioni giunte alle orecchie (tenute ben chiuse) di parlamentari e responsabili politici (bisogna ricordare fra gli altri gli interventi alla vigilia del voto  del commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa e la lettera dei magistrati e giudici genovesi impegnati nei processi  seguiti al G8 del 2001).

La notizia della bocciatura della legge da parte del Comitato dell’Onu, ad ogni buon conto, ha fatto a malapena capolino sui quotidiani e non è stata minimamente presa in considerazione dal mondo politico e associativo. A maggior ragione può avere un senso prendere in considerazione il testo che segue, preparato per un convegno di formazione per avvocati e giornalisti organizzato a Firenze dal Sindacato degli avvocati, martedì 5 dicembre.

LO STATO ANTAGONISTA RISPETTO AI SUOI CITTADINI

Sono quasi un intruso in un convegno con finalità giuridiche, ma penso d’essere stato chiamato per la mia esperienza di vita e per come ho creduto di elaborarla come cittadino, come giornalista, come attivista. Un percorso che si è incrociato con il tema della tortura e con l’opportunità di disciplinarla; vorrei alla fine dire qualcosa sul perché ha senso ed è importante disciplinarla bene.

La mia esperienza è presto raccontata: il 21 luglio 2001, durante le iniziative di protesta e di proposta organizzate in occasione del G8 di Genova, mi trovai a dormire alla scuola Diaz e quindi sono stato vittima e testimone della nota irruzione della polizia di stato all’interno di quella scuola. Uno dei protagonisti definì quell’operazione una macelleria messicana. Decine di persone furono brutalmente picchiate, tre di loro finirono in coma, furono rotte ossa e non solo. Personalmente fui aggredito, in ondate successive, prima da due agenti, poi un da un terzo poliziotto, e posso testimoniare che fu un’aggressione selvaggia, con colpi inferti alla cieca con uno strumento, il manganello tonfa, in uso in quel frangente per la prima volta nella polizia italiana, uno srtumento che è considerato un’arma letale, come ebbe a spiegare in tribunale lo stesso funzionario cui si deve la definizione di macelleria messicana.

Come tutti gli altri 92 presenti nella scuola, dopo il pestaggio e oltre due ore trascorse in un clima di panico, pianti, minacce, terrore, mi trovai anche arrestato in una stanza di ospedale, per quanto nessuno – per circa 24 ore – si fosse nemmeno preoccupato di spiegarmi per quali ragioni fossi in arresto. Avrei poi saputo, prima attraverso un quotidiano sbirciato durante la detenzione poi al momento dell’interrogatorio da parte dei pm incaricati di indagare su di me e gli altri 92, che ero accusato di associazione a delinquere finalizzata a devastazione e saccheggio, cioè di appartenere al cosiddetto black bloc, di porto illegale di armi da guerra, e anche, per quanto la cosa suoni almeno paradossale visto lo stato in cui mi trovavo – trattenuto in ospedale e non trasferito in carcere a causa delle ferite riportate – anche di resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

Sono tutte accuse – come è noto – basate su un rapporto di polizia risultato falso in tutte le sue parti, paragrafo per paragrafo: false le premesse addotte per giustificare la perquisizione d’urgenza senza mandato del magistrato; falsa la circostanza della resistenza; falsa l’appartenenza al black bloc; falso la detenzione di armi, poiché le due bombe molotov che tutti e 93 – congiuntamente – avremmo avuto in nostro possesso erano state introdotte nella scuola in realtà dagli stessi poliziotti, come l’inchiesta condotta dal dottor Zucca qui presente ha avuto modo di accertare.

Manifestazione del sindacato della polizia reparto celereRicordo, come pro memoria, che il processo seguito all’irruzione alla Diaz si è chiuso in Cassazione nell’estate del 2012 con la condanna di 25 funzionari e dirigenti di polizia per falso, calunnia, concorso in lesioni. Nessuno dei condannati è stato in prigione, tutti hanno avuto il beneficio dei tre anni di indulto, qualcuno ha scontato qualche settimana agli arresti domiciliari dopo avere visto respinta la richiesta di assegnazione ai servizi sociali alternativi alla detenzione, a causa della indisponibilità a riconoscere esplicitamente e formalmente le proprie responsabilità.

Dopo questa esperienza così sconvolgente, con altre persone abbiamo fondato il Comitato verità e giustizia per Genova, che si diede tre obiettivi: contribuire a informare i cittadini su quanto accaduto durante il G8 di Genova; raccogliere fondi e sostenere la tutela in giudizio delle persone coinvolte nei vari processi partiti dopo l’estate del 2001; terzo punto, forse il più importante, contribuire a un’uscita a testa alta delle nostre istituzioni da quell’abisso di violenza e illegalità che caratterizzò le giornate di Genova, eventi definiti da Amnesty International come la più grave violazione di massa dei diritti fondamentali avvenuta in Europa dopo la seconda mondiale. Ricordo per completezza che oltre all’episodio della scuola Diaz, vi furono in quei giorni i maltrattamenti – anch’essi riconosciuti come tortura prima dai tribunali italiani (sia pure in assenza di una legge ad hoc) poi dalla Corte europea per i diritti umani – a carico di oltre duecento persone nella caserma-carcere di Bolzaneto e inoltre numerosi casi di violenze e arresti arbitrari, giustificati con verbali falsi, eseguiti per strada durante le manifestazioni e che in alcuni casi – pochissimi rispetto a quelli realmente avvenuti – sono arrivati in tribunale producendo condanne al risarcimento dei danni da parte del ministero dell’interno.

In altre parole, con il Comitato Verità e Giustizia per Genova abbiamo cercato, in primo luogo noi stessi che le violenze le avevamo subite, ma idealmente tutti i nostri concittadini die quali ci siamo sentiti casualmente ma giocoforza portavoce, di recuperare fiducia nella polizia, nelle istituzioni democratiche, la fiducia che avevamo perso sotto i colpi dei manganelli o mentre subivamo, alcuni di noi, angherie fisiche e psichiche dentro le caserme e le carceri. Lungo questo cammino abbiamo percorso molte strade. Abbiamo dialogato con i sindacati di polizia, nonostante l’indifferenza e diciamo pure l’ostilità dei vertici di polizia; abbiamo dialogato con il ceto politico e parlamentare; siamo stati parti civili nei processi; abbiamo scritto libri, documenti e tenuto centinaia e centinaia di incontri, per anni, in mezza italia.

Che cosa chiedevamo e proponevamo? Chiedevamo da parte delle forze dell’ordine e dello stato un’assunzione di responsabilità, un riconoscimento pieno dei propri errori, un ripudio dei comportamenti tenuti alla Diaz, a Bolzaneto, nelle strade di Genova, scuse formali alle vittime dirette degli abusi e a tutti i cittadini, provvedimenti adeguati di sospensione e allontamento degli agenti e soprattutto dei funzionari e dirigenti responsabili degli abusi.

Siamo stati parte della richiesta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per individuare le responsabilità di quanto avvenuto a tutti i livelli, anche quello politico. Abbiamo proposto – vista l’impunità garantita alla Diaz ai responsabili materiali dei pestaggi – di introdurre l’obbligo per gli agenti di indossare un codice alfanumerico di riconoscimento, come avviene in molti altri paesi europei; di puntare sulla formazione alle tecniche della prevenzione e della nonviolenza per gli agenti in servizio e per i nuovi assunti; infine, proponevamo, e lo abbiamo fatto fin dal 2001, di introdurre nell’ordinamento il reato di tortura, cosa avvenuta nel luglio scorso, ma in un modo che ci ha visto assolutamente contrari al testo uscito dal parlamento, una legge che abbiamo definito – parlo del nostro Comitato ma anche di avvocati, giudici, professori, studiosi – una legge truffa, scritta in modo da negare se stessa.

A che serve una legge sulla tortura? A nostro avviso, quando l’abbiamo richiesta insieme con le altre misure, serviva a compiere un passo nella direzione della ricomposizione di quella frattura che si era manifestata nel luglio del 2001; una frattura fra la cittadinanza attiva e forze di polizia che platealmente, sotto gli occhi delle telecamere in alcuni casi, sul corpo e con la successiva testimonianza di centinaia di persone in altri casi, si metteva fuori dalla legalità costituzionale e contro i principi fondamentali scritti nella stessa dichiarazione fondamentale dei diritti umani.

Lo stato, questo dicevamo, deve sempre schierarsi subito e senza esitazioni dalla parte dei cittadini che hanno subito violazioni gravissime dei propri diritti fondamentali. Lo stato deve dimostrare di non poter tollerare abusi così gravi da configurare il crimine di tortura. La relazione di fiducia fra la cittadinanza e le forze dell’ordine, la serenità del singolo e di gruppi organizzati di fronte a una divisa, la persuasione che compito delle forze dell’ordine sia l’applicazione della legge e la tutela dei diritti sono ciò che distingue forze dell’ordine ben inserite in un contesto civile interno allo stato di diritto da forze dell’ordine a disagio con il contesto democratico, le sue regole, i suoi limiti. E’ chiaro che a Genova, in modo scioccante, si erano viste all’opera forze dell’ordine del secondo tipo, fuori per ore e giorni dal contesto costituzionale e democratico. Bisognava rimediare.

Una legge sulla tortura a questo doveva servire. E doveva – naturalmente – anche porsi come base per una seria politica di prevenzione. Doveva mandare un messaggio forte e chiaro a chi lavora nelle forze dell’ordine, un messaggio di preoccupazione per quanto avvenuto e un messaggio di cambiamento nella direzione del divieto assoluto di tortura. Quanto avvenuto a Genova doveva essere concepito come un campanello d’allarme, come la spia di un malessere sul quale era necessario intervenire, a beneficio delle forze dell’ordine, della qualità del loro lavoro, della loro stessa reputazione, precipitata molto in basso anche sul piano internazionale.

diaz-3Che cos’è invece successo? Perché la legge sulla tortura approvata nel luglio scorso è a mio avviso l’esito coerente, quindi negativo, di un percorso sbagliato? E’ un esito negativo perché è arrivata al culmine di un quindicennio di ignavia e rifiuto della sgradevole realtà dei fatti, un quindicennio di mancata assunzione delle proprie responsabilità da parte di chi si è trovato a dirigere le forze dell’ordine e anche da parte dei ministri e capi di governo che si sono succeduti.

Si sono minimizzati i fatti, si sono protetti i responsabili degli abusi permettendo avanzamenti di carriera anziché sospensioni e licenziamenti, si è ostacolato il corso della giustizia, si è esposto il paese a umilianti condanne di fronte alla Corte europea di Strasburgo, addirittura quattro condanne per casi di tortura in soli due anni (e la serie non è finita).

Tuttora, per citare la lacuna più evidente e l’ignavia corrispondente, non è previsto che gli agenti indossino i codici di riconoscimento sulle divise, eppure il fatto che il 22 luglio 2001, poche ore dopo avere picchiato a sangue decine di persone inermi (rischiando fra l’altro di uccidere qualcuno) decine di agenti abbiano tranquillamente ripreso servizio e che nessuno li abbia mai disturbati, né sul piano penale né sotto il profilo disciplinare, è qualcosa che dovrebbe rendere inquieto qualunque cittadino.

Addirittura, in spregio delle indicazioni provenienti dalla Corte di Strasburgo, che prevedono l’esclusione dalle forze dell’ordine di chi sia condannato in via definitiva per violazione dell’articolo 3 della convenzione – il divieto assoluto di trattamenti inumani e degradanti e tortura – gli agenti condannati per la Diaz, quelli di loro che nel frattempo non sono andati in pensione, hanno avuto la possibilità di rientrare legalmente in servizio, al termine dei 5 anni di obbligata sospensione dai pubblici uffici.

La legge approvata a luglio è una legge che nega se stessa, probabilmente inapplicabile, lontanissima dai canoni della Convenzione internazionale sulla tortura – ma non sono un giurista e dirà meglio chi parlerà dopo di me – ma è coerente col percorso che dicevo prima. Al di là di quanto e come sarà applicabile, una cosa si può dire con certezza: è stata scritta senza considerare le vittime e testimoni di tortura, è stata scritta contro di loro.

3208384180_85e97af746-1024x538Lo stato, diciamolo chiaramente, non è mai stato dalla nostra parte, io stesso l’ho vissuto in questi anni come una controparte, nonostante le mie buone intenzioni di contribuire, come dicevo all’inizio, a un’uscita a testa alta delle nostre istituzioni da questa brutta vicenda.

Il governo italiano del tempo non si è costituito come parte civile a nostro fianco nei processi; ministri e dirigenti di polizia hanno permesso, senza mai intervenire, nemmeno per deprecare, che la polizia di stato “ostacolasse impunemente” l’azione della magistratura (è una citazione letterale dalla prima sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Diaz); ministri e governi di vario colore hanno protetto e promosso, ben oltre la decenza, imputati e anche condannati per reati gravissimi. Lo stato, aggiungo, ha premuto fino all’ultimo, con insistenza, offrendo una transazione nella cause civili, affinché, oltre a chiudere la causa civile, ritirassimo i ricorsi presentati alla Corte di Strasburgo: invece di applicare le prescrizioni contenute nella sentenza del 2015 (caso Diaz, Cestaro vs Italia) – quindi sospensioni, codici, legge sulla tortura – si è tentato di arginare e circoscrivere la portata dei nuovi ricorsi…

A mio avviso, come avrete capito, lo stato italiano NON è uscito a testa alta da questa vicenda. Non ha chiesto scusa, non ha preso provvedimenti seri, non si è sentito in obbligo di ristabilire un rapporto di fiducia con i cittadini, ha atteso decenni e le sentenze di condanna della corte di Strasburgo per chiamare – controvoglia -. le cose con il loro nome: alla Diaz e a Bolzaneto è stata praticata la tortura contro centinaia di cittadini per mano e alla presenza di centinaia di agenti, per alcuni giorni.

La legge sulla tortura della quale parliamo oggi è un degno, cioè un indegno punto d’arrivo, è una legge della quale vorrei farvi notare un particolare, senza addentrarmi in esami giuridici che non mi competono: rispetto alla definizione standard accettata in sede di Nazioni Unite, in tutte le varie versioni esaminate e votate alla Camera e al Senato prima di quella definitiva, c’è una costante: la scomparsa di ciò che nel mondo è considerato caposaldo, ossia l’istituzione di un fondo per le vittime, finalizzato a garantire una tutela sociale e psicologica effettiva e di lungo periodo alle vittime di tortura, nella consapevolezza che la tortura, per chi la subisce, è per sempre e che quindi la tutela delle vittime, per uno stato democratico, è una priorità, un caposaldo del divieto di tortura e della prevenzione della tortura.

La legge italiana, qualunque sia l’idea che alla fine vi farete del testo e delle sue possibili interpretazioni in sede giudiziaria, non è stata scritta con lo spirito di chi si immedesima nei panni del cittadino che subisce la tortura, ma piuttosto mettendosi nei panni di forze di polizia quali sono le nostre, che una legge sulla tortura da sempre non la vogliono e se sono costretti ad accettarne una chiedono che sia tagliata su misura per loro, in modo che non cambi il concreto stato delle cose. Grazie.

Lorenzo Guadagnucci

 

 

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