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Libero discorso d’odio in declinante democrazia

31 ottobre 2019

Lo spettacolo offerto dal Senato della repubblica al momento del voto sulla commissione contro odio e razzismo proposta da Liliana Segre non va sottovalutato. Tutti i senatori della destra si sono astenuti e hanno anche platealmente evitato di applaudire la senatrice a vita, rimanendo seduti mentre gli altri senatori si alzavano in piedi come forma di apprezzamento per la Segre, finita ad Auschwitz da ragazzina e fra le poche sopravvissute ancora in vita. Una donna che con la sua sola presenza dà lustro allo screditato parlamento italiano.
Il gesto dei senatori della destra non risponde a una banale logica parlamentare – il no, anzi l’astensione rispetto a una proposta della maggioranza – ma serve a rendere evidente, addirittura clamorosa la scelta di campo compiuta dalla destra. Il messaggio è che non ci sono più tabù: non il razzismo, non l’antisemitismo, non i discorsi d’odio. Di questo si tratta e non c’è da scrollare le spalle come se tutto fosse già noto, perché la certificazione con un voto parlamentare e l’aggiunta dello sgarbo plateale alla senatrice Segre segnano una linea di demarcazione che va oltre l’ammiccamento, lo sproloquio, la violenza verbale in rete.
SegreSenato1200-1050x551.jpgNegli ambienti della destra da tempo si coltiva una mitologica narrazione secondo la quale la libertà d’opinione sarebbe compressa dall’ideologia del politicamente corretto, imposta – secondo questa teoria – da una dittatura culturale che fa capo a una generica sinistra intellettuale. Dal rifiuto di questa dittatura, deriverebbe la natura libertaria (e liberatrice) del gergo estremo e scurrile caro ai quotidiani vicini alla destra e ai politici, militanti e simpatizzanti della destra-destra. In questo brodo di coltura hanno preso piede i discorsi d’odio, molte fake news di stampo razzista e – non ultima – la deriva antiprofessionale di alcuni quotidiani e singoli giornalisti.
Ora tutto ciò viene rivendicato con il gesto compiuto al Senato. Gli sforzi per frenare la violenza verbale dominante nei social network e ampiamente accettata nel dibattito politico (se ancora vogliamo chiamarlo così) diventano una semplice azione politica di parte, da respingere senza esitazioni (in questo caso con una benevola astensione per addolcire un po’ la pillola rispetto all’estremismo della posizione assunta).
Sappiamo che il discorso d’odio, il ricorso agli stereotipi discriminatori, il lessico razzista, l’avversione per lo straniero sono in questi anni circolati ben oltre i confini della destra politica, trovando spazio – per dire – anche nei mezzi d’informazione considerati progressisti (da leggere e rileggere “Lessico del razzismo democratico” di Giuseppe Faso).
A maggior ragione è urgente cercare strumenti capaci di denunciare questa prassi e richiamare chi ha facolta di parola in pubblico al senso della misura e della responsabilità, anche alla luce dei mezzi fallimenti registrati in ambito giornalistico (altro che dittatura del politicamente corretto!).

La Commissione Segre, potenzialmente, è uno di questi strumenti, ma intanto la sua istituzione è stata un’occasione per spostare ancora più avanti la linea dell’impossibile – dell’insopportabile – che diventa lecito. Quei senatori rimasti seduti mentre gli altri applaudivano Liliana Segre sono il sintomo (ma anche i protagonisti) di un degrado politico, culturale e morale che dura da tempo e che rischia di aggravarsi ulteriormente. Proprio come sostiene la senatrice Segre, espulsa bambina dalle scuole italiane e spedita nel lager, oggi testimone incompresa – o forse compresa fin troppo bene – di un pericoloso declino della nostra vita democratica.

Il calcio di Erdogan alle (im)potenze europee

16 ottobre 2019

In questi giorni di guerra – guerra turca contro i turchi siriani, ma anche guerra contro l’idea che si possano affrontare le questioni politiche e diplomatiche con strumenti pacifici e democratici – succede che i templi europei della fede calcistica siano utilizzati dai calciatori turchi come quinta teatrale dove esibire lealtà patriottica e spirito bellicista. E’ successo due volte in pochi giorni, coi giocatori a mimare il gesto dell’attenti, con il chiaro intento di manifestare il proprio appoggio alla missione militare avviata da Istanbul, nel disprezzo del diritto internazionale e nell’intento di compiere stragi nel Nord della Siria.
gettyimages-1175359247.jpgIl saluto militare dei calciatori turchi è una chiara provocazione che mette a nudo le infinite ipocrisie del mondo del calcio e la sua intima natura. Per il primo aspetto, si tenta ancora di rivendicare l’autonomia dello sport dalla politica, la totale separazione dell’uno dall’altra, secondo una vecchia retorica più volte smentita e del tutto irrealistica, specie nel caso del calcio, terreno d’elezione per capitani d’industria e aspiranti alla scalata del potere. E’ una pretesa fasulla, ma si tenta di opporla alle richieste di sanzionare gli atleti protagonisti delle sceneggiate e di sospendere tutte le attività delle squadre nazionali turche e di giocare altrove – non ad Istanbul come previsto – la finale della Champions League.

Il gotha del calcio è chiamato alla prova: se non fa niente, finisce per rendersi complice del nazionalismo e del militarismo turco; se vuole difendere la propria vera autonomia e agire, dovrà sanzionare atleti e federazioni. Nell’uno come nell’altro caso, la separatezza fra sport e politica si rivelerà ovviamente una finzione. Una terza possibilità non c’è.
Quanto all’altro aspetto, l’intima natura del calcio, religione civile – per molti aspetti in verità incivile – del nostro tempo, la sua commistione col potere finanziario, spesso il peggior potere finanziario, è così ampia e profonda che risulta ormai impossibile considerarlo solo uno sport. E’ anche uno sport, ma forse non soprattutto uno sport; non più. Il calcio è principalmente un business, un veicolo della manipolazione di massa, un catalizzatore di attenzioni totalizzanti (il tifo). E’ un potente strumento di controllo e di dominio, un acceleratore della sedazione di ogni velleità di rivolta sociale e di cambiamento dello status quo.

Ai signori del pallone tutto è concesso, nei microcosmi cittadini (vedi la costruzione di ingombranti stadi e cittadelle spesso a dispetto delle regole e del buon senso, ma a furor di popolo) e nei macrocosmi sovranazionali, coi capitali finanziari che fanno shopping di campionato in campionato, acquistando club, drogando di denaro mal guadagnato il mondo dei calciatori e degli allenatori. Corrompendo lo spirito sportivo nel profondo, a tutti i livelli.
C’è poco da salvare nel calcio moderno. E il caso turco ne è l’ennesima dimostrazione. Il presidente Erdogan riderà sotto i baffi: è riuscito a sbeffeggiare, per interposti calciatori, le (im)potenze europee e lo ha fatto proprio negli stadi, i luoghi di culto più politici del nostro tempo.

Ribellarsi alla cultura oppio del popolo

20 agosto 2019

Goffredo Fofi è un maestro. Le sue recensioni settimanali su Avvenire e Internazionale, la sua rivista Gli asini e ovviamente i suoi libri sono letture imprescindibili per chi voglia orientarsi nella produzione culturale a partire da un assunto molto preciso: la necessità di non accettare il presente così com’è. Viviamo in una società profondamente ingiusta, siamo una specie addirittura in via di estinzione a causa della catastrofe climatica in corso e tuttavia prevale nel mondo, nel nostro mondo, una sorta di rassegnata assuefazione. Siamo come anestetizzati. Perché non si intravedono fronti di lotta e di impegno adeguati alla gravità del momento?

Nel suo nuovo libro “L’oppio del popolo” (Elèuthera, 166 pagine) Fofi sostiene una tesi radicale: si è affermato nella società un sistema culturale, cui Fofi stesso appartiene, sia pure da refrattario, che svolge una precisa funzione: manipolare le coscienze, “imponendo il consumo di beni e modelli, di merci e di idee-merce”. E ancora: “Senso di colpa e vergogna per come va il mondo e per la nostra incapacità di reagire dovrebbero essere un dato di fatto collettivo, di massa”. Così non è, sostiene Fofi, perché la cultura ha smesso d’essere pensiero critico e strumento di conoscenza e azione. E’ semmai l’opposto, un enorme apparato al servizio del potere economico-finanziario e politico, formato da migliaia e migliaia di funzionari e operai arruolati da un’industria in continua espansione, tutti impegnati a parlare, scrivere, filmare, cantare, reclamizzare in un festival infinito di supposta creatività con il preciso scopo di “farci accettare l’inaccettabile, tollerare l’intollerabile, dimenticare la realtà”.

La cultura, dice Fofi, è un crocevia ambiguo: da un lato strumento del potere, usato per illudere la gente di pensare con la propria testa e per fiaccare sul nascere qualsiasi ipotesi di ribellione, dall’altra premessa necessaria – la cultura autentica, formatrice di spirito critico e veicolo di conoscenza – per ipotizzare la necessaria, non più rinviabile rivolta.

Fofi, capitolo dopo capitolo, mette in guardia contro i “tranquillizzatori sociali” che si nascondono dietro scrittori, registi, intellettuali vari e non risparmia critiche sferzanti al decadente cinema italiano, alla classe degli insegnanti e dei pedagogisti un tempo palestra della ricerca e dell’apertura, ai troppi e narcisisti scrittori (anzi scriventi, secondo la definizione di Elsa Morante) che pubblicano troppi libri, per lo più inutili.

E tuttavia Fofi è un maestro, un non-rassegnato e non-complice, e riconosce che nonostante tutto, in questo paese del conformismo e dell’accettazione, della sottomissione al potere e al mercato, “si scoprono continuamente persone belle, generose, attive e in vario modo responsabili di fronte al contesto in cui si muovono. Piccoli gruppi, che si occupano in modo sensibile e tollerante del prossimo che non ce la fa, del bene davvero comune…” Fofi fa alcuni nomi di registi, scrittori, giornalisti non assorbiti dal sistema: Marcello, Minervini, Rohrwacher e altri per il cinema; Mattotti, Negrin, Zerocalcare e altri ancora nel romanzo a fumetti; Lagioia, Cognetti, Terranova, Siti, Mari, Giacopini e altri fra i narratori; il compianto Alessandro Leogrande e Benedetta Tobagi fra gli autori di inchieste destinate a durare. Sono indicazioni di rotta, guide utili al lettore e spettatore esigente, preziose come ben sa chi segua gli interventi settimanali su Avvenire e Internazionale.

Ma la questione chiave è un’altra e Fofi l’affronta lungo tutto il libro per poi approfondirla nell’ultimo capitolo: “Che fare?”. Per Fofi la conoscenza, il sapere, la cultura autentica hanno senso se conducono all’azione e alla tensione verso il cambiamento di questo mondo insopportabile che siamo chiamati a vivere. La sua risposta al “che fare?” è la disobbedienza civile, nella migliore tradizione della nonviolenza, fra Gandhi e Capitini e Dolci.

Disobbedienza civile intesa come ricerca dei nuovi, essenziali fronti di impegno, come formazione di “gruppi o movimenti” in grado di “accogliere e indirizzare ques giovani intenzionati e essere fino in fondo positivamente attivi nelle novità dell’epoca”. Si tratta, dice Fofi, di “entrare in un mondo nuovo rifiutandone le ingiustizie e le prepotenze“, d’essere “avanguardie (ebbene sì!) di una nuova umanità e di una nuova convivenza, tra gli uomini e con le creature, tra l’ideale cristiano e quello socialista (che per me sono assai vicini), e quello, infine, ecologico!”

Fofi si rivolge ai persuasi (per usare un termine di Aldo Capitini) oggi smarriti e disuniti e li invita a non temere d’essere minoranza, perché questa è la condizione di partenza; li sfida anzi a pensare in grande, a un nuovo sistema di “economia austera e solidale”, all’attenzione per gli “umiliati e offesi”, al bisogno di verità e di ribellione che cova sotto la cenere. Un bisogno che va dissotterato e declinato nella forma del “noi”, seguendo la dimenticata lezione dell’amato Albert Camus: “Mi rivolto, dunque siamo”.

Raimo e un’identità italiana tutta da ricostruire

29 luglio 2019

Il presidente Carlo Azeglio Ciampi avviò nel suo settennato (1999-2006) un’impegnativa e rumorosa campagna per riportare il concetto di patria al centro dell’attenzione pubblica. Non solo si produsse in decine di interventi e discorsi “patriottici”, compì anche gesti simbolici come il ritorno dei mezzi militari delle forze armate ai Fori imperiali per il 2 giugno, festa della repubblica, l’uso in ogni occasione possibile dell’inno di Mameli e del tricolore. Insomma  Ciampi si lanciò in un’operazione culturale e politica che intendeva spogliare l’idea di patria dal legame storicamente consolidato con il nazionalismo, bellicismo, anche un certo machismo, ampiamente celebrati ed esasperati durante il Ventennio fascista. Era un’operazione difficile, quella di Ciampi, e infatti è fallita, come spiega in modo persuasivo Christian Raimo in un suo brillante saggio da poco uscito (Contro l’identità italiana, Einaudi, 131 pagine). 

La svolta di Ciampi, dice Raimo, ha condotto alla fine in direzione opposta a quella desiderata dal presidente: anziché liberare il patriottismo dalle ipoteche del passato, ha finito per alimentare un neonazionalismo pervadente e dai forti contenuti autoritari e xenofobi, se non razzisti. La costruzione di un’idea di patria senza implicazioni nazionaliste e in grado di cogliere la pluralità delle culture e dei vissuti dell’Italia del XX e XXI secolo si è rivelata impossibile, perciò l’operazione Ciampi ha fatto involontariamente il gioco della destra politica, grazie anche all’abilità della Lega, che ha saputo inserirsi nella ricomparsa sulla scena pubblica dell’idea di patria, occultando le pulsioni secessioniste sotto lo slogan “prima gli italiani”.

Raimo ragiona attorno al tema dell’identità nazionale e  mostra come il vecchio e il nuovo nazionalismo poggino su pochi ma robusti capisaldi: l’appartenenza nazionale intesa come discendenza di sangue; l’affermazione di sé a partire da un vistoso vittimismo collettivo; la costruzione di una storia di comodo della nazione, caratterizzata da gravi omissioni di pagine imbarazzanti  se non ripugnanti del nostro passato.   

Due temi, fra i tanti affrontati da Raimo, sono particolarmente importanti. Il primo è la superficiale e incauta ripresa del patriottismo di derivazione risorgimentale, tipica della retorica di Ciampi, come, su un altro livello, di quella di Roberto Benigni, fin troppo celebrato per alcune sue performance televisive dedicate alla “Costituzione più bella del mondo” . Raimo su questo punto fa riferimento alla riflessione dello storico Alberto Maria Banti, il quale non esista a indicare il nesso che unisce il patriottismo risorgimentale al nazionalismo fascista: “Il culto della nazione come comunità di discendenza, (…) il virilismo che vuole gli uomini a combattere e le donne a casa ad aspettarli; (…) il culto del martirio, del sacrificio, della sofferenza, specie se si tratta di sacrificio bellico. Così”, dice Banti, “il neo-patriottismo ciampiano ha sdoganato e rilanciato i valori simbolici del nazionalismo pre-1945”.

Il secondo punto è forse il più interessante dell’intero libro, perché affronta una questione poco esplorata: la costruzione di un’identità italiana alternativa, cioè non solo liberata dal  vecchio nazionalismo, ma anche concepita secondo il registro dell’apertura e dell’aderenza ai fatti della vita e della storia. Oggi un’identità italiana alternativa a quella corrente dovrebbe essere necessariamente pluralista in termini culturali, religiosi, perfino linguistici (altro che discendenza di sangue) e capace di rileggere la storia della nazione senza le omissioni e le versioni di comodo che la memoria collettiva ci ha trasmesso. 

Raimo aggiunge che quest’identità collettiva dovrebbe avere innanzitutto una connotazione fortemente femminile e radicarsi nelle periferie, cioè lontano da quei centri di potere che hanno causato le distorsioni del passato. “Oggi non si può discutere di identità italiana”, scrive Raimo, “senza misurarsi con un aggiornata bibliografia femminista, postcolonialista, meridionalista, almeno, che ci porti a una decostruzione delle produzioni identitarie legate ai meccanismi di potere”.

Fra gli esempi che Raimo cita c’è il libro di Igiaba Scego e Rino Bianchi, Roma negata (Ediesse 2014), un’esplorazione della capitale sulle tracce di segni e monumenti del nostro rimosso passato coloniale, e qui occorre menzionare le osservazioni di Alessandro Leogrande sull’incredibile incapacità di affrontare la questione migratoria anche a partire dalla  storia nazionale: possibile, si chiedeva Leogrande, che non siamo riusciti a cogliere il nesso col nostro colonialismo nemmeno davanti alle decine, centinaia di cadaveri di giovani eritrei nel mare Mediterraneo?

Oggi un’identità nazionale alternativa dovrebbe aprirsi alle voci di chi lavora in condizione di schiavitù o semi schiavitù in fabbriche e campagne, alle decine di  migliaia di donne che assistono i vecchi nelle case di tanti italiani autoctoni, ai giovani immigrati rimasti impigliati in procedure burocratiche che li costringono a non-vivere, in un’interminabile attesa; dovrebbe basarsi su nuove leggi di cittadinanza (lo “ius soli”) e su un’attitudine all’apertura in controtendenza rispetto alla deriva xenofoba attuale… 

Andrebbe poi rivalutato, cioè ampliato e scritto meglio, aggiungo io, anche l’autentico fondamento dell’identità repubblicana, cioè il capitolo  della Resistenza e della cosiddetta guerra civile fra il ’43 e il ’45. Dovremmo includere nella memoria collettiva e quindi nell’identità italiana  una migliore concezione della geografia morale del paese, accogliendo finalmente la memoria di chi si trovò a soccombere a Monte Sole e Sant’Anna di Stazzema, a Vinca e Civitella e in decine di altri luoghi per lo più dimenticati, nell’infinita geografia delle stragi della seconda guerra mondiale, tragica anticipazione del genocidio in corso nel Mediterraneo, tomba attuale della nostra dignità di popolo e di nazione, qualunque cosa intendiamo con questi due termini. Si trattava, allora come oggi, di vite di scarto, solo che dopo l’8 settembre del ’43  le vite inutili, da sopprimere senza rimorso, erano quelle degli italiani: è un elemento del passato che abbiamo rimosso e che impedisce a molti nostri concittadini di cogliere questo aspetto, cioè la disumanizzazione come veicolo dell’indifferenza, di quanto accade nel “Mare nostrum”. 

In attesa che una nuova identità italiana su basi di pluralismo, apertura, riconsiderazione della storia sia davvero possibile, è giusto condividere il giudizio espresso del titolo del libro di Christian Raimo: dobbiamo essere “contro l’identità italiana”.

Che cosa ricordo di Genova G8? Ricordo tutto. Dobbiamo ricordare tutto

19 luglio 2019

Sono passati 18 anni dal G8 di Genova e mi hanno chiesto che cosa ricordo. Che cosa ricordo? Ho risposto che ricordo tutto. E che tutti dovremmo ricordare, perché in quei giorni del luglio 2001, oltre a tutto il resto, ci hanno portato via una straordinaria opportunità di crescita civile e di cambiamento politico. È stato un momento di svolta (non in meglio) per il nostro Paese. Perciò ricordo tutto.

 

Ricordo la giornata del 20 luglio trascorsa in redazione a Bologna mentre in tv passavano le immagini del corteo, degli scontri, la notizia dell’uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda; ricordo lo stato d’ansia ma anche di curiosità per la partenza dell’indomani mattina; il treno speciale preso prima dell’alba a Imola; la gente, tanta gente, sul treno e i dubbi su quello che avremmo trovato, dopo la tragedia di piazza Alimonda; l’arrivo alla stazione di Quarto, perché le stazioni centrali erano chiuse; il clima positivo e fiducioso, nonostante il dolore per l’omicidio di Carlo.

ghate-38-1024x705Ricordo la camminata per raggiungere il centro città, passando per strade vuote, senza auto, in un silenzio inaspettato; l’arrivo in via Battisti, alla scuola Diaz-Pascoli, e l’incontro con amici e colleghi al centro stampa; la discesa verso il corteo, di passaggio per il lungomare; una massa enorme di persone sotto il sole; l’incontro con Olga, un’amica arrivata da Milano; il corteo che non va avanti né indietro, per via delle prime azioni del Black Bloc; una ragazza bionda vestita di nero che passa in mezzo alla gente e raggiunge la testa del corteo, anzi il gruppo che se ne è distaccato; i fumi in lontananza; tanta, tanta gente; Enrico Deaglio che a un certo punto incrocio; ricordo la confusione, i lacrimogeni, la gente spaventata che comincia ad arretrare e a muoversi verso il mare, sul nostro fianco sinistro; è la polizia che carica; la confusione che mi fa perdere contatto con Olga e con l’amico che l’accompagnava; ricordo la paura e la voglia di togliersi dai guai; la scalinata che imbocco a fatica, nella ressa, per abbandonare il lungomare; il lungo giro per le vie deserte della città, vagando senza meta, senza conoscere la città; gli sbarramenti, le improvvisate barricate formate con i cassonetti dell’immondizia; le strade vuote, le piazze vuote; qualcosa che brucia davanti a un sottopassaggio vicino alla stazione Brignole; un gruppo di agenti della polizia che avanza lungo una strada battendo i manganelli sugli scudi, con un rumore sinistro e minaccioso; la marcia indietro per non incrociarli.

Ricordo piazza Alimonda, i fiori, gli oggetti, i messaggi, la sciarpa della Roma a coprire il sangue lasciato da Carlo; il piazzale vicino allo stadio pieno di pullman; gli amici che mi chiamano al telefono preoccupati per quel che vedono in televisione; la ricerca lilliput-mani-biancheaffannosa di acqua e cibo, con i bar tutti chiusi; i piedi che cominciano a far male; la gente che sciama per le strade, il corteo che si dev’essere sciolto; Olga che mi chiama e mi dice che sta ripartendo per Milano; ricordo il ritorno alla Diaz, al centro stampa, a riprendere lo zaino; il ragazzo che mi indica un posto in cui dormire, la scuola di fronte, la Diaz-Pertini; gli stand di piazzale Kennedy dove trovo finalmente da mangiare; ricordo la stanchezza; il ritorno, ormai è buio, alla Diaz, e tanta gente in via Battisti che parla, che beve, che si riposa; ricordo la sensazione che una giornata difficile, anche incomprensibile, è finalmente conclusa.

Ricordo i sacchi a pelo, gli zaini, le persone nella palestra della scuola Diaz-Pertini che parlottano; quelli che già dormono, per terra; il mio zaino nell’angolo a sinistra; il sonno che arriva presto; ricordo i rumori che mi svegliano; l’ingresso degli agenti, di corsa, urlando; le persone con le mani alzate che dicono, nemmeno urlando semmai implorando “no violence”; gli agenti che corrono, urlano e picchiano, a calci e colpi di manganelli tutti quelli che si trovano di fronte; ricordo gli agenti che arrivano nella mia direzione; due di loro che prendono a calci in faccia la ragazza seduta vicino a me; ricordo i due agenti che mi prendono a manganellate; i colpi spaventosi che mi arrivano sulle braccia, fortissimi, mentre mi riparo la testa; le braccia sanguinanti, deformate, gonfiori che sembrano palline da ping pong sotto la pelle; ricordo il sangue che scorre sugli avambracci e sotto le ginocchia; il dolore che mi impedisce di muovermi; gli agenti che picchiano altre persone; le grida di paura e di dolore; i pianti; l’agente con la camicia bianca che torna verso di me e mi riempie di botte sulla schiena, mentre sono adagiato a terra e tento di proteggermi la nuca; ricordo gli agenti che ci minacciano; la gente che piange; io che mi sposto strisciando alla parete di fronte, per eseguire l’ordine di radunarsi su quel lato; ricordo la gente che piange e dice mamma mamma; il ragazzo in crisi epilettica; la ragazza che mi consiglia di togliermi la maglia per tamponare una ferita sul braccio; io che non riesco a togliermi la maglia per il dolore al torace; ricordo il tempo che non passa; l’infermiere che arriva a mani nude e non sa da dove cominciare; il medico che separa i feriti più gravi dagli altri; le barelle che cominciano a caricare e portare via i feriti; il medico che dice di me: questo ha tutte e due le braccia rotte; ricordo l’infermiere che mi stecca le braccia con i cartoni rigidi di due quadernoni; ricordo la barella che mi porta fuori; l’agente con la camicia bianca che chiede all’infermiera dei guanti di lattice per non sporcarsi le mani con il sangue altrui; la gente al cancello che urla; gli agenti che fanno cordone; l’elicottero assordante sopra le nostre teste.

scuola_diaz_genova_irruzioner439Ricordo l’ambulanza che mi porta in ospedale; le mie prime telefonate agli amici; il corridoio del pronto soccorso pieno di lettini; i medici che mi tolgono gli abiti e scoprono le ferite, gli ematomi; le radiografie; i punti che mi ricuciono le ferite; ricordo l’arrivo all’alba nella camera d’ospedale; i poliziotti che mi aspettano e mi dicono che sono in stato d’arresto ma non sanno dirmi perché; ricordo la disperazione; i poliziotti che parlano con me e sembrano stupiti; le batterie del telefono che si scaricano; i colleghi che vengono a trovarmi, anche se non potrebbero; i medici che mi visitano; le ore che non passano; il Corriere della Sera che racconta la mia storia e dice che sarò portato in carcere; ricordo gli agenti che mi sorvegliano anche in bagno; io che supplico i medici di non mandarmi in carcere; Arnaldo che viene portato nella mia camera; lui che conciona, con un braccio e una gamba rotti, sulla grande partecipazione ai cortei; gli agenti che ridono; il poliziotto di Bologna che conosce il mio collega che fa la nera; ricordo i magistrati che arrivano a interrogarmi; le strane domande che mi fanno: ha visto delle bombe molotov sopra un tavolo all’ingresso della scuola?; ricordo il terrore d’essere portato in carcere; l’agente che porta l’ordine di scarcerazione; i poliziotti che lasciano la camera; la signora che in piena notte è ancora sveglia e mi presta un caricabatterie; ricordo la telefonata per dire che mi hanno liberato; gli amici che da Milano vengono a prendermi per riportarmi a casa.

Di Genova 2001 ricordo tutto perché Genova stava cambiando molto, se non tutto. E molti altri, forse tutti quelli che si trovarono a Genova in quei giorni potrebbero raccontare quel che fecero, quel che videro, quel che subirono fino nei minimi dettagli, tale fu il trauma personale e collettivo. Un movimento competente e creativo fu fermato, anche se non distrutto, in quella calda estate del 2001. Non era troppo tempo fa ed è giusto ricordare tutto perché vorrebbero farci credere che siamo alla fine della storia, che la navigazione di piccolo cabotaggio è l’unica possibilità che abbiamo. È bene ricordare tutto, fino nei minimi dettagli, anche la parte più dolorosa di quei giorni, perché viviamo nel Paese della menzogna e dell’oblio e invece il futuro ha bisogno di poggiare sul meglio avvenuto in passato, pur senza dimenticare il peggio. Un movimento popolare è stato soffocato nel sangue e questo non si può perdonare, perché il Paese è stato spinto alla rassegnazione e alla mediocrità e la violenza delle istituzioni è stata proposta -e da molti accettata- come una soluzione. Ma dobbiamo ricordare ogni minuto che meno di vent’anni fa si è pensato di fare insieme, in tanti, con intelligenza, superando le frontiere, qualcosa di importante per il bene comune. È accaduto e quindi accadrà di nuovo. Dobbiamo ricordare tutto perché non è vero che la storia è finita.

Il confine che “profughizza” il mondo

8 luglio 2019

L’anno scorso don Massimo Biancalani, parroco a Vicofaro in provincia di Pistoia, entrò nel mirino dei militanti della xenofobia per una fotografia postata sui social network. Lo scatto ritraeva un gruppo di ragazzi richiedenti asilo, ospiti della parrocchia, durante una giornata trascorsa in piscina. I ragazzi in quella foto sorridevano, parevano distesi, quasi felici. Tanto bastò per scatenare i professionisti dell’odio in rete: che razza di profughi erano mai quelli, sorridenti e allegri? E come osava il prete provocare mostrando un’immagine così? Per la parrocchia di Vicofaro fu l’inizio di un calvario, fra messe presidiate dall’estrema destra, sospetti diffusi fin dentro le istituzioni, ostacoli e vessazioni fin lì sconosciuti.ko.jpg

Don Biancalani, inevitabilmente, è diventato anche un simbolo dell’Italia democratica e aperta al mondo, ma il punto è che tutto è nato da una violazione di una regola non scritta: la profughizzazione del profugo. Chi fugge dal suo paese e cerca riparo altrove è chiamato a rispettare un cliché: dev’essere sofferente, sottomesso, privo di volontà propria. Altro che bagni in piscina.
L’episodio di Vicofaro viene in mente leggendo “Io sono confine” di Shahram Khosravi (Elèuthera, pagg. 238, 18 euro), una straordinaria opera di auto-etnografia, cioè il racconto-riflessione dell’autore, emigrante dall’Iran, violatore di confini, infine profugo in Svezia, ora professore di Antropologia all’Università di Stoccolma. E’ più di un romanzo, questo libro, e più di un saggio al tempo stesso: le sobrie citazioni di autori e libri accompagnano la narrazione, senza intralciarla e tanto meno snaturarla, in una singolare fusione di racconto-verità e approfondimento sociologico.
Khosravi, fra tante altre cose, insiste sul confine che attraversa la mente delle persone, dicendo che è il confine più pericoloso, perché inchioda le persone dentro rigidi modelli. E’ così che avviene  la trasformazione dello status di profugo da categoria giuridica a identità. “Il mio corpo – spiega Khosravi – veniva sottoposto a esami medici e io stesso venivo trattato a tutti gli effetti come un bambino incapace di decidere cosa è meglio per lui”. E’ il processo di “profughizzazione”, la costruzione del cliché della vittima, lo stereotipo che causa cortocircuiti come quello di Vicofaro. Dovremmo pensare alla “profughizzazione” ogni volta che i poteri pubblici immaginano soluzioni per il “problema migranti”: raramente la loro voce è presa in considerazione, raramente si considera che si tratta di persone in grado di prendere decisioni, esprimere volontà, collaborare alla ricerca di percorsi credibili di vita.
io-sono-confine-COVER__.jpg“Io sono confine” getta fasci di luce su tutte le zone d’ombra del percorso di emigrazione. Racconta i difficili momenti della partenza, le lacerazioni familiari, la scoperta delle zone grigie delle città in cui vivono gli aspiranti all’espatrio clandestino, la corruzione endemica delle guardie e dei funzionari di frontiera, la vita-non vita a volte lunga molti anni di chi attende la volta buona per tentare il passaggio di frontiera. Visto da vicino, anzi da dentro, il mondo dei profughi è assai diverso da quel che appare se osservato dall’esterno. Lo stesso concetto di “trafficanti di uomini” o di “coyotes” (come sono chiamati al confine Messico-Usa), è molto meno nitido di quanto sembra, dice Khosravi, che ha passato numerosi confini pagando la polizia, facendo carte false, affidandosi a passeurs, vivendo nei non-luoghi delle città – di solito vicino a stazioni e aeroporti – dove gli aspiranti all’emigrazione si raccolgono, sopravvivono, raccolgono informazioni, si procurano documenti falsi, tentano vie di passaggio.
Il racconto è appassionante e illuminante, pieno di sorprese e anche di dolore: dolore per chi non ce la fa, per chi resta per anni bloccato senza riuscire ad andare avanti e non potendo tornare indietro; dolore per la constatazione che il confine è una ghigliottina per le donne, obbligate pressoché ovunque a pagare il prezzo dello stupro (Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa ora deputato europeo, ha detto in una recente conferenza che tutte, tutte le donne da lui visitate in tanti anni di accoglienza dei profughi hanno subito violenza sessuale); sorpresa, ad esempio, per la descrizione di come cresce, in chi si muove, la vergogna per non avere i documenti a posto, tramite un meccanismo di interiorizzazione della disapprovazione sociale, disapprovazione ormai sfociata nella Fortezza Europa e in tutto il mondo ricco in un’aperta criminalizzazione della migrazione dai paesi poveri.
La storia di Khosravi è eccezionale per l’intera sua vicenda biografica e perché il profugo-antropologo è scampato miracolosamente alla morte: il serial killer svedese passato alla storia come “uomo laser” gli sparò in faccia, in quanto studente straniero (la storia del killer è raccontata nel bellissimo “L’uomo laser” di Gellert Tamas, pubblicato da Iperborea nel 2012). Shahram è sopravvissuto anche a questo e ha potuto proseguire la sua avventura umana. Un importante approdo della sua riflessione riguarda il ruolo stesso dei confini nella società moderna: gli Stati nazione sono tuttora la forma dominante di organizzazione sociale e stanno definendo una nuova forma di cittadinanza attraverso la “criminalizzazione dei non-cittadini indesiderati”.

Si va definendo così una cittadinanza ideale, del tutto irrealistica e fittizia (un inesistente mondo di autoctoni culturalmente omogeneo) ma che mette a nudo la fragilità di tutto il sistema dei diritti umani e quindi la debolezza delle democrazie contemporanee. Le “vite esposte alla morte”, quelle dell’umanità in viaggio, servono a circoscrivere il campo dei meritevoli di diritti e a svuotare dall’interno il principio di uguaglianza. Potremmo dire che stiamo assistendo a una profughizzazione delle democrazie occidentali, cioè a una loro limitazione per mezzo della criminalizzazione di chi tenta di emigrare dai paesi poveri a quelli ricchi.
Khosravi sembra in sintonia con Donatella Di Cesare quando la filosofa – in “Stranieri residenti” (Bollati Boringhieri 2017) – sostiene che lo “jus migrandi”, il diritto di emigrare, è la nuova frontiera dei diritti del nostro secolo, come un tempo l’abolizione della schiavitù fu la frontiera dell’idea di uguaglianza fra le persone. Khosravi scrive che “guardare la storia dal punto di vista degli sconfitti predispone a una filosofia in grado di organizzare il pessimismo” e conclude così: “Anche questo libro si è mosso lungo le linee tracciate dal pessimismo organizzato, evocando il ricordo dei miei antenati sconfitti: gli apolidi, gli schiavi, gli ebrei, i palestinesi, i rom, i rifugiati, i migranti e tutti coloro che sono stati costretti a essere il confine”.

La memoria è un mostro che deve farci pensare

25 giugno 2019

Questo intenso libro di Yishai Sarid (“Il mostro della memoria”, edizioni e/o, pp. 135, 15€) tocca un tema delicato e importante, l’uso politico ma anche sociale e popolare della memoria storica. Riguarda Israele e la Shoah, ma offre uno sguardo che va oltre la specifica vicenda della distruzione degli ebrei in Europa. L’io narrante del libro è un mancato diplomatico, storico di formazione, che si ritrova a fare da guida ai campi di sterminio nazisti in Polonia: Auschwitz, Sobibor, Treblinka… Inizialmente questa professione è un ripiego, poi il protagonista diventa uno specialista. Conosce in profondità la storia di ogni singolo lager, è un istruttore perfetto per le scolaresche che da Israele sono inviate a conoscere quei luoghi.
“Il mostro della memoria” è un libro prezioso perché Sarid osa affrontare aspetti taciuti e scomodi delle politiche della memoria. In un crescendo di dubbi e di sofferenza, la guida pone le domande più difficili ai suoi interlocutori, fra una visita a un crematorio e il racconto di come i prigionieri venivano divisi al momento dell’arrivo: di qua i destinati all’annientamento immediato, di là i pochi da stroncare attraverso il lavoro.

cover_9788833570631_2760_492“Guardatevi”, dice a un gruppo di ragazzi, “e guardate i vostri compagni, cosa siete? Pezzi di carne. Avete mai cucinato una bistecca? Qui è stata cancellata l’illusione chiamata uomo”. E ancora domanda: che avreste fatto voi di fronte alla possibilità di allungarvi la vita entrando in un sommerkommando, formato da prigionieri addetti a ripulire le camere a gas dai cadaveri e avviarli ai forni? E sapevate che in un campo come Treblinka il personale addetto allo sterminio contava non più di trenta tedeschi, oltre a 150 ucraini e 600 ebrei?
Difficile assolversi con certezza. Difficile emettere sentenze senza appello su chi ha dovuto affrontare dilemmi di vita o di morte. Difficile affrontare la memoria con animo tranquillo, al fine di rassicurarsi nelle proprie convinzioni. A un certo punto un gruppo di ragazzi è interpellato su qual è l’insegnamento tratto dalle visite nei lager e un ragazzo dice la sua verità: per cavarsela, risponde, bisogna essere un po’ nazisti, perché è tutta questione di rapporti di forza e non si può evitare il rischio di uccidere innocenti (il riferimento è alla Israele di oggi e  al nemico terrorista, chiaramente palestinese).
La domanda che Sarid ci invita ad affrontare è solo in apparenza ovvia e quindi richiede risposte impegnative: che cos’è e a che cosa serve la memoria? In una scena del romanzo, la nostra guida è chiamata a fare da guida a un ministro israeliano, che arriva trafelato nel lager, ascolta distrattamente le informazioni storiche e punta subito alla photo-opportunity gestita dal suo ufficio stampa. E’ quello che gli interessa: esibire la sua adesione alla memoria storica, omaggiare le vittime della Shoah ma senza perdere troppo tempo.

La politica delle memoria è spesso (forse soprattutto?) anche questo, in Israele e altrove: un’occasione formale e retorica di omaggio a un passato tragico o glorioso, a seconda dei casi; una conferma e un accreditamento tanto ovvio quanto superficiale.
“Il mostro della memoria” è un invito a ripensare la relazione che abbiamo con le glorie e le tragedie del nostro passato, un ripensamento che può essere doloroso e sgradevole. Forse deve essere doloroso e sgradevole, perché una traccia degli orrori del ‘900 è rimasta dentro di noi, inquina il nostro senso comune, quando – addirittura – non è materia di revanscismi e revisionismi, al servizio delle moderne politiche di odio e di sopraffazione.

“Il mostro della memoria” è un libro da leggere pensando (anche) alla nostra Resistenza, alle stragi e ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, al nostro calendario civile, a ciò che intendiamo per antifascismo. Al mostro delle memoria che attende d’essere affrontato ed esplorato in tutti i suoi risvolti.

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