Vai al contenuto

Sulla rotta alpina dei migranti, una crisi di civiltà

3 settembre 2020

Ancora dodici chilometri (Bollati Boringhieri, 2019) si presenta come un reportage sui migranti che si avventurano verso la Francia lungo la rotta alpina, ma in realtà parla di noi italiani, di come viviamo e attraversiamo questi tempi infami. E’ a suo modo una guida per osservare noi stessi. L’autore, Maurizio Pagliassotti, condivide e racconta le imprese di migranti e passeur, si fa passeur lui stesso, ma non vuole impietosire, né alimentare sensi di colpa. Più semplicemente, ma più duramente, vuole mettere a fuoco l’ordine delle cose, il clima di indifferenza e rassegnazione che ci pervade.

Il suo è un libro a tratti rabbioso – giustamente rabbioso – e rimarca, fra le altre cose, un punto chiave del nostro presente: lo scarto che divide gli antirazzisti da tastiera, informati, indignati e furenti ma immobili davanti allo schermo, e gli antirazzisti sul campo, quelli che fra Ventimiglia e Claviere, fra Oulx e Briançon, sostengono, aiutano, indirizzano individui – i migranti – che Pagliassotti ci invita a osservare con ammirazione, non con pietà o semplice spirito di solidarietà.

Gli uomini e le donne che salgono in bus a Claviere da Torino e che vorrebbero mettersi in marcia subito, nonostante il freddo e la neve, e che vanno convinti a passare almeno la notte al rifugio allestito dai “solidali” e a indossare scarpe pesanti e cappotti, queste persone sono forse l’ultima speranza cui aggrapparsi per l’avvio di un nuovo corso nella stanca, frustrata e cinica Europa degli anni Duemila: “Come questi giovani non siano oggi i nostri eroi, esempi unici e inarrivabili“, scrive Pagliassotti, “è un mistero dietro il quale si nasconde il suicidio dell’Occidente”.


Ancora dodici chilometri è un reportage serrato e acuminato, che bandisce la retorica e scava nel nostro mondo, nei nostri cuori, con ardore sincero. C’è la gioia dopo il passaggio di frontiera in automobile con un “clandestino”a bordo, ma c’è anche la dolorosa constatazione che il sentimento generale, nell’Italia e nell’Europa degli anni Duemila, è una cinica insofferenza per gli uni e per gli altri, per chi tenta di passare la frontiera e per chi si prodiga in aiuto.

I “solidali” sono criminalizzati, colpiti da leggi e ordinanze, circondati dall’antipatia e Pagalissotti non se lo nasconde. E però si domanda, e domanda a tutti noi: “Che accadeva a chi aiutava i partigiani, o gli inglesi, durante i gloriosi anni del fascio e della guerra? A chi li nascondeva nei fienili, o li portava proprio nelle montagne dove oggi i migranti sono aiutati nella loro fuga? Proviamo a ricordarlo”.


Pagliassotti frequenta i bar e le trattorie, ascolta i discorsi che si fanno e ne esce sconvolto. Perciò nè cosciente di quanto sia drammatica la frattura fra “le ricche caffetterie del centro città dove tutti siamo d’accordo, dove regna l’altruismo”, e i bar di periferia e di provincia, ben più numerosi, dove sono anche lì d’accordo, ma in direzione opporta: “Lumpenproletariat che ha trovato un’inaspettata manna in grado di dare una prospettiva alla propria frustrazione: qualcuno ancora più disgraziato da odiare“.

C’è un’ulteriore frattura da mettere a fuoco: nella minoranza “altruista” antirazzista e antifascista, quelli che agiscono sul campo e mettono in pratica ciò che affermano e teorizzano sono a loro volta una minoranza e non sempre una minoranza compresa e considerata per quel che in verità è: un esempio, una guida, un’apertura a un futuro diverso.


Ancora dodici chilometri è una storia di vita, di morte, ma soprattutto di lotta. A ruoli, si badi bene, capovolti. La via del cambiamento e quindi della giustizia, dice Pagliassotti, non appartiene più a un variamente definibile “noi”, ma cammina nelle scarpe, nei muscoli e nella volontà di un popolo in marcia, inarrestabile: “Penso che l’unica speranza per queste comunità sia data proprio da quei giovani che stanno tentando di venire qui, a contrastare questa discesa verso un baratro fatto di nulla. L’invasione da parte dei migranti è la nostra unica speranza di salvezza da questo goduto, e inconsapevole, scivolo verso la morte”.


Stiamo vivendo una crisi di civiltà che fatichiamo a riconoscere come tale. Nel Mediterraneo (con propaggini sulla via alpina, visto che chi arriva a Claviere e Oulx passa generalmente per Lampedusa o Pozzallo) è in corso un genocidio, che avviene nell’indifferenza generale. Anche le Alpi sono costellate dei corpi di chi non ce l’ha fatta, ma chi si cura davvero di loro, a parte i pochi “solidali” che provvedono alla cura non solo dei corpi ma anche dei cadaveri?

Un giorno, se dovesse prevalere un principio di giustizia universale e sovranazionale, questa fase della nostra storia produrrebbe istruttorie legali e processi, con le politiche europee sull’immigrazione come sfondo di numerosi crimini contro l’umanità. Gli imputati sarebbero governanti e decisori pubblici di vario livello, ma pochi fra noi potrebbero davvero dirsi assolti, quanto meno dal peccato (sia pure non reato) di omissione.

Fra Monte Sole e Hiroshima, cercando un nuovo antifascismo

27 agosto 2020

Sadako Sasaki aveva due anni e mezzo quando riuscì a sopravvivere all’onda d’urto dell’esplosione atomica su Hiroshima, il 6 agosto 1945, settantacinque anni fa. Viveva a un paio di chilometri dall’epicentro della conflagrazione e stava giocando all’aperto col fratello; fu sbattuta lontano dal vento nucleare. Ma si salvò, come il fratello. Dieci anni più tardi Sadako scoprì d’essere malata di leucemia, anche lei quindi vittima tardiva di “Little boy”, ragazzino, come i soldati statunitensi chiamarono affettuosamente il più micidiale ordigno mai concepito dalla specie umana. Sadako morì nel 1955, a dodici anni. Fece in tempo a lasciare un segno di sé nel mondo, un segno molto conosciuto: gli origami a forma di gru divenuti simbolo di pace, di lotta contro il nucleare.

Sadako era venuta a conoscenza di un’antica leggenda giapponese, secondo la quale realizzando con le proprie mani, a partire da semplici fogli di carta, mille orizuru (le gru), diventa possibile realizzare un proprio desiderio. Da allora le gru di Sadako trasmettono un messaggio di pace nel mondo. Milioni di bambini hanno imparato a realizzarle, piegando e ripiegando foglietti, con meticolosa perizia. La storia di Sadako è raccontata in un famoso libro per ragazzi (e non solo) – Il gran sole di Hiroscima, di Karl Bruckner – e non smette di propagarsi nel mondo.

E’ arrivata anche a Maresca, piccolo centro sulla montagna pistoiese, dove il 9 agosto scorso – anniversario della seconda atomica statunitense sul Giappone, a Nagasaki, quella volta la bomba si chiamava “Fat man”, grassone – è stato scoperto un busto in bronzo di Sadako. E’ collocato nel giardino della Casa Famiglia per anziani San Gregorio Magno, rivolto verso l’esterno, a guardare il paese e la pianura lontana. Alla festa di inaugurazione c’eravamo anche noi, i dieci partecipanti alla Staffetta della pace partiti a piedi da Monte Sole e arrivati come tutti gli anni a Sant’Anna di Stazzema in tempo per l’anniversario della strage compiuta nel ’44 da reparti delle SS naziste, il 12 agosto.


Uno dei camminatori, Fabio Prati, è stato il principale artefice del progetto Sadako a Maresca, nato tempo addietro con gli anziani della casa di riposo e bambini del paese impegnati con gli origami e culminato con la posa della statua dedicata alla bambina giapponese. Ragionadoci sopra, ci siamo accorti del nesso profondo che lega eventi in apparenza incomparabili come le stragi di Monte Sole e Sant’Anna di Stazzema e le atomiche sul Giappone. Le differenze, certo, sono enormi: 770 e 400 le vittime sull’Appennino, circa duecetomila nelle città nipponiche; terrorismo di guerra opera di reparti militari di un regime totalitario in un caso, ordigni lanciati dal cielo dall’aviazione di una grande democrazia nell’altro. E tuttavia c’è un filo rosso che lega tali eventi. Il filo rosso è la guerra, che nel ‘900 è sempre una guerra – principalmente e oggigiorno quasi esclusivamente – contro i civili; e al cuore di questo filo rosso c’è l’idea che le vite degli altri, le vite dei “nemici”, per quanto non combattenti, siano sacrificabili senza rimorso. Questo è successo tre quarti di secolo fa e non dovremmo dimenticarlo.


La seconda guerra mondiale ci ha lasciato in eredità due fardelli insopportabili: la shoah e le atomiche. Sono pesi sconvolgenti, che tuttora fatichiamo a considerare per quel che sono: abiezioni e crimini contro l’umanità senza precedenti. Entrambi, pur nella diversa misura e nella diversa qualità degli eventi. Lo sterminio degli ebrei europei, con sei miliomi di vite cancellate, è un fatto incomparabile, come non ci stanchiamo di ripetere, e pesa sulla coscienza dei nazisti che lo concepirono e realizzarono, ma l’intera civiltà europea non può considerarsi assolta, se è vero come è vero che l’antisemitismo e il nazionalismo – premesse logiche e storiche della shoah – sono due dolorosi tratti della cultura europea dei secoli scorsi.

IL PODCAST CON LE CRONACHE QUOTIDIANE DELLA STAFFETTA SU RADIO FRANCIGENA QUI

Sulla cima di Monte Sole

Il lancio delle bombe nucleari ci è altrettanto familiare, in quanto frutto di un progetto che coinvolse i migliori fisici europei e statunitensi e fu l’esito di una scelta politica compiuta dal paese guida delle democrazie occidentali. In mezzo ci sono le stragi che hanno costellato in Italia la fase finale della guerra, eventi “minori” per quantità di persone colpite, ma della stessa specie dello sterminio degli ebrei, come sostenne a suo tempo Giuseppe Dossetti parlando di “delitti castali”, compiuti da militari fanatizzati convinti d’essere investiti da una sorta di missione sovranaturale e quindi esentati dai comuni metri di valutazione. E’ una valutazione opinabile, ma che non può essere ignorata.


In Giappone le bombe su Hiroshima e Nagasaki sono attribuite per intero al cinico calcolo geopolitico del presidente Truman, da noi circola ancora la giustificazione dell’azione decisa per mettere fine alla guerra e salvare più vite umane – i possibili caduti nelle settimane o mesi di combattimento con le truppe giapponesi – di quelle sacrificate sotto le bombe. Una tesi che non regge all’analisi storica e che tace sull’enorme esperimento politico-sociale compiuto il 6 e 9 agosto ’45, quando l’inimmaginabile – l’annientamento istantaneo di decine di migliaia di persone e la distruzione in un vasto raggio di territorio di tutte le altre forme di vita – è diventato realtà e monito diretto alle cancellerie e alle popolazioni di tutto il mondo. Fu un’affermazione di potenza senza precedenti. Da allora viviamo dentro l’incubo della possibile autodistruzione dell’umanità: potrebbe arrivare a causa di un’escalation bellica a colpi di armi nucleari o anche per errori tecnici compiuti nella gestione di una mole di armamenti esorbitante (e con nove paesi, non più solo uno, nel club atomico).


Camminando in Appennino e incontrando Sadako Sasaki a Maresca abbiamo riflettuto su un passaggio storico che tendiamo a trascurare, ossia la nostra piena appartenza all’era nucleare, e abbiamo avuto l’occasione di portare il messaggio della ragazzina giapponese e le sue gru della pace fino a Sant’Anna di Stazzema. Proprio lì abbiamo discusso insieme – noi camminatori – del nesso che unisce le stragi, la shoah, le atomiche, arrivando alla sconsolante constatazione che le atrocità di guerra non sono un’esclusiva di regimi fascisti o totalitari, ma riguardano anche le democrazie, e non solo per le bombe lanciate sul Giappone.


Le nostre Camminate della pace – quest’anno l’abbiamo chiamata Staffetta, perché è stata un’edizione diversa e ristretta, a misura di emergenza Covid, con sette ragazzi da poco maggiorenni e tre adulti – servono nelle nostre intenzioni a dare un senso concreto a ciò che chiamiamo memoria. Ci sforziamo, camminando, di entrare più profondamente nella storia e di interrogare fatti cruciali del nostro passato per illuminare il presente e afferrare un possibile filo di orientamento. Cerchiamo di costruire – conoscendo, studiando e ragionando – una memoria attiva, politicizzata e calata nel presente, fuori dalle trappole ormai stranote delle celebrazioni condotte sul filo dell’emozione e delle semplici dichiarazioni di indignazione e di antifascismo.

Inseguiamo un antifascismo nuovo, calato nel presente e denso di fatti, di comportamenti, oltre la retorica e oltre il consolante ma vacuo riferimento alle imprese e alle glorie del passato. L’anno scorso noi camminatori portammo a Sant’Anna la persuasione che il ricordo delle stragi deve indurci a sentirci responsabili del genocidio più vicino a noi, quello in corso nel Mediterraneo. Ne parlammo insieme all’alba del 12 agosto, davanti all’installazione artistica di Carlo Molinero HELP. Hommage aux frères migrants morts en mer e poi esibimmo durante la cerimonia ufficiale dei cartelli che rendevano esplicito il nesso fra Sant’Anna di Stazzema e il cimitero Mediterraneo. “#Bastastragi 1944-2019” diceva un cartello. Anche in quel caso erano le vite degli altri – annientate con noncuranza e osservate con indifferenza, in quanto vite poco importanti – a fare da nesso logico di congiunzione fra fatti storici distanti per qualità e contesto.

Quest’anno abbiamo portato a Sant’Anna la tragedia della bomba atomica, un crimine di guerra che ha cambiato la storia dell’umanità, e lo abbiamo fatto mettendoci nei panni di chi stava sotto le bombe, non in quelli di chi le lanciava.


Questo modo di intendere la memoria è difficile e richiede impegno, perché implica una piccola-grande ribellione. La ribellione all’insidiosa idea che non possiamo sentirci responsabili di eventi così grandi e che il nostro compito è solo custodire la memoria, ricordando i fatti, celebrando i caduti; ribellione rispetto alla depoliticizzazione dell’antifascismo e della coscienza storica.

Dobbiamo imparare a sentirci responsabili di quanto avviene attorno a noi e ad agire di conseguenza. I luoghi della memoria devono cioè diventare un motore per l’azione. Perché sappiamo che è sempre possibile agire, che c’è sempre un modo per rendere concrete le proprie persuasioni. Salire a Monte Sole e Sant’Anna, commuoversi per i morti, indignarsi per la ferocia dei carnefici, ripudiare i fascismi e proclamarsi amici dei partigiani non è sufficiente.

Se siamo persuasi che esista un nesso fra le stragi del ’44 e il genocidio nel Mediterraneo, occorre fare qualcosa per cambiare l’ordine delle cose, per esempio sostenere e finanziare il progetto Mediterranea, la ong Open Arms, la nascente ResQ, o impegnarsi a fianco dei rifugiati e richiedenti asilo; se vogliamo dare un senso al messaggio che ci ha trasmesso Sadako Sasaki, possiamo impegnarci nella campagna sul disarmo nucleare, vincitrice nel 2017 del premio Nobel per la Pace.

Camminare aiuta a comprendere il mondo e la storia, ma deve trattarsi di passi concreti verso il cambiamento.

L’orrore di Hiroshima annegato nelle ambiguità

6 agosto 2020

A Hiroshima tutti gli anni ricordano l’esplosione del 6 agosto 1945 con una cerimonia semplice e toccante. I giapponesi sanno d’essere stati vittime di un esperimento politico-sociale e di una cinica esibizione di forza, perciò non giustificano, non perdonano, non concedono scuse e attenuanti. Ogni anno il 6 agosto le autorità locali chiedono ai capi di stato e alle organizzazioni internazionali di mettere al bando le armi atomiche. Insomma parlano chiaro, dicono la verità, come non avviene in occidente.

Qui da noi le esplosioni del 6 e 9 agosto 1945 (la seconda su Nagasaki ancora più grave della prima, per la sua inutilità) sono giustificate dalla retorica ufficiale, secondo la quale il lancio delle due bombe era necessario per mettere fine alla guerra. La tesi è che si sacrificarono nel fuoco nucleare migliaia di persone residenti nelle due città per salvarne molte altre, quelle che sarebbero cadute se il conflitto fosse proseguito. Gli Usa, in verità, con i due micidiali ordigni mandarono un messaggio al mondo: fu un’affermazione di potenza, un gesto politico tout court.


Il lancio delle due bombe atomiche è una delle grandi atrocità del Novecento, un atto che ha cambiato la percezione della storia e della missione umana sulla terra. L’era nucleare, nella quale tuttora viviamo, è l’era dell’umanità che progetta e programma la propria autodistruzione. Dal 1945 sappiamo, un giorno dopo l’altro, che tutto potrebbe finire in caso di conflitto atomico, tale è la potenza di simili ordigni e tanto sono diffusi nel mondo. Eppure ancora oggi stentiamo a inquadrare il peso dei fatti del 6 e del 9 agosto nella storia. La scelta compiuta all’epoca dal presidente degli Stati Uniti è ancora avvolta da un alone di ambiguità. Il pensiero di quel che avvenne sconvolge, ma in fondo non scandalizza: la giustificazione ufficiale – mettere fine alla guerra – è stata in qualche modo recepita.


D’altronde l’ambiguità avvolge fin dall’inizio la vicenda intellettuale, umana e politica che portò alle due esplosioni. Si trattò di un’avventura a suo modo straordinaria. Fu un’impresa titanica dall’inizio alla fine: nella genialità di chi la ideò (un gruppo di fisici di irripetibile levatura); nella grandiosità di chi rese possibile il progetto, chiamato Manhattan (il governo degli Stati Uniti); nella rapidità e qualità dei risultati, frutto di una eccezionale combinazione di talento, impegno, capacità di visione.

Roberto Mercadini, uomo di teatro, ha raccontato questa formidabile e sconvolgente storia in un libro vivace e appassionante: “Bomba atomica”, Rizzoli 2020. Mercadini mette a fuoco i protagonisti del progetto Manhattan, tutti uomini di eccezionale valore, in testa l’italiano Enrico Fermi, e rende palpitante il senso della loro avventura intellettuale: concepire e realizzare in poco tempo la bomba atomica, sfidando e superando limiti conoscitivi, tecnologici, ideologici che parevano insuperabili.
E tuttavia un velo di ambiguità accompagnò tutto il percorso degli scienziati impegnati nel progetto Manhattan.

La spinta iniziale fu in apparenza chiara: gli scienziati di Hitler si erano messi al lavoro per realizzare un ordigno di straordinaria potenza, sfruttando le recenti conoscenze sulla scissione dell’atomo, perciò un gruppo di scienziati legati al mondo democratico chiesero al presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, di fare altrettanto e di farlo più in fretta dei tedeschi. Pensavano, forse, quegli scienziati, di un ipotetico impiego della bomba contro la Germania hitleriana, o forse – più probabilmente – non pensarono più di tanto a chi e come sarebbe finito vittima della prima esplosione nucleare della storia, se mai questa si fosse resa necessaria.

Mercadini riporta nel suo libro le parole di Laura Fermi, moglie di Enrico, all’indomani del collaudo che confermò la riuscita del progetto Manhattan; Laura descrive il marito: “Sembrava come rimpicciolito e invecchiato, incartapecorito, completamente prosciugato e brunito dal sole del deserto, e sfinito”. In quel momento – forse – Fermi realizzò davvero l’enormità dello strumento che aveva grandemente contribuito a costruire. Ma quanto Fermi e gli altri scienziati avevano riflettuto su quel che facevano e sull’esito finale del loro impegno?


Harry Truman, il presidente che prese la fatale decisione del doppio lancio della bomba, è descritto da Mercadini come un uomo e un politico di modesta levatura, capitato quasi per caso alla Casa Bianca. Una specie di macchietta. Una forzatura, questa descrizione? Un altro presidente, per esempio Roosevelt, morto improvvisamente nell’aprile del ’45, avrebbe rinunciato all’arma atomica di fronte al fallimento del progetto hitleriano? Nessuno può dirlo. Ma in fondo poco cambia: da 75 anni facciamo i conti con la scelta compiuta da Truman, sempre però in un clima di incertezza e di ambiguità. Il tema non fa più parte della discussione pubblica e non amiamo discutere sulle circostanze effettive e sulle motivazioni reali di quella scelta, per quanto oggi, nella corsa all’atomica di questo o quel paese, non si manchi di mettere in luce il rischio che l’umanità corre quando uno strumento così potente entra nella disponibilità di dittatori e regimi autoritari, dimenticando che la prima e per ora unica decisione di usare l’atomica è stata presa da un paese democratico…


Viviamo nell’era atomica e attorno a noi è dislocato (anche in Italia) un arsenale nucleare di dimensioni tali da sfuggire a qualsiasi comprensione razionale. Ogni anno il 6 agosto per qualche minuto mettiamo a fuoco questa condizione, che nell’insieme e nell’ottica degli interessi collettivi potremmo tranquillamente definire demenziale. Dovremmo invece pensarci tutti i giorni. Tre anni fa il Nobel per la Pace fu assegnato all’Organizzazione che si batte contro le armi nucleari (Ican): sorrisi, applausi e segni d’approvazione si sprecarono, ma niente è in verità cambiato.

Il trattato per la messa la bando delle armi nucleari continua a essere boicottato dai paesi che di tali ordigini dispongono e anche da quelli, come l’Italia, che li ospitano nel proprio territorio. La storia dell’arma atomica è nata sull’onda di grandi slanci intellettuali e tecnologici, ma resta una vicenda politicamente e umanamente rivoltante. Di questo parliamo (o dovremmo parlare) ogni 6 e 9 agosto.

Il tempo (e il governo) dell’anacronismo

8 luglio 2020

Durante i mesi del confinamento, in pieno choc esistenziale e collettivo da Coronavirus, si è pensato, parlato, scritto moltissimo su come sarebbe stato il “dopo”, sulla lezione impartita dal pianeta Terra alla specie umana, sull’urgenza di cambiare rotta al fine di prevenire future emergenze sanitarie, sul nesso fra la pandemia e l’incontrollato consumo di risorse naturali. Niente dev’essere più come prima, si diceva; non possiamo tornare alla normalità, perché la normalità è il problema. Il tutto, ovviamente, nella cornice di una crisi profonda, forse finale, della civiltà industriale, alle prese con un collasso climatico spaventoso e pressoché sfuggito a ogni controllo.

Ebbene, nel nostro piccolo paese, un paese che però si vanta ogni giorno dei suoi meriti nelle arti, nel pensiero, nella cultura attraverso i secoli, il “dopo” sembra essere un insieme di provvedimenti governativi detti di “semplificazione”. Si tratta, in buona sostanza, di vecchi, alle volte vecchissimi progetti “infrastrutturali”, concepiti in una logica “sviluppista” da anni Sessanta e Settanta: nuove strade, nuove autostrade, nuove grandi opere per lo più inutili (in testa, addirittura, la vetusta Tav Lione-Torino, ormai indifendibile sul piano tecnico-progettuale). In controluce, si intravede un progetto di società cristallizzato in quel mondo malato, letteralmente asfissiato dalle emissioni nocive, che è all’origine della pandemia.

Quest’idea così arretrata, così mortifera di sviluppo – uno sviluppo slegato da qualsiasi idea di bene pubblico e di benessere collettivo, uno sviluppo senza futuro – è la certificazione del fallimento irreversibile di un intero ceto politico e di una classe dirigente imprenditoriale del tutto inadeguata ai tempi presenti. Potremmo dire che stiamo vivendo una fase di anacronismo: tutti sappiamo che la via maestra ci spinge a battere strade nuove, lontano dalla cultura del consumo di beni inutili e dell’estrazione incontrollata di risorse non rinnovabili, ma chi comanda – in politica, nella finanza, nel ceto imprenditoriale, nei mezzi di comunicazione – vive nel passato ed è ancorato a un modello ormai incompatibile con il presente e il futuro delle popolazioni viventi.

La via d’uscita è un cambiamento profondo degli orizzonti collettivi, quindi del senso comune, e il punto di partenza non può essere che una mobilitazione vasta e prolungata dei cittadini più attivi e più consapevoli. Nuovi movimenti sociali dovranno prendere la scena, senza perdere altro tempo. Dobbiamo uscire dalla surreale “fase anacronistica” che stiamo vivendo.

Alex Langer, per esempio

2 luglio 2020

Venticinque anni fa, il 3 luglio 1995, Alexander Langer decideva di lasciare questo mondo. E’ stato l’uomo politico più visionario e più incisivo degli ultimi cinquanta anni, nel campo di chi non si adattava allo stato delle cose e anzi ambiva a un radicale cambiamento.

Viene di solito ricordato come il fondatore dei Verdi, e questa è una verità, ma Langer è stato molto di più. Come pochi altri, sapeva tenere insieme pensiero e azione, la seconda mai disgiunta dal primo. Uomo di confine e plurilingue, spirito europeo vicino al mondo tedesco, riuscì a connettere un paese stanco e distratto come il nostro con le nascenti correnti ambientaliste del centro e nord Europa. Fu un’enorme innovazione per la cultura politica italiana, ferma com’era agli schemi del dopoguerra.

Alexander Langer (1946-1995)


Langer era ecologista, pacifista e di sinistra, credeva nella necessità – e nella possibilità – di un radicale cambiamento dell’ordine delle cose; era un idealista, ma sapeva anche calarsi nella realtà e nelle miserie della lotta politica. Si batteva con straordinaria energia nella società e nella cultura, ma lottava anche in parlamento, sopportando le inevitabili delusioni.

La nozione che più lo rappresenta – e che gli era cara – è quella di “utopia concreta”, cioè l’idea di mettere in campo progetti ed esperienze capaci di prefigurare un’altra economia, un’altra società. Credeva nella sperimentazione, nel vivere già oggi gandhianamente la società del futuro. Perciò seguiva con entusiasmo le prime esperienze di economia alternativa e solidale, snobbate dai più perché considerate impolitiche.

Era un uomo saggio, Langer, pur nel suo spirito visionario: combatteva la società dei consumi, ma sapeva che il mondo nuovo si poteva costruire solo costruendo consenso attorno ai propri progetti, alle proprie idee.


“Lentius, profundius, suavius” – più lentamente, più profondamente, più dolcemente: con questo motto Langer sintetizzò la sua visione, da contrapporre alla velocità e alla violenza della società moderna. Questo motto è stato poco compreso, a volte anche deriso, eppure in un mondo sconvolto dalla logica distruttiva del sistema dominante, sull’orlo del collasso ecologico, traumatizzato dalla pandemia tuttora in corso, esprime ancora una possibile fonte di ispirazione, un orizzonte di cambiamento.


Langer lasciò un biglietto diretto ad amici e compagni. Diceva: “Continuate in ciò che era giusto”. Sono passati 25 anni e – collettivamente parlando – non siamo stati all’altezza del compito. Ma la direzione di marcia è ancora quella.

Neolingua e bispensiero, Orwell in Palestina

27 giugno 2020

George Orwell nel romanzo 1984, con le nozioni di neolingua e bispensiero, ci ha messi in guardia sulle insidie delle manipolazioni ideologiche e linguistiche. Parole che mutano di senso, concetti capovolti al fine di celare la reale natura delle cose, credenze che si basano su finzioni e autoinganni: gli strumenti del potere sono spesso sfuggenti quanto penetranti. In questi giorni, ascoltando i notiziari e sfogliando i giornali ne abbiamo un fulgido esempio. E’ il cosiddetto piano di pace del presidente Trump per risolvere la cosiddetta questione palestinese.

Si parla tranquillamente di piano di pace come se il progetto di annessione unilaterale da parte dello stato di Israele di una fetta consistente della Cisgiordania, a partire dagli insediamenti costruiti illegalmente, non fosse l’esatto contrario, ossia un piano potenzialmente di guerra. Come se la cosiddetta questione palestinese fosse un problema interno a Israele e non una questione geopolitica di prima grandezza, con i diritti fondamentali di un’intera popolazione messi in discussione o forse negati fino alla loro radice.


Il piano di pace è in realtà il preludio alla costruzione di un nuovo apartheid, nemmeno troppo lontano da quello sperimentato per qualche decennio in Sudafrica, come denunciano molti osservatori anche all’interno di Israele: uno per tutti lo scrittore Abraham Yehoshua, tradotto e letto in tutto il mondo. Lo chiamano piano di pace dimenticando il suo preludio e le conseguenze che provocò: lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, nonostante questa città non sia per il diritto internazionale la legittima capitale di Israele. Alla mossa del presidente Trump replicarono le marce di protesta palestinesi all’interno della Striscia di Gaza, affrontate dall’esercito israeliano con i cecchini e una serie di ingiustificabili omicidi.

Amin Maalouf, scrittore d’origine libanese, nel suo libro Il naufragio delle civiltà (La nave di Teseo 2019) scrive che stiamo assistendo, in Israele come nel mondo arabo, “a un crollo morale e politico particolarmente angosciante. E un po’ disperato. Quando gli eredi delle più grandi civiltà e i portatori dei sogni più universali si trasformano in tribù furiose e vendicative, come possiamo non aspettarci il peggio per il prosieguo dell’avventura umana?”

E’ impossibile ignorare questa cruda verità. Lo stato di Israele è preda di un estremismo nazionalista e militarista sempre più cupo, mentre la componente palestinese è divisa e sembra tramortita, incapace di proposta politica, chiusa in un’impasse di lungo periodo. Così il Vicino Oriente è sempre più vicino al disastro, un disastro potenzialmente contagioso.

Lo stallo, nell’area, dura da troppo tempo; il futuro è incerto e denso di pericoli. Ma una via d’uscita, come in tutte le cose, deve pur esserci e merita d’essere cercata. Dovranno e potranno farlo persone dotate di buona volontà e di spirito democratico, sia israeliane sia palestinesi, sia ebree che musulmane e cristiane. Queste persone esistono e dovranno uscire allo scoperto e discutere, studiare, aprire strade nuove, finché una soluzione equa, civile e democratica non sia individuata e infine sostenuta dalla maggioranza della popolazione.

Ma niente sarà possibile senza definire le cose con il loro nome, mettendo da parte la neolingua e il bispensiero. La democrazia è un regime nel quale ogni persona ha gli stessi diritti e la stessa dignità di tutte le altre; un piano di pace è un progetto che tiene conto di tutti gli interessi e di tutte le prospettive in campo, sforzandosi di trovare una sintesi per un bene comune più alto. Oggi non è così.


Non si dice la verità e anzi la si trasfigura. Nei media di mezzo mondo, con l’intento di non disturbare lo stato forte israeliano e il suo potente alleato, si definisce “di pace” il progetto più incendiario degli ultimi decenni e si evita di evocare la nozione di “apartheid”. Si finge di non vedere che oggi le vite dei palestinesi non contano nulla e vengono sovente annientate con crudele noncuranza da un esercito che sembra a proprio agio nella distopia orwelliana, visto che definisce sé stesso, nonostante l’evidenza, come “il più morale del mondo”.

Ma non è così che si aiuta lo stato di Israele a uscire dalle sue ossessioni; non è così che si costruisce il contesto adatto a uno sviluppo democratico del processo di pacificazione. Il bispensiero sta spingendo il Vicino Oriente in un vicolo cieco e la neolingua è il suo mezzo d’espressione.

A forza di non fare i conti col fascismo…

19 giugno 2020

“Heri dicebamus” sentenziò Benedetto Croce alla fine del ventennio fascista, volendo dire che il regime era stato un incidente di percorso, una “malattia” dello stato liberale finalmente guarita. E’ così che il filosofo napoletano – rappresentante dell’antifascismo moderato, dopo un iniziale entusiasmo per Mussolini – offrì ai suoi concittadini un’interpretazione del fascismo che fu rapidamente accolta e che ancora oggi, a ben vedere, caratterizza la cultura e il sentire comune degli italiani.

Nasce da qui, da questa valutazione minimalista del totalitarismo italiano, la permanenza dell’eredità fascista nella vita pubblica e privata del nostro paese. La visione di Croce, come ben sintetizza Francesco Filippi nel libro Ma perché siamo ancora fascisti? (Bollati Boringhieri 2020), ha prevalso sulle diagnosi, ben più articolate e ben più problematiche di Piero Gobetti e Antonio Gramsci, che ebbero il torto (Mussolini non sceglieva le sue vittime a caso) di non sopravvivere al regime e quindi di non poter aggiornare e ribadire le proprie argomentazione. Il fascismo come “autobiografia” di un popolo tradizionalmente servile e sottomesso secondo Gobetti (“Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi”, 1922), il fascismo come occupazione del potere da parte di borghesia e piccola borghesia in opposizione al montare delle rivendicazioni e mobilitazioni popolari, secondo Gramsci.

Nemmeno Gaetano Salvemini, che al fascismo sopravvisse grazie all’esilio, riuscì a contrastare la diagnosi crociana e così il dopoguerra, gestito in Italia dagli italiani, e non – come avvenne in Germania – dagli Alleati, non segnò una vera rottura col ventennio, bensì una sostanziale continuità.


Nelle polizie, nella burocrazia statale e locale, nella magistratura non avvenne alcun repulisti: l’amnistia firmata dal ministro Palmiro Togliatti suggellò la scelta già compiuta di non ripudiare il recente passato. Dice Filippi, dopo un attento esame della “normalizzazione” attuata nel corpo dello stato, che non vi fu mai una vera voglia di fare i conti col fascismo e nemmeno – a ben vedere – un’autentica legittimazione a compiere tale operazione.

Chi avrebbe potuto guidare simile processo in seno ad apparati dello stato che furono massicciamente fascisti o al più a-fascisti? Forse i partigiani e chi si oppose al fascismo almeno dopo ‘8 settembre 1943, ma Il “vento del nord”, la spinta venuta dalla resistenza, fu rapidamente circoscritto, come raccontò in modo magistrale Carlo Levi nel romanzo L’orologio uscito nel 1950, e così il miracolo della Costituzione antifascista – perché di miracolo in tale contesto si trattò – diede frutti limitati, non portò a un’autentica e profonda abiura del passato totalitario.

Gli italiani – a tutti i livelli e specialmente nella piccola, media e alta borghesia pilastro del regime – scelsero in sostanza di autoassolversi. Lo fecero con il voto ai partiti più moderati e più tiepidamente antifascisti, con la continuità operativa degli apparati e con l’appoggio di una produzione culturale che – salvo rare eccezioni, come ben mostra Filippi – avallò e rafforzò la minimizzazione del totalitarismo fascista.

Si affermò, a guerra appena conclusa, anche il mito degli italiani brava gente, con il conseguente oscuramento del razzismo e dell’antisemitismo di regime (ma anche popolare) e delle responsabilità del nostro esercito nei numerosi crimini di guerra compiuti durante l’impresa coloniale e negli anni del secondo conflitto mondiale.

Il cliché a quel punto era pronto: il fascismo come regime non-totalitario, quasi benevolo rispetto al sistema hitleriano; gli italiani né razzisti né antisemiti; i crimini di guerra rimossi da ogni pensiero. E’ un cliché che arriva fino ai giorni nostri, come si vede per esempio col rifiuto di collegare la questione dell’immigrazione al nostro passato coloniale, o con le grandi firme e le maggiori testate del nostro giornalismo schierate a difesa di Indro Montanelli e della sua pervicace rivendicazione del machismo colonialista o, ancora, con il successo di film indulgenti e compiacenti come i celebrati Mediterraneo di Gabriele Salvatores o La vita è bella di Roberto Benigni.


La denigrazione dei partigiani e della resistenza – delle varie forme di resistenza, inclusa quella civile, pressoché ignorata, per quanto coinvolse molte migliaia di persone – ha fatto il resto, consegnandoci un paese che continua a rimuovere il passato, che non studia la storia, che perpetua una visione fasulla di sé.


Filippi nel suo libro nemmeno menziona il neofascismo militante (Forza Nuova, Casa Pound e affini) ma occorre constatare che nel mondo politico parlamentare l’area della simpatia o dell’ammiccamento per il passato fascista è vastissima e include tutte le forze di centrodestra e si spinge anche oltre, nel campo che un tempo veniva definito democratico, per distinguerlo dalle ambiguità delle destre. L’insofferenza, talora l’astio per i partigiani e per la resistenza sono divenuti col tempo senso comune e negli stessi ambienti della (ex) sinistra il richiamo all’antifascismo – quando c’è – è oggi più rituale che sostanziale.


Fra gli storici di professione per un certo tempo si è affermato un “paradigma antifascista” che ha permesso di accumulare ricerche e analisi di ottimo spessore, ma dove sono i cittadini, gli intellettuali, i politici di professione davvero disposti a fare i conti con il passato totalitario del nostro paese e con la sua pesante eredità? La verità à che non esiste, nella società italiana attuale, un paradigma antifascista. E invece bisogna studiare, studiare, studiare. E prendere esempio da chi seppe dire no, ribellarsi, agire. Fare i conti col fascismo è ancora oggi una necessità.

L’antifascismo è una benedizione

1 giugno 2020

Gli storici accademici di solito storcono il naso quando sentono parlare dei timori di un ritorno del fascismo e reagiscono ancor peggio se qualcuno individua tracce di fascismo nella vita pubblica contemporanea. Due pamphlet pubblicati di recente – uno di Umberto Eco, Il fascismo eterno (La nave di Teseo 2018), frutto di una conferenza tenuta nel 1995, l’altro di Michela Murgia, Istruzioni per diventare fascista (Einaudi 2018) – sono stati molto letti e commentati, ma gli storici non hanno apprezzato.

Dicono, sostanzialmente, che si osserva la tendenza a qualificare sotto l’etichetta generica di fascismo fattispecie e situazioni che meriterebbero altre e più complesse chiavi di lettura. Il richiamo al fascismo sarebbe dunque una comoda semplificazione, utile forse – è questo il sottinteso – a tenere in vita la tradizione politica dell’antifascismo, ma poco utile o dannoso sul piano dell’interpretazione storica.


Gli accademici hanno probabilmente qualche ragione: il rischio di semplificare esiste e sul piano dell’analisi storica più rigorosa la nozione di fascismo non può essere estesa oltre certi limiti. E tuttavia cresce giorno dopo giorno la sensazione che l’antifascismo – con i valori e le prospettive che rappresenta – sia tutt’altro che un ferrovecchio, viste certe tendenze del mondo attuale. Se anche non vogliamo evocare il fasicsmo, la crescita dei nazionalismi, della xenofobia, del razzismo, il fascino esercitato dagli uomini forti, il tramonto dei diritti umani universali, le tendenze autoritarie sempre più forti in seno a molti regimi formalmente democratici sono tutti fenomeni che fanno parte di quella famiglia.


In tale contesto l’antifascismo, per la concretezza e la forza ispiratrice della sua storia, è una benedizione e una necessità, non già una nostalgia o una parte del nostro passato che qualcuno vorrebbe artificialmente mantenere in vita. E’ vero, semmai, che anche l’etichetta di antifascismo merita d’essere valutata con spirito critico separando la parte rituale e convenzionale da quanto di vitale e di rivoluzionario ancora oggi conserva.
Viviamo in un paese, e Carlo Greppi nel suo libro L’antifascismo non serve più a niente (Laterza 2020) ce lo ricorda, che ha “sdoganato l’idea della Resistenza come qualcosa da condannare, da guardare con sarcasmo, come il regno degli eccessi, delle vendette, delle ‘questioni private’ risolte con l’alibi della guerra di liberazione e della guerra civile”. Il nostro è anche un paese che sembra essersi convinto, con superficiale adesione, che l’8 settembre 1943 è davvero morta la patria, secondo lo slogan caro alla vulgata patriottarda fatta propria dall’ampio fronte anti-antifascista. “L’8 settembre del 1943 la patria morì, è vero”, scrive invece Greppi, “o per lo meno morì l’idea di patria che il fascismo aveva traghettato per oltre vent’anni: ma c’è da dire che quella patria si era suicidata da un pezzo. Il suo cadavere puzzava di cadaveri altrui, di quelli che aveva annientato con i suoi sicari e con le truppe di occupazione”.


Greppi nel suo libro ripercorre passo per passo la storia dell’antifascismo, le sue glorie, i suoi molti meriti, le mille sfaccettature, gli anni della Resistenza armata e di quella popolare, con il dichiarato intento di “recuperare, un passaggio dopo l’altro, le profonde ragioni ideali per cui l’antifascismo serve, eccome, e deve essere ancora qui, ora“. Un antifascismo che dev’essere depurato della sua componente declamatoria e retorica, nell’amara consapevolezza, indicata a chiare lettere da Greppi, che “nessuna formazione partitica di rilievo, oggi, si ispira direttamente all’antifascismo storico”, mentre a destra le aperture e i richiami al fascismo sono ormai espliciti e diretti, nell’ambito di una prospettiva politica che ha da tempo fatto propri tratti tipici di quella cultura, come il nazionalismo, il culto del capo, la retorica neocoloniale.


Che cos’è dunque oggi l’antifascismo? E’ la capacità di immaginare e prefigurare un mondo radicalmente diverso, è una forma di dissenso verso le costrizioni del tempo presente e il suo pensiero unico, è capacità di lotta e disobbedienza, è rigetto della depoliticizzazione di massa. E’ anche contrasto alle nuove, più o meno subdole forme di fascismo. Il 2 giugno, quando si celebra l’avvento della Repubblica, si ricorda implicitamente anche il 25 aprile, giorno della Liberazione dall’occupazione e dal fascismo: le due date non sono separabili.

Senza retorica, badando alla sostanza, rammentando sempre che antifascismo non è parlare di antifascismo, ma praticarlo nella vita privata e in quella pubblica.

Il mutuo appoggio ai tempi del tramonto neoliberale

28 maggio 2020

Petr Kropotkin pubblicò “Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione” all’inizio del ‘900 – nel 1902 – in lingua inglese in un’epoca che a un certo punto definisce di “sconsiderato individualismo”. Sono passati quasi 120 anni, due guerre mondiali e numerosi genocidi e se questo grande libro – ripubblicato da Elèuthera in una curatissima edizione (389 pagine, 20 euro) – non smette di impressionare forse dipende dalla circostanza che oggi viviamo – da circa quarant’anni – sotto un regime neoliberale, che ha fatto della competizione e della concorrenza in tutti i campi della vita il suo intoccabile credo, vissuto e proposto con dogmatica convinzione. Peggio dello “sconsiderato individualismo” di inizio ‘900.

Kropotkin si proponeva di smentire la “vulgata darwinista”, secondo la quale la neonata teoria dell’evoluzione, esposta da Charles Darwin con “L’origine della specie”, dimostrava che la lotta di tutti contro tutti era la legge della vita. Nell’intreccio fra naturalismo e sociologia nasceva il “darwinismo sociale”, che Kropotkin contestava nella sua radice.


“Il mutuo appoggio” è un libro brillantissimo, ancora oggi di piacevole lettura, che indaga nel mondo animale e nella storia dell’umanità per dimostrare l’equivoco suscitato dalle teorie di Darwin. La “lotta per l’esistenza” è stata intesa da molti darwiniani in senso ristretto – la competizione fra individui della stessa specie per il cibo e la riproduzione fino alla sopravvivenza del più forte – mentre lo stesso Darwin attribuiva al concetto un senso metaforico, “che comprende”, scrive Kropotkin, “la dipendenza di ogni essere dall’altro”.

Il mutuo appoggio, l’aiuto reciproco, la cooperazione non sono meno importanti, nella prospettiva dell’evoluzione, della competizione fra individui per risorse scarse, evento – quest’ultimo – solo occasionale, parziale, e quindi sopravvalutato.


Se questo è vero – ecco il succo politico della visione di Kropotkin – ne deriva che la prospettiva di progresso dell’umanità passa per la condivisione e la cooperazione fra singoli e gruppi, non già per competizione senza quartiere fra individui. E’ un presupposto filosofico decisivo, coerente con l’anarchismo sociale professato da Kropotkin, personaggio di straordinaria levatura come geografo, geologo, pensatore politico.


Kropotkin aveva osservato personalmente negli sterminati territori della sua Russia e fino alla Cina i comportamenti di varie specie animali e altri insegnamenti traeva dalla vasta letteratura zoologica del suo tempo. Api, daini, coleottori, formiche, cavalli: innumerevoli specie agiscono e reagiscono agli eventi con spirito di collaborazione, garantendo così la sopravvivenza e il migliore sviluppo degli individui e del collettivo, anche in vista della riproduzione. Il mutuo appoggio, in questo senso, è parte integrante del principio evoluzionista, è una “legge” della vita.

Kropotkin aggiunse a queste osservazioni un sistematico studio alla storia delle società umane, nella quale individuò un filo costante: l’aiuto reciproco come architrave della sopravvivenza individuale e collettiva. Ammirava , Kropotkin, le libere repubbliche urbane medievali, e imputava allo “Stato militare” la colpa di avere oppresso le comunità di villaggio, senza tuttavia riuscire a cancellarne del tutto lo spirito e la pratica di collaborazione nella gestione dei “beni comuni”. Kropotkin seppe riconoscere nelle classi povere del suo tempo i tratti di un mutualismo che attraversava i secoli aggiornandosi di continuo, fino alla pratica dello sciopero e alla solidarietà operaia.


Kropotkin cercava – e a ben vedere trovò – basi profonde, potremmo dire etologiche, per la sua visione cooperativa della società, perciò spinse la sua ricerca fin dentro il mondo animale, compiendo un’operazione di straordinaria modernità. Ancora oggi le sue descrizioni e le sue considerazioni non perdono mordente; anzi, nel tramonto del regime neoliberale, scosso dai suoi recenti fallimenti, il pensiero di Kropotkin può rivelarsi un importante punto d’appoggio, nella riscoperta di una tradizione – il mutualismo – che la stessa sinistra del ‘900 aveva progressivamente abbandonato.

In questi tempi di pandemia ci siamo accorti che la salute di ciascuno dipende dai comportamenti di tutti gli altri: è una metafora potente per il mondo malato nel quale viviamo.

La green economy è un bluff, serve un’altra economia

23 maggio 2020

Le economie sono a soqquadro e la fase 2 dell’emergenza Covid-19, appena cominciata, fa già intravedere le principali linee di tendenza. La parola d’ordine è tornare alla “normalità”, per quanto tutti sappiamo che all’origine del nostri mali e della stessa pandemia c’è proprio tale “normalità”. Una normalità di predazioni, di ingiustizie e di attacco sistematico agli ecosistemi di un pianeta allo stremo.

La metafora del virus come risposta della natura agli eccessivi abusi che deve sopportare è un’efficace rappresentazione del passaggio che stiamo vivendo. Il “modello di sviluppo” dominante è incompatibile con la salute della biosfera, giunta vicina al limite di sopportazione. Ciò nonostante, l’intenzione dichiarata di chi oggi guide le danze dalle stanze del potere è “ripartire”, costi quel che costi. Si è arrivati al punto di rinnegare molte delle regole fino a ieri ritenute inviolabili – sussidi di stato, indebitamento, garanzie pubbliche di prestiti privati, sforamento dei vincoli di bilancio e via elencando – pur di rimettere in moto il sistema così com’era.

Non sarà possibile.

Il conoronavirus, nel breve termine, lo impedirà, alimentando l’inevitabile recessione (ci saranno, già ci sono meno consumi, meno viaggi, più disoccupazione), e più avanti – se l’attacco agli ecosistemi non cesserà – avremo nuovi virus, crescenti conflitti fra stati, nuove instabilità. E’ facile prevedere che vivremo mesi, anni di passione e di contrapposizioni. Ci sarà una lotta fra il ritorno alla normalità – oggi sostenuta dai potenti di turno – e chi vorrà promuovere una nuova normalità. Serviranno delle bussole, specie per quanti vorranno agire in quest’ultima direzione.


Una di queste bussole, un aiuto a capire lo stato delle cose e le prospettive di cambiamento, può essere il libro di Paolo Cacciari “Ombre verdi”, pubblicato in ebook da Altreconomia, rivista e casa editrice a sua volta da tenere d’occhio come costante punto di riferimento. Sono due i principali meriti del libro di Cacciari.

Primo, togliere ogni illusione sul sistema economico dominante, votato a un distruttivo estrattivismo e incapace di considerare l’esistenza di limiti biofisici allo sviluppo: “L’aria”, scrive per esempio Cacciari, e prendiamo questa frase come sintesi di analisi più analitiche e documentate, “è una merce e respirare ha un prezzo. Prima la si rende scarsa inquinandola, poi la si tecnologizza, infine la si rivende. Così come avviene già per l’acqua, per l’etere (onde elettromagnetiche), per i genomi (brevettati), per le foreste (date in concessione), per non dire delle terre rubate ai popoli indigeni”.

Secondo merito, la meticolosa opera di demolizione di un’illusione che molti coltivano nella speranza di mitigare il disastro ecologico in corso senza cambiare troppo il modello economico esistente, cioè l‘idea che la via di salvezza passi per la “green economy”, gli “investimenti verdi”, la “economia circolare”. Cacciari mostra – studi e dati alla mano – l’inconsistenza di tali ipotesi e sintetizza così: “L’obiettivo vero della ricerca di uno ‘sviluppo sostenibile’ è lo sviluppo economico, non la sostenibilità. La sostenibilità è un attributo secondario, una leva, un accessorio, un abbellimento dello sviluppo. La sostenibilità può qualificare o meno lo sviluppo, ma rimane la variabile subordinata”. E ancora: “La green economy rivitalizza il mercato, non l’ambiente. Il partito del Pil ha inglobato anche il sociale e il sostenibile. La ‘economia verde’ ha la strana pretesa di salvare la natura vendendola al miglior offerente”.


Siamo al cuore della questione. Il punto è stato messo a fuoco da tempo: l’ideologia e la pratica della crescita delle produzioni, dei consumi, dell’estrazione di risorse dev’essere combattuta e superata. Il libero mercato e gli spiriti animali del capitalismo sono all’origine dei nostri guai: non è da lì che verranno le soluzioni. Servono un nuovo pensiero e una nuova prassi, un’altra idea di economia.

Cacciari da tempo studia le “altre economie” (oggi va di moda l’espressione “economia trasformativa”) e in altri libri ha documentato il pullulare di esperienze in corso nella base della società, esperienze che non sono riuscite finora a fare sistema e a proporsi come modello di valenza generale. La ricerca tuttavia continua e la risposta che cerchiamo alla crisi ecologica globale verrà – se verrà – da questi ambienti. E attraverso, naturalmente, un’intensa azione collettiva in più direzioni: nella sperimentazione di nuovi modelli di produzione e consumo ma anche nella lotta ideologica, sociale e politica con il potere dominante.

Cacciari cita più volte, come testo politico importante, l’enciclica Laudato si di papa Francesco, ma in appendice al libro mette anche il Manifesto ecosocialista del 2009. Sono indicazioni da meditare.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: