Vai al contenuto

La Scala e le nostre peggiori tradizioni

8 dicembre 2018

La senatrice a vita Liliana Segre era in sala alla prima della Scala, tempio internazionale della lirica, luogo sacro della cultura italiana e lì ha portato, si può dire, la sua storia di ebrea perseguitata dal fascismo e di reduce dal campo di Auschwitz: “Attila l’ho guardato negli occhi”, ha detto, alludendo all’opera di Verdi messa in scena e alla sua esperienza di internata, “e non è riuscito a fulminarmi. Con questo spirito vengo a sentire il mio amato Verdi”.
4345-0-1085856617-kurg-u3070200847008rah-1224x916corriere-web-bergamo-593x443Con spirito simile può essere utile ricordare un po’ di storia della Scala e tornare a ottant’anni fa quando la piccola Liliana Segre, appena otto anni, fu obbligata a lasciare la scuola per effetto delle leggi razziste contro gli ebrei. Si è tanto discusso e ancora si discute se le leggi antisemite avessero o meno consenso popolare: un dubbio che riguarda anche gli ambienti dell’alta cultura, quindi la lirica.

Fabio Isman, nel suo libro “1938, l’Italia razzista” (il Mulino 2018), ricorda un episodio significativo. Alla fine del ’38 è vietato agli ebrei anche di mettere piede alla Scala e l’amministrazione comunica che rimborserà gli abbonati censiti come ebrei. Si indigna l’Osservatore Romano, ma non si registrano reazioni significative nel mondo della lirica, salvo la clamorosa decisione del direttore d’orchestra austriaco Erich Kleiber (non ebreo) che disdice tutti gli impegni con il teatro milanese, proprio durante le prove del Fidelio, opera di Beethoven e inno contro ogni forma di totalitarismo.
Il maestro Kleiber scrive agli amministratori del teatro una lettera esemplare:

“Apprendo in questo momento che il teatro della Scala ha chiuso le sue porte ai vostri compatrioti israeliti. La musica è fatta per tutti, come il sole e l’aria. Là dove si nega a degli esseri umani questa fonte di consolazione, così necessaria in questi tempi duri – e questo soltanto perché essi appartengono a un’altra stirpe o un’altra religione – io non posso collaborare né come cristiano, né come artista. Debbo di conseguenza pregarvi di considerare nullo il mio contratto, malgrado il piacere che avrei avuto a dirigere in questo magnifico teatro, che rammenta le più nobili tradizioni italiane”.

Va detto che dopo il ’38 e l’inerzia al cospetto delle leggi razziste (fu anche licenziato il maestro del coro, Vittore Veneziani, in quanto ebreo), la Scala rammenta anche le peggiori tradizioni italiane. Liliana Segre, l’altra sera, ce lo ha ricordato con la sua autorevole e ingombrante presenza in sala.

Annunci

I diritti umani non sono più di moda, la Corte di Strasburgo nel mirino

23 novembre 2018

Il caso Demirtas, con l’ordine di scarcerazione e la reazione negativa del governo turco alla sentenza, sottopongono la Corte europea per i diritti umani a nuove, pericolose tensioni.

La Corte ha accolto il ricorso dell’uomo politico turco, già segretario del partito di opposizione Hdp, in carcere da due anni con vaghe accuse di terrorismo: Demirtas, ha detto in sostanza la Corte, è prigioniero per motivi politici e va quindi scarcerato.

Il governo di Ankara ha replicato duramente, sostenendo che i giudici di Strasburgo “hanno preso posizione a favore del terrorismo”, visto che il presidente Recep Tayyp Erdogan giudica Selahattin Demirtas amico del Pkk, il Partito dei lavoratori curdi, considerato da Ankara un movimento terrorista. La cosa più grave è che Erdogan ha definito “non vincolante per la Turchia” la decisione della Corte di Strasburgo.
selahattin-demirtasLa sentenza è invece vincolante ed eseguibile secondo i trattati sottoscritti dalla Turchia e dagli altri 46 paesi del Consiglio d’Europa che sostengono la Corte, istituita nel 1959 per esercitare il controllo giurisdizionale sul rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, approvata nel 1950. La  Corte non ha però gli strumenti per imporre l’esecuzione delle sue decisioni, perciò ogni caso di parziale o totale ribellione da parte dei singoli Stati è un atto che mina la stabilita e credibilità della Corte stessa e, di conseguenza, della stessa Convenzione sui diritti umani.
Il no della Turchia è dunque molto pericoloso, perché costituisce un precedente relativo a un caso abnorme – la detenzione di un oppositore politico, oltretutto in carcere con una decina di parlamentari (ormai ex) dello stesso partito – e perché arriva in un periodo assai delicato per la Corte di Strasburgo, sottoposta a forti scossoni dalla temperie politica che sta investendo l’Europa, con lo stato di diritto vacillante in più di un paese. I diritti umani non sono più di moda e anzi suscitano crescenti insofferenze.
Anche in Italia non sono mancati i segnali di fastidio per alcune recenti condanne subite a Strasburgo. Poco tempo fa il giudizio dato dai giudici europei sull’ultimo periodo di detenzione inflitto a Bernardo Provenzano ha provocato reazioni stizzite sia nel mondo politico sia nei media. Secondo la Corte il duro trattamento previsto dal 41 bis era incompatibile con le condizioni di un uomo ormai molto malato e al termine della vita, ma più di un ministro e alcuni commentatori hanno respinto tale giudizio, considerato troppo garantista rispetto a un capomafia responsabile di numerosi delitti e altri gravissimi crimini. Non sono mancati sbrigative valutazioni sulla stessa Corte, bollata da qualcuno come inutile carrozzone.
Negli anni scorsi anche le sentenze sulle violenze al G8 di Genova del 2001 erano state accettate con difficoltà, per i duri giudizi espressi dalla Corte sulla condotta delle nostre forze di polizia e sul mancato intervento riparativo delle istituzioni. Una parte essenziale dei dispositivi delle sentenze – la rimozione dai ranghi di polizia dei condannati – non è stata eseguita, perché giudicata non vincolante, alla stregua di quanto sostiene oggi il presidente Erdogan nel caso Demirtas.
Stiamo per celebrare i settant’anni della Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta il 10 dicembre 1948, ma non sarà una festa. Sentenza scomoda dopo sentenza scomoda, la Corte di Strasburgo sta emergendo come baluardo nella tutela dei diritti fondamentali, come a dire un bersaglio preferenziale per il risorgente nazionalismo, motore rombante delle democrazie illiberali in costruzione.

Una marcia che cambia il mondo

2 novembre 2018

Le marce di protesta e di proposta sono state nella storia fra gli strumenti più potenti di cambiamento sociale dal basso. La Marcia del sale guidata da Gandhi in India nel 1930, la Marcia su Washington per il lavoro e la libertà del 1963 chiusa con il celebre discorso di Martin Luther King “I have a dream”, la nostra stessa Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza fra i popoli: sono quelle che prime saltano alla mente e fanno ormai parte di quella che potremmo definire una storia popolare del mondo.

Le marce sono tuttora un potente strumento politico di cambiamento, grazie alla dimostrata capacità di portare alla ribalta temi ignorati dalla politica ufficiale, dai media mainstream, da opinioni pubbliche assuefatte all’agenda imposta dal sistema economico-finanziario che domina il mondo.

Di recente, in Afghanistan, un paese in apparenza impossibile, devastato da guerre infinite, annichilito dai lutti e dall’occupazione militare, è stato attraversato da una straordinaria marcia della pace. Sono così venute alla luce risorse sociali inaspettate. La marcia ha mostrato che c’è un Afghanistan in lotta, che vuole dire la sua, che non accetta d’essere preda e vittima di interessi altrui; è un Afghanistan che non si accontenta della democrazia formale, diciamo pure fasulla, calata dal cielo insieme con gli ordigni dei bombardieri. La storia del paese è già cambiata; i cittadini afghani che si sono messi in marcia, c’è da scommetterci, saranno protagonisti della vita pubblica anche nei mesi e anni a venire.

marciaa.jpgUn’altra marcia è in corso, stavolta nel continente americano: migliaia di persone sono partite dall’Honduras dirette negli Stati Uniti; aspirano a una vita migliore, a un’opportunità da cogliere nel ricco paese nordamericano, storica meta dei migranti di tutto il mondo. Marciano intere famiglie, cercano lavoro e l’occasione di condurre vite normali, come quelle dei cittadini statunitensi, eppure sono descritti dai media, e dalla politica mainstream, con un lessico preso dal mondo militare: si parla di un esercito di migranti, di un’armata. I camminanti vengono additati come una minaccia per i sacri confini della più grande potenza militare del mondo.

Il presidente Trump ha già messo in campo una risposta delle sue, schierando 5000 marines e descrivendo il popolo in cammino come un’accozzaglia di indesiderabili che mette a rischio la sicurezza del paese, in un’escalation verbale ormai collaudata, tutta spesa sul mercato elettorale della paura. Da questo punto di vista la marcia è un toccasana propagandistico: permette al presidente, alla vigilia di una scadenza elettorale, di esasperare i toni,  agitare lo spauracchio dell’invasione e proporsi come comandante in capo pronto a difendere, costi quel che costi, il popolo statunitense.

Non sappiamo come andrà a finire questa storia. I camminanti saranno probabilmente bloccati alla frontiera e dovranno accomodarsi nella tendopoli in allestimento, ma di certo la marcia non sarà un fallimento, qualunque cosa avvenga: che sia la dispersione delle persone o la trasformazione del cammino in un inedito sit-in di massa. Non sarà un fallimento perché le immagini della marcia hanno già fatto il giro del mondo e messo in allarme le cancellerie di numerosi paesi (non solo centro e nordamericani), portando sulla scena pubblica quello che potrebbe diventare un principio ordinatore delle lotte di liberazione di questo inizio di millennio: il diritto di emigrare (e quindi il corrispondente diritto di immigrazione).

E’ un diritto che ha radici storiche antiche, come ci ricorda Luigi Ferrajoli, e che è servito per affermare il capitalismo nel mondo, nonché, per l’appunto, ciò che intendiamo per civiltà occidentale: il diritto di occupare nuove terre, impiantarvi attività e più tardi cercarvi lavoro, è stato una prerogativa implicita, considerata naturale, per chi sia nato e vissuto nella nostra parte di mondo.

Oggi il diritto di migrare è rivendicato dall’altra parte di mondo e si tenta quindi di trasformarlo in delitto. E’ quanto avviene negli Stati Uniti di Trump, ma anche in quell’Europa che il diritto di emigrare lo ha esercitato per secoli, sia nelle sue élite sia nelle sue masse popolari.

La marcia in Centro America ricorda al mondo che il diritto di emigrare è uno dei diritti fondamentali del nostro tempo, in un mondo segnato da diseguaglianze mai viste prima, da un’inedità facilità di spostamento e da minacce incombenti di natura politica, sociale, ambientale. Donatella Di Cesare afferma con argomenti persuasivi che lo “jus migrandi” è il diritto di questo millennio, tutto da conquistare.

Non basteranno i marines per fermare il movimento di liberazione incarnato oggi dagli honduregni, salvadoregni, guatemaltechi in cammino: queste persone sono testimoni e protagoniste di un processo di trasformazione che va oltre la lotta del momento.

E’ una lotta che ci riguarda, perché il diritto di emigrare è il traguardo che dovrebbe oggi ispirare chi si batte in difesa della democrazia e del principio di giustizia sociale. La libertà di movimento è oggi l’utopia concreta da coltivare per opporsi con la mente e con i corpi a chi sta sfruttando la cosiddetta emergenza immigrazione per trasformare in senso autoritario le già carenti democrazie occidentali.

Quella marcia è la nostra marcia.

Fra Marzabotto e Riace, l’eredità di un’epoca

18 ottobre 2018

Il vignettista Vauroha scritto una lettera al sindaco e ai cittadini di Marzabotto per invitarli a gemellarsicon il Comune di Riace: chiede un gesto che “riconfermi i valori della solidarietà, della civiltà e della Resistenza”. L’intento è giusto e comprensibile, visto che il Comune di Riace,  noto universalmente per i suoi progetti di rilancio sociale e demografico attraverso l’accoglienza di stranieri immigrati, è finito nel mirino del ministero dell’interno e della magistratura e quindi a rischio di sopravvivenza. Il cosiddetto modello Riaceè un simbolo che potrebbe ispirare un nuovo corso politico (come finora però non è stato)  e la sua demolizione sarebbe una iattura per chiunque aspiri a cambiare l’ordine delle cose. Quindi Vauro – nell’intento di salvare Riace – chiama a raccolta un altro luogo simbolo, appunto Marzabotto, ma forse non coglie pienamente nel segno. Il disegnatore spiega infatti che la cittadina emiliana è “il simbolo vivo della disumanità della rappresaglia” e la sospensione dei finanziamenti destinati a Riace, decisa dal ministero dell’Interno, sarebbe anch’essa una rappresaglia. Ecco il legame, secondo Vauro, fra Riace e Marzabotto.

images.jpegA essere pignoli, anche ipotizzando che il passo del ministero sia davvero una rappresaglia e non un atto maturato nel tempo,  si potrebbe obiettare che gli storici ormai considerano la strage di Marzabotto-Montesole come un eccidio “eliminazionista”e non come la reazione a un attentato dei partigiani,  ma la domanda è un’altra: è davvero quello indicato da Vauro il nesso che può collegare la vicenda di Mimmo Lucano e della gente di Riace con il lascito morale della Resistenza e con la testimonianza di chi perse la vita nelle stragi? Forse c’è qualcos’altro di più pregnante.

Fra il ’43 e il ’45 l’Italia ha vissuto un’esperienza unica, straordinaria: nel collasso di un regime autoritario ventennale, nel mezzo di una guerra e con gran parte del paese sotto occupazione, molte  migliaia di persone  dissero no e si impegnarono – chi con le armi, chi senza – per salvare la dignitàdella nazione e imboccare la via di una liberazione che fosse politica e morale oltre che militare. Ecco il lascito della Resistenza e il possibile legame con Riace, piccola ma preziosa utopia concretain piena dissidenza con l’ordine politico delle cose. Per questa ragione – la tangibile dimostrazione che un altro modo e un altro mondo sono possibili –  Mimmo Lucano e la gente di Riace hanno suscitato tanta insofferenza nel mondo politico istituzionale, con poche distinzioni fra centrosinistra, centrodestra e pentaleghisti, tutti impegnati in politiche sull’immigrazione di segno opposto, imperniate sul controllo delle frontiere, la riduzione dei flussi, la retorica dell’emergenza e dell’allarme sicurezza. Oggi stare con Lucano e con Riace è un modo d’essere resistenti, di dire no a un potere che opprime e che sbaglia.

C’è anche di più. A Montesole, come a Sant’Anna di Stazzema, a Vinca, a Civitella e nei molti altri luoghi che compongono la dolorosa geografia delle stragi, furono uccise migliaia di persone con metodi sbrigativi e una certa noncuranza, in modi che hanno offeso in modo indelebile la coscienza di chi è sopravvissuto e di chi è venuto dopo. E’ il motivo per cui quei luoghi continuano a essere frequentati; sono luoghi speciali, mettono a contatto con l’orrore che fu e spingono a riflettere, a meditare sul presente, a orientare pensieri e comportamenti. Le stragi furono possibili – e furono perpetrate in quel modo, con ferocia e indifferenza – per una ragione che va oltre il concetto di rappresaglia e la stessa natura del regime nazista che stava dietro le truppe di occupazione. Migliaia di persone furono trucidate in quel modo perché agli occhi dei militari tedeschi erano non-persone, per  dirla con Alessandro Dal Lago, o vite di scarto, se preferiamo il lessico di Zygmunt Bauman. La de-umanizzazione è all’origine di quei massacri e averlo compreso permette di capire meglio il presente. Consente ad esempio di cogliere a pieno il senso del contrasto all’immigrazione praticato nel mar Mediterraneo, trasformato in un cimiteroche custodisce e occulta i corpi di non persone, quanto resta di innumerevoli  vite di scarto. E’ la de-umanizzazione che consente di organizzare con leggerezza e godendo del consenso popolare blocchi navali di fatto, di stringere patti con opachi regimi e gruppi paramilitari per impedire le partenze dalla Libia, di valutare la bontà delle proprie scelte attraverso la contabilità degli sbarchi, nella totale indifferenzaper la sorte di chi non può partire o non riesce ad arrivare.   

Unknown.jpegEcco perché guardare alla Resistenza  e alla storia popolare d’Italia – cioè la storia fra il ’43 e il ’45 vista dal basso, dal punto di vista della gente comune –  è un forte motivo di ispirazioneper chi voglia essere cittadino consapevole e attivo.I migliori interpretidei valori scaturiti dall’esperienza vissuta in quegli anni sono oggi le persone che si battono contro i discorsi d’odio e per il diritto di spostarsi da un paese all’altro; sono i “passeurs solidali” che aiutano a varcare i confini con la Francia; sonoi costruttori di pontie di opportunità di vita come gli attivisti e la gente di Riace e di tanti altri luoghi in cui si vive fra diversi senza odio, con spirito di fratellanza.

Ne deriva un insegnamento importante riguardo allecosiddette politiche della memoria. L’antifascismo è in crisi da molto tempo e sta correndo il rischio di diventare un rito –  uno sterile omaggio alla memoria – nella sua parte più istituzionale, e un mero a corpo a corpo – nella sua parte più muscolare e militante – con il neofascismo organizzato.  La memoria della “guerra civile”, come la chiamò Claudio Pavone, può essere molto di più: un’ispirazione per chi lotta in prima lineacontro i seminatori d’odio che vorrebbero dividere il mondo fra un artificiale “noi” e  “vite di scarto” invece molto concrete; un pungolo ad agire – qui e ora- per le persone di buona volontà, persuase che dalla Resistenza armata, dalla resilienza popolare, dalla testimonianza dei trucidati arrivi un insegnamento che spinge nella direzionedell’uguaglianza e del rifiuto della violenza.

Perciò, riprendendo Vauro, Marzabotto si gemelli con Riace, e magari facciano lo stesso gli altri Comuni colpiti dalla stragi del ’43-’45, ma che lo facciano per un insieme di buone ragioni e non solo perché testimoni dell’orrore della rappresaglia. E soprattutto: si tolga finalmente all’eredità della Resistenza e  alla memoria delle stragi quella patina di retorica e di compiacimentoche ne sterilizza il potenziale politico e morale. Il pensiero di quei tempi, di quei fatti, di quelle tragedie, di quei no, di quelle lotte va calato in questi tempi, in questi no, in queste lotte.

A Riace, chiusa l’esperienza Sprar, si ripartirà dal basso, costruendo ponti e convivenza col sostegno della gente di tutt’Italia e non solo. Altrove si potrà fare qualcosa di simile, attraverso la disobbedienza civile e gli altri strumenti dell’azione popolare; sarò giusto farlo rivendicando finalmente l’eredità morale e politicache ci deriva da chi fu protagonista e testimone di una stagione cruciale per la storia d’Italia, quale fu l’epilogo del fascismo e della seconda guerra mondiale. Ecco la nuova politica della memoria.

Genova G8, il filo rosso che manca alla sinistra

11 ottobre 2018

Più passa il tempo, più si manifesta la gravità della rottura politica, culturale, esistenziale causata dalle violenze poliziesche contro il movimento che si riunì a Genova nel luglio 2001. Le ragioni di quel movimento sono più valide oggi di allora, a crac finanziario avvenuto, mentre le diseguaglianze crescono e l’economia di predazione tipico del sistema neoliberale mostra tutta la sua ferocia distruttiva mettendo a repentaglio lo stesso futuro del pianeta, come ci hanno ricordtao pochi giorni fa gli scienziati dell’IPCC che studiano i cambiamenti climatici.
G8genova03La sinistra politica, in particolare, ha subito conseguenze rovinose dalla criminalizzazione di quel movimento e delle sue idee. Il disastro non ha colpito solo la sinistra radicale, rivelatasi incapace di gestire quel frangente storico, ma la stessa sinistra riformista, che in quegli anni cruciali scelse di adeguarsi ai dogmi neoliberali, sperando forse di moderare gli effetti sociali di un modello di economia e di società in verità insofferente a ogni controllo e vincolo, come si è ben visto negli anni seguenti.
Oggi la sinistra radicale è prigioniera delle sue sconfitte e frammentata in mille rivoli, ma non meno grave è la crisi della sinistra di governo, annichilita da una lunga stagione di spento (non) governo dell’esistente e che si è privata, rifiutando ogni dialogo col movimento per la giustizia globale, di un’elaborazione culturale che oggi sarebbe preziosa per comprendere il mondo, il passaggio storico che stiamo attraversando e magari mettere in campo qualche idea che faccia intravedere una via d’uscita che non sia l’annunciata rivincita del nazionalismo.
Senza una severa critica al sistema neoliberale, senza uno scontro col sistema finanziario globale e conseguenti riforme istituzionali – a cominciare dall’Unione europea – non possono oggi esistere un pensiero e una prassi di sinistra. Sarebbe quindi utile riprendere i fili del discorso avviato a cavallo del Millennio: dopo tutto è stata l’ultima stagione in cui è davvero esistito un popolo proteso verso la trasformazione democratica e radicale di un sistema sfuggito a ogni forma di controllo dal basso.
Le drammatiche giornate del luglio 2001 non smettono dunque di parlarci e di interrogarci, nonostante l’attuale sordità del mondo politico istituzionale; c’è un filo rosso che non si è mai spezzato, fatto di discussioni e dibattiti con le nuove generazioni (capita ancora spesso d’essere invitati nelle scuole a parlare di Genova G8), di azioni concrete nella costruzione di reti di economia solidale, di attivismo di base strettamente connesso alla visione del mondo che prese forma a suo tempo nel Forum sociale mondiale. E c’è una produzione culturale che non si è mai interrotta.

Ultimo esempio lo spettacolo teatrale allestito a Roma dal regista Emanuele Bilotta, “Genova 2001 – Una storia italiana”, che si ripromette di indagare “le dinamiche psicologiche avviate a seguito degli eventi di quei giorni”.

IL PROMO DI “GENOVA 2001 – UNA STORIA ITALIANA”

Il G8 genovese è stato un trauma personale per chi fu picchiato, inseguito, fermato, aggredito, spaventato – a seconda dei casi – da forze dell’ordine spedite a combattere un movimento indicato come nemico, ma è stato anche un “trauma psicopolitico”, come scrissero a suo tempo Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto in un libro, “Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico” (Liguori 2011), che non andrebbe dimenticato.

Riace è uno specchio e riflette un’Italia cinica e vile

4 ottobre 2018

“Quelli come me si entusiasmano quando si rendono conto che dalle loro azioni dipende l’emancipazione sociale di persone più deboli. Questa è una spinta fondamentale verso l’utopia sociale. (…) E ovviamente questo sta disorientando anche chi sta investigando su di me, su di noi, perché ormai si è abituati a dei rapporti umani per cui si presuppone sempre che ci siano in ballo degli interessi personali, dei secondi fini. Questa purtroppo è una dimensione di scetticismo verso il prossimo senza via di ritorno”: così Domenico Lucano rifletteva sulla sua esperienza di sindaco a Riace in un’intervista curata da Maurizio Braucci e Ciro Minichini, uscita sul numero di ottobre della rivista Gli Asini. E’ una considerazione, riletta all’indomani del suo arresto, che fa pensare, perché aggiunge una dimensione umana, che riguarda le relazioni sociali e il senso della convivenza, agli aspetti politici e giudiziari di cui oggi si parla sui giornali, in tv, alla radio commentando l’inchiesta della procura di Locri.

domenico_lucano_wikipedia_thumb660x453Lucano è stato sottoposto negli ultimi mesi e anni a fortissime pressioni politiche e giudiziarie, le une forse legate alle altre, in quanto protagonista di un progetto fuori dagli schemi e per qualche aspetto anche fuori dalle regole. A Riace l’accoglienza ai migranti è divenuta un’ancora di salvezza per un paese di nemmeno duemila abitanti spopolato e morente, diventando un caso internazionale: troppo scomodo e troppo visibile in un paese, l’Italia, nel quale l’immigrazione è oggetto di contesa politica in direzione opposta a quella sperimentata nel piccolo Comune della Locride: centrodestra, centrosinistra e pentaleghisti, con sfumature diverse, da vent’anni si confrontano sul terreno dell’emergenza, della sicurezza, della chiusura delle frontiere. Perciò Riace, nelle istituzioni, non ha padrini né protettori ma solo avversari o, al più, antipatizzanti.

Lucano, nell’intervista citata, dice apertamente che a Riace capita di andare oltre le regole fissate dal sistema Sprar, ma per motivi diciamo così umanitari: non è vietato ricevere ospiti, non si mandano via le persone alla scadenza dei sei mesi, ci si è inventati una moneta complementare per ovviare ai ritardi nell’erogazione dei fondi… Stando all’inchiesta della procura di Locri – un’inchiesta peraltro fallimentare a giudizio del Gip, che ha respinto i principali capi d’imputazione a carico di Lucano e negato l’arresto chiesto dal pm degli altri 14 indagati – Lucano avrebbe combinato un paio di matrimoni di comodo e affidato il servizio di raccolta rifiuti senza rispettare le procedure sugli appalti. Il sindaco, nell’interrogatorio davanti al Gip, ha probabilmente rivendicato sia i matrimoni salva-vita sia la scelta sugli appalti, compiuta per tenere lontano la ‘ndrangheta.

Ma la legge è legge, ha obiettato la procura, e altrettanto dicono i commentatori della grande stampa, pronti a etichettare un certo moto popolare pro Lucano come frutto di ingenua generosità o di snobismo “dell’intellighenzia di sinistra” (letto sul Corriere della sera). La legge, comunque, è veramente legge: Lucano sarà probabilmente processato e dovrà tentare di difendersi sostenendo che la prevalenza del principio di umanità e lo stato di necessità hanno motivato le sue azioni. Qualcuno parla di disobbedienza civile e cita il processo Dolci, ma i giudici probabilmente non assolveranno il sindaco di Riace, mentre i politici – centrodestra,centrosinistra, pentaleghisti – lo hanno di fatto già condannato, senza nemmeno farsi qualche domanda sulle proprie scelte passate e presenti, in una linea di continuità che ha trasformato l’Italia in un paese attraversato da sentimenti d’odio e rancore ormai senza controllo.

Il punto cruciale di questa vicenda è dunque quello indicato da Lucano nell’intervista a Gli Asini. Il suo caso, al di là dei risvolti giudiziari, mette a nudo quando siano incomprensibili nell’Italia di oggi l’idea di una politica animata da ideali – che “Mimì capatosta” definisce “socialismo libertario” -, l’attitudine ad aprire le braccia allo straniero al fine di camminare insieme, l’entusiasmo per l’emancipazione dei deboli.

La vicenda Lucano ci fa scoprire quel che siamo; è uno specchio che restituisce l’immagine di un paese cinico e vile, forse perduto.

Oltre la crescita c’è il conflitto

20 settembre 2018

All’epoca d’oro del movimento per la giustizia globale uno degli slogan più diffusi era “Per un’economia di giustizia”. Capitava di leggerlo sugli striscioni esibiti dagli attivisti della Rete Lilliput ma era anche la sintesi di un largo e profondo dibattito sui fondamenti dell’economia e quindi della società. La costruzione di una “economia di giustizia”, naturalmente, implica il ribaltamento degli assetti produttivi, finanziari e politici attuali e tanto osavano pensare gli studiosi e gli attivisti che davano vita a quelle discussioni e a quelle azioni politiche e di piazza che siamo soliti definire, sui media mainstream, “movimento no global”.

Finita quella stagione di grandi ideali e vaste mobilitazioni – anche sotto il braccio violento dei poteri stabiliti – il pensiero economico contemporaneo ha proseguito il suo stanco e uniforme percorso. L’ideologia neoliberale continua a dominare incontrastata nel mondo politico e resta largamente prevalente anche nelle università, dove lo stesso approccio keynesiano è finito in disparte, nonostante la lunga egemonia di cui aveva goduto prima che la prassi mercatista si imponesse (grosso modo all’epoca della “rivoluzione politica” di Reagan e Thatcher).

globalizzazione-590x590-scale-to-max-width-825xPer queste ragioni ogni volta che si alza dal mondo degli economisti una voce dissonante, sembra di respirare aria di montagna dopo una lunga permanenza in un ambiente chiuso, sovraffollato e zeppo di fumatori compulsivi. In questi giorni si tiene a Bruxelles la prima “Post Growth Conference”, organizzata da alcuni gruppi parlamentari ed enti vari con l’obiettivo di mettere in discussione il dogma della crescita (di produzioni, consumi, ricchezze), attorno al quale ruotano sia il neoliberismo classico sia il keynesismo vecchio e nuovo.

Un gruppo di economisti e studiosi ha diffuso in questa occasione un documento-appello rivolto alle istituzioni dell’Unione europea con una serie di richieste legate fra loro da un preciso intento: costruire le premesse necessarie a immaginare un’economia nuova. Ricercatori e professori chiedono di costituire una commissione speciale che studi i possibili scenari del dopo crescita; di utilizzare indicatori alternativi al Pil; di cambiare il Patto di stabilità e crescita verso una logica più sostenibile, sia socialmente che sotto il profilo ambientale; di istituire in ogni paese un ministero della Transizione economica.

Come si vede, si tratta di propositi politicamente inattuali, nel senso che non fanno parte in alcun modo dell’agenda dell’Unione e sono assenti o del tutto marginali (il che, alla fine, è la stessa cosa) anche nei programmi della varie forze politiche, nonostante le premesse indicate dal documento della “Post Growth Conference” siano consolidate e pressoché incontestate: il collasso ambientale in corso, l’impossibilità di mantenere a lungo un’economia della crescita, l’instabilità politica conseguente.

Qual è, allora, il senso dell’appello, che porta in calce numerose firme di studiosi e attivisti noti per essere “alternativi” rispetto all’estabilishment politico e accademico? (Da Susan George e Serge Latouche a Saskia Sassen, Ann Pettifor, Tim Jackson, David Graeber, Juan Carlos Monedero, tanto per fare qualche nome fra i più conosciuti, in un elenco che include anche l’attuale vice ministro italiano all’Istruzione Lorenzo Fioramonti, docente all’Università di Pretoria prima di mettersi in politica)

Il contributo principale dell’appello è probabilmente d’ordine culturale: conferma che l’area degli economisti non allineati esiste ancora e che si avverte la necessità di ridiscutere tutto, vista la gravità degli eventi in corso e l’incapacità/impossibilità del sistema dominante di farvi fronte: e qui pensiamo ovviamente alle diseguaglianze crescenti sia fra Nord e Sud del mondo sia all’interno dei singoli paesi, all’estrazione incontrollata e tendenzialmente illimitata di risorse naturali, alla disoccupazione di massa nel mondo occidentale, alla povertà estrema in molte zone dell’Africa (e non solo), alla drammatica e progressiva perdita di biodiversità… (e si potrebbe naturalmente continuare nell’elenco attingendo alle conoscenze scientifiche, giornalistiche accumulate negli ultimi anni).

Dunque si discute, si propone alle autorità del momento di compiere qualche passo nella direzione giusta, ma su tutto aleggia qualcosa di non-detto, ossia la dimensione politica e conflittuale implicita in un serio progetto di transizione economica. Viviamo in un mondo dominato dall’ideologia del mercato e all’interno di istituzioni modellate nel tempo in modo da essere funzionali al progetto del capitalismo neoliberale, un progetto tanto semplice quanto – nelle intenzioni – totalitario: estendere la logica della crescita, del profitto, del superamento di barriere e controlli all’intera società, possibilmente in tutto il mondo. Se questo è vero, ne consegue una valutazione radicale: non si esce da questo sistema-mondo senza un conflitto, senza combattere interessi fortissimi e consolidati, senza cambiare radicalmente le strutture che tutelano quegli interessi.

forestaamazzonica-638x425Da almeno un trentennio è scomparsa dalla scena politica, almeno in Europa, ciò che chiamavamo sinistra, ossia un progetto di società concepito nell’interesse di chi sta in basso nella piramide sociale, un progetto quindi proteso a privilegiare la dimensione collettiva e solidale della vita pubblica rispetto alla dimensione individuale; la lunga durata, inclusa la protezione del pianeta pensando alle generazioni future, rispetto all’uso immediato a fini di profitto delle risorse disponibili. La sinistra, per varie ragioni, ha finito per accettare e fare proprio il paradigma tipico della destra, in sostanza il modello neoliberale, e si è così liquefatta la possibilità di immaginare collettivamente un modello di società diverso, più equo, più giusto, più lieve. Stiamo pagando ancora le conseguenza di questa bancarotta politica, scolpita nelle pagine di storia dalla famosa risposta di Margaret Thatcher, ormai pensionata, a chi gli chiedeva quale sia stato il suo maggiore successo politico. La lady di ferro fu lapidaria: “Il New Labour”. Ossia l’approdo degli storici avversari socialisti, sotto la gestione di Tony Blair, alla stessa visione della destra liberale: mercato, competizione, deregulation.

Gli economisti e i ricercatori firmatari dell’appello hanno compiuto dunque un atto significativo, portando nei palazzi di Bruxelles la necessità di pensare a un progetto di economia della “post crescita”, un’idea di per sé “scandalosa”, ma è difficile pensare a una trasformazione così radicale che passi attraverso un’autoriforma decisa improvvisamente dall’alto. Le istituzioni dell’Unione europea – destinatarie dell’invito a cambiare rotta – potranno trasformarsi e diventare punti di riferimento di un’economia post crescita solo al termine di un processo di lotta politica e di radicale democratizzazione. Non c’è da farsi illusioni. La moneta comune, per come è stata realizzata; la Banca centrale europea, per i compiti che le sono stati affidati; la Commissione e il Consiglio dei ministri dell’Unione, per il ruolo che hanno, sono i principali ostacoli che ingombrano il cammino dell’ipotetica trasformazione.

In altre parole, è possibile immaginare una società liberata dal giogo della crescita continua solo a patto di ingaggiare un corpo a corpo con la dittatura della finanza e quel sistema istituzionale che per anni ne ha favorito e sorretto il dominio. Per limitarci all’ambito europeo, servirebbe probabilmente un modello istituzionale di tipo federale, con un parlamento democratico e titolare di pieno potere legislativo, una Banca centrale rivoluzionata e messa al servizio di un’economia diversa, con parole d’ordine come equità, diritti, ecologia al posto di quelle correnti. Se mai ci avvicineremo a qualcosa del genere, sarà perché avremo saputo ingaggiare uno scontro politico a tutto campo e perché i cittadini che stanno sotto – al momento senza parola – avranno rivendicato un’economia di giustizia e capace di futuro. Non esistono scorciatoie credibili.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: