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A Gaza c’è un varco per la nonviolenza. Sarebbe una rivoluzione

18 maggio 2018

La scrittrice palestinese Suad Amiry in un’intervista uscita sul Manifesto ha evocato finalmente il tema della nonviolenza con riguardo a a quel che sta avvenendo a Gaza e in generale alla lotta in corso da decenni in Palestina. Amiry dice che la Marcia del ritorno e le proteste in corso ai confini della Striscia sono una forma di “resistenza non violenta e popolare. Famiglie, donne, ragazzi preoccupano Israele perché è una resistenza che non può battere”.

16desk1-riaperura-piccola-suad-amiry.jpgSi è detto spesso, negli anni passati, che ai palestinesi è mancato un Gandhi o un  Martin Luther King, e tuttora, a dire il vero, non si intravedono guide politiche di simile spessore, ma soprattutto è mancata quella che Aldo Capitini chiamava persuasione: la convinzione personale, civile e politica della forza della nonviolenza, da scrivere appunto in unica parola, per non confonderla con la semplice assenza di violenza. La nonviolenza di Capitini (e Gandhi e King e molti altri) è una strategia politica di liberazione, è lotta politica in grado di sovvertire l’ordine delle cose verso più libertà, più democrazia, più giustizia sociale.  La politica palestinese non ha mai sposato questa visione, per  quanto non manchino in Palestina movimenti d’azione nonviolenta.

Le proteste in corso a Gaza sono “popolari e non violente” come dice Amiry, ma non sono ancora, a quel che sembra, parte di un’autentica strategia di lotta nonviolenta. Non c’è ancora un chiaro indirizzo politico collettivo e le stesse azioni di protesta potrebbero avere connotati nonviolenti più limpidi, più evidenti, più coinvolgenti, con le mille forme che l’azione diretta può assumere.

Lo stato di Israele – ha ragione Amiry – è messo in difficoltà dalla protesta popolare e non armata in corso a Gaza: l’esercito preferisce confrontarsi con azioni violente, magari condotte con esplosivi e armi da fuoco, perché è cosciente della propria superiorità militare e perché gli interventi contro le “azioni terroristiche” sono facilmente giustificabili nel discorso pubblico. Nelle settimane scorse a Gaza l’esercito israeliano ha scelto comunque  la via della carneficina, alzando per l’ennesima volta la posta, ma potrebbe aver compiuto un errore esiziale, perché Israele si è esposto al biasimo interno e internazionale.

La reazione delle cancellerie, si dirà,  è stata debole, ma intanto c’è stata, e le incerte giustificazioni portate dal governo israeliano (le decine di vittime indicate come terroristi, il pericolo di una violazione dei confini, la responsabilità attribuita ad Hamas di manipolare  i propri cittadini) non hanno convinto e non reggeranno a un’eventuale inchiesta internazionale sui massacri. L’opinione pubblica israeliana è stata condotta dal governo  Netanyahu lungo un binario sempre più fosco di militarizzazione e isolamento. Quanto potrà reggere, in Israele, tanta tensione?

Gaza-scontri__Twitter-845x458C’è un’occasione da cogliere. Se a Gaza si riuscirà a sviluppare la protesta popolare in corso verso un’autentica strategia nonviolenta che punti a coinvolgere l’opinione pubblica israeliana e internazionale, la vicenda palestinese potrebbe giungere davvero a un punto di svolta. L’esercito israeliano è in difficoltà e fatica sempre più a sostenere, come è costretto a fare da decenni, d’essere l’esercito “più morale” al mondo: una retorica necessaria a giustificare agli occhi dei suoi stessi soldati la guerra asimmetrica che conduce, con militari di leva ben armati che affrontano civili, ragazzi, persone comuni in un’evidente disparità di forze. Non c’è niente di morale nel massacrare decine di persone disarmate e tutti lo sanno, i governanti israeliani, come i soldati e i cittadini: c’è quindi un varco che si apre, nonostante le roboanti dichiarazioni di ministri e generali.

 

Israele, nonostante tutto, è ancora una società pluralista e una lotta nonviolenta del popolo palestinese troverebbe appoggi e consensi in un’opinione pubblica che si ricompatta quando esercito e governo possono alzare la bandiera della difesa dei confini e del contrasto al terrorismo. Il passato, in questo senso, pesa molto.  Un radicale,  convinto ed evidente cambio di rotta nella politica palestinese provocherebbe alla lunga un terremoto nella società e nella politica israeliana.  

 

Ha ragione Amiry: Israele non può sconfiggere la resistenza popolare disarmata. A Gaza non c’è un Gandhi, ma forse non c’è bisogno di un Gandhi per aprire una stagione nuova e scommettere finalmente, senza riserve, sulla forza rivoluzionaria della nonviolenza.    Non è facile, perché una svolta del genere implica grande maturità politica e una forte coesione sociale, mentre a Gaza la rabbia cresce, la vita è impossibile, la situazione sul terreno improba,  eppure, se ha ragione Suad Amiry, qualcosa di nuovo è forse già in costruzione

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Vite che non contano

15 maggio 2018

Quando un esercito regolare spara con regolarità su manifestanti disarmati (o armati al più di fionde) e compie ripetute stragi, cercando il massimo e non il minimo danno, il Wounded Palestinian demonstrator is evacuated during a protest in the southern Gaza Stripmeno che si possa dire, prima ancora di qualsiasi analisi politica, è che le vite di quei manifestanti non contano niente. Le vite degli abitanti di Gaza non contano niente.
E’ quindi l’idea della dignità della vita umana che va  in bancarotta e siamo tutti trascinati – per il nostro silenzio, la nostra impotenza, la nostra assuefazione – dentro un tunnel oscuro che non conduce a niente.

Le scomode verità di Enrico Zucca

22 marzo 2018

Parafrasando un aforisma del compianto Roberto Freak Antoni potremmo dire, pensando alla bufera mediatica esplosa attorno a Enrico Zucca, che non c’è gusto in Italia a dire la verità. Invece d’essere ascoltato e ringraziato, il magistrato è stato additato come una minaccia da buona parte della nomenclatura istituzionale, con il chiaro obiettivo di non discutere le questioni da lui sollevate.

Enrico Zucca, che fu pm nel processo Diaz (il cui esito non è mai stato digerito ai vari piani del Palazzo), durante un convegno a Genova ha messo in fila alcune evidenze processuali degli ultimi anni.

Ha detto che la tutela dei diritti fondamentali è diventata più difficile dopo l’11 settembre e l’avvio della cosiddetta guerra al terrorismo, tanto che la ragion di stato, in più casi, ha prevalso sulle regole scritte nelle Convenzioni sui diritti umani.

Ha detto che l’Italia ha violato più volte queste convenzioni, ad esempio nel caso Abu Omar (l’imam rapito a Milano dalla Cia e consegnato all’Egitto dove è stato torturato), subendo così una condanna davanti alla Corte europea per i diritti umani, e anche nelle vicende riguardanti il G8 di Genova, quando il nostro paese ha disatteso l’impegno a sospendere e rimuovere i funzionari condannati per le torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

7kvipeqHa aggiunto che simili condotte, con l’implicita indifferenza verso gli impegni dettati da Carte così solenni, mina la statura morale del nostro paese quando si trova a chiedere ad altri paesi, com’è il caso dell’Egitto per l’omicidio di Giulio Regeni,  di punire e consegnare i responsabili di abusi e torture.

Enrico Zucca ha quindi offerto una dettagliata e articolata ricostruzione di vicende giudiziarie ben conosciute, arrivando a conclusioni assai fondate: è noto, addirittura stranoto, che i funzionari processati e poi condannati per le torture alla Diaz e a Bolzaneto sono stati nel tempo protetti, promossi (almeno quelli di grado gerarchico più alto) e infine reintegrati in servizio, anche in ruoli di vertice, alla scadenza dei 5 anni di interdizione dai pubblici uffici.

E’ bene  ricordare un passaggio contenuto nella dirompente sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Diaz (Cestaro vs Italia, del 7 aprile 2015), una sentenza che non suscitò alcuna seria reazione da parte di chi oggi grida allo scandalo per l’intervento di Enrico Zucca.

E’ il paragrafo 216: “(…) l’assenza di identificazione degli autori  materiali dei maltrattamenti in causa deriva dalla difficoltà oggettiva della procura di procedere a identificazioni certe e dalla mancata collaborazione della polizia nel corso delle indagini preliminari. La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”.

Quel “rifiutarsi impunemente” è un macigno che pesa sulla credibilità della nostra polizia quanto la mancata sospensione dei funzionari durante indagini e processi e la loro mancata rimozione dopo le condanne definitive (paragrafo 210).

Il quadro d’insieme è tanto limpido quanto desolante: nei nostri recenti casi di tortura, la protezione istituzionale verso indagati, imputati e condannati è stata la rotta seguita dai vertici amministrativi e politici dello stato.

Per questi motivi l’ondata di indignazione e sdegno per l’intervento di Enrico Zucca avviata dal capo della polizia Franco Gabrielli e molti altri, tutti attenti a non entrare nel merito delle constatazioni e delle valutazioni espresse dal magistrato, appare come una montagna di panna montata sotto la quale si conta di occultare alcune scomode verità.

Né Gabrielli né altri hanno spiegato perché la polizia di stato abbia coperto, promosso, reintegrato i responsabili della cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz, qualificata come un caso di tortura dalla Corte di Strasburgo, ed è proprio questo il punto dell’intera vicenda.

diaz-3Per la reputazione della polizia di stato non sono oltraggiose le parole di Enrico Zucca, bensì le condotte tenute nel corso del tempo, dal 2001 in poi, da numerosi funzionari, dirigenti e responsabili politici. Condotte delle quali non si vuole parlare.

Si tace sulla sostanza e si urla su immaginari oltraggi. Fra tante grida scomposte, le parole più serie e sincere le dobbiamo ai genitori di Giulio Regeni, che hanno espresso “stima e gratitudine al dottor Zucca per il suo intervento preciso ed equilibrato”.

Chi arma le mani dei “pazzi”

6 marzo 2018

Il procuratore capo Giuseppe Creazzo dice che l’omicida, Roberto Pirrone, non ha agito spinto da razzismo, ma gli amici e connazionali di Idy Diene, assassinato a Firenze sul ponte Amerigo Vespucci a mezzogiorno di lunedì, sanno che le parole del magistrato non sono sufficienti a rassicurare chi vive la condizione del possibile bersaglio dell’odio xenofobo e razzista.

Non bastano, se anche corrispondessero all’imperscrutabile animo dell’assassino, perché la dinamica dell’omicidio offre indizi contraddittori: una donna (bianca) con un bambino in braccio è stata risparmiata prima che Pirrone prendesse di mira Idy Diene e non sappiamo se altri possibili obiettivi sono stati scartati, se davvero Idy sia stato il primo bersaglio possibile, se al suo posto un cittadino di pelle non nera avrebbe conosciuto la stessa sorte.

Non bastano, quelle parole, perché amici e connazionali di Idy Diene, scendendo il strada, bloccando il traffico, protestando sotto Palazzo Vecchio hanno manifestato non solo rabbia, ma anche paura. Sentono di essere potenziali bersagli dell’odio xenofobo e razzista che circola copioso nel discorso pubblico corrente; sentono d’essere stati, con decine, centinaia di migliaia di altri stranieri, l’involontario cardine di una feroce campagna elettorale chiusa con il trionfo dei più spregiudicati imprenditori politici della xenofobia.

1043766-corteo_iNon bastano, quelle parole, perché Idy Diene era legato alla vedova di Samb Madou, ucciso con Diop Mor il 13 dicembre 2011 in piazza Dalmazia da Gianluca Casseri, militante dell’estrema destra, morto suicida al termine di un raid che ricorda da vicino l’impresa compiuta a Macerata da Luca Traini, salvo l’esito meno drammatico di quest’ultima. Sanno, gli amici e connazionali di Idy Diene, che la strage del 13 dicembre non è servita a cambiare l’ordine delle cose: i potenziali bersagli delle campagne di odio continuano a sentirsi in pericolo, anzi la paura è cresciuta, di pari passo con la legittimazione pubblica del discorso d’odio, che nel frattempo è dilagato nei talk show, nei mezzi d’informazione, nelle campagne elettorali e si appresta a entrare in forze fin dentro il parlamento.

Sanno, gli amici e connazionali di Idy Diene, che l’omicidio del Ponte Amerigo Vespucci non è stato e non sarà considerato come un segnale del moto di violenza che cova sotto la superficie delle campagne d’odio; sanno che la stessa impresa di Traini a Macerata è stata sostanzialmente giustificata dall’opinione pubblica locale e nazionale come l’eccesso di “un pazzo” legato però a un problema considerato vero – “l’immigrazione fuori controllo”, i “clandestini”, i “nigeriani spacciatori”, “l’omicidio efferato di una ragazza” e così via – con il risultato di declassare la furia terroristica di un militante politico al rango di episodio deprecabile ma in fondo comprensibile.

Pape Diaw, fiorentino nato in Senegal, primo (e apprezzato) consigliere comunale di pelle nera a Palazzo Vecchio un’era politica fa, ieri ha detto parole che andrebbero meditate: “Ha sparato a un nero e non crediamo al gesto di un pazzo. Non ci piace che questa cosa sia avvenuta in questo momento politico dell’Italia”.

Lo Stato fa la guerra ai migranti, ma siamo tutti stranieri residenti

15 febbraio 2018

La cosiddetta emergenza migratoria sta facendo colare a picco le democrazie europee, che stanno rinnegando i propri valori fondamentali, ossia la dottrina dei diritti umani e il principio di uguaglianza, per l’obiettivo dichiarato di proteggere i propri cittadini, tutto sommato benestanti, da una presunta minaccia – fisica, economica, di valori – in arrivo dall’esterno.

timthumb.phpIl potenziale immigrato è d il nuovo barbaro e viene sistematicamente destituito della propria dignità di persona. Si agita lo spauracchio della sicurezza esasperando diffidenze istintive e poco ragionate col progetto di istituire il “governo della paura”:  è questo il nuovo carburante dell’azione politica, miserabile sostituto delle correnti culturali e ideologiche di un tempo. E’ un progetto rovinoso e contraddittorio, se pensiamo che un’Europa senza gli immigrati presenti e futuri andrebbe incontro a un inesorabile tracollo demografico e quindi economico, oltre che culturale.

E’ un ragionamento, quello appena esposto, escluso dal ragionamento politico corrente: viene di solito bollato come ideologico, oppure buonista, o magari ingenuo; la tesi corrente è che siamo di fronte a un’invasione epocale, che occorre “governare” i flussi e che l’obiettivo dev’essere la limitazione degli ingressi e il rafforzamento delle frontiere, costi quel che costi (c’è anche ci si produce in acrobatici cortocircuiti sostenendo che proprio il blocco delle migrazioni salvaguarda le democrazie, che altrimenti finirebbero sgretolate dal rancore sociale e dall’odio razziale…)

Donatella Di Cesare, in un bellissimo intervento su Radio 3, ha sviluppato su questo tema una visione filosofico-politica molto originale, nella quale mette a fuoco le origini dell’attuale guerra che lo stato nazionale sta conducendo contro i migranti, in nome di un’idea di cittadinanza che postula un sorta di diritto di proprietà sul territorio spettante ai nativi. Per difendere questa equivoca idea di cittadinanza lo stato è disposto a sacrificare i diritti umani, abiurando così i propri valori fondamentali.

Eppure le migrazioni non sono certo una novità nella storia dell’umanità e della stessa società occidentale: il punto è allora tutto politico. Donatella Di Cesare afferma che la globalizzazione ha portato in primo piano il cuore di un diverso concetto di cittadinanza, nel quale non esiste una relazione di proprietà fra nativi e territorio: siamo invece tutti “stranieri residenti”, a vario titolo ospiti del luogo nel quale si vive e si opera, senza alcun diritto proprietario. Questa visione è oggi negata da chi ha interesse a mantenere lo status quo, costi quel che costi, anche una guerra ai migranti e ai diritti umani, una guerra che sta mettendo a repentaglio la stessa possibilità di una convivenza democratica su basi di uguaglianza.

Perciò Di Cesare conclude sostenendo che il diritto di migrare è la prospettiva dei nostri tempi e del nostro futuro, in una battaglia culturale e politica simile – dice – a quella combattuta contro la schiavitù.

Quant’è scomoda (e preziosa) la Memoria

5 febbraio 2018

Le tragedie della prima metà del Novecento – i totalitarismi, le due guerre mondiali – e in particolare la persecuzione di dissidenti, minoranze ed ebrei, fino al culmine impensabile della Shoah, sono tuttora i principali termini di paragone per ogni considerazione storica e politica su quel che avviene in Europa e nel mondo. Tuttavia nuove persecuzioni, nuove guerre, addirittura nuovi genocidi sono seguiti a quegli eventi come se la storia non insegnasse mai niente. Il paradosso è che la storia, e specialmente i fatti più estremi, viene di continuo evocata, a mo’ di ammonimento…

A che servono, dunque, ricorrenze come il Giorno della memoria appena trascorso, se le testimonianze dei (rari, ormai) sopravvissuti, i racconti degli storici, le riflessioni dei filosofi restano confinati in una dimensione che non sembra incidere sul presente? A che serve ripensare alla persecuzione degli ebrei, se non a mettere a fuoco le persecuzioni del presente? A che serve ripercorrere l’ascesa dei nazionalismi e del militarismo lungo il primo Novecento senza scorgere analoghe tendenze nel presente?

Liliana Segre, partita bambina nel 1944 dal binario 21 della stazione ferroviaria di Milano per Mattarella nomina Liliana Segre senatrice a vitaraggiungere Auschwitz e unica scampata alla Shoah della sua famiglia, appena nominata senatrice a vita non ha esitato a gettare uno sguardo sul mondo che ci circonda, a partire dall’esperienza che ha vissuto e della quale è stata testimone instancabile: “Noi testimoni della Shoah stiamo morendo tutti”, ha detto in un’intervista a Tv2000, “ormai siamo rimasti pochissimi, le dita di una mano, e quando saremo morti proprio tutti, il mare si chiuderà completamente sopra di noi nell’indifferenza e nella dimenticanza. Come si sta adesso facendo con quei corpi che annegano per cercare la libertà e nessuno più di tanto se ne occupa”.

L’indifferenza e l’apatia dei cittadini qualunque sono stati decisivi al tempo della persecuzione degli ebrei: la collaborazione passiva (a volte anche attiva) di milioni di persone ha reso possibile la “soluzione finale”. E’ un verità scomoda e spiacevole, ma emerge da tutti i libri di storia, da tutti i resoconti e da tutte le testimonianze: è la verità più dolorosa che accompagna ogni discorso sulla memoria.

Oggi il Mediterraneo è diventato una tomba per migliaia e migliaia di persone, colpevoli di cercare un futuro migliore per sé e le proprie famiglie, eppure la sorte di questa gente è circondata da una generale indifferenza, salvo essere usata da un ceto politico crudele e irresponsabile per le proprie strategie di governo con lo strumento della paura. Negli ambienti accademici e giuridici si parla ormai di genocidio dei migranti , ma il discorso pubblico è capovolto: la tragedia di chi cerca vita e libertà diventa un’emergenza per le società europee; si inventano invasioni ed emergenze sicurezza per spaventare il cittadino comune e giustificare slogan neorazzisti e neonazionalisti: aiutiamoli a casa loro; non c’è posto per tutti; prima gli italiani (o i francesi, o i tedeschi, o gli statunitensi e così via).

In politica, gli imprenditori della paura non sono più circoscritti all’estrema destra com’era venti o trent’anni fa; la fittizia emergenza sicurezza è stata cavalcata da governi di vario orientamento politico, in Italia come nel resto d’Europa, per quanto sia ovviamente la destra-destra a trarre i maggiori benefici da un clima culturale così ostile verso i migranti e così intriso di toni persecutori e violenti.

011e37-news_148364Liliana Segre, accostando la persecuzione degli ebrei in Europa e l’indifferenza per la sorte dei migranti affogati nel Mediterraneo, ci fa capire quale sia il significato profondo della memoria: non già semplice omaggio e gesto di contrizione per le passate sofferenze, ma chiave di lettura del presente. Perciò le parole della senatrice Segre sono state ignorate e al massimo riportate in cronaca, senza avviare una minima discussione sul punto, come se tale accostamento – gli ebrei e i migranti, la Shoah e gli annegamenti – fosse un’eresia (un’eresia che tuttavia non si osa contestare  apertamente a chi la afferma in quanto persona scampata alla “soluzione finale”).

E’ un’eresia che invece va ripresa e ribadita con forza, come ha fatto, per citare un altro esempio recentissimo, lo storico Sergio Luzzatto nel suo libro “I bambini di Moshe” (Einaudi), raccontando l’epica vicenda di un ebreo polacco, fervente sionista, che creò in provincia di Bergamo alla fine della guerra un orfanotrofio per bambini ebrei scampati alla Shoah con l’obiettivo di prepararli alla “alyiah”, la “salita” nel nascente stato di Israele (in un kibbutz). Luzzatto, sia nel libro sia nelle interviste pubblicate nelle settimane scorse, non esita ad accostare i barconi messi in mare all’epoca dalle organizzazioni sioniste a quelli che oggi solcano il Mediterraneo. Anche allora erano viaggi pericolosi e illegali (la Gran Bretagna non consentiva che un numero limitato di approdi in Palestina) e simili, dice Luzzatto, sono le ragioni all’origine dei rispettivi “viaggi della speranza”.

Ecco dunque a che serve ripensare alla storia d’Europa nel ‘900, ecco qual è l’utilità del Giorno della memoria: una spinta a strappare la camicia di forza dell’indifferenza e dell’apatia, a respingere il tentativo di sterilizzare la forza dirompente della coscienza storica. Abbiamo alle spalle tragedie immani, concepite e attuate nel cuore d’Europa con il consenso attivo o silente di milioni di cittadini, con la complicità di gran parte della gente colta; perciò oggi non dev’esserci alcuna esitazione nell’indicare la matrice comune fra la cattiveria dei potenti e l’incuranza degli “innocenti” tipiche degli anni Trenta e Quaranta e quanto accade oggi con gli “imprenditori della paura” che imperversano grazie alla nostra indifferenza e alle nostre piccinerie di cittadini comuni.

Come riconoscere il fascismo eterno

25 gennaio 2018

Umberto Eco nel ’95 tenne alla Columbia University una conferenza sul “Fascismo eterno”, appena pubblicata in uno smilzo libretto dall’editore La nave di Teseo. E un testo vivace e acuto, com’erano le conferenze di Eco.

Ci sono alcuni punti del discorso degni di speciale attenzione. Uno riguarda la natura del fascismo, che Eco distingue dal nazismo per la sua “sgangheratezza” ideologica – fu brutale, in sostanza, ma non totalitario -: dice Eco che “il termine fascismo si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista”.

9788893442411_0_0_0_75Da tenere a mente, in particolare, l’esemplificazione, che aiuta ad orientarsi anche nei tempi presenti: “Togliete i colonialismo”, scrive Eco, “e avrete il fascismo balcanico; aggiungete al fascismo italiano un anticapitalismo radicale (che non affascinò mai Mussolin) e avrete Ezra Ponund. Aggiungete il culto della mitologia celtica e il misticismo del Graal (completamente estraneo al fascismo ufficiale) e avrete uno dei più rispettati guru fascisti, Julius Evola”.

Il cuore della conferenza è nei 14 punti che eco individua come caratterizzanti il “fascismo eterno”: alcuni sono da tenere a mente, come la “paura della differenza”, “l’appello alle classi medie frustrate”, l’idea che “la vita è una guerra permanente”, “il disprezzo per i deboli”, “il machismo”, ossia il trasferimento della volontà di potenza su questioni sessuali.

Contrastare il fascismo per le sue premesse e le sue promesse, oltre che in ragione dei misfatti storici compiuti, implica la necessità di riconoscerlo anche – forse soprattutto – quando si manifesta sotto mentite spoglie, privo di labari, simboli e motti del Ventennio: la piccola guida di Umberto Eco può essere d’aiuto, visto che leggendolo vengono in mente situazioni, avvenimenti, personaggi che non sono considerati fascisti ma che a tale famiglia appartengono.

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