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Un giorno qualsiasi 72 anni dopo

13 agosto 2016

Nuovi materiali per “Un giorno qualsiasi”, nel 72° anniversario dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.

  • L’intervista, condotta da Felice Cimatti, a Fahrenheit su Radio 3 ASCOLTA QUI
  • Un estratto video dell’intervento al Caffè della Versiliana GUARDA QUI

copertina

Prossimi appuntamenti:

Lunedì 22 agosto 2016, Pietrasanta – Libreria Nina, ore 21,15. Presentazione del libro, con Claudia Buratti

Sabato 27 agost0 2016, Sant’Anna di Stazzema – Letture e musiche da “Un giorno qualsiasi”, a cura di Massimiliano Filoni e Vanja Buzzini (cooperativa Giolli). Ore 18, piazzale della chiesa

Venerdì 2 settembre 2016, Avenza – Presentazione del libro “Era un giorno qualsiasi”, con letture storiche. Casa Pellini, ore 21. Con Claudia Buratti e Blancateatro

Dalla memoria delle stragi verso un nuovo pensiero

7 agosto 2016

Tomaso Montanari, storico dell’arte e persona assai sensibile al dibattito culturale e politico in corso nel paese, ha scritto per l’edizione fiorentina di Repubblica un bellissimo articolo dedicato a Sant’Anna di Stazzema e al libro “Era un giorno qualsiasi”, uscito da poco.

CL249x168_11360-1Tomaso ha colto molto bene il senso del discorso, cioè l’idea che un luogo come Sant’Anna di Stazzema – ma il discorso si può estendere a Monte Sole e agli altri luoghi simbolo della “guerra ai civili” praticata fra il ’43 e il ’45 in Italia – potrebbero e forse dovrebbero divenire la sede giusta per discutere e quindi mettere in discussione l’uso della violenza, la sottomissione dei corpi (anche in tempo di apparente pace), il modo di affrontare e risolvere i conflitti e anche le forme di resistenza e resilienza di fronte all’abuso di potere.

Si parla del libro mercoledì 10 agosto alla Versiliana di Marina di Pietrasanta. Qui tutte le informazioni.

Pro memoria dalla Diaz per smemorati cronici

22 luglio 2016

Ieri sera siamo tornati alla Diaz, esattamente quindici anni dopo la nota vicenda. Non se ne è accorto quasi nessuno, naturalmente. Meglio dimenticare tutto e il prima possibile. Meglio non ascoltare quel che abbiamo avuto da dire. E’ stato un pro memoria con il torto di avere come interlocutori degli smemorati cronici.

QUI UNA VIDEOINTERVISTA CHE MI HA FATTO L’AGENZIA ANSA

Viviamo in un paese che ha “celebrato” questa ricorrenza bloccando la discussione parlamentare sull’introduzione nell’ordinamento del crimine di tortura con la motivazione che non ci possiamo permettere – in tempo di attentati e dopo quanto successo in Francia – scelte che potrebbero danneggiare le forze di polizia. Danneggiare?

20160721_221833Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha detto che “non possono esserci equivoci sull’uso legittimo della forza da parte delle forze di polizia”. Appunto, non possono esserci equivoci sul fatto che l’uso della forza dev’essere limitato, come avviene in tutte le democrazie che funzionano e come prevedono le convenzioni internazionali contro la tortura, firmate peraltro dall’Italia senza muovere obiezioni. In realtà siamo a un passo dalla rivendicazione della facoltà di torturare.

E comunque non si è mai discusso veramente in parlamento di una seria legge sulla tortura, bensì di come limitare, snaturare, svuotare la normativa standard internazionale, una normativa che il governo, dopo la sentenza Cestaro della Corte europea dell’aprile 2015, avrebbe potuto e dovuto introdurre nell’ordinamento per decreto e usando lo strumento della fiducia, come tante volte ha fatto in altri ambiti.

La legge bloccata in parlamento era una non-legge sulla tortura. Era scritta in modo così contorto e malizioso da essere pressoché inapplicabile, con veri e propri obbrobri giuridici, come il requisito del “trauma psichico verificabile” perché possa esservi tortura psichica  (la più praticata al mondo). Quel “verificabile” non esiste in alcun ordinamento e serve solo a ridurre la possibilità di applicare il reato.

Questo parlamento dovrebbe assumersi la responsabilità di riconoscere di non essere in grado – per mancanza di volontà politica – di approvare una vera legge sulla tortura. Ne avremo una, in futuro, solo se e quando i cittadini lo vorranno, solo se e quando avremo capito che sono in ballo i diritti fondamentali dei cittadini, ossia lo stato di diritto, e che l’introduzione del crimine di tortura dev’essere parte di un processo di democratizzazione delle forze dell’ordine e delle istituzioni tutte.

In, per dire, come ha ricordato ieri Enrico Zucca, pm nel processo Diaz, esiste il crimine di tortura e gli agenti sono anche obbligati a portare codici di riconoscimento sulle divise.

L’ONDA LUNGA DEL MOVIMENTO

8 luglio 2016

Sono passati quindici anni dal G8 di Genova e si può ripensare a quei giorni, a quella stagione politica, per riflettere sul presente. Molte cose sono cambiate e le condizioni d’insieme sono pure peggiorate. In una fase di confusione politica diffusa, con Vittorio abbiamo messo insieme questo testo, che prova a far tesoro delle esperienze compiute. La sensazione è che ci sia bisogno di un profondo rinnovamento culturale e ideale.  

 

Lorenzo Guadagnucci, Vittorio Agnoletto

Viviamo in uno stato d’ansia e di ingiustizia permanente. La cosiddetta crisi per dura almeno dal 2008 e costituisce ormai una condizione stabile che combina alta disoccupazione, deperimento dello stato sociale, crescita esponenziale delle diseguaglianze. L’Unione Europea rischia l’implosione e appare più una gabbia che lo spazio aperto immaginato dai suoi fondatori. Il mar Mediterraneo sta diventando il cimitero di migliaia di persone e – insieme – la tomba dei valori sui quali si è fondata l’idea di democrazia. Le guerre nel mondo si moltiplicano e intanto dal Bataclan a Istanbul,da Bruxelles a Dacca, la violenza dei gruppi armati jihadisti semina morte e panico.
img_14790In apparenza non si intravedono vie d’uscita; sembrano mancare alternative alla “guerra senza quartiere” al terrorismo annunciata dalle varie cancellerie e anche a quel misto di austerità e deregulation che guida le scelte di politica economica compiute dai poteri che contano. Da un lato c’è un eclisse dello stato di diritto, dall’altra si allontana l’orizzonte dell’equità e dell’eguaglianza. Chi denuncia l’autoritarismo crescente viene tacciato di buonismo e stenta a trovare ascolto in un’opinione pubblica allarmata dagli attentati. Le stesse proposte di rilancio di politiche economiche espansive si rivelano incompatibili con   le regole europee e non hanno la forza persuasiva di qualche decennio fa, quando i limiti dello sviluppo e la carica distruttiva di un’economia basata sull’incremento di produzione e consumi non erano ancora stati messi bene a fuoco. I cambiamenti climatici conclamati hanno cambiato la scena.

Oltre il ‘900

E tuttavia sappiamo che un’alternativa esiste sempre, per quanto siamo immersi in un sistema mediatico e politico chiuso dentro i recinti del “pensiero unico” neoliberale   e della postdemocrazia.

Occorre cercare ancora, abbandonare le strade in apparenza sicure e collaudate del pensiero novecentesco e riprendere il filo di un discorso che abbia lo spessore teorico e pratico all’altezza dei nuovi tempi. Serve anche un lessico diverso, o almeno la ridefinizione di concetti come sviluppo, democrazia, giustizia.

Può esistere, oggi, uno sviluppo che comporti un ulteriore aumento, anziché un calo,  dei consumi di materie prime? Un’idea di democrazia nazionale o sovranazionale che escluda chi proviene da fuori, rispetto a determinati confini? O ancora un principio di giustizia in un mondo nel quale un numero ristretto di individui, tendenzialmente l’1% della popolazione globale,concentra ricchezze e potere tali da escludere, controllare e dividere tutti gli altri?

Le buone idee di Porto Alegre e Genova

Un’alternativa esiste e va costruita a partire da quel che c’è e da quel che sappiamo. In questo senso ripensare all’esperienza compiuta circa quindici anni fa, prima e durante le manifestazioni contro il G8 di Genova del luglio 2001, può essere un utile strumento di conoscenza,un contributo alla consapevolezza. Il mondo è cambiato velocemente,forse più in fretta delle nostre stesse capacità cognitive, ma intanto possiamo dire – con amaro realismo – che il “movimento dei movimenti” aveva messo in campo una corretta lettura del presente. Per citare i punti i principali, aveva colto come il nodo delle migrazioni, ossia la negazione della libertà di movimento,fosse una mina vagante in grado di far saltare le nozioni di democrazia e stato di diritto; aveva denunciato il prossimo inceppamento del capitalismo finanziario e   la crisi di sovraproduzione alimentata dalla pratica suicida delle delocalizzazioni; aveva indicatol’esplosione del debito pubblico come una minaccia alle singole nazioni e come strumento di controllo a disposizione delle oligarchie finanziarie internazionali; aveva messo a nudo le politiche prevaricatrici messe in atto dal Fondo Monetario e Banca Mondiale nei vari Sud del mondo,politiche oggi applicate dalla Troika alle periferie d’Europa.
logo_forum_social_mundial2La lettura del mondo era corretta: un’intelligenza collettiva stava costruendo,come si disse a Porto Alegre, un’altra idea di mondo possibile. Ma quel movimento è stato sconfitto duramente. Ha subito una grande repressione di piazza, è stato criminalizzato e quindi messo ai margini della scena politica. Le sue idee, alla fine, sono state escluse dal discorso pubblico, col risultato di rendere invisibile la via alternativa che stava tratteggiando (e in buona parte praticando). La sensazione, condivisa da milioni di cittadini italiani ed europei, che non vi siano alternative plausibili al modello neoliberale, è dovuta in buona misura a questa sciagurata operazione di cancellazione di un movimento e delle sue idee. In questo apparente deserto prosperano i movimenti xenofobi e trova terreno d’azione un nazionalismo di ritorno, tanto asfittico quanto pericoloso.  

L’eclisse della democrazia

Il percorso immaginato dalle oligarchie oggi dominanti in Europa, a fronte di una crisi che diventa sistema, prevede un’ulteriore concentrazione dei poteri, con finalità di controllo sociale e inibizione preventiva del dibattito e delle potenzialità di cambiamento. Si spiegano in questa logica le riforme istituzionali che nei diversi stati, Italia inclusa, riducono la partecipazione popolare, svuotano il potere legislativo, accentrano le decisioni nelle mani di esecutivi scelti con sistemi elettorali maggioritari. Le costituzioni nate sulla spinta della lotta contro il nazifascismo sono diventate un impiccio e vengono stravolte sulla base di due principali argomenti:   la loro inadeguatezza rispetto alle nuove esigenze di velocità ed efficienza   legate all’affermazione dell’economia globale neoliberale e l’incombente emergenza terrorismo. La democrazia deperisce, lo stato d’eccezione diventa unaregola.
A Genova nel 2001 la sospensione delle garanzie costituzionali fu roboante e prese la forma degli scarponi,dei manganelli e anche delle pistole di migliaia di agenti: era un assaggio di quel che sarebbe venuto. Oggi assistiamo allo spettacolo inquietante di paesi, come la Francia, che proclamano e protraggono trimestre dopo trimestre lo stato d’emergenza; come l’Ungheria, la Serbia,l’Austria, la Slovenia che alzano muri contro i migranti; come la Gran Bretagna,che sceglie la via della chiusura nazionale. Siamo arrivati al punto di stipulare patti scellerati come l’intesa fra Unione Europea e Turchia per il controllo delle migrazioni, al prezzo della negazione dei principi fondamentali che ispirano la stessa dichiarazione universale dei diritti umani.  

Gli “Stati d’emergenza”

La prospettiva oggi molto concreta è la definitiva trasformazione delle democrazie occidentali in “stati d’emergenza”. Gli Stati Uniti sono in guerra permanente al terrorismo e il presidente è un “comandante in capo” che può permettersi di quantificare gli “effetti collaterali” – cioè i cittadini innocenti uccisi all’estero con droni e altri sistemi durante i cosiddetti omicidi mirati – senza temere reazioni da parte dell’opinione pubblica.

IdomeniNell’Europa dei muri e dei reticolati alle frontiere, si governa con la paura e si sacrificano secoli di civiltà giuridica in un’impossibile e ingiusta lotta alle migrazioni. Si continua a chiamare orwellianamente “pace” la partecipazione a missioni militari passate, presenti e future in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Ucraina, fingendo di non sapere che i conflitti sono alimentati, su tutti i lati dei vari fronti, dal redditizio commercio delle armi.

Siamo consapevoli che qualunque costruzione di “un altro mondo possibile” oggi non può evitare di fare i conti con il terrorismo e il fanatismo religioso; saremmo ingenui e poco credibili se negassimo nell’immediato l’importanza dell’intelligence e di un suo coordinamento tra diversi Paesi come strumento essenziale per la difesa delle nostre comunità. Se non ci facessimo carico della protezione nostra e dei nostri concittadini ci porremmo al di fuori di un sentire comune che aspira innanzitutto alla sicurezza del domani e che vede nel terrorismo una minaccia al proprio futuro.

Ma questo non significa retrocedere nemmeno di un millimetro sulla denuncia delle responsabilità dell’occidente per l’attuale situazione; vi sono responsabilità storiche ed altre recenti. Le varie forme di neocolonialismo che hanno garantito il controllo delle risorse energetiche dopo la decolonizzazione degli anni ’60, gli accordi commerciali capestro che hanno condannato alla miseria intere regioni del pianeta e cooptato ristrette e corrotte élite locali hanno contribuito pesantemente a impedire percorsi autonomi di emancipazione democratica di intere popolazioni e al contempo hanno alimentato un diffuso odio verso l’occidente.

Le alleanze passate e presenti con regimi autoritari, vere e proprie dittature, come nel caso dell’Arabia Saudita, hanno raggiunto il cinismo di ignorare il sostegno che essi forniscono al terrorismo jihadista. Le guerre per “esportare la democrazia”, in corso ormai da un quindicennio, hanno completato l’opera lasciando una prateria a disposizione dei reclutatori della guerra santa e mentre questo avveniva l’occidentea ssisteva indifferente, quando non ne era complice, allo strangolamento delle rivoluzioni arabe.

Se veramente si vuole sconfiggere il terrorismo jihadista, cosa molto differente dall’utilizzarlo per i propri progetti di restrizione della democrazia, è necessario prosciugare il mare nel quale nuota e questo è possibile solo modificando drasticamente le scelte politiche ed economiche globali che determinano la convivenza tra i popoli.

Un nuovo pensiero

we-are-the-99Oggi più che mai sarebbe necessario in tutta Europa un forte movimento altermondialista capace di riprendere e rafforzare la visione espressa fra Porto Alegre, Genova e i Forum sociali europei di Firenze e Parigi; un movimento in grado di fare tesoro dell’esperienza compiuta con Occupy Wall Street, dagli Indignados spagnoli, dalla gente scesa in piazza in Turchia e nel mondo arabo prima che si scatenasse la restaurazione. Non è vero che manca una visione alternativa allo stato delle cose esistente; è vero semmai che questa visione è stata sconfitta sul campo, e tuttavia non è stata annientata. Da quelle idee può rinascere un percorso di uscita dalla crisi, a patto di mettere a fuoco qual è la posta in gioco, ossia la proposta di un credibile, diverso modello di sviluppo e di società. Questo non è il tempo delle tattiche di breve periodo; è il tempo delle  strategie e dei pensieri lunghi in grado di ispirare le lotte del presente e di indicare la via verso la quale muoversi.

Una svolta culturale

Sappiamo già molte cose. La disoccupazione di massa strutturale – accentuata dalla rivoluzione della robotica – non può essere più affrontata ipotizzando il rilancio delle produzioni (quali?) e dei consumi, ma attraverso la redistribuzione del lavoro (la sensibile riduzione dell’orario di lavoro già ipotizzata da Keynes) e nuove forme di tutela sociale, come il reddito di cittadinanza e modelli mutualistici adeguati ai tempi. La conversione ecologica dell’economia, di cui parlava oltre vent’anni fa Alex Langer, è oggi un’urgenza più che un’ipotesi. L’alta tassazione dei grandi patrimoni, la repressione della finanza speculativa e la cancellazione dei paradisi fiscali non sono utopie o proposte massimaliste, ma l’unica via per recuperare sovranità democratica e spazi realistici di cambiamento. La dispersione dei poteri, anziché la loro concentrazione in poche mani, è un’esigenza vitale, che deve confrontarsi coi processi sovranazionali e con la crisi stessa dell’europeismo.

La cosiddetta emergenza immigrazione (un milioni di migranti corrispondono allo 0,2% della popolazione della Ue) dev’essere affrontata nell’unico modo realistico e giusto, ossia con la creazione di corridoi umanitari che garantiscano viaggi sicuri e con l’apertura delle nostre società alle persone che vengono da fuori alla ricerca di migliori condizioni di vita. Il no alla guerra, con la sua radicalità, può e deve essere affermato con rinnovato rigore.
Non stiamo scrivendo a tavolino il programma di un nuovo partito politico, stiamo bensì indicando proposte, elaborazioni, persuasioni che sono il risultato di un ventennio di lotte, studi, esperimenti. E’ un patrimonio che rischia d’essere disperso se non riusciamo a riportarlo nelle piazze, nelle relazioni umane, nel dibattito culturale. L’eclissi del movimento rischia di vanificare sia le nascenti (al momento stentate) proposte della sinistra politica in Italia e altrove, sia gli sforzi compiuti da quelle iniziative politico-elettorali che hanno tratto ispirazione – più o meno direttamente –dall’esperienza compiuta negli anni a cavallo del 2000. E’ la sfida del presente, con radici nel nostro recente passato.

L’intifada irachena ignorata dai media

30 maggio 2016

Qualcosa succede anche nei paesi più martoriati da guerre inutili e fallimentari, in questo caso l’Iraq. C’è sempre un’altra via, una possibilità di uscire da logiche di potere fini a se stesse. Dovrebbe essere un insegnamento per le persone comuni; un ammonimento per i potenti che ancora oggi pensano di risolvere crisi e situazioni difficili inviando navi da guerra, droni, truppe speciali più o meno mascherate da “consiglieri militari”.

Pace in Medio Oriente. Non sarebbe un miraggio se cessassero le politiche neocoloniali. Messaggio di solidarietà dal Convegno tenutosi alle Piagge a Firenze.

walls2I partecipanti al convegno “Guerre e Terrorismi in Medio Oriente. Alternative?” organizzato per il 28 maggio dalla Comunità delle Piagge, Fucina per la Nonviolenza, Pax Christi hanno inviato un caloroso messaggio di saluto e incoraggiamento agli attivisti e ai cittadini iracheni protagonisti della “intifada” di Baghdad iniziata il 30 aprile scorso e che ha portato centinaia di migliaia di persone a violare la “green zone”, a superare gli sbarramenti di cemento e filo spinato, ad occupare la sede di un parlamento che non è capace di uscire dal vicolo cieco delle divisioni etniche, causa prima e strumento colonialista di disgregazione del paese.
Le immagini proiettate durante il convegno di una massa senza fine di persone che occupano in maniera pacifica e nonviolenta le sedi del potere e chiedono la fine di politiche succubi ad interessi altrui, la nascita di una vera democrazia, l’avvento delle pace dopo decenni di guerra, sanzioni, sofferenze inumane, sono state molto emozionanti.
Nel dibattito seguito all’intervento di Ismaeel Dawood è stato stigmatizzato con stupore come sia stato possibile che un evento tanto importante possa essere stato ignorato dai media italiani che si ricordano del Medio Oriente solo per dare l’immagine di un paese disgregato, senza una coscienza civile che invece è vivissima e chiede con forza di vivere in pace e giustizia.
Il dibattito tenutosi durante la giornata, arricchito dai contributi degli ospiti Ismaeel Dawood (associazione La’Onf, nonviolenza in arabo), Karim Metref (Istituto Sereno Regis), Ermete Ferraro (MIR Napoli), Giulia Chiarini (Coordinamento Toscano per il Kurdistan), è stato quanto mai stimolante ed ha evidenziato come le politiche di divisione settaria di un territorio che da millenni è multireligioso e multiculturale, sono strumento di politiche colonialiste che impongono guerra e ingiustizia. Stimolare la coscienza civile e nonviolenta ben presente in tutta l’area – emergente con chiarezza nel Kurdistan – sarebbe la via maestra per riportare la pace nell’area martoriata da troppo tempo.

Comunità delle Piagge
Fucina per la Nonviolenza
Pax Christi

Leggere la città (e la società) attraverso i “suoi” animali: l’esplorazione di Annamaria Rivera

6 maggio 2016
Ahmad Safi  è il fondatore della Palestinian Animal League (Pal), la prima associazione animalista nata nei territori occupati da Israele. Quando si presentò alle autorità locali (palestinesi) per la dovuta registrazione, si trovò a rispondere alla più prevedibile delle domande: “Con tutti i guai che hanno le persone a Gaza e in Cisgiordania, voi vi occupate di animali?” Ahmad diede una risposta che può essere considerata quasi un manifesto del moderno antispecismo: “La Palestina non può essere solo la gente, deve essere di più. Deve essere la terra, gli alberi, l’aria, l’ambiente, gli uccelli e gli altri animali. Tutte queste cose sono elementi che formano la Palestina. La Palestina è incompleta senza tutte queste componenti e quindi il lavoro da fare per proteggere ognuna di queste è contribuire a proteggere tutto”.
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Banksy a Gaza

 

La vicenda di Pal viene in mente a leggere il nuovo libro di Annamaria Rivera “La città dei gatti. Antropologia animalista di Essaouira” (Dedalo 2016, 197 pagine, 16,50 euro). Rivera è un’antropologa rigorosa, oltre che un’attivista di lungo corso nel campo dell’antiriazzismo e della lotta alle discriminazioni di genere, e stavolta si è cimentata in un’impresa unica: un’etnografia dell’anomala città marocchina includendo nello sguardo la componente animale e in particolare l’interazione di cani, gatti e gabbiani fra loro e rispetto agli abitanti umani.

 Rivera frequenta Essaouria da molto tempo e vi soggiorna una-due volte l’anno, un tempo sufficiente per accumulare materiali  e conoscenze di prima mano, oltre che per intrattenere personalmente rapporti di attenzione, di cura e in qualche caso anche di “amicizia” con alcuni individui non umani (è il caso, in particolare, della coppia di gabbiani Jamel e Fatima).
“La città dei gatti” è dunque un reportage non convenzionale su un luogo a sua volta non convenzionale. Essaouira (chiamata in passato anche Mogador) è una città portuale affacciata sull’Oceano Atlantico, oggi ha circa 78 mila abitanti e alle spalle una storia come importante snodo commerciale. E’  una città plurale, a vocazione cosmopolita. Nel definire il “mosaico culturale”  di Essaouira hanno avuto e hanno tuttora un peso importante la componente berbera e quella ebraica, entrambe di antichissimo insediamento e di altrettanto antico intreccio con la cultura arabo-musulmana.
Essaouira ha nel tempo ospitato residenti portoghesi, italiani, spagnoli, olandesi, francesi e oggi è ancora luogo di immigrazione, soprattutto dal Senegal. Non è mancata, negli anni ’70, una mitizzazione della città nell’ambito della controcultura giovanile: vi sono passati personaggi come Frank Zappa e Leonard Coen; vi soggiornarono per alcuni mesi Julian Beck, Judith Malina e la troupe del Living Theatre; Orson Wells vi girò “Otello”; si favoleggia  che Jimi Hendrix compose qui la famosa canzone “Castles made of sands”.
riveraDa questo “mosaico” di storie e di relazioni, nasce ciò che più interessa all’antropologa Rivera: la possibilità di cogliere nel corpo vivo del tessuto urbano, la multiformità di ciò che in occidente viene omologato sotto la dizione “cultura araba” o “società islamica”. Essaouira è “uno spaccato della varietà del mondo”, per citare il titolo di uno dei capitoli del libro. Rivera si inoltra nell’esame dei precetti islamici e  mostra quanto siano variabili le interpretazioni e quanto  diverse fra loro le opportunità concrete di applicazione.
 Il disprezzo per i cani e in generale per gli animali non umani, considerato tipico dell’islam, ammette eccezioni così ampie da giungere fino al pieno ribaltamento. I “frammenti di etnografia sperimentale”, come Rivera chiama cautamente la sua certosina e pluriennale compilazione di taccuini di ricerca, smentiscono uno dopo l’altro numerosi luoghi comuni. Riversa mostra come  l’attenzione per cani e gatti non sia un’eredità lasciata da turisti e soggiornanti europei abituali ma un’attitudine coltivata dalla popolazione locale, in sintonia con gli obblighi di compassione e aiuto ai bisognosi derivanti fra l’altro dal Corano.
L’attenzione e la cura per cani e gatti non sono poi prerogativa del ceto benestante locale ed anzi emergono come pratica diffusa fra poveri e poverissimi; in aggiunta, la relazione con i non umani non è connessa a figure stereotipate come quella della “gattara”  tradizionale – un’anziana signora isolata e priva di legami sociali e affettivi soddisfacenti -:  è semmai un allargamento, per le molte persone che si prendono cura di cani e gatti, della sfera della convivialità.  Rivera in sostanza documenta l’esistenza di un vincolo di “solidarietà transpecifica” che è l’altra faccia, potremmo dire l’estensione di un’idea di convivenza che ha le sue radici proprio nell’identità plurale della città.
Essaouria, naturalmente, non è il paradiso degli animali, né una città di vegetariani o vegani e Rivera non manca di soffermarsi sul tema della macellazione rituale, ossia delle “carneficine su larga scala” legate alla tradizione religiosa. La possibile lettura antispecista di questa realtà, porta però Rivera a mettere in dubbio la classica spiegazione antropologica del sacrificio rituale come strumento di garanzia o ripristino dell’equilibrio sociale. Questa “spiegazione”, dice Rivera, è tutta interna a un approccio  che non “vede” gli animali, non li considera per quel che sono: esseri morali, con propri affetti e sentimenti.
essa Ecco lo snodo chiave dell’opera pionieristica di Annamaria Rivera: “Penso che all’antropologa/o”, scrive, “spetti non già rimuovere, ma includere nel proprio campo di ricerca la presenza, la sofferenza, la morte degli animali e nel contempo integrare i dilemmi, renderli espliciti, mantenerli aperti come parte della propria stessa ricerca”. Oltre i confini dell’antropologia, è lo stesso compito, o la stessa opportunità, che tocca a chi voglia leggere la nostra società e il suo futuro fuori dagli steccati cristallizzati attorno a un sistema di pensiero che rifiuta di “vedere”, come gli antropologi convenzionali, gli “altri animali” con i quali condividiamo l’avventura della vita sul pianeta e che sono assoggettati a un sistema di sfruttamento e annientamento che dice molto sul tipo di società in cui viviamo.
 L’inclusione del loro punto di vista nel nostro stesso sguardo, è un’occasione di apertura al mondo; un’opportunità tanto più importante in un’epoca come la nostra, segnata dal predominio della violenza istituzionale, da forme sempre più radicali di diseguaglianza, dalla guerra all’empatia condotta in nome dell’ideologia della competizione e della concorrenza.
Rivera chiude il suo libro pensando alle persone più povere di Essaouira, che attraverso la sollecitudine per i non umani “si sottraggono alla ragione economica e utilitaria che le ha condannate, spezzano la catena dell’obbligata dipendenza dal bisogno cui la società le ha legate, e le immagina schiave. Riconquistano così il loro spazio di autonomia e dignità, valore e libertà, ove esse sono partner di una relazione con le altre creature che prescinde da differenze di specie, di genere, di classe”.
In fondo, ciascuno di noi non è troppo diverso dai poveri e poverissimi di Essaouira e forse il loro esempio dovrebbe spingerci a ripensare non solo le nostre vite, ma anche le nostre città e l’intera società nell’ottica della comune condizione animale che ci lega agli altri viventi. Come sarebbe una città a misura di animali non umani? Quanta convivialità potrebbe ospitare (e stimolare)? Quanto sarebbe giusta? Per tornare all’inizio, qual è la Palestina che desideriamo costruire?

Un orwelliano Premio per la Pace

5 maggio 2016

Nel celebre “1984”, George Orwell parlava della “neolingua” del potere, un potente strumento di manipolazione delle coscienze, grazie al dominio delle parole nella rappresentazione del mondo. Fra queste parole, naturalmente, c’era anche la parola guerra, da intendere nella neolingua del potere assoluto come pace (e di che cosa si occupava il Ministero della Pace, se non di guerra?)

In quale altro modo commentare il Premio Napoli Città di Pace attribuito all’attuale ministra per la Difesa Roberta Pinotti? Qui sotto, lo sdegnato (e sacrosanto) commento di Alex Zanotelli e altri esponenti del mondo cattolico e pacifista.

Un premio che offende i morti. Vergogna!

Dobbiamo con profondo rammarico denunciare che la capacità mimetica della guerra e la giustificazione della violenza si accrescono in modo inatteso nella generale indifferenza con un uso e un abuso della parola pace. Ne è stata dolorosa prova l’attribuzione il 13 aprile 2016 del premio Napoli Città di Pace all’attuale ministra della Difesa Roberta Pinotti da parte dell’Unione Cattolica Stampa Italiana. Le motivazioni del premio a lei dato costituiscono una offesa all’intelligenza e sono un monumento alla mistificazione:

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Alex Zanotelli

I notevoli primati del suo ruolo strategico e riformatore in materia di difesa nazionale e internazionale, declinati al femminile in piena coerenza con un impegno al servizio della politica come forma più alta d’amore, che, mette sempre al centro a tutela e la dignità della vita umana».

Ci chiediamo da quando i ministri della Difesa si occupano della tutela e della dignità umana e non invece dell’organizzazione e realizzazione della guerra sebbene sotto la denominazione edulcorata e rassicurante di missione di pace e operazione di polizia internazionale? Le guerre in Iraq, i bombardamenti della Serbia e della Libia, la guerra in Afghanistan sono le azioni scellerate che i governi italiani e i ministri della Difesa hanno promosso riuscendo sia ad aggirare l’articolo 11 della Costituzione, sia a fare ulteriormente ingrassare i fabbricanti di armi complici dei Parlamenti fatti da maggioranze di alza paletta che rinnovano esorbitanti finanziamenti per sistemi d’arma, bombe, missili, aerei e navi da guerra tanto da non avere più denaro per curare i malati, istruire i giovani, sconfiggere le marginalità sociali.

La stessa ministra Pinotti, sempre pronta a mettere a disposizione soldati italiani per tutte le guerre del pianeta, ha intuito il paradosso della concessione del premio e, prevedendo critiche ha affermato: «Potrebbe sembrare paradossale premiare un ministro che si occupa di Difesa e Forze armate con un premio per la pace, ma si è capito che non è affatto paradossale perché le nostre Forze armate operano proprio per garantire la sicurezza dei cittadini, la stabilità delle Istituzioni e lavorano quotidianamente per riportare la pace».

Sarebbe istruttivo per tutti che a queste affermazioni potessero replicare i civili uccisi dalle bombe italiane, i morti iracheni uccisi a causa della fantomatica arma letale per cui venne combattuta – anche da parte degli italiani – quella guerra. E soprattutto dovrebbero parlare le centinaia di militari italiani morti e le migliaia di ammalati di cancro a causa dell’uranio impoverito alle cui polveri furono esposti senza alcuna protezione. Gli orfani e le vedove di quei militari, cui sono negate anche forme di assistenza, meriterebbero di non essere offese da questo premio.

È certo molto inquietante e moralmente grave che il premio sia stato promosso e attribuito dall’Unione Cattolica Stampa Italiana Campania nella persona del suo presidente regionale Giuseppe Blasi e della vicepresidente nazionale Donatella Trotta con la partecipazione dell’assistete spirituale dell’Unione il salesiano Tonino Palmese. L’Unione Cattolica Stampa Italiana ha commesso un grave errore che noi qui denunciamo. A chi il prossimo premio per la pace? A Finmeccanica? È evidente che l’Unione non presta attenzione alle parole che papa Francesco ha pronunciato, ripetutamente in questi tre anni, contro i fabbricanti di armi e i loro mediatori e clienti. Armi che sono realizzate con il solo scopo di uccidere, per essere utilizzate in questa terza guerra mondiale a puntante nella quale i ministri della Difesa italiani hanno avuto e hanno un ruolo non di comparse, ma di protagonisti premiati in nome della “pace”. Ma questo non è un paradosso, è soltanto vergognoso.

Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta

Sergio Tanzarella, storico della Chiesa

Alex Zanotelli, missionario comboniano

Francesco de Notaris, ex senatore e attivista per la pace

Francesco La Saponara, ex deputato e docente universitario

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