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Serve ancora l’antifascismo?

24 aprile 2019

L’onda illiberale che attraversa l’Europa, le violenze verbali della politica, il ritorno dei muri, la xenofobia e il razzismo risorgenti e infine anche venature nostalgichetout courthanno riaperto la discussione sull’attualità del fascismo. E’ un dibattito poco sereno e piuttosto scomposto. C’è chi grida al ritorno del fascismo (in genere attivisti, intellettuali e politici della sinistra-sinistra), chi mette in guardia da un uso semplicistico dell’epiteto fascista (in primo luogo gli storici di professione), chi minimizza e si barcamena e infine chi prova a lucrare consenso politico attorno alle divisioni e alle insofferenze suscitate da ricorrenze simboliche come il 25 aprile.

Buona parte della discussione – diciamolo subito – è viziata da ambiguità e fraintendimentiattorno a parole e concetti. Se la domanda è “Sta tornando il fascismo?” hanno probabilmente ragione gli storici a precisare che sembra assai improbabile il ritorno di un partito unico, di un duce, della censura, di un nazionalismo militarista, insomma dei tratti salienti del fascismo storico. In molti casi, però, l’allarme-fascismo è lanciato per denunciare fenomeni attuali come la xenofobia e il razzismo istituzionali, il neo nazionalismo (chiamato sovranismo), la tentazione autoritaria che sembra sedurre le democrazie: in questo caso gli storici insistono a dire che la nozione di fascismo non aiuta a capire e anzi rischia di impoverire l’analisi; possiamo accogliere anche questa obiezione, a patto di non perdere di vista l’affinità culturale e politica fra questi fenomeni “nuovi” e certe fasi storiche del passato, inclusi i regimi fascisti o autoritari, insomma quella linea di continuità che rende fragili le democrazie europee.

25-aprile-2Probabilmente, tuttavia, il punto vero è un altro eriguarda soprattutto l’altro versante della discussione, ossia l’antifascismo. Sia i minimizzatori (quelli che… ma quale ritorno del fascismo), sia i puntigliosi (quelli che… il fascismo storico era un’altra cosa) tendono a concordare sul fatto che anche l’antifascismo è un’ingombrante eredità del passato, ormai in via di esaurimento. L’eclisse dell’antifascismo avrebbe almeno due motivazioni: primo, il tramonto delle ideologie novecentesche, con conseguente “laicizzazione” della politica, non più ancorata alle traumatiche esperienze del “secolo breve”; secondo, quasi tautologico, la inattualità del fascismo (di cui abbiamo detto sopra) renderebbe automaticamente inattuale anche l’antifascismo. Potremmo definire questa visione delle cose anti-antifascismo.

Di tutt’altro avviso sono gli antifascisti-antifascisti: quei militanti, intellettuali, semplici cittadini che si sentono animati dal lascito morale e politico di chi combatté il nazifascismo prima e durante la seconda guerra mondiale. In questi ambienti il rifiuto del 25 aprile, l’attacco ai partigiani, l’insofferenza per la memoria della resistenza sono considerati un’offesa alla democrazia. E’ così che il dibattito sui media e in politica si accende e prosegue di ricorrenza in ricorrenza. Alla minimizzazione e al preteso superamento della frattura fascismo/antifascismo si contrappone  la consolidata retorica della resistenza e dell’antifascismo. Sta diventando, questo, un piccolo sport nazionale.

Sono discussioni forse inevitabili, in questa fase storica, ma toccano davvero il cuore della questione? La sensazione è che il dibattito, visto dal lato dell’antifascismo, sia in verità guidato dalla controparte, che ha scelto e definito il terreno del confronto, ossia l’attualità o inattualità dell’antica divisione che portò il nostro paese, fra il ’43 e il ’45, a vivere una guerra civile non dichiarata. L’antifascismo, su questo terreno, gioca sulla difensiva e si trova a ripercorre strade, a ripetere riti, a recuperare slogan magari lodevoli madestinati a incidere poco in termini politici e culturali.

Ci sarebbe – c’è – un’altra possibilità, che ha come punto di partenza una considerazione: la memoria dell’antifascismo e della resistenza (anzi, delle resistenze) è ancora vitale e preziosa perché costituisce uno dei passaggi più significativi della nostra storia, perché in quel frangente una moltitudine di italiani disse no al potere e trovò la forza e il modo di opporsi, sfuggire, ribellarsi. Ci fu chi si oppose con le armi (le bande partigiane) e chi lo fece senza armi: i renitenti, i disertori, chi nascose ebrei e soldati in fuga, chi disobbedì e chi non collaborò, chi diffuse stampa e informazioni proibite, chi organizzò l’opposizione clandestina, chi sabotò e chi scioperò…

Alla fine è questo il messaggio più importante: l’antifascismo e le resistenze ci parlano perché furono pensiero e azione in direzione contraria alla corrente; furono partecipazione; furono fiducia in sé stessi e nei propri simili; furono autonomia di giudizio e anticonformismo. Ecco perché parliamo di cose attuali. Che lo chiamiamo fascismo o in altro modo, che sia un ritorno del passato in altre forme o un fenomeno del tutto nuovo, stiamo vivendo una fase disvuotamento della politica e di svilimento del senso di cittadinanza. Il potere stimola e chiede passività. Spaventa le persone e le divide, colpisce le minoranze e indica nemici, si propone come garante dello status quo a patto che nessuno disturbi.

partigiani_sfilano_per_le_strade_di_milanoUna connessione con il tempo e lo spirito dell’antifascismo e delle resistenze è oggi addirittura indispensabile. Perché a quel tempo gli italiani – o almeno molti italiani – vissero un’esperienza unica e generatrice, in un paese abituato alla sopraffazione dei pochi e alla sottomissione dei molti.  Perché abbiamo bisogno di cogliere e rifiutare le mistificazioni, ad esempio quando si additano nemici di comodo: di volta in volta i migranti, i rom, le “élite”, i “radical chic”, i “buonisti”… Perché abbiamo bisogno di smascherare la logica stessa di produzione del nemico, presupposto necessario per affermare fittizie identità minacciate (di solito espresse con locuzioni come “noi”, “prima gli italiani”, “le nostre tradizioni”, “i nostri valori”…)

Perché abbiamo bisogno di resistere all’onda dell’omologazione e di organizzare le resistenze, sia mentali e d’opinione sia fattuali e di azione collettiva. Dobbiamo (re)imparare a disobbedire, a costruire pensieri nuovi, a leggere il mondo con spirito d’uguaglianza e tenendo conto delle lezioni che ci arrivano dal passato. L’antifascismo non è dunque (solo) dichiararsi antifascisti e additare il fascismo altrui, ma pensare e agire nel presente – per fare qualche esempio non casuale – come se le persone fossero tutte libere di muoversi, come se i muri fossero destinati ad essere abbattuti, come se l’uguaglianza fosse un obiettivo per la vita di ogni giorno. Tutto molto radicale, forse inattuale, per i parametri politici correnti. E tuttavia l’antifascismo è oggi per molti un rito, un’affermazione, uno stato d’animo, un moto di indignazione. Troppo poco.  

Festeggiare il 25 aprile ha tanto più senso quanto più riusciamo aosare pensieri e azioni di cambiamento, insomma a metterci in sintonia teorica e pratica con un percorso collettivo di giustizia sociale. Che poi è il senso profondo di quel 25 aprile.

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Zucca assolto, ma colpevole di dire la verità

16 aprile 2019

Il Consiglio superiore della magistratura ha dunque archiviato, cioè respinto, la procedura di trasferimento per incompatibilità ambientale del magistrato genovese Enrico Zucca sottoposto un anno fa a un potente shakeraggio mediatico per un’osservazione espressa durante un convegno sul “caso Regeni” e giudicata offensiva e scandalosa dai vertici di polizia e da certi ambienti politici e giornalistici, ma risultata corretta anche all’analisi -peraltro non benevola- del Csm. La notizia dell’archiviazione è passata sotto silenzio -che io sappia nessun giornale, tg o gr di portata nazionale l’ha riportata e tanto meno commentata- e merita invece d’essere brevemente analizzata perché dice molte cose sullo stato presente del potere in Italia.

enrico-zuccaLa prima cosa che attira l’attenzione è la contraddittoria motivazione addotta dal Csm. Il caso è archiviato, la punizione di Zucca invocata a gran voce e con grande eco mediatica è respinta perché priva dei necessari presupposti legali, disciplinari, fattuali, e tuttavia il magistrato è indicato come reprobo. Le affermazioni incriminate sono definite “inopportune, specie in quanto tenute da un alto magistrato, in un convegno aperto a tutti gli operatori della giustizia, potenzialmente idonee a ingenerare un clima di generalizzata sfiducia nei confronti della polizia di Stato e a indurre una inappropriata associazione fra la polizia egiziana e quella italiana”. Sembra la motivazione di una sentenza di condanna, più che la spiegazione delle ragioni che hanno indotto a chiudere il caso. E si capisce perché: Zucca ha osato toccare tasti che nel gioco del potere non devono essere nemmeno sfiorati. La regola è nota e consolidata: non si parla della polizia, delle sue mancanze, dei suoi errori, delle sue omissioni. Non si parla del G8 genovese e della sua pesante eredità.

Zucca, nella frase incriminata, citava la difficoltà di ottenere giustizia per le torture e l’omicidio di Giulio Regeni in un Paese come l’Egitto, retto da un regime autoritario, se si pensa che anche un Paese democratico, qual è l’Italia, non è riuscito ad affrontare i suoi meno gravi casi di tortura (al G8 di Genova). “L’11 settembre 2001 e il G8 -aveva detto Zucca- hanno segnato una rottura nella tutela dei diritti internazionali. Lo sforzo che chiediamo a un Paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper fare per vicende meno drammatiche. I nostri torturatori, o meglio chi ha coperto i torturatori, come dicono le sentenze dalla Corte di Strasburgo, sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?”.

Zucca dunque citava cose ben note, sentenze scritte dai giudici di Strasburgo, ed è questo che gli si rimprovera. Si pensi al paradosso: Zucca ha rischiato seriamente d’essere trasferito in un’altra città o di passare dal settore penale al settore civile per avere ricordato in pubblico ciò che i giudici di Strasburgo hanno chiesto all’Italia con una sentenza. La rimozione dei funzionari condannati nel processo Diaz. Funzionari che sono rientrati in servizio al termine del periodo di interdizione d’ufficio, occupando -in almeno un caso- posizioni di vertice nella polizia investigativa. Il pm ha rischiato il posto, i funzionari condannati no.

Perché dunque il Csm ha avvertito la necessità di rimarcare la “inopportunità” delle dichiarazioni di Zucca? Di quale inopportunità si parla? Le sentenze della Corte di Strasburgo sono forse anch’esse inopportune? Ricordare che l’Italia sta violando, di fatto, la Convenzione europea sui diritti umani, è forse inopportuno? E perché si è seguita una procedura che ha impedito a Zucca d’essere ascoltato?

L’archiviazione con motivazione suicida è stata approvata dal Csm con sei lodevoli eccezioni sotto forma di astensione (i quattro “togati” di area progressista; l’ex pm Piercamillo Davigo; i due “laici” indicati dal Movimento 5 Stelle) ma resta l’amara sensazione che il plenum di Palazzo dei Marescialli abbia voluto mandare un messaggio agli altri palazzi del potere e soprattutto al corpo della magistratura: guai a fare come Zucca, guai a rammentare qualche scomoda verità. È un messaggio di acquiescenza e subordinazione volontaria che non promette niente di buono.

Chiedo scusa se parlo di animali (e di clima, giustizia, futuro)

2 aprile 2019

Chiedo scusa se parlo di animali, argomento  tabù per la politica. Sì, per la politica, perché la condizione animale è uno dei grandi scandali della società moderna.

Uno scandalo scomodo e rimosso. Nessuno vuole metterlo a fuoco. Milioni di animali vengono fatti nascere  solo scopo di essere uccisi al termine di brevi non-vite condotte in spazi concentrazionari. Ogni volta che il tema viene evocato, ad esempio durante le manifestazioni ambientaliste avviate da Greta Thunberg, si preferisce parlare d’altro.

Isaac Bashevis Singer, il grande scrittore in lingua yiddish, premio Nobel per la letteratura, in un racconto mette in bocca a un personaggio un’affermazione che riassume la posizione degli animali nell’età contemporanea: “Per gli animali”, dice il personaggio, “è un’eterna Treblinka”. Massimo Filippi e Filippo Trasatti, in uno dei libri più veri e più importanti sulla condizione animale nella società presente, parlano di “Crimini in tempo di pace” (titolo del loro libro pubblicato da Eleuthera), alludendo all’inferno degli allevamenti, alla violenza di sistema, simbolica e reale, sui corpi degli animali non umani.

clima.jpgMa veniamo a Greta. I “FridayforFuture” sono stati seguiti con grande attenzioni dai media  e dalla politica in tutto il mondo. A volte con goffi cenni di approvazione, ad esempio di leader politici noti per l’assoluto conformismo rispetto all’ideologia sviluppista corrente (più grandi opere, più consumi, più Pil); a volte con curiosa o convinta partecipazione (nelle piazze di tutto il mondo); altre volte ancora con astio (con sfumature che  spaziano fra il complottismo e lo sbeffeggiamento) o con critico scetticismo (per la naiveté politica che caratterizzerebbe le richieste e le proposte).

Di certo i ragazzi scesi in piazza il 15 marzo non hanno parlato a vanvera: l’emergenza climatica è reale, già percepibile nella vita quotidiana e resa drammatica dalle analisi degli scienziati, che accorciano rapporto dopo rapporto il tempo disponibile per impedire o limitare catastrofi sempre più vicine.

Questi stessi scienziati hanno indicato con chiarezza i principali responsabili dell’effetto serra: in testala combustione di idrocarburi, al secondo posto i consumi di carne. Torna così, per via ecologica e sull’onda di una mobilitazione globale, la questione animale. E tuttavia resta in secondo piano nel discorso giornalistico e nel dibattito politico.  Nemmeno la scelta personale della star Greta, diventata vegana (e con lei tutta la sua famiglia), viene analizzata e presa sul serio.

Eppure, di tutti gli interventi necessari per abbattere le emissioni di gas serra, una radicale riduzione dei consumi di carne e degli allevamenti intensivi è forse il più raggiungibile. Più di una drastica riduzione dei consumi di combustibili, raggiungibile solo a patto di tagliare sensibilmente, per dirne una, il parco auto in circolazione, quindi rivoluzionando, cioè limitando fortemente, la mobilità individuale .

Aumentare del 50% i consumi di alimenti vegetali e ridurre sensibilmente i consumi di carne, comeconsigliato dagli esperti dell’Onu durante la sessione di metà marzo dedicata ai cambiamenti climatici in Kenya, è un obiettivo più abbordabile.

I governi dovrebbero certo avviare campagne di informazione e persuasione, spiegando le ragioni ambientali di un progetto “Carne, no grazie” tutto da immaginare ma chiaro nelle sue linee generali: no alla carne per salvare il pianeta e per tutelare la propria salute (a proposito: la carne rossa è stata inserita dall’organizzazione mondiale della sanità fra le sostanze cancerogene, nella stessa categoria del fumo); magari si potrebbe aggiungere qualche considerazione sulla dignità degli animali e sulla necessità di rivedere, anche sul piano filosofico, la loro e la nostra posizione nel mondo.  Le scuole avrebbero menu prevalentemente vegetariani, i  nutrizionisti seguirebbero finalmente corsi di aggiornamento, le famiglie scoprirebbero che la salute fisica e morale dei loro bambini non è mai stata al centro delle attenzioni generali.  E così via. La potente industria della carne di certo si opporrebbe, ma i governi potrebbero spuntarla proprio grazie a un’alleanza coi cittadini, informati e persuasi che gli attuali iperconsumi di carne non sono  né utili né necessari.

Niente di tutto questo è all’ordine del giorno, nemmeno negli ambienti più vicini alla prospettiva di Greta Thunberg e del movimento sceso in piazza il 15 marzo. Non se ne parla, probabilmente,  perché tutti noi  avvertiremmo altrimenti un’implicita e imbarazzante critica all’ignavia e all’indifferenza che abbiamo mantenuto  sulla condizione animale, di solito con la scusa che ci sono cose ben più importanti di cui occuparsi.

Invece non c’è niente di più importante della salvezza futura e presente del pianeta, niente di più importante della dignità di tutti i viventi.  Se riuscissimo a infrangere il tabù, forse cominceremmo ad osservare gli animali per quello che sono. Non solo esseri senzienti, come dicono gli scienziati, ma anche esseri sensuali, cioè capaci di emozioni e volontà, come dice Massimo Filippi.

Sarebbe una scoperta e una liberazione per molti di noi, educati fin da bambini a considerare gli altri animali come vite di scarto, come corpi da soggiogare e sopprimere a piacimento e senza rimorso. Viviamo in una società crudele, abituata a stabilire confini e gerarchie fra vite più o meno degne di essere vissute (anche all’interno della specie umana) e dovremmo invece aspirare a un mondo di equità, apertura  e senso del limite. Avremmo bisogno di ripensare tutto e invece siamo sotto sotto convinti che niente si possa fare,  che tutto sia più grande di noi, che tocchi a qualcun altro occuparsene.

Chiedo scusa se ho parlato (anche) di animali, ma è una questione (urgente) di giustizia.

Diaz, quel che Gabrielli continua a non dire (e non fare)

29 marzo 2019

Sul Corriere della sera una rapida battuta del giornalista Aldo Cazzullo in merito a un azzardato e sarcastico confronto, compiuto da un lettore, fra la “libertà di manganellare” concessa ai gilet gialli in Francia e le denunce che i poliziotti subirebbero in Italia “anche solo a guardare” i manifestanti, ha suscitato una stizzita reazione – per lettera – del capo della polizia Franco Gabrielli.
gabri.jpgCazzullo aveva risposto così alla provocazione del lettore: “Caro Giuseppe, le assicuro che se lei fosse entrato alla Diaz dopo che ne erano usciti i poliziotti non avrebbe scritto questa lettera”.

Gabrielli ha scritto al Corriere per precisare che quanto accaduto a Genova non “è l’archetipo del modello italiano di gestione dell’ordine pubblico”, come la risposta del giornalista avrebbe invece lasciato intendere.
Più avanti il capo della polizia sostiene di avere fatto i conti con l’eredità del caso Diaz, condannando l’episodio “in modo inequivoco – non senza una sofferenza personale e dell’intera istituzione – a valle di un ragionamento approfondito, dettagliato, motivato”, il tutto al fine, dice sempre Gabrielli, di spiegare ai cittadini che il caso Diaz “non poteva essere la sola e unica (terribile) rappresentazione” della polizia di allora e di oggi.
Lo sforzo di Franco Gabrielli è comprensibile e segno di dedizione al difficile compito che grava sulle sue spalle, ma se il caso Diaz continua a infangare l’immagine della polizia italiana è proprio perché i conti con la vicenda non sono stati fatti fino in fondo, diversamente da quanto Gabrielli afferma. Le sue stesse parole di “inequivoca condanna” – in un’intervista a Repubblcia dell’estate 2017 – peccavano per alcune omissioni e imprecisioni.
diaz-3In primo luogo il capo della polizia mancò di riconoscere come tortura il pestaggio avvenuto all’interno della scuola, nonostante le sentenze di condanna inflitte all’Italia dalla Corte europea di Strasburgo (Gabrielli riconobbe come tortura solo le violenze nella caserma di Bolzaneto). Non è un dettaglio, perché alimenta il sospetto che il caso Diaz goda tuttora di un trattamento di riguardo in quanto ne furono protagonisti non semplici agenti e funzionari di basso livello come a Bolzaneto, bensì altissimi e consideratissimi dirigenti.
In secondo luogo non si può dimenticare che la polizia di Stato, com’è noto a chi abbia seguito i processi e letto gli atti, non ha collaborato con i magistrati e semmai li ha ostacolati (nella sentenza della Corte europea si dice che ha “rifiutato impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria”) e nessuno ha mai pensato di fare ammenda per questa gravissima condotta e di chiedere solennemente scusa all’ordine giudiziario, garantendo che mai più sarà tollerato un comportamento del genere .
In terzo luogo, la polizia di stato si è anche rifiutata di avviare i necessari procedimenti disciplinari contro gli imputati, poi condannati: una mancanza gravissima che la Corte di Stasburgo ha rimarcato con forza. La stessa sentenza della Corte europea è rimasta inapplicata proprio nella parte riguardante gli effetti sulle carriere dei condannati, che lo Stato italiano avrebbe dovuto rimuovere dalla polizia.

E’ accaduto il contrario: i funzionari condannati e non andati in pensione, una volta scaduti i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici scattati con la condanna definitiva del 2012, sono rientrati in servizio, anche in posizioni di grande responsabilità operativa. E’ stata una scelta profondamente sbagliata.
La buona volontà di Franco Gabrielli è certamente apprezzabile, ma la polizia di Stato non ha fatto davvero i conti con il caso Diaz e perciò la credibilità dell’istituzione continua a pagarne le conseguenze.

Mujica, la Libia, la tortura fra noi (e ne siamo complici)

24 febbraio 2019

Uno dei momenti chiave del film Una notte di dodici anni di Alvaro Brechner è un incontro in carcere fra Pepe Mujica e sua madre. Il futuro presidente dell’Uruguay, a quel punto in galera già da qualche anno, dà evidenti segni di cedimento. Dice di sentire delle voci, appare sofferente e smarrito: è stremato dalle torture, dalla brutalità, dall’isolamento in luoghi insopportabili.

Il Pepe davanti alla madre cerca complicità più che conforto: sembra chiedere l’autorizzazione ad arrendersi, a cadere in uno stato permanente di semi coscienza, senza più lottare, senza più pensare a un possibile dopo. La madre intuisce lo stato d’animo del figlio e reagisce con forza: «Mamma un cazzo», dice a muso duro, e scuote il prigioniero: non devi mollare, non devi dargliela vinta.

È andata proprio così: il Pepe resterà in piedi, lucido e determinato, come i suoi otto compagni di prigionia (nel film se ne vedono due), militanti Tupamaros tenuti in ostaggio dai militari golpisti, che minacciavano di ucciderli in caso di attentati o altre azioni della resistenza armata. Il Pepe, al crepuscolo del regime, rivedrà sua madre fuori dal carcere.

pepe-mujicaL’incontro in parlatorio è importante perché documenta un aspetto decisivo nella dinamica della tortura (Una notte di dodici anni è un film sulla tortura, come non se ne vedevano da tempo). Mostra che la tortura si combatte attraverso il contatto umano, con la forza dell’empatia. Il Pepe e i suoi compagni resistono agli abusi e all’isolamento perché riescono, sia pure saltuariamente e fra spaventose difficoltà, a comunicare fra loro (a piccoli colpi sui muri) o con altre persone, a volte carcerieri disposti a dismettere per qualche ragione la maschera imposta dal ruolo, a volte familiari ammessi a rari colloqui.

Come i vampiri non sopportano la luce del sole, così la tortura può essere sconfitta quando è sottoposta al vaglio delle relazioni sociali, al calore del contatto umano. Vale per l’individuo che deve affrontarla e trae dagli altri l’energia per non soccombere; vale per la società nel suo insieme.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato da due agenzie dell’Onu (Unsmil e Ohrhc) un drammatico rapporto su quanto davvero avviene nei centri di detenzione per migranti in Libia. Sono testimonianze angoscianti: stupri seriali, abusi innominabili, violenze continuate, torture in diretta telefonica per estorcere denaro ai parenti, vendite al mercato degli schiavi.

Si potrebbe dire: niente di nuovo. Da tempo sappiamo, o crediamo di sapere, che la Libia è il non-Stato canaglia per eccellenza, un Paese dilaniato da signori e signorotti della guerra. Lo hanno documentato giornalisti, registi, ong, la stessa Onu in passato. Ma queste verità non hanno mai fatto breccia: non nelle istituzioni e nemmeno nell’opinione pubblica.

Si sono stretti accordi con sedicenti “governi”, “sindaci” e “guardie costiere” della Libia fingendo di non sapere degli stupri, degli abusi, delle torture. Abbiamo chiuso occhi, mente e cuore pur di portare a casa l’unico risultato ambito: poter dichiarare a microfoni aperti «flussi ridotti», «porti chiusi», «basta coi trafficanti d’uomini».

Parole false, consapevoli menzogne, ma ripetute così spesso, così a lungo, che alla fine ci troviamo a vivere in una società che non riesce più a comprendere e capire chi sono i 49 della Sea Watch lasciati a vagare in mare per giorni e giorni o che cosa nascondono le cifre sulla riduzione dei flussi (cinica espressione presa dal linguaggio tecnico, tanto orribile quanto indicativa della disumanizzazione in corso).

I segregati nei campi in Libia sono come Pepe Mujica: umiliati e torturati, prossimi a cedere, in balìa di carcerieri protetti – di fatto – da chi pretende di “governare” l’immigrazione a prescindere dalle persone, ignorando le loro sofferenze, oltre che le loro aspirazioni.

La tortura è fra noi, ne siamo complici, e tutto sta per crollare: il nostro senso di civiltà, la dottrina dei diritti umani, ciò che da tempo intendiamo per “democrazia”. L’indifferenza per la negata dignità della persona, di ogni persona, sta diventando strutturale. Ci vorrebbe qualcuno, come la madre di Pepe Mujica, capace di urlarci: «Democrazia un cazzo».

Articolo uscito su Left n. 8 / 2019

La buona politica, un altro mondo possibile

12 febbraio 2019

Primo gennaio 1994, San Cristobal de Las Casas, Stato del Chiapas, Messico. La città si sveglia al nuovo anno con un’enorme sorpresa: un gruppo di guerriglieri con passamontagna nero fa irruzione nei palazzi del potere locale e ne prende possesso senza spargere sangue; lo stesso avviene in altri comuni dello Stato. È l’Esercito zapatista di liberazione nazionale che prende la scena, suscitando la curiosità dei media di tutto il mondo. Il portavoce dell’EZLN è un personaggio che spiazza e conquista i media supinternazionali: è troppo alto e di pelle troppo bianca per essere un indigeno; parla un ottimo castigliano; si fa chiamare sub-comandante (e non comandante) Marcos e soprattutto parla un linguaggio mai sentito prima. È poetico ed evocativo, sfugge all’immagine del guerrigliero cristallizzata in epoche passate e indica – da un’estrema periferia del mondo – qual è il vero cuore della politica planetaria: la prevalenza, anzi il dominio del paradigma neoliberale, l’ideologia che accompagna l’espansione della cosiddetta economia di mercato.

A San Cristobal de Las Casas comincia una stagione politica nuova: la critica dal basso dei processi di globalizzazione neoliberale.

 

Libero scambio

L’EZLN non ha scelto a caso la data della sua irruzione sulla scena: il primo gennaio 1994 entra in vigore il NAFTA, un trattato di libero scambio fra Messico, Stati Uniti e Canada. Per le economie locali, l’agricoltura di sussistenza, le comunità contadine povere è una campana che suona a morto. Il futuro è consegnato nelle mani dell’agrobusiness e dei padroni del mercato. È così che il sistema neoliberale allarga il suo potere, dice l’EZLN, attraverso accordi economici sovranazionali che dettano regole a vantaggio delle imprese e dei grandi capitali, esautorando gli stessi Stati nazionali. In tale scenario non c’è spazio per la democrazia, tanto meno per i diritti degli indigeni, perciò, dicono gli indigeni usciti dalla Selva Lacandona, è arrivato il momento di prendere in mano il proprio destino.

È una piccola rivoluzione, sia nel pensiero politico, sia sul terreno della pratica concreta. Il campo d’azione è inesplorato, perché la globalizzazione neoliberale sfugge alle più consolidate analisi critiche del capitalismo. Parlamenti, governi nonché banche e imprese nazionali non sono più il cuore del potere. Multinazionali, grandi centrali finanziarie e alcuni opachi organismi sovranazionali sono il vero motore della globalizzazione economica. Vogliono creare una cornice formale, attraverso leggi e istituzioni, che garantisca l’attuazione dei fondamenti dell’ideologia neoliberale: libertà di circolazione di capitali e merci; riduzione del ruolo dello Stato nell’economia; deregolamentazione; privatizzazioni.

 

La rivolta di Seattle
Il movimento di critica alla globalizzazione comincia a diffondersi nel mondo perché riesce a leggere la reale trama del dominio neoliberale. Si prende a parlare di Washington Consensus, ossia il governo dell’economia globale attraverso tre istituzioni assai poco conosciute: Banca Mondiale, Organizzazione mondiale del commercio, Fondo monetario internazionale.

Alla fine del 1999 la protesta irrompe nei notiziari internazionali con la “rivolta di Seattle”: centinaia di attivisti, con sit-in e manifestazioni, intralciano i lavori dell’Organizzazione mondiale per il commercio, istituzione pressoché sconosciuta, ma forte di un ruolo decisivo nelle scelte di politica economica su scala sovranazionale. Il lato nascosto della globalizzazione neoliberale è così portato allo scoperto.

Nell’arco di pochi mesi il movimento per la giustizia globale si diffonde e allarga il proprio campo d’influenza. Due le tappe decisive, entrambe nel fatale anno 2001 (destinato a cambiare gli equilibri geopolitici e il volto delle democrazie occidentali dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti e la conseguente “guerra al terrorismo”).

forum-social-mondial-porto-alegre-2005-victor-r_-caivano-ap-1024x682A Porto Alegre, nel primo mese dell’anno, si riunisce il primo Forum sociale mondiale, nato da un’idea di intellettuali e movimenti sociali europei e sudamericani. Sotto lo slogan “Un altro mondo è possibile” migliaia di attivisti arrivati da tutto il mondo (un centinaio gli italiani) partecipano a decine di seminari, incontri e dibattiti nei quali vengono messe a fuoco le questioni cruciali del nostro tempo. Si parla, fra molte altre cose, di tassazione della finanza speculativa e di contestazione del debito pubblico, di lotta contro l’estrazione di risorse naturali nel sud del mondo e di biodiversità, di contrasto alle privatizzazioni e di un contratto mondiale per l’accesso all’acqua potabile…

Il Social forum mondiale non somiglia a nessun’altra iniziativa politica precedente. Il campus dell’Università di Porto Alegre diventa una sorta di ateneo globale dei movimenti sociali, un’autentica ribellione al predominio del “pensiero unico”, come si comincia a definire l’ideologia neoliberale e la sua pretesa – Margaret Thatcher docet – d’essere priva di alternative. Il modello Porto Alegre sarà la matrice del movimento. Tratti salienti: la competenza, la dimension

 

e globale, la ricerca di giustizia sociale, la storia vista dal basso (e dai molti Sud del mondo), la convivenza di culture diverse.

 

Genova

Poi c’è Genova. Per il luglio 2001, in occasione del vertice G8, il movimento globale individua il suo principale campo d’azione per l’intero anno. Una poderosa macchina associativa (il Genoa social forum tiene insieme un migliaio di organizzazioni) prepara un’intensa settimana di proteste e di proposte. Fra gennaio e luglio in tutt’Italia, ma anche nel resto d’Europa, si nota un insolito fermento di iniziative. Gruppi e associazioni organizzano dibattiti e incontri, nascono i Social forum, si programma la presenza alle manifestazioni genovesi. Il modello d’azione è del tutto originale rispetto ai canoni della politica italiana.

bcc33355-47ab-4c43-948b-a6768d50ea6fCi si concentra sui temi chiave della globalizzazione e si sperimentano nuove forme di partecipazione: il metodo del consenso (anziché il voto a maggioranza), il consumo critico, l’azione diretta nonviolenta, le campagne di pressione e informazione su questioni specifiche (quelle sul debito e per una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria sono le più popolari). Le riunioni, le campagne, i gruppi tematici nati quartiere per quartiere, città per città, sono palestre nelle quali si sperimenta anche il confronto fra diversi, l’alleanza fra culture: cattolici e non credenti, centri sociali e sindacati di base, ambientalisti e cooperanti.

È chiaro a tutti che sta cambiando qualcosa. Si mettono in azione e prendono parola migliaia di cittadini fin lì rimasti ai margini della scena pubblica. Marina Spaccini, medico pediatra con lunghi trascorsi in Africa e attiva nelle Rete Lilliput, spiegherà così il nuovo movimento: «Non potevamo più limitarci all’impegno concreto, al volontariato o alla cooperazione del Sud del mondo; dovevamo occuparci anche delle questioni di fondo, della politica».

 

Epilogo
Sappiamo come è andata a finire.

I poteri stabiliti hanno rifiutato il confronto con le idee del movimento e scelto la via della violenza. Le giornate di Genova, nel luglio 2001, sono passate alla storia per gli abusi e le torture di polizia. In questo modo il movimento per la giustizia globale è stato criminalizzato e il suo processo di crescita, specialmente in Italia, sostanzialmente arrestato. Ma sarebbe sbagliato parlare di una scomparsa della prospettiva emersa dal ’94 in poi, passando per Seattle e Genova: è anzi vero che il crac finanziario del 2008 ha mostrato quanto fossero fondate le analisi e le denunce del movimento, le cui proposte restano vive nell’esperienza concreta di milioni di persone attive in tutto il mondo.

Passati tanti anni restano a disposizione un patrimonio di idee e di esperienze ancora da esplorare e poi un metodo d’azione originale, in quanto pluralista, partecipativo, non leaderistico e cresciuto all’interno di una visione globale e complessa del mondo.

La sfida per una  buona politica potrebbe ripartire da qui.

 

Questo articolo è uscito su Mosaico di pace, gennaio 2019

Ribellarsi all’ordine delle cose, ripensando a Palach

7 febbraio 2019

Jan Palach, mezzo secolo fa, in una delle lettere scritte in preparazione e come spiegazione del suo gesto estremo – l’autoimmolazione in piazza San Venceslao a Praga – scriveva così: “Dato che la nostra nazione si trova in bilico tra disperazione e rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e risvegliare così la coscienza nazionale.” Palach si firmava nei suoi ultimi messaggi “Torcia umana numero 1”, lasciando intendere che altri del suo gruppo avrebbero imitato il suo gesto. Si toglieva la vita, dandosi fuoco, per spingere i concittadini all’azione, esponendo anche alcune richieste concrete, come la fine della censura, le dimissioni dei dirigenti filosovietici che avevano soffocato la primavera di Praga, l’ambizione cioè di costruire, come si disse all’epoca, un socialismo dal volto umano.

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Un frame da “Jan Palach” di Robert Sedlácek

Palach non dev’essere dimenticato. Il suo gesto così drammatico e radicale ci ricorda un passaggio essenziale di ogni strategia di autentico cambiamento politico: la necessità di una rottura con l’ordine vigente. E’ un passaggio obbligato: è possibile pensare il cambiamento, in quanto vi siano voglia di opporsi, di protestare, di mettere in gioco il proprio corpo, la propria intelligenza, la propria capacità di relazione con gli altri. Palach, al suo tempo, si immolava quale torcia umana per svegliare il suo popolo dal torpore indotto dalla repressione, dall’autoritarismo del regime, dalla delusione seguita alle illusioni della ribellione praghese. Si può essere dubbiosi circa la sua scelta senza ritorno – il suicidio – ma non indifferenti al suo messaggio, che vale anche per noi qui e ora.

Viviamo una fase storica delicata. Pensiamo alla nostra Europa. Le diseguaglianze sempre più forti sono all’origine di tensioni sociali crescenti; assistiamo quasi impotenti alla crisi se non al rifiuto della dottrina dei diritti umani, negati di fatto alle persone che vengono da fuori (immigranti, richiedenti asilo, rifugiati); si riaffacciano nazionalismi che nemmeno nascondo le proprie tendenze autoritarie, auto definendosi sovranismi; il collasso ecologico incombe sul continente come sul resto del pianeta ma i sistemi politici e di pensiero sembrano unificati dall’incapacità di affrontare la questione con strumenti adeguati…

Il quadro è grave e quasi disperante, eppure la politica deve svolgere la sua missione: ossia individuare vie d’uscita e mettere insieme gli strumenti ideologici e pratici per incamminare la società lungo nuovi percorsi. E’ il lavoro in corso nei movimenti di opposizione, nelle correnti di pensiero e di azione che osano ancora immaginare il mondo fuori dagli schemi dominanti. Le idee non mancano, le esperienze concrete – a ben vedere – nemmeno. Movimenti sociali, reti associative e di altreconomia, imprese dell’economia civile e strutture autogestite: esiste un arcipelago di resistenze, di non conformità, di anticipazioni di un futuro diverso che costituisce un patrimonio politico prezioso.

Ma non si scappa dal punto indicato a suo tempo da Jan Palach, un giovane che osava agire e immaginare un mondo nuovo (non da solo) in seno al socialismo reale, in condizioni quindi più difficili, almeno sulla carta, di quelle che si incontrano all’interno degli attuali regimi democratici, dove le libertà di parola e di associazione sono garantite. Per scuotere dall’apatia e stimolare la partecipazione diretta, è necessario un momento di rottura; occorre spezzare la sterile oscillazione fra “disperazione e rassegnazione” e quindi “risvegliare le coscienze”.

E’ quel che serve anche a noi, qui e ora. E forse è quanto sta già avvenendo, neanche troppo sotto traccia, per quanto ne abbiamo una debole percezione. Tutti sappiamo dei gilet gialli francesi, da settimane, ormai mesi, mobilitati – in forme e con aspirazioni controverse – in una contestazione del “sistema”. E’ una protesta popolare – a quel che si legge – che in Francia i maggiori gruppi di potere politico, economico, mediatico stentano a controllare e in larga misura anche a comprendere. In ogni caso il minimo che si possa dire è che siamo fuori dal recinto della “disperazione e rassegnazione”.

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Proteste di piazza a Bruxelles, gennaio 2019

Altre proteste corrono in giro per l’Europa. A Bruxelles a fine gennaio decine di migliaia di persone, per lo più giovani, hanno manifestato sotto lo slogan “Cambiamo il sistema, non il clima”, ultima di una serie di azioni mosse dal desiderio, dall’urgenza, di fare qualcosa contro gli annunciati, devastanti effetti dei cambiamenti climatici in corso. Un fronte sul quale i poteri correnti hanno dimostrato a più riprese la propria totale impotenza, succubi come sono di un sistema di pensiero – l’ideologia della crescita, lo logica neoliberale – che non permette il radicale cambiamento di rotta che sarebbe necessario. Movimenti analoghi a quello belga hanno animato proteste di piazza in altri paesi europei, dalla Germania alla Francia all’Olanda.

In Albania gli studenti medi e universitari sono scesi in piazza per contestare le riforme del sistema scolastico, orientate a limitare il diritto di accesso agli studi e a favorire lo sviluppo di un sistema formativo privato. La contestazione si è rapidamente estesa all’intera classe dirigente del paese, messa fortemente in discussione.

Nell’Ungheria del premier Orban, attuale (non dichiarato) modello per buona parte della classe politica europea, le strade e le piazze si sono riempite, nonostante il clima tutt’altro che favorevole alla contestazione popolare, di fronte alle cosiddette “leggi schiavitù”, introdotte per compensare, attraverso orari di lavoro più lunghi e condizioni retributive peggiori, la mancanza di manodopera causata dalla rigida politica contro l’immigrazione. Altre proteste di piazza hanno attraversato vari paesi europei, ad esempio la Serbia, per non dire dei movimenti contro la Brexit usciti allo scoperto nel Regno Unito.

Non è il fantasma del comunismo che si aggira per l’Europa, ma forse sta germogliando il seme di una protesta popolare non egoistica; forse nel corpo dell’Europa e in specie nella popolazione giovanile sta maturando la persuasione che è necessario, oltre che possibile, uscire dagli schemi di pensiero imposti. L’oscillazione fra disperazione e rassegnazione, cinquant’anni dopo Palach, non può essere il destino di un continente in crisi di identità ma ancora fertile per chi voglia coltivare – e sono molti – la prospettiva di una conversione ecologica e democratica dell’economia e della società, rompendo la camicia di forza del modello burocratico neoliberale che ci sta soffocando.

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