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Minniti e l’inganno sui codici di riconoscimento

24 marzo 2017

Il nuovo decreto sicurezza firmato dal ministro Marco Minniti – ultimo di una serie cominciata con il governo Prodi – ha suscitato un’imprevista polemica per l’intervento critico di Roberto Saviano, che in un articolo sul quotidiano La Repubblica è andato subito al sodo, dicendo che il decreto “ha toni razzisti e classisti”, visto che si propone di tutelare il “decoro” affidando poteri discrezionali ai sindaci, col risultato di portare alla “criminalizzazione” di clochard, migranti, emarginati.

imageMinniti ha risposto a stretto giro di posta con un pezzo-intervista uscito sullo stesso giornale nel quale cerca di sostenere che il suo decreto “non è di destra”, senza tuttavia fornire risposte convincenti ai punti indicati da Saviano ( e da altri): la pericolosa insistenza sul decoro, l’arma messa in mano a tutti gli aspiranti sindaci-sceriffo, un’idea di sicurezza dalla forte tensione autoritaria e nutrita di ricerca di consenso sul mercato della paura.

Ma non ha molto senso buttare la croce addosso a Minniti, che in fondo arriva buon ultimo nelle politiche neosecuritarie dei governi di centrosinistra (dall’ordinanza sui lavavetri del Comune di Firenze e dal decreto sicurezza del governo Prodi in poi, anno di grazia 2007) e semmai fornisce l’ennesima dimostrazione di una vecchia massima attribuita all’avvocato Agnelli, secondo la quale per far passare le misure più pesanti (più pesanti per gli altri, non per l’avvocato Agnelli e il suo ceto sociale) serve un governo di sinistra, oggi più modestamente diciamo di centrosinistra, con il che l’affanno con il quale Minniti allontana da sé lo spettro dell’etichetta “destra” pare uno sforzo superfluo.
Nella discussione su decoro e sindaci-sceriffo ha fatto capolino anche una vecchia, irrisolta questione: l’introduzione dei codici di riconoscimento per gli agenti in servizio di ordine pubblico. Nella versione originaria del decreto era prevista una norma ad hoc poi cancellata, ma il ministro ha garantito che sarà oggetto di un provvedimento specifico. Pare che i codici sulle divise siano considerati una misura “di sinistra” e forse per questo Minniti intende metterla sul piatto (sinistro) della bilancia.

Si tratta tuttavia di un inganno, per usare un termine gentile, visto che il ministro non parla di un codice di riconoscimento personale bensì di un codice di reparto, quindi uno strumento inservibile per i magistrati che dovessero indagare per abusi commessi da uomini in divisa.

Al ministro Minniti, di destra o di sinistra che sia, dev’essere sfuggito un episodio chiave della storia recente delle nostre forze dell’ordine: l’irruzione alla scuola Diaz il 21 luglio del 2001. L’operazione – ufficialmente una perquisizione – si risolse in un pestaggio sistematico qualificato come tortura dalla Corte europea per i diritti umani (sentenza Cestaro vs Italia del 2015) e fu condito da un’interminabile serie di falsi. Ebbene, nessuno dei picchiatori è stato condannato per quel fatto e non a caso la Corte di Strasburgo ha chiesto all’Italia di introdurre codici personali di riconoscimento sulle divise: se gli agenti entrati alla Diaz e autori dei pestaggi li avessero indossati, sarebbero stati probabilmente riconosciuti e quindi condannati, risparmiando fra l’altro all’Italia la pessima figura davanti all’alta corte.

I codici di Minniti, invece, non sarebbero serviti a niente: i pm impegnati nel processo Diaz sono riusciti per conto loro a individuare i reparti entrati nella scuola, sono mancati invece i riconoscimenti personali.

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Viene da chiedersi allora: a che gioco stiamo giocando? Il ministro pensa forse che il suo decreto sui codici – se e quando arriverà – possa essere considerato una risposta alla richieste di Strasburgo? Minniti non è uno sciocco e sa bene che non è così. Perché dunque pensa di mettere la firma in calce a un provvedimento così poco serio?

E’ difficile capire certe logiche, ma è possibile che il ministro ritenga i codici di reparto il massimo impegno di trasparenza che si possa imporre a forze di polizia recalcitranti di fronte a tutte le misure di responsabilità indicate dalla Corte europea: dalla previsione di un crimine di tortura tipico del pubblico ufficiale e imprescrittibile alla necessità di sanzionare per via disciplinare (con sospensioni e in ultima istanza radiazioni) gli agenti colpevoli di gravi abusi.
E’ una logica politica minimalista e distruttiva, che accompagna le nostre forze di polizia, ma si può dire l’intero sistema istituzionale, fuori dai binari tracciati dalla Convenzione europea per i diritti umani, che è come dire verso un radicale indebolimento di ciò che chiamiamo democrazia.

E dire che all’indomani del G8 di Genova il primo a chiedere l’introduzione dei codici di riconoscimento personale sulle divise non fu qualche esponente del movimento altermondialista, bensì un personaggio che Minniti conosce bene, ossia Pippo Micalizio, braccio destro del capo della polizia Gianni De Gennaro, inviato in città per un’ispezione sul caso Diaz. La relazione di Micalizio fu subito chiusa in un cassetto e lì è rimasta.

Lo stato (pessimo) dei diritti in Italia

16 marzo 2017

Annunciata dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, e inserita nei programmi elettorali dei rivali di Matteo Renzi alle prossime primarie del Partito democratico (lo stesso ministro e l’ex magistrato Emiliano), la ripresa della discussione parlamentare sulla tortura ancora non c’è stata, e in fondo non è un male, visto il tipo di approccio che al momento prevale (l’idea che l’Italia non possa avere una vera legge sulla tortura).

Intanto il nostro paese è nuovamente e malamente rampognato dal Consiglio d’Europa  per il suo mancato rispetto della sentenza Cestaro del 2015 (sul caso Diaz), che imponeva precisi interventi normativi e amministrativi, tutti disattesi. Susanna Marietti, rappresentante di Antigone, ha poi assistito a Ginevra all’esame del nostro paese di fronte al Comitato per i diritti umani dell’Onu, fornendo un resoconto tragicomico della seduta, coi funzionari italiani spesso balbettanti e a tratti patetici.

Se poi allarghiamo lo sguardo alla condizione dei profughi in Cie e hot spot (Amnesty ha pubblicato tempo fa un rapporto allarmante, negato con furia scomposta dal governo) , al dibattito – se vogliamo chiamarlo così – sulla legittima difesa (siamo a un passo dal rivendicare il diritto di uccidere chiunque violi la proprietà privata) o agli accordi raggiunti con la Libia destinati a produrre abusi di massa, possiamo ben dire che lo stato dei diritti in Italia è ai suoi minimi storici.

 

Una legge sulla tortura. Ma quale legge? Ne serve una vera

8 marzo 2017

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che in questo periodo è in corsa per la segreteria del suo partito, ha di recente indicato fra i suoi obiettivi di fine legislatura l’approvazione in una legge sulla tortura. Una legge, appunto, che colmi un vuoto legislativo lungo quasi trent’anni (la Convenzione Onu contro la tortura  è del 1988), ma quale legge? Con quali contenuti?

Il ministro non si è sbilanciato e abbiamo dunque ragione di temere che non usciremo dallo schema visto negli ultimi mesi, anzi ultimi anni (ammesso e tutt’altro che concesso che l’attuale maggioranza parlamentare voglia davvero approvare una legge sulla tortura). E’ uno schema che ci impedisce ormai di sostenere che vogliamo una legge sulla tortura, senza specificare che tipo di legge vogliamo, visto che i testi finora approvati in parlamento si discostano in punti fondamentali dalla formula concordata a suo tempo in sede di Nazioni Unite.

Nel 2015 alla Camera e nel 2016 al Senato (in commissione) sono stati approvati testi normativi  gravemente carenti, privi di elementi che sono considerati pilastri giuridici nella punizione e prevenzione di quell’odioso abuso di potere che chiamiamo tortura. Sono carenze tutt’altro che innocenti. Non hanno a che fare con chissà quale dibattito delle idee o con modi diversi di valutare le misure più efficaci. Non si tratta di questo.

diazSono stati approvati testi inconcepibili in altri ordinamenti democratici per effetto di due principali ragioni, che poi si riuniscono in una: il potere d’interdizione riconosciuto ai vertici delle forze dell’ordine (avverse si può dire per principio alla Convenzione Onu) e l’assenza di volontà politica nelle maggiori forze politiche (compreso il partito del ministro Orlando), le quali preferiscono blandire le gerarchie degli apparati di sicurezza anziché impegnarsi per aiutare le nostre forze dell’ordine ad uscire da quella subcultura a-democratica e autoreferenziale che spinge personaggi di grande rilievo – ad esempio capi della polizia, oltre che funzionari e sindacalisti – a sostenere tesi ardite come l’idea che l’esistenza di una legge sulla tortura impedirebbe lo svolgimento delle normali attività istituzionali.

Abbiamo bisogno di una legge, purché sia una vera legge per la prevenzione e la punizione degli atti di tortura. In queste settimane il dibattito è fra piano A (l’inaccettabile e paradossale versione del Senato) e piano B (la pessima versione della Camera) e ci si domanda quale strada intende intraprendere il ministro (sempre che la volontà di approvare una legge non sia che una semplice dichiarazione di bandiera).

In verità dovrebbe esistere un unico piano Onu, ossia un testo di legge che ricalchi la definizione concordata nel 1988 e ratificata anche dall’Italia, mai tradotta in legge nonostante l’impegno preso. Qualcuno dice però che bisogna mediare con chi si oppone e che attestarsi sulla versione Onu è posizione massimalista e quindi da respingere perché il meglio, come dice quell’adagio, sarebbe nemico del bene.

Siamo al gioco di parole, perché in verità non c’è nulla di più estremistico e poco responsabile che pretendere una legge sulla tortura svuotata dall’interno e fatta su misura per forze di polizie che su questo punto mostrano una grande (e grave) arretratezza culturale.

Il parlamento dovrebbe prendersi la responsabilità di aiutare le nostre forze di polizia ad uscire dal vicolo cieco nel quale sono finite, in modo da favorire la loro evoluzione democratica. Non servono – a questo fine – né piani A né piani B, frutto di uno stato d’eccezione italiano del tutto ingiustificato, o almeno ingiustificato secondo i canoni di una democrazia accettabile.

Con persone impegnate e competenti (Enrico Zucca, Roberto Settembre, Vittorio Agnoletto, Enrica Bartesaghi, Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto, Marina Lalatta Costerbosa, Michele Passione) abbiamo scritto un appello-manifesto PER UNA VERA LEGGE SULLA TORTURA che altro non è se non un pro memoria rivolto al nostro parlamento, affinché si assuma le sue responsabilità. Altrimenti passi la mano.

Tortura, Regeni, Abu Omar: la tomba dei diritti umani

1 marzo 2017

Il presidente Sergio Mattarella ha dunque evitato il carcere a Sabrina de Sousa, una dei 23 agenti della Cia condannati per la extraordinary rendition dell’ex imam milanese Abu Omar, rapito e trasferito illegalmente in Egitto nel 2003, dove fu seviziato e torturato. La concessione della grazia presidenziale non è stata tanto una premura verso la persona, quanto l’ennesima dimostrazione di sudditanza del nostro paese alla potenza statunitense, visto che il provvedimento ne segue altri analoghi firmati sia da Mattarella sia dal predecessore Giorgio Napolitano.

Le “extraordinary renditionsg  sono state (e probabilmente sono ancora, per quanto poco se ne sappia) uno degli strumenti più odiosi e più avvelenati utilizzati nella scellerata “guerra al terrorismo” avviata nel 2001 da George W. Bush.

FO/Milan-Cleric

Un’immagine di Abu Omar scattata dalla Cia durante la preparazione del rapimento a Milano (da Wikipedia)

Si tratta, in buona sostanza, di una forma di outsourcing della tortura, con il prelievo da parte degli agenti statunitensi di individui considerati sospetti o nemici, con immediata consegna a paesi in grado, per via dei loro regimi autoritari, di sottoporre i malcapitati a trattamenti inumani e degradanti, insomma a torture, al fine di estorcere informazioni, punirli o semplicemente toglierli di mezzo. Il tutto con il sostegno e la complicità di numerosi paesi alleati, compresa l’Italia e altri membri della Ue (il parlamento europeo qualche anno fa ha prodotto und dettagliato rapporto in materia).

Le extraordinary renditionsg, è quasi superfluo ricordarlo, sono stati la tomba dei diritti umani e hanno provocato una perdita di credibilità per i regimi “liberi e democratici” dell’occidente che sarà difficilmente recuperabile anche nei decenni a venire.

Il caso italiano è particolarmente penoso per il legame che tocca stabilire fra il caso Abu Omar e la tragica vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore rapito e ucciso dopo orribili torture al Cairo, quindi  proprio in Egitto, lo stesso paese cui fu consegnato l’imam per le torture delocalizzate (all’epoca era ancora al potere Hosni Mubarak, poi spazzato via dalle primavere arabe, dal successo elettorale della Fratellanza musulmana  e infine sostituito da un nuovo presidente-dittatore, il generale golpista Al Sisi).

In Italia la mobilitazione popolare in favore di verità e giustizia per Giulio Regeni è stata ed è ancora forte, mentre è sembrato spesso incerto e piuttosto ambiguo il rapporto fra il nostro paese e il regime egiziano, sia prima sia dopo il caso Regeni (l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi arrivò a definire il generale Al Sisi “grande statista”, aggiungendo d’essere “orgoglioso della nostra amicizia”).

C’è da chiedersi in che modo il governo del generale egiziano abbia davvero considerato le richieste di “verità e giustizia” provenienti dall’Italia. Quanto abbia giudicato credibile l’indignazione manifestata per la sorte toccata a Regeni, pensando alla condotta tenuta dall’Italia nel caso Abu Omar, ossia alla complicità con l’azione della Cia, al segreto di stato pervicacemente opposto ai magistrati che indagavano sul caso e infine alla serie di provvedimenti di grazia concessi agli agenti statunitensi condannati.

C’è poi da chiedersi se i governanti egiziani non abbiano pensato (e non stiano tuttora pensando) all’ipocrisia di un paese che chiede giustizia per un concittadino torturato e ucciso all’estero ma non vuole approvare al proprio interno una legge che punisca il crimine di tortura, a causa della tenace opposizione degli apparati di polizia.

La triste verità è che i diritti umani, tanto sbandierati, in realtà contano sempre meno e che  le nostre democrazie somigliano sempre più alle autocrazie che a parole tanto deprechiamo.

 

 

L’Arma sospende i carabinieri per Cucchi, con Genova G8 invece…

25 febbraio 2017

L’Arma dei carabinieri ha sospeso dal servizio  tre carabinieri sotto accusa per l’uccisione di Stefano Cucchi. E’ un fatto inedito e importante, perché in altri casi altrettanto gravi e delicati, i vertici degli apparati di sicurezza avevano compiuto scelte opposte, di protezione pregiudiziale dei propri uomini, se non di ostacolo all’azione della magistratura, e sempre rifiutando di prendere provvedimenti disciplinari verso agenti e funzionari  finiti sotto inchiesta.

La sospensione dei carabinieri arriva nella fase iniziale del procedimento penale che li riguarda: la procura di Roma ha chiesto il loro rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e quindi non è nemmeno certo che vi sarà un processo; toccherà al gip decidere se accettare o respingere la richiesta dei pm. D’altronde la sospensione dal servizio non è una condanna anticipata bensì una misura di civiltà e di rispetto a fronte di un fatto storico innegabile: un cittadino, Stefano Cucchi, è stato preso in custodia dai carabinieri ed è uscito cadavere pochi giorni dopo da una sezione carceraria di un ospedale.

imageLo stato, in un caso del genere, non può  limitarsi ad affidare alla magistratura il compito di individuare le persone penalmente responsabili; deve anche dare una risposta d’ordine civile e morale, che prescinda dagli accertamenti giudiziari (che possono anche concludersi con un nulla di fatto).

La sospensione serve quindi a tutelare la credibilità dell’Arma e dello stato, a mostrare rispetto verso la vittima e i familiari, a segnalare ai cittadini che l’Arma è decisa ad assumersi tutte le responsabilità del caso. La giustizia farà il suo corso e i tre agenti potranno difendersi liberamente (intanto l’Arma  farebbe anche bene a indagare a fondo e con rigore al proprio interno per capire com’è stato possibile che per tanti anni omertà e false piste abbiano caratterizzato il caso Cucchi).

La sospensione dei tre carabinieri è in fondo un atto dovuto, vista l’enormità del caso Cucchi, e tuttavia colpisce perché siamo abituati a ben altre condotte. La mente corre  al G8 di Genova e alle scelte compiute rispetto all’uccisione di Carlo Giuliani, ai clamorosi abusi compiuti per strada, alla scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto.

diaz-3Se la polizia di stato avesse agito come oggi stanno facendo i carabinieri, avremmo ad esempio avuto la sospensione dal servizio di importanti dirigenti – basta pensare al rango degli implicati nei falsi e negli abusi alla scuola Diaz – fin dal settembre 2004, quando Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini chiesero 28 rinvii a giudizio.

In quel caso la polizia di stato nemmeno prese in considerazione l’ipotesi della sospensione, scartata anche in tutte le fasi successive del percorso: rinvio a giudizio, condanne di primo grado, d’appello e conferme in Cassazione. Un muro eretto contro ciò che consiglierebbero l’etica istituzionale, alcune regole di buona condotta e anche il buon senso.

Un muro d’arroganza e autoreferenzialità che ha retto anche l’urto dell’umiliante sentenza  subita dall’Italia davanti alla Corte europea per i diritti umani nel caso Diaz: i giudici europei hanno indicato la necessità (era il 2015) di sospendere i funzionari condannati e di avviare procedimenti disciplinari nei loro confronti, ma niente del genere è avvenuto. La distanza fra gli standard etici e normativi internazionali e la prassi italiana è ancora enorme.

La scelta compiuta dall’Arma dei carabinieri nel caso Cucchi è un fatto isolato dovuto all’enormità dei silenzi e dei depistaggi che hanno caratterizzato il caso Cucchi o l’avvio di un nuovo e più civile modo di concepire il ruolo degli apparati sicurezza?

Una risposta dovrebbe darla chi ha il potere (e il dovere) di intervenire nei casi tuttora aperti, a cominciare proprio da Genova G8, una vicenda solo in apparenza chiusa, visto che l’Italia è tuttora  sub judice alla Corte di Strasburgo per decine di ricorsi presentati da cittadini sottoposti alle torture di stato alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

Antropologia della crisi. Senza menzogne

8 febbraio 2017

Amalia Signorelli non è studiosa da interviste veloci sul giornale o da salotto televisivo e non scrive nemmeno commenti quasi quotidiani su questo e quello. E’ un’antropologa di lungo corso e la sua capacità di lettura delle trasformazioni in corso ha qualcosa di inconsueto, come dimostra il suo libretto “La vita al tempo della crisi”.
Signorelli mette molti puntini sulle i. Dice ad esempio che, rispetto alla crisi recessiva ormai decennale, la “svolta”, il “cambio di passo”, “l’inversione di tendenza” annunciati e declamati per mesi dai governanti non hanno mai avuto riscontri nell’esperienza quotidiana delle persone, rimaste impermeabili all’ottimistico messaggio (e al referendum del 4 dicembre, potremmo dire, si è visto…)
amalia.jpgL’antropologa individua nella “impossibilità strutturale di pensare, decidere e agire in termini di progetto” il tratto dominante della stagione presente, dominata dal principio regolativo del neoliberismo (su questo punto Signorelli fa sue le analisi del compianto Luciano Gallino).

Tre indicatori, dice Signorelli, dimostrano la scomparsa delle dimensione progettuale nelle vite dei giovani contemporanei: la crisi di natalità; il lavoro ormai precario, mal pagato, frammentato; l’assenteismo elettorale.
Signorelli dice che in questa società l’Io è cresciuto nel culto del consumo, invadendo la dimensione familiare, perfino le scelte riproduttive, fino a “trasformare il figlio (o, più raramente i figli) in uno dei misuratori dell’essere al meglio dei genitori”.
Intanto la flessibilità produce il fenomeno del figlio adulto che non diventa più capofamiglia, mettendo in crisi la trasmissione dei modelli familiari (il welfare garantito da genitori e nonni è una realtà consolidata).

 

“In prospettiva”, scrive Signorelli, “bisogna accettare l’ipotesi di una realtà sociale ed economica in cui non c’è lavoro per tutti, in cui la disoccupazione è assolutamente strutturale”, una valutazione che nasce dal buon senso e da un’analisi concreta della realtà, ma che la quasi totalità degli economisti (ridotti a stanchi sacerdoti della religione neoliberale) e il mondo politico ufficiale rifiutano di considerare.

 

Signorelli fa un’interessante considerazione sulla trasformazione del sistema politico, passato dal clientelismo di stampo democristiano, a “forme di associazioni trasversali senza più caratterizzazione ideologica: cordate, cosche o, con una nomenclatura meno offensiva, gruppi, correnti ecc.
Amalia Signorelli per questo suo libretto ha indagato anche attraverso interviste, quindi a contatto diretto con le nuove generazioni “flessibili” e alla fine non suggerisce finali consolatori né alimenta speranze di palingenesi sociale. Niente del genere è all’orizzonte.

Il “giornale unico” sulla cosiddetta emergenza immigrazione

3 febbraio 2017

Oggi sui quotidiani si è dato ampio risalto all’accordo stretto fra il nostro governo (auspice l’Unione europea) e il premier libico Fayez al-Sarraj per “chiudere la rotta libica” utilizzata da molte persone per lasciare l’Africa e cercare una vita migliore in Europa, attraverso l’Italia.

I maggiori media hanno recepito e rilanciato la notizia senza troppo preoccuparsi di risvolti tutt’altro che secondari, come il punto di vista di quelle persone che cercheranno altre rotte per arrivare in Europa (moltiplicando probabilmente rischi e costi) o di quelle che finiranno nella rete del governo libico incaricato di fermare il flusso (al tempo di Gheddafi l’approdo erano spaventosi campi di prigionia e l’esito finale era spesso mortale).

Ci sarebbe da dire anche sulla figura e il ruolo di al-Sarraj, collocato a Tripoli dalle potenze occidentali ma ben lontano da guidare l’intero suo paese, diviso in più parti sotto il controllo di leadership che si rifanno ad alleati esterni diversi.

20170203_234500Ma nella retorica ufficiale, e nei media che ad essa si rifanno, specie quando si parla della cosiddetta emergenza immigrazione, non c’è spazio per dubbi, e meno che mai per punti di vista “altri” o per considerazioni di tipo umanitario (i primi vengono bollati come “irrealistici”, le seconde come “buonisti”).

Il pensiero unico in materia di immigrazione è una concretissima realtà, con poche eccezioni. Fra queste, per citare l’accordo  Gentiloni-al-Sarraj, la fornisce il quotidiano Avvenire, controllato dai vescovi italiani, che riporta sì la notizia dell’accordo ma poi dà la parola (e un titolo ben visibile) alle forti critiche provenienti dal mondo delle ong e dalla chiesa di base, cioè da chi segue sul campo la cosiddetta emergenza immigrati e ragiona sulle cose con autonomia di pensiero e di giudizio.

Avvenire si definisce “quotidiano di ispirazione cattolica” e ha una posizione tutta sua  nel panorama dei quotidiani nazionali, come ben si vede soprattutto nel modo di trattare l’informazione internazionale e temi come le guerre e l’immigrazione, un modo decisamente eccentrico rispetto al “giornale unico” oggi prevalente  (Avvenire ha anche qualcosa d’antico: grande formato, foto quasi tutte in bianco e nero, impaginazione tradizionale).

Il giornalismo italiano ha una storia di eccessiva vicinanza al potere politico e una conseguente predisposizione ad accettare l’agenda, le interpretazioni, addirittura il linguaggio dei poteri di turno: il modo che hanno i media mainstream di trattare la vicenda dell’immigrazione ne è l’ennesima riprova.

 

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