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Oltre la crescita c’è il conflitto

20 settembre 2018

All’epoca d’oro del movimento per la giustizia globale uno degli slogan più diffusi era “Per un’economia di giustizia”. Capitava di leggerlo sugli striscioni esibiti dagli attivisti della Rete Lilliput ma era anche la sintesi di un largo e profondo dibattito sui fondamenti dell’economia e quindi della società. La costruzione di una “economia di giustizia”, naturalmente, implica il ribaltamento degli assetti produttivi, finanziari e politici attuali e tanto osavano pensare gli studiosi e gli attivisti che davano vita a quelle discussioni e a quelle azioni politiche e di piazza che siamo soliti definire, sui media mainstream, “movimento no global”.

Finita quella stagione di grandi ideali e vaste mobilitazioni – anche sotto il braccio violento dei poteri stabiliti – il pensiero economico contemporaneo ha proseguito il suo stanco e uniforme percorso. L’ideologia neoliberale continua a dominare incontrastata nel mondo politico e resta largamente prevalente anche nelle università, dove lo stesso approccio keynesiano è finito in disparte, nonostante la lunga egemonia di cui aveva goduto prima che la prassi mercatista si imponesse (grosso modo all’epoca della “rivoluzione politica” di Reagan e Thatcher).

globalizzazione-590x590-scale-to-max-width-825xPer queste ragioni ogni volta che si alza dal mondo degli economisti una voce dissonante, sembra di respirare aria di montagna dopo una lunga permanenza in un ambiente chiuso, sovraffollato e zeppo di fumatori compulsivi. In questi giorni si tiene a Bruxelles la prima “Post Growth Conference”, organizzata da alcuni gruppi parlamentari ed enti vari con l’obiettivo di mettere in discussione il dogma della crescita (di produzioni, consumi, ricchezze), attorno al quale ruotano sia il neoliberismo classico sia il keynesismo vecchio e nuovo.

Un gruppo di economisti e studiosi ha diffuso in questa occasione un documento-appello rivolto alle istituzioni dell’Unione europea con una serie di richieste legate fra loro da un preciso intento: costruire le premesse necessarie a immaginare un’economia nuova. Ricercatori e professori chiedono di costituire una commissione speciale che studi i possibili scenari del dopo crescita; di utilizzare indicatori alternativi al Pil; di cambiare il Patto di stabilità e crescita verso una logica più sostenibile, sia socialmente che sotto il profilo ambientale; di istituire in ogni paese un ministero della Transizione economica.

Come si vede, si tratta di propositi politicamente inattuali, nel senso che non fanno parte in alcun modo dell’agenda dell’Unione e sono assenti o del tutto marginali (il che, alla fine, è la stessa cosa) anche nei programmi della varie forze politiche, nonostante le premesse indicate dal documento della “Post Growth Conference” siano consolidate e pressoché incontestate: il collasso ambientale in corso, l’impossibilità di mantenere a lungo un’economia della crescita, l’instabilità politica conseguente.

Qual è, allora, il senso dell’appello, che porta in calce numerose firme di studiosi e attivisti noti per essere “alternativi” rispetto all’estabilishment politico e accademico? (Da Susan George e Serge Latouche a Saskia Sassen, Ann Pettifor, Tim Jackson, David Graeber, Juan Carlos Monedero, tanto per fare qualche nome fra i più conosciuti, in un elenco che include anche l’attuale vice ministro italiano all’Istruzione Lorenzo Fioramonti, docente all’Università di Pretoria prima di mettersi in politica)

Il contributo principale dell’appello è probabilmente d’ordine culturale: conferma che l’area degli economisti non allineati esiste ancora e che si avverte la necessità di ridiscutere tutto, vista la gravità degli eventi in corso e l’incapacità/impossibilità del sistema dominante di farvi fronte: e qui pensiamo ovviamente alle diseguaglianze crescenti sia fra Nord e Sud del mondo sia all’interno dei singoli paesi, all’estrazione incontrollata e tendenzialmente illimitata di risorse naturali, alla disoccupazione di massa nel mondo occidentale, alla povertà estrema in molte zone dell’Africa (e non solo), alla drammatica e progressiva perdita di biodiversità… (e si potrebbe naturalmente continuare nell’elenco attingendo alle conoscenze scientifiche, giornalistiche accumulate negli ultimi anni).

Dunque si discute, si propone alle autorità del momento di compiere qualche passo nella direzione giusta, ma su tutto aleggia qualcosa di non-detto, ossia la dimensione politica e conflittuale implicita in un serio progetto di transizione economica. Viviamo in un mondo dominato dall’ideologia del mercato e all’interno di istituzioni modellate nel tempo in modo da essere funzionali al progetto del capitalismo neoliberale, un progetto tanto semplice quanto – nelle intenzioni – totalitario: estendere la logica della crescita, del profitto, del superamento di barriere e controlli all’intera società, possibilmente in tutto il mondo. Se questo è vero, ne consegue una valutazione radicale: non si esce da questo sistema-mondo senza un conflitto, senza combattere interessi fortissimi e consolidati, senza cambiare radicalmente le strutture che tutelano quegli interessi.

forestaamazzonica-638x425Da almeno un trentennio è scomparsa dalla scena politica, almeno in Europa, ciò che chiamavamo sinistra, ossia un progetto di società concepito nell’interesse di chi sta in basso nella piramide sociale, un progetto quindi proteso a privilegiare la dimensione collettiva e solidale della vita pubblica rispetto alla dimensione individuale; la lunga durata, inclusa la protezione del pianeta pensando alle generazioni future, rispetto all’uso immediato a fini di profitto delle risorse disponibili. La sinistra, per varie ragioni, ha finito per accettare e fare proprio il paradigma tipico della destra, in sostanza il modello neoliberale, e si è così liquefatta la possibilità di immaginare collettivamente un modello di società diverso, più equo, più giusto, più lieve. Stiamo pagando ancora le conseguenza di questa bancarotta politica, scolpita nelle pagine di storia dalla famosa risposta di Margaret Thatcher, ormai pensionata, a chi gli chiedeva quale sia stato il suo maggiore successo politico. La lady di ferro fu lapidaria: “Il New Labour”. Ossia l’approdo degli storici avversari socialisti, sotto la gestione di Tony Blair, alla stessa visione della destra liberale: mercato, competizione, deregulation.

Gli economisti e i ricercatori firmatari dell’appello hanno compiuto dunque un atto significativo, portando nei palazzi di Bruxelles la necessità di pensare a un progetto di economia della “post crescita”, un’idea di per sé “scandalosa”, ma è difficile pensare a una trasformazione così radicale che passi attraverso un’autoriforma decisa improvvisamente dall’alto. Le istituzioni dell’Unione europea – destinatarie dell’invito a cambiare rotta – potranno trasformarsi e diventare punti di riferimento di un’economia post crescita solo al termine di un processo di lotta politica e di radicale democratizzazione. Non c’è da farsi illusioni. La moneta comune, per come è stata realizzata; la Banca centrale europea, per i compiti che le sono stati affidati; la Commissione e il Consiglio dei ministri dell’Unione, per il ruolo che hanno, sono i principali ostacoli che ingombrano il cammino dell’ipotetica trasformazione.

In altre parole, è possibile immaginare una società liberata dal giogo della crescita continua solo a patto di ingaggiare un corpo a corpo con la dittatura della finanza e quel sistema istituzionale che per anni ne ha favorito e sorretto il dominio. Per limitarci all’ambito europeo, servirebbe probabilmente un modello istituzionale di tipo federale, con un parlamento democratico e titolare di pieno potere legislativo, una Banca centrale rivoluzionata e messa al servizio di un’economia diversa, con parole d’ordine come equità, diritti, ecologia al posto di quelle correnti. Se mai ci avvicineremo a qualcosa del genere, sarà perché avremo saputo ingaggiare uno scontro politico a tutto campo e perché i cittadini che stanno sotto – al momento senza parola – avranno rivendicato un’economia di giustizia e capace di futuro. Non esistono scorciatoie credibili.

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Hulot, Langer e il ribaltamento climatico della politica

5 settembre 2018

Le dimissioni da ministro di Nicolas Hulot hanno fatto rumore soprattutto in Francia, ma la vicenda del ministro per l’Ambiente d’Oltralpe ha un interesse più generale, se vogliamo mettere a fuoco il rilievo della questione ambientale, ma potremmo dire dell’emergenza climatica che sta stravolgendo (e probabilmente travolgendo) il pianeta.

Sul numero corrente di Internazionale è stato tradotto e pubblicato un articolo dell’Economist dal titolo “L’estate in cui il clima cambiò”, riferito alla lunga serie di recenti fatti di cronaca dei disastri: incendi, siccità e nubifragi hanno investito varie regioni del pianeta, dalla Scandinavia al Giappone, dal Nord America al Sud Europa, seminando morte e smarrimento.

UnknownHulot, nel suo piccolo, era il fiore all’occhiello dell’ambizioso governo Macron, assurto all’Eliseo sparigliando le carte della politica tradizionale. Giornalista televisivo famosissimo, una carriera costruita sulla cultura ambientalista, Hulot è stato il testimonial di un possibile nuovo corso della politica, teoricamente incarnato da Macron, ennesimo campione del superamento di destra e sinistra.

E’ finita male, malissimo. Non solo non si è vista in Francia alcuna traccia di un ripensamento delle politiche economiche alla luce dell’emergenza climatica, ma Hulot ha smascherato, al momento di sbattere la porta, il lato meno nobile della politica contemporanea, ossia la trattativa continua, diretta e pressoché segreta con le organizzatissime lobby degli affari (il casus belli, per Hulot, è stata la presenza di lobbisti fin dentro le riunioni governative dedicate alla nuova legge sulla caccia).

La morale è che la motivazione addotta a suo tempo dal presidente francese per chiamare nell’esecutivo un outsider quale Hulot – la necessità di porre la questione climatica al centro dell’azione politica – era e resta la questione del nostro tempo, ma tale proposito, per divenire realtà, ha bisogno d’essere il perno di un ribaltamento del pensiero politico e delle prassi correnti.
Affrontare davvero l’emergenza politica, in altre parole, implica l’abbandono della tradizionale idea di sviluppo, nonché del modo consueto di concepire il potere. I Macron, ma anche le Merkel, i Conte, i Sanchez e via elencando non sembrano all’altezza di un compito del genere: Hulot lo ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio.

 

AlexLanger.jpg“Senza un netto cambiamento di rotta”, sostiene l’Economist nell’articolo citato, “l’umanità rischia di perdere la lotta contro il riscaldamento globale“. In realtà la sta già perdendo. E dire che sono passati oltre vent’anni da quando un politico capace di guardare al futuro, Alexander Langer, indicava la strada della“conversione ecologica”, intendendo con ciò non solo una trasformazione radicale dell’economia ma anche un nuovo indirizzo per il pensiero di tutti e di ciascuno.

 

La strada giusta resta quella, ma al dubbio se siamo ancora in tempo per vincere la lotta contro i cambiamenti climatici, se ne aggiunge un altro: abbiamo davvero, nelle nostre società stremate  e consunte dal troppo consumo, le risorse morali, culturali e politiche  per  cambiare rotta? O servirà una spinta – chissà quale, chissà come – dall’esterno?

Genova G8, la democrazia mai risarcita

28 agosto 2018

Tre milioni per i risarcimenti pagati ai torturati (incluso il sottoscritto), cinque milioni per i danni d’immagine: tanto vale, secondo il pm della Corte dei Conti, la bella impresa compiuta il 21 luglio 2001 dalla nostra polizia alla scuola Diaz di Genova. Non si può invece contabilizzare la lesione inferta al corpo della democrazia, mai risarcita a causa della condotta tenuta negli anni dai vertici di polizia e dai ministri degli interni, che in nessun momento hanno pensato di schierarsi dalla parte dei cittadini sottoposti a tortura e quindi di operare per fare chiarezza e pulizia a beneficio del bene pubblico.

Così lo stato si trova a fare i conti con l’eredità di Genova G8 solo in senso letterale, contando gli euro da recuperare. Non è granché ed è successo lo stesso con la vicenda di Bolzaneto, quartiere genovese passato alla storia come il Garage Olimpo dei generali argentini, con la sua caserma di polizia divenuta sinonimo nazionale di tortura: per la Corte dei conti (sentenza dell’aprile scorso) l’ordalia di violenze fisiche e psicologiche inflitte a decine di malcapitati nella palazzina chiamata amichevolmente  “Auschwitz” vale sei milioni di euro, a carico di 28 agenti e sanitari penitenziari.

Le cifre, in casi del genere, sono ben poca cosa, ma parlano anch’esse. Ad esempio dicono che i danni d’immagine, secondo i pm, valgono più di quelli patrimoniali, lasciando intendere che il tema della credibilità (perduta) delle forze dell’ordine è ben più importante di quanto si pensi a Palazzo.  Non può sfuggire, sotto questo profilo, che fra i 25 funzionari chiamati a risarcire lo stato per il caso Diaz figurano personaggi che sono rientrati in polizia dopo aver scontato i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, nonostante la Corte europea per i diritti umani prescriva nelle sue sentenze, per i casi di tortura (l’Italia è stata condannata sia per la Diaz sia per Bolzaneto), la destituzione dei funzionari condannati. 

DIAZ-3[1]Insomma, da qualsiasi parte si affronti l’eredità di Genova G8, ci si trova di fronte a un disastro: professionale, morale, politico, economico. Eppure poteva andare diversamente. Proviamo a immaginare un’altra storia. Un capo della polizia e un ministro dell’Interno che il giorno dopo il disastroso blitz nella scuola aprono un’inchiesta interna, sospendono tutti i funzionari e chiedono il licenziamento di quelli maggiormente responsabili (fra parentesi,è quanto suggerì Pippo Micalizio, dirigente inviato dal capo della polizia per un’inchiesta lampo, in una relazione rimasta chiusa in un cassetto).

Contestualmente, continuiamo a immaginare, capo della polizia e ministro si dimettono, con il preciso scopo di tutelare la dignità e la credibilità del corpo e dello stato. I loro sostituti a quel punto collaborano con  i magistrati,  chiedono solennemente scusa  e si impegnano a far sì che niente del genere possa mai più ripetersi. Il parlamento, intanto, avvia una riforma delle forze di polizia: regole di trasparenza, codici sulle divise, legge sulla tortura (una vera legge, naturalmente, non quella fasulla approvata l’estate scorsa e già bocciata da istituzioni come il Consiglio d’Europa e il Comitato Onu contro la tortura). 

Un sogno, un’utopia? Forse, per una “democrazia reale” qual è la nostra, incapace di fare i conti con gli abusi di stato, ma un’ovvietà per una democrazia normale. 

L’Italia ha scelto la via che conosciamo, lastricata di falsi e menzogne, una via che lascia sul corpo della polizia di stato lo stigma della tortura e sulla sua dirigenza il tratto dell’ambiguità, nonostante i lodevoli ma insufficienti sforzi dell’attuale capo Franco Gabrielli, anche lui rimasto invischiato nel pantano creato attorno a Genova G8. E’ la polizia che è stata consegnata ai nuovi uomini di potere. 

Oggi al Viminale siede un esponente della destra radicale che su questi temi ha sempre sposato le posizioni più arretrate e più oltranziste emerse in seno alla polizia. Non è il momento di improvvisarsi Cassandre e vaticinare chissà quali futuri eventi, ma se a volte capita di fare cattivi pensieri è  (anche) perché siamo coscienti che dopo l’estate del 2001 non è stato fatto quanto necessario – tutt’altro… – per voltare pagina e garantire una seria opera di prevenzione. 

Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova

da Il Manifesto, 28 agosto 2018

L’orso ucciso alle Svalbard da un turismo insensato e distruttivo

1 agosto 2018

La fotografia è di quelle che non si dimenticano. L’orso polare è riverso sulla riva del mare,sul fianco destro, una zampa piegata in modo innaturale, il corpo enorme adagiato vicino a tronchi e pezzi di legno portati a terra dalle onde. Non sta dormendo. Poco lontano tre persone sul bagnasciuga guardano verso l’acqua, indifferenti. L’orso bianco, dicono le cronache, è stato ucciso a fucilate dalla scorta armata che accompagna i turisti in visita alle Isole Svalbard, a nord della Norvegia verso il Polo Nord. E’ stato ucciso “a scopo difensivo”, dicono i dispacci di agenzia, perché si era avvicinato alla nave dei turisti e aveva ferito uno dei due addetti alla sicurezza. L’altro avrebbe a quel punto sparato, uccidendo l’animale.

orso.jpgDunque tutto regolare. Il servizio di sicurezza armata è obbligatorio per chi visiti le Svalbard, proprio a causa degli orsi, che spesso si avvicinano ai turisti in cerca di cibo. Le Svalbard sono un gruppo di isole nel circolo polare artico, la terraferma abitata (poco abitata) più vicina al Polo Nord. Sono isole famose per i ghiacci, per la Banca dei semi che conserva a bassisssima temperatura la biodiversità vegetale del pianeta e per gli animali polari.

In tempi recenti le Svalbard sono state raggiunte dal turismo, dalle navi che portano in luoghi così inospitali e inarrivabili crocieristi di passaggio. Fino a poco tempo fa frequentare le Svalbard era un’impresa, appannaggio di pochi avventurosi. Oggi è sufficiente comprare un biglietto da qualche compagnia, indossare una giacca a vento e in poco tempo chiunque può mettere piede sulla terra perennemente ghiacciata.

L’industria del turismo oggi ha ben pochi limiti e riesce a raggiungere luoghi impensabili fino a poco tempo fa, trasportando in località ultra periferiche numeri cospicui di persone. Qualcuno potrebbe dire che siamo di fronte a una forma di democratizzazione del viaggiare: prima alle Svalbard arrivavano solo pochi viaggiatori provetti con tempo e risorse a disposizione; oggi sulle isole del ghiaccio sbarcano turisti qualunque a prezzi certamente contenuti.

Dobbiamo però chiederci se questa democratizzazione abbia senso e per chi abbia senso, se sia davvero una forma di giustizia sociale, o quanto meno di estensione a molti di opportunità prima spettanti a pochi. C’è da dubitarne, se appena spostiamo il baricentro dell’attenzione dalla classe media europea – quella che di fatto fa turismo oggi alle Svalbard – e allarghiamo lo sguardo alla terra, alle acque, alla vegetazione delle isole e agli altri esseri viventi che le abitano.

Il corpo dell’orso polare sulla spiaggia ghiacciata, vittima della condanna a morte decretata ed eseguita seduta stante da una guardia del corpo, è la risposta: il turismo alle Svalbard non ha senso, non è giusto. Se ragioniamo pensando a tutti gli esseri viventi, diventa chiaro quanto sia sbagliato portare tanta gente in luoghi del genere, così vicino ad animali selvatici che compiono ogni gesto, anche l’attacco ai turisti, all’unico scopo di nutrirsi e lottare giorno dopo giorno per la propria sopravvivenza. Non è giusto avvicinarsi così tanto a quegli animali.

C’è un’incompatibilità di fondo fra vita allo stato selvatico e un’industria, il turismo, che è forse la più pesante, la più distruttiva dell’età contemporanea.

Le leggi razziali (razziste) sono fra noi

31 luglio 2018

Ottant’anni fa, era di luglio, sul quotidiano “Il Giornale d’Italia” fu pubblicato il Manifesto della razza, fortemente voluto da Benito Mussolini e propedeutico all’emanazione, nel settembre 1938, delle cosiddette leggi razziali contro gli ebrei, leggi che sarebbe meglio definire razziste, per allontanare ogni equivoco, anche lessicale, sulla natura dei provvedimenti.

A distanza di tanto tempo, scopriamo che non stiamo parlando di un tragico passato del nostro paese, bensì di un’eredità etica e culturale che continua a pesare; non abbiamo davvero e seriamente cancellato quell’onta.

E’ un argomento che viene affrontato poco volentieri: nei media, sulla carta stampata, in assenza di un vero dibattito culturale, si preferisce stigmatizzare quella pagina nerissima della già nera storia del fascismo contando di finirla lì, magari lasciando a qualche nostalgico digiuno di ricerca storica la favoletta delle leggi imposte da Hitler contro la volontà del Duce.

d40facb4-927f-11e8-aea1-f82c72af6d97_manifesto-della-razza-giornale-ditalia-k0y-u11101972381687ljh-1024x57640lastampa-itPochi hanno osato legare le leggi razziste del ’38 alla fase storica presente. Lo ha fatto Liliana Segre, ebrea scampata ad Auschwitz e senatrice a vita, nel discorso pronunciato all’insediamento del governo Conte, e lo ha fatto il presidente Sergio Mattarella. Entrambi hanno fatto riferimento al popolo rom, vittima di un progetto di annientamento da parte della Germania nazista (il cosiddetto “Porrajmos”) e oggi preso di mira in tutta Europa, con accenti acuti proprio nel nostro paese, dove un politico della destra radicale dall’indole incendiaria come Matteo Salvini, per quanto divenuto ministro dell’Interno, non smette di additare e  minacciare la piccola minoranza rom e sinta del paese:  dalla retorica delle ruspe si è arrivati al popolo “parassita”, termine preso pari pari dal lessico nazista, passando per i rom di passaporto italiano apostrofati con uno sprezzante “purtroppo ce li dobbiamo tenere”.

Lo spirito, se non la lettera, delle leggi razziste di ottant’anni or sono  è dunque ancora fra noi.

Ma c’è dell’altro, qualcosa di più sottile ma non meno insidioso. Il Manifesto del ’38 fu firmato da una decina di esperti e professori di biologia, antropologia e materie affini, a conferire una parvenza di scientificità al terribile documento, che di scientifico non aveva ovviamente alcunché. Ma quelle firme, e la sorte toccata a quegli esperti e professori, tutti rimasti ai loro posti anche a  fascismo finito (qualcuno anche celebrato come grande scienziato), ci obbligano a fare alcune considerazioni sul rapporto fra “scienza”, intellettuali e potere, guardando al presente.

Nel romanzo di I.J. Singer “La famiglia  Karnowski”, dedicato all’avventura di una famiglia ebrea polacca immigrata in Germania, alcune pagine memorabili sono dedicate alla figura del professor Kirchenmeyer, docente di scienze di qualche valore ma frustrato dai propri insuccessi in termini di carriera. L’avvento dei nazisti permette al rancoroso professore di diventare preside del suo liceo. E’ il suo momento.

Quando entrano in vigore le leggi antiebraiche il preside sceglie di mettersi in mostra con un coup de theatre: proprio lui, scienziato scrupoloso e ben cosciente dell’infondatezza delle “teorie razziali” del regime, decide di convocare tutti gli studenti e i professori per una lezione sulla missione redentrice della stirpe ariana e l’irredimibile inferiorità della razza giudea. Il messaggio di Singer è chiaro: la tempesta è rovinosa se la relazione col potere soffoca la conoscenza scientifica, se il desiderio d’ascesa conduce  alla malafede.

Oggi non si parla di leggi razziste in senso biologico: nessuno scriverà un manifesto sull’inferiorità di rom e sinti e nemmeno un documento per sostenere che la Dichiarazione universale dei diritti umani solennemente sottoscritta nel 1947 non include gli immigrati o i richiedenti asilo in arrivo dall’Africa e dal Vicino Oriente .

E tuttavia dovremmo chiederci se non stia circolando negli ambienti intellettuali, fra i “colti” che hanno accesso ai media e scrivono sui giornali, lo  “spirito di Kirchenmeyer”, cioè una certa disponibilità ad accantonare i dati di realtà  a vantaggio di ciò che conviene dire e sostenere in ragione  di una sorta di pragmatica relazione col potere.

Non aleggia forse lo spirito dello scaltro preside di I. J. Singer quando sentiamo parlare della distinzione fra “immigrati legali” e “clandestini” in un paese che non ammette forme legali di immigrazione? Quando si sostiene la differenza radicale fra “rifugiati veri” e “rifugiati economici”? Quando si afferma che le Ong nel Mediterraneo sono in combutta con gli scafisti al fine di riempire l’Europa di immigrati e cambiarne i connotati demografici? 

Sono passati ottant’anni e dobbiamo stare in guardia, forse anche ribellarci – ciascuno a suo modo – a questo insopportabile ordine delle cose. 

da Azionenonviolenta.it

La lezione di Genova ci parla ancora

22 luglio 2018

In piazza Alimonda per non rassegnarsi alla sconfitta

(da Il Manifesto, 21 luglio 2018)

Si torna a Genova come ogni anno e sotto il palco di piazza Alimonda la memoria corre a quel giorno maledetto, quando un ragazzo rimase sull’asfalto, colpito alla testa da un colpo di pistola, il corpo calpestato dalla camionetta dei carabinieri, il cranio sfregiato con una pietra. E’ giusto chiedersi perché ci ritroviamo qui, chi con il corpo chi nello spirito. Siamo reduci? Nostalgici? Sconfitti dalla storia che tornano sul luogo delle proprie gesta e degli altrui delitti? Forse sì, ma è possibile che ci sia qualcos’altro. Che Genova G8 ci riguardi ancora. In questi giorni tempestosi, di violenza del potere nel mar Mediterraneo, di sghangherata critica alle tecnocrazie globali in nome di rinascenti e osceni nazionalismi, le giornate di Genova, i sette giorni di contestazione e di proposta organizzati durante il vertice dei cosiddetti Otto Grandi (che così Grandi poi non erano) appaiono come un approdo, anziché un residuo della storia.

G8genova03Lasciamo pure da parte il sottile senso d’angoscia e d’impotenza che suscita, confrontato all’oggi,  il ricordo della miriade di persone e organizzazioni venute a Genova richiamate da un nuovo movimento capace di mostrare il vero volto del potere (il pensiero unico neoliberista, tema all’epoca assente dall’agenda politica e mediatica) e pensiamo alle molte buone ragioni messe in campo da quel movimento. E’ un elenco che sorprende, sia nella parte critica sia in quella propositiva.

Dalla rivolta di Seattle (dicembre ’99) in poi e fino al luglio genovese, passando per una  serie di contestazioni a riunioni  delle varie istituzioni della tecnocrazia globale, il movimento mise a nudo e denunciò, per limitarsi ai punti essenziali: la finanziarizzazione dell’economia neoliberale e le crescenti diseguaglianze fra nord e sud del mondo; la nuova dislocazione dei poteri, non più a livello  nazionale ma nella grande finanza e nelle istituzioni globali al suo servizio (Wto, Fmi, Banca mondiale, il cosiddetto “Washington Consensus”); la mercificazione del lavoro e della stessa vita umana, con annessa libertà di circolazione per i capitali ma non per le persone…

La parte propositiva non era meno ricca di spunti e di esperienze: una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria; la cancellazione del debito pubblico iniquo; l’idea di un’altreconomia, liberata dalla schiavitù della crescita e capace di includere in sé il limite ecologico allo sviluppo; un contratto mondiale per l’accesso all’acqua; il bilancio partecipativo nelle amministrazioni locali… E così via.

Sorprende, questo parziale elenco, perché fornisce ancora oggi una visione del mondo alternativa allo status quo; una visione costruita con competenza e spesso attraverso la pratica concreta; una visione che è stata anche aggiornata da alcuni nuovi movimenti in varie parti del mondo. 

A distanza di tanti anni capiamo meglio che nel luglio 2001 fu affossata a colpi di pistola, di manganello e con la tortura un’idea di mondo che stava riscuotendo troppo consenso. Troppo vasta e soprattutto troppo varia, ben oltre i confini storici della sinistra, era la partecipazione di singoli, associazioni e movimenti: occorreva colpire e criminalizzare tutto ciò, dichiararlo fuori legge, escluderlo dal discorso pubblico; occorreva rendere inascoltabili le parole dette nei convegni, nei seminari, in quell’università popolare a cielo aperto chiamata Forum sociale mondiale.

E tuttavia sarebbe difficile sostenere che le idee di quel movimento sono state davvero annientate ed escluse per sempre dalla storia. Non è così. Quelle idee non sono morte e anzi continuano a ispirare persone e movimenti attraverso i continenti; sono all’origine di progetti politici, sociali, esistenziali radicati nel presente e capaci di futuro. Resta preziosa anche la lezione di metodo: niente steccati fra culture diverse e unione delle forze per dare spessore politico all’azione sociale condotta fuori dagli schemi del mercato, cioè secondo giustizia, empatia, nonviolenza. 

A Genova è morta semmai in molti cittadini la fiducia nello stato e nei suoi apparati di sicurezza, incapaci negli anni  di ammettere le proprie colpe e recuperare la credibilità perduta. A Genova è morta quella sinistra che non volle capire che c’era (e rimane) una nuova linea di demarcazione rispetto alle destre: l’adesione o meno al modello neoliberale.   

Oggi – passata, anzi ancora in corso una crisi finanziaria più che prevedibile e col “Washington Consensus” in crisi d’identità – succede che una contraddittoria e confusa critica alla globalizzazione neoliberale viene condotta lungo un binario che porta a rinascenti quanto pericolosi nazionalismi. E’ una capriola della storia che spaventa ma che  aiuta anche a pensare. Fa capire che la critica dei movimenti sociali al pensiero unico è ancora attuale e che le vie d’uscita esistono, nonostante le sconfitte e un certo scoramento del tempo presente. Quindi si torna a Genova e si pensa che la memoria è generosa, le buone idee tenaci, la storia imprevedibile; visto da piazza Alimonda,  il futuro è ancora aperto. 

Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova

 

Il giornalismo non può essere megafono delle campagne d’odio

11 luglio 2018

Nel 2008 nasceva Giornalisti contro il razzismo, gruppo informale dal nome altisonante, promotore di un appello intitolato “I media rispettino il popolo rom”. Erano i giorni di un violento attacco politico e mediatico a rom e sinti sull’onda della cosiddetta emergenza sicurezza; i giorni del pogrom al campo rom di Ponticelli a Napoli, dell’aggressione mediatica agli immigrati dalla Romania dopo il cosiddetto stupro della Caffarella a Roma.

Eravamo quattro giornalisti e mediattivisti sconvolti dalla violenza dei toni e dalla superficialità delle ricostruzioni e delle analisi e quell’appello – di richiamo ai fatti, alla deontologia, al rispetto delle minoranze e delle vite altrui – era più che altro uno sfogo. Ricevemmo – inattese – decine, centinaia di adesioni. Spuntò a quel punto l’idea di “fare qualcosa”, sotto forma di un codice di autodisciplina sull’uso del linguaggio: la campagna “Mettiamo al bando la parola clandestino (e non solo quella)”.

f844dd150f61e63a8ec2f8e4f68a0e6a-koyh-835x437ilsole24ore-webSono passati dieci anni e molte cose sono cambiate, sia nel paese sia nel mondo dell’informazione. L’emergenza sicurezzac’è ancora (mediaticamente parlando, perché nei fatti non c’era allora come non c’è oggi) e si è aggiunta una virulenta emergenza immigrazione (anche questa tutta mediatica), tanto che ci siamo ormai tutti abituati a considerare il “governare con la paura” come un’ovvietà. I giornalisti nel frattempo si sono dotati di strumenti come la Carta di Roma (il documento deontologico su rifugiati e richiedenti asilo) e l’associazione omonima che ne sostiene la diffusione;  altre iniziative simili sono nate fuori dal mondo istituzionale.

Giornalisti contro il razzismo negli ultimi anni è rimasto dormiente, considerando pressoché esaurita la sua funzione; ma oggi ci rimettiamo in gioco con un nuovo appello, che nasce dall’angoscia suscitata dall’ondata di odio che imperversa nella politica, nei media e nella società.

Il testo è qui sotto e mette in discussione una certa idea di neutralità: la convinzione  che compito  dei giornalisti sia riportare quel che accade e quel che viene detto, qualunque cosa accada e qualunque cosa venga detta.

In certi casi una neutralità intesa così diventa complicità e infine tradimento dei compiti professionali e dell’etica civile. Ecco l’appello (da sottoscrivere e diffondere QUI IL LINK)

 

IL GIORNALISMO NON SIA AL SERVIZIO DELL’ODIO E DELLA PROPAGANDA

A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e la vita democratica

Dieci anni fa  abbiamo lanciato un appello – “I media rispettino il popolo Rom” – e una proposta di autodisciplina del linguaggio – “Mettiamo al bando la parola clandestino” – con il proposito di contribuire a una discussione aperta sul modo di fare informazione in un periodo di campagne politiche sulla sicurezza spesso condotte sul filo dell’emotività e della paura. Da allora molte cose sono cambiate, alcune anche in meglio, ma stanno emergendo nuovi motivi di forte preoccupazione.

Negli ultimi mesi di cronache politiche abbiamo assistito a un’allarmante accelerazione di un processo che da anni indebolisce il diritto dei cittadini a un’informazione onesta, approfondita e indipendente, che serva a migliorare la vita dei cittadini e non a generare paure, odio e tensioni sociali.

In particolare, si registra una diffusa tendenza giornalistica – anche nella stampa cosiddetta indipendente – a riportare acriticamente affermazioni di esponenti politici palesemente menzognere e fuorvianti. Espressioni che utilizzano un lessico costantemente sopra le righe – quando non propriamente rabbioso, violento e istigatore di violenza – per propagandare uno specifico punto di vista e per continuare a rimettere in cima alle priorità italiane una sola questione: lo stigma e il pre-giudizio contro le persone in fuga verso l’Europa.

È evidente, per esempio, l’intento di propaganda politica e non certo di riportare la verità quando i massimi rappresentanti istituzionali parlano di naufraghi in crociera, Ong al soldo delle mafie dei barconi, aree di guerra “inesistenti”, fantomatici e vaghi complotti di “sostituzione etnica”, ruspe per spianare campi nomadi, rom italiani “purtroppo non espatriabili”, migranti che non viaggerebbero in aereo perché sulle navi umanitarie si godono “la pacchia”. Alle garanzie costituzionali e alla tutela dei diritti umani fondamentali si sostituiscono interpretazioni e costruzioni capziose e strumentali prive di fondamento.

È obbligo civile prima ancora che deontologico del giornalista, contestualizzare affermazioni politiche di simile tenore e gravità in una cornice adeguata, fornendo al lettore chiavi di interpretazione o altri elementi utili a minimizzare i rischi di manipolazione sociale e di deformazione della realtà percepita dall’opinione pubblica. A maggior ragione se la fonte è un ministro che ha prestato giuramento sulla Costituzione repubblicana e se è circondato dal silenzio istituzionale di fronte a parole che si stanno ora tramutando in fatti.

Un’informazione onesta, approfondita e indipendente dovrebbe passare le esternazioni estemporanee al vaglio dei dati di realtà, delle rilevazioni sul campo e delle statistiche ufficiali fornite. Istituzioni nazionali e internazionali come Unar, Istat, Iom, Unhcr tracciano un quadro dell’immigrazione ben diverso dalla retorica dell’invasione e proprio per questo vengono spesso ignorate o relegate ai margini del discorso.

Il nostro sistema dell’informazione rischia di rendersi complice del disegno di chi abusa della credulità popolare e cerca di estendere via via l’area dell’assuefazione a uno spietato cinismo verbale ora tradotto in azione istituzionale.

La professione giornalistica è normata dalle leggi dello Stato (dunque in prima istanza dalla Costituzione), richiede una specifica abilitazione con iscrizione all’Albo, è regolamentata da una serie di norme deontologiche (fra le quali la Carta di Roma, riguardante l’informazione sui fenomeni migratori).

L’eventuale dissenso relegato nell’angolo dei commenti non basta.

Contrasta con tali norme, e dunque con il pieno esercizio della libertà di informazione in uno stato di diritto, il ridursi a megafono asettico (e talvolta zelante) di politici senza scrupoli lasciati liberi di imporre l’agenda delle priorità e delle supposte emergenze nazionali, di praticare un linguaggio che semina odio, di disinformare sistematicamente i cittadini, di mistificare la realtà agitando azioni istituzionali per nulla risolutive ma a elevato impatto mediatico, utilizzando delle vite umane per primeggiare nel marketing del consenso.

Ci appelliamo all’Ordine dei giornalisti e ai colleghi affinché i rappresentanti istituzionali e quant’altri contribuiscono a questa spirale di violenza si trovino sistematicamente a confrontarsi con un’informazione critica e non asservita, che non si limiti a registrare e ripetere le frasi del giorno, ma al contrario fornisca gli strumenti e le conoscenze necessarie per analizzarle e confutarle quando necessario.

A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e dunque la vita democratica.

Silvia Berruto
Giuseppe Faso
Lorenzo Guadagnucci
Carlo Gubitosa
Beatrice Montini
Zenone Sovilla

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