Skip to content

La lezione di Genova ci parla ancora

22 luglio 2018

In piazza Alimonda per non rassegnarsi alla sconfitta

(da Il Manifesto, 21 luglio 2018)

Si torna a Genova come ogni anno e sotto il palco di piazza Alimonda la memoria corre a quel giorno maledetto, quando un ragazzo rimase sull’asfalto, colpito alla testa da un colpo di pistola, il corpo calpestato dalla camionetta dei carabinieri, il cranio sfregiato con una pietra. E’ giusto chiedersi perché ci ritroviamo qui, chi con il corpo chi nello spirito. Siamo reduci? Nostalgici? Sconfitti dalla storia che tornano sul luogo delle proprie gesta e degli altrui delitti? Forse sì, ma è possibile che ci sia qualcos’altro. Che Genova G8 ci riguardi ancora. In questi giorni tempestosi, di violenza del potere nel mar Mediterraneo, di sghangherata critica alle tecnocrazie globali in nome di rinascenti e osceni nazionalismi, le giornate di Genova, i sette giorni di contestazione e di proposta organizzati durante il vertice dei cosiddetti Otto Grandi (che così Grandi poi non erano) appaiono come un approdo, anziché un residuo della storia.

G8genova03Lasciamo pure da parte il sottile senso d’angoscia e d’impotenza che suscita, confrontato all’oggi,  il ricordo della miriade di persone e organizzazioni venute a Genova richiamate da un nuovo movimento capace di mostrare il vero volto del potere (il pensiero unico neoliberista, tema all’epoca assente dall’agenda politica e mediatica) e pensiamo alle molte buone ragioni messe in campo da quel movimento. E’ un elenco che sorprende, sia nella parte critica sia in quella propositiva.

Dalla rivolta di Seattle (dicembre ’99) in poi e fino al luglio genovese, passando per una  serie di contestazioni a riunioni  delle varie istituzioni della tecnocrazia globale, il movimento mise a nudo e denunciò, per limitarsi ai punti essenziali: la finanziarizzazione dell’economia neoliberale e le crescenti diseguaglianze fra nord e sud del mondo; la nuova dislocazione dei poteri, non più a livello  nazionale ma nella grande finanza e nelle istituzioni globali al suo servizio (Wto, Fmi, Banca mondiale, il cosiddetto “Washington Consensus”); la mercificazione del lavoro e della stessa vita umana, con annessa libertà di circolazione per i capitali ma non per le persone…

La parte propositiva non era meno ricca di spunti e di esperienze: una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria; la cancellazione del debito pubblico iniquo; l’idea di un’altreconomia, liberata dalla schiavitù della crescita e capace di includere in sé il limite ecologico allo sviluppo; un contratto mondiale per l’accesso all’acqua; il bilancio partecipativo nelle amministrazioni locali… E così via.

Sorprende, questo parziale elenco, perché fornisce ancora oggi una visione del mondo alternativa allo status quo; una visione costruita con competenza e spesso attraverso la pratica concreta; una visione che è stata anche aggiornata da alcuni nuovi movimenti in varie parti del mondo. 

A distanza di tanti anni capiamo meglio che nel luglio 2001 fu affossata a colpi di pistola, di manganello e con la tortura un’idea di mondo che stava riscuotendo troppo consenso. Troppo vasta e soprattutto troppo varia, ben oltre i confini storici della sinistra, era la partecipazione di singoli, associazioni e movimenti: occorreva colpire e criminalizzare tutto ciò, dichiararlo fuori legge, escluderlo dal discorso pubblico; occorreva rendere inascoltabili le parole dette nei convegni, nei seminari, in quell’università popolare a cielo aperto chiamata Forum sociale mondiale.

E tuttavia sarebbe difficile sostenere che le idee di quel movimento sono state davvero annientate ed escluse per sempre dalla storia. Non è così. Quelle idee non sono morte e anzi continuano a ispirare persone e movimenti attraverso i continenti; sono all’origine di progetti politici, sociali, esistenziali radicati nel presente e capaci di futuro. Resta preziosa anche la lezione di metodo: niente steccati fra culture diverse e unione delle forze per dare spessore politico all’azione sociale condotta fuori dagli schemi del mercato, cioè secondo giustizia, empatia, nonviolenza. 

A Genova è morta semmai in molti cittadini la fiducia nello stato e nei suoi apparati di sicurezza, incapaci negli anni  di ammettere le proprie colpe e recuperare la credibilità perduta. A Genova è morta quella sinistra che non volle capire che c’era (e rimane) una nuova linea di demarcazione rispetto alle destre: l’adesione o meno al modello neoliberale.   

Oggi – passata, anzi ancora in corso una crisi finanziaria più che prevedibile e col “Washington Consensus” in crisi d’identità – succede che una contraddittoria e confusa critica alla globalizzazione neoliberale viene condotta lungo un binario che porta a rinascenti quanto pericolosi nazionalismi. E’ una capriola della storia che spaventa ma che  aiuta anche a pensare. Fa capire che la critica dei movimenti sociali al pensiero unico è ancora attuale e che le vie d’uscita esistono, nonostante le sconfitte e un certo scoramento del tempo presente. Quindi si torna a Genova e si pensa che la memoria è generosa, le buone idee tenaci, la storia imprevedibile; visto da piazza Alimonda,  il futuro è ancora aperto. 

Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova

 

Annunci

Il giornalismo non può essere megafono delle campagne d’odio

11 luglio 2018

Nel 2008 nasceva Giornalisti contro il razzismo, gruppo informale dal nome altisonante, promotore di un appello intitolato “I media rispettino il popolo rom”. Erano i giorni di un violento attacco politico e mediatico a rom e sinti sull’onda della cosiddetta emergenza sicurezza; i giorni del pogrom al campo rom di Ponticelli a Napoli, dell’aggressione mediatica agli immigrati dalla Romania dopo il cosiddetto stupro della Caffarella a Roma.

Eravamo quattro giornalisti e mediattivisti sconvolti dalla violenza dei toni e dalla superficialità delle ricostruzioni e delle analisi e quell’appello – di richiamo ai fatti, alla deontologia, al rispetto delle minoranze e delle vite altrui – era più che altro uno sfogo. Ricevemmo – inattese – decine, centinaia di adesioni. Spuntò a quel punto l’idea di “fare qualcosa”, sotto forma di un codice di autodisciplina sull’uso del linguaggio: la campagna “Mettiamo al bando la parola clandestino (e non solo quella)”.

f844dd150f61e63a8ec2f8e4f68a0e6a-koyh-835x437ilsole24ore-webSono passati dieci anni e molte cose sono cambiate, sia nel paese sia nel mondo dell’informazione. L’emergenza sicurezzac’è ancora (mediaticamente parlando, perché nei fatti non c’era allora come non c’è oggi) e si è aggiunta una virulenta emergenza immigrazione (anche questa tutta mediatica), tanto che ci siamo ormai tutti abituati a considerare il “governare con la paura” come un’ovvietà. I giornalisti nel frattempo si sono dotati di strumenti come la Carta di Roma (il documento deontologico su rifugiati e richiedenti asilo) e l’associazione omonima che ne sostiene la diffusione;  altre iniziative simili sono nate fuori dal mondo istituzionale.

Giornalisti contro il razzismo negli ultimi anni è rimasto dormiente, considerando pressoché esaurita la sua funzione; ma oggi ci rimettiamo in gioco con un nuovo appello, che nasce dall’angoscia suscitata dall’ondata di odio che imperversa nella politica, nei media e nella società.

Il testo è qui sotto e mette in discussione una certa idea di neutralità: la convinzione  che compito  dei giornalisti sia riportare quel che accade e quel che viene detto, qualunque cosa accada e qualunque cosa venga detta.

In certi casi una neutralità intesa così diventa complicità e infine tradimento dei compiti professionali e dell’etica civile. Ecco l’appello (da sottoscrivere e diffondere QUI IL LINK)

 

IL GIORNALISMO NON SIA AL SERVIZIO DELL’ODIO E DELLA PROPAGANDA

A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e la vita democratica

Dieci anni fa  abbiamo lanciato un appello – “I media rispettino il popolo Rom” – e una proposta di autodisciplina del linguaggio – “Mettiamo al bando la parola clandestino” – con il proposito di contribuire a una discussione aperta sul modo di fare informazione in un periodo di campagne politiche sulla sicurezza spesso condotte sul filo dell’emotività e della paura. Da allora molte cose sono cambiate, alcune anche in meglio, ma stanno emergendo nuovi motivi di forte preoccupazione.

Negli ultimi mesi di cronache politiche abbiamo assistito a un’allarmante accelerazione di un processo che da anni indebolisce il diritto dei cittadini a un’informazione onesta, approfondita e indipendente, che serva a migliorare la vita dei cittadini e non a generare paure, odio e tensioni sociali.

In particolare, si registra una diffusa tendenza giornalistica – anche nella stampa cosiddetta indipendente – a riportare acriticamente affermazioni di esponenti politici palesemente menzognere e fuorvianti. Espressioni che utilizzano un lessico costantemente sopra le righe – quando non propriamente rabbioso, violento e istigatore di violenza – per propagandare uno specifico punto di vista e per continuare a rimettere in cima alle priorità italiane una sola questione: lo stigma e il pre-giudizio contro le persone in fuga verso l’Europa.

È evidente, per esempio, l’intento di propaganda politica e non certo di riportare la verità quando i massimi rappresentanti istituzionali parlano di naufraghi in crociera, Ong al soldo delle mafie dei barconi, aree di guerra “inesistenti”, fantomatici e vaghi complotti di “sostituzione etnica”, ruspe per spianare campi nomadi, rom italiani “purtroppo non espatriabili”, migranti che non viaggerebbero in aereo perché sulle navi umanitarie si godono “la pacchia”. Alle garanzie costituzionali e alla tutela dei diritti umani fondamentali si sostituiscono interpretazioni e costruzioni capziose e strumentali prive di fondamento.

È obbligo civile prima ancora che deontologico del giornalista, contestualizzare affermazioni politiche di simile tenore e gravità in una cornice adeguata, fornendo al lettore chiavi di interpretazione o altri elementi utili a minimizzare i rischi di manipolazione sociale e di deformazione della realtà percepita dall’opinione pubblica. A maggior ragione se la fonte è un ministro che ha prestato giuramento sulla Costituzione repubblicana e se è circondato dal silenzio istituzionale di fronte a parole che si stanno ora tramutando in fatti.

Un’informazione onesta, approfondita e indipendente dovrebbe passare le esternazioni estemporanee al vaglio dei dati di realtà, delle rilevazioni sul campo e delle statistiche ufficiali fornite. Istituzioni nazionali e internazionali come Unar, Istat, Iom, Unhcr tracciano un quadro dell’immigrazione ben diverso dalla retorica dell’invasione e proprio per questo vengono spesso ignorate o relegate ai margini del discorso.

Il nostro sistema dell’informazione rischia di rendersi complice del disegno di chi abusa della credulità popolare e cerca di estendere via via l’area dell’assuefazione a uno spietato cinismo verbale ora tradotto in azione istituzionale.

La professione giornalistica è normata dalle leggi dello Stato (dunque in prima istanza dalla Costituzione), richiede una specifica abilitazione con iscrizione all’Albo, è regolamentata da una serie di norme deontologiche (fra le quali la Carta di Roma, riguardante l’informazione sui fenomeni migratori).

L’eventuale dissenso relegato nell’angolo dei commenti non basta.

Contrasta con tali norme, e dunque con il pieno esercizio della libertà di informazione in uno stato di diritto, il ridursi a megafono asettico (e talvolta zelante) di politici senza scrupoli lasciati liberi di imporre l’agenda delle priorità e delle supposte emergenze nazionali, di praticare un linguaggio che semina odio, di disinformare sistematicamente i cittadini, di mistificare la realtà agitando azioni istituzionali per nulla risolutive ma a elevato impatto mediatico, utilizzando delle vite umane per primeggiare nel marketing del consenso.

Ci appelliamo all’Ordine dei giornalisti e ai colleghi affinché i rappresentanti istituzionali e quant’altri contribuiscono a questa spirale di violenza si trovino sistematicamente a confrontarsi con un’informazione critica e non asservita, che non si limiti a registrare e ripetere le frasi del giorno, ma al contrario fornisca gli strumenti e le conoscenze necessarie per analizzarle e confutarle quando necessario.

A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e dunque la vita democratica.

Silvia Berruto
Giuseppe Faso
Lorenzo Guadagnucci
Carlo Gubitosa
Beatrice Montini
Zenone Sovilla

Il diritto/dovere di disobbedienza & fraternità

7 luglio 2018

C’è un giudice a Parigi. C’è un principio di fratellanza che sembra animare ancora le istituzioni di un continente, l’Europa, sottoposte a pressioni così forti da sembrare insopportabili. La notizia che arriva da Parigi è davvero importante, nel passaggio storico drammatico che stiamo vivendo. Il Consiglio costituzionale francese ha accolto il ricorso di Cédric Herrou, popoloraissmo contadino e “passeur” della Provenza, condannato in tribunale per avere aiutato dei migranti a a entrare e a muoversi nel paese.

I giudici costituzionali hanno affermato che l’aiuto disinteressato al soggiorno irregolare non è “passibile di conseguenze giuridiche”, poiché realizza il “principio di fratellanza”, scolpito nel motto fondativo della repubblica francese: “Liberté, égalité, fraternité”.

Cedric Herrou, a French farmer and volunteer assisting migrants to cross the French-Italian border to avoid police controls, prepares a meal with migrants at his home in Breil-sur-RoyaLa disobbedienza civile di Cédric ha visto riconosciute le sue ragioni. E’ un pronunciamento molto importante perché giunge in una fase caratterizzata proprio dalla criminalizzazione non già del dissenso politico, bensì dei comportamenti solidali.

Ordinanze, provvedimenti governativi, in qualche caso anche leggi (vedi l’Ungheria) stanno dando forma in tutta Europa a ciò che Luigi Ferrajoli definisce “diritto antiumanitario”; la Francia ora dice sostanzialmente che tutto ciò è incostituzionale e incompatibile con uno dei concetti cardine su cui si è fondata la rivoluzione francese, origine storica e ideale delle democrazie europee.

Non è poco, se si pensa al crescendo dell’ultimo anno: i respingimenti di Ventimiglia; la caccia all’uomo sulle Alpi; l’attacco forsennato alle navi delle Ong e all’idea stessa del principio di accoglienza.

I Cédric Herron, i cittadini che aiutano i “sommersi” a salvarsi e a sfuggire a respingimenti e catture, i  disobbedienti rispetto a leggi ingiuste ma fedeli ai valori fondativi dell’umanesimo, sono i fari che riescono ancora a gettare fasci di luce nella notte del diritto che si è formata attorno a noi, passo dopo passo.

Cédric sul nostro confine occidentale rinverdisce l’epopea dei “passeurs” che aiutavano ebrei e dissidenti politici a fuggire dall’Italia fascista; ci ricorda qual è la condotta che le persone rette devono tenere in frangenti storici difficili; ci fa venire in mente, pensando al nobile discorso parlamentare di Liliana Segre all’insediamento del governo Conte, che la senatrice a vita, allora bambina, fu respinta con il padre e altri familiari da un gendarme svizzero, quando il gruppo credeva d’essere finalmente libero (finirono poi tutti ad Auschwitz e solo Liliana si salvò).

Abbiamo un bisogno vitale di azioni concrete e testimonianze forti, altrimenti non riusciremo a fermare la cupa onda del nazionalismo e del rancore che sta salendo in tutto il continente: Cédric e i tanti che stanno facendo come lui sono i pilastri di una nuova idea di Europa.

Lo spettro del genocidio

3 luglio 2018

L’articolo riprodotto qui sotto è uscito sul numero di dicembre del mensile Altreconomia. Affronta il tema delle politiche contro l’immigrazione per chiedersi se non siamo di fronte a un genocidio. Il termine è forte, disturbante e dev’essere usato con appropriatezza. Forse è il momento di farlo, alla luce di quel che sta avvenendo nel Mediterraneo e di quanto scrive Alex Zanotelli su quanto accade (e non viene raccontato) in Africa.

L’ecatombe dei migranti e il vocabolario che lascia interdetti

Osservando il Mediterraneo o i campi in Libia affiora la tentazione di parlare di lager e di politiche volte al “genocidio”. Parole che spaventano. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 199 — Dicembre 2017

“L’Europa è responsabile di un vero e proprio genocidio, perciò denuncio alla procura l’Unione europea e i singoli Stati per la sua gestione criminogena dei migranti”: l’uscita del sindaco di Palermo Leoluca Orlando, a metà ottobre, suscitò più stupore e scetticismo che attenzione. Pareva un’iperbole, una pericolosa esagerazione, perché evocare certi concetti, suggerire accostamenti fra eventi storici distanti fra loro, implica il rischio della banalizzazione e -anche- del revisionismo. Osservando quel che avviene nel mar Mediterraneo, o nei campi di detenzione in Turchia e Libia, per non dire dei viaggi compiuti attraverso l’Africa dagli aspiranti all’emigrazione, affiora spesso la tentazione di parlare di lager e di politiche volte al genocidio, ma sono parole che fanno spavento e si esita a utilizzarle. Orlando ha rotto il tabù specificando di “parlare da giurista” e indicando anche una fattispecie concreta: “In base alla propria legislazione, l’Europa riconosce il diritto all’asilo dei siriani, ma poi non li mette in condizione di raggiungere l’Europa. Li costringe a vendersi a mercanti di morte. Questa è materia sufficiente perché si faccia un processo penale”.
Il termine genocidio fu coniato nel 1944, mentre l’attività dei campi di sterminio era a pieno regime, da Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco sfuggito alla Shoah. La definizione ufficiale, adottata nel 1946 dalle Nazioni Unite, fu il frutto di un compromesso politico fra le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale -si escluse ad esempio la discriminazione politica su richiesta dell’Unione sovietica- e col tempo i giuristi ne hanno ridefinito i confini, senza peraltro che vi sia tuttora un accordo pieno sui suoi contenuti e limiti. Si può davvero parlare di genocidio per la sorte dei migranti fermati alle soglie dell’Europa? Per gli annegati in mare, per le donne violentate durante il viaggio, per le persone recluse senza aver commesso reati e spesso torturate?
Annamaria Rivera, antropologa e studiosa delle migrazioni, nel 2015, all’indomani dello scalpore suscitato dalla fotografia del piccolo Aylanriverso senza vita su una spiaggia turca, scrisse che “le istantanee più recenti a prova del trattamento dei profughi e della loro ecatombe inesorabile contengono segni evocanti la semiotica del genocidio”.
All’inizio di novembre, mentre le cronache riportavano le notizie di barconi affondati nel Mediterraneo, Roberto Savianosi è impegnato in una “call to action” rivolta ai giuristi di buona volontà: “Farli arrivare cadaveri in Europa o bloccarli nei lager libici non può essere la civile soluzione italiana ed europea al problema immigrazione. Gli illustri colpevoli che hanno stretto accordi con i torturatori vanno processati e giudicati ora. Dobbiamo far comprendere ai governi europei che nessuno può sacrificare vite umane per ragioni di propaganda elettorale e che “nessuno può farlo rimanendo impunito”.
Nella varietà delle definizioni, il genocidio riguarda il modo di trattare persone finite nella categoria delle “vite superflue”, o “vite di scarto” come le ha chiamate Zygmunt Bauman. È vero che la giustizia internazionale è stata ed è tuttora peggio che imperfetta, con ampi spazi lasciati all’impunità, ma non per questo il dibattito sul “genocidio dei migranti” merita d’essere chiuso prima ancora di cominciare.
Discutere della Fortezza Europa e dei mandanti politici di torture e massacri per annegamento, ci aiuterebbe a mettere a fuoco qual è la vera emergenza migrazioni: un’emergenza per deficit di democrazia, di umanità, di giustizia.

E se l’Europa morisse?

29 giugno 2018

Matteo Salvini, in un’intervista col settimanale tedesco Der Spiegel, non ha esitato a evocare l’epilogo più estremo: “Nel giro di un anno si deciderà se esisterà ancora un’Europa unita oppure no”.

L’uscita del nostro ministro degli Interni, autentica guida politica del governo Conte, va presa sul serio, perché lo sgretolamento dell’Europa è è probabilmente già in corso. La questione migratoria – che non è una reale emergenza demografica – sta diventando politicamente esplosiva: alla spina del Gruppo di Visegrad, in aperto dissidio col resto dell’Unione, si aggiungono le posizioni centrifughe di paesi come l’Italia e l’Austria; trovare una sintesi sta diventando impossibile e già Angela Merkel ha cominciato a parlare di accordi bilaterali fra stati anziché di decisioni collettive.

bb92ca8c-c06b-4a7d-a26a-e804308d6d82_largeAltrettanto esplosivi sono i contenziosi  legati alle politiche di bilancio restrittive imposte da Bruxelles, vissute da molte cancellerie come una forma di commissariamento di fatto (caso greco docet).

L’Unione a 27 è assai poco omogenea sotto molteplici profili e la coesione politica diventa più difficile via via che cresce il peso elettorale delle forze cosiddette sovraniste, finora attente a non proporsi  l’uscita unilaterale dall’Unione ma destinate a entrare in conflitto con Bruxelles al primo vento di crisi economico-finanziaria.

L’annunciata fine del “quantitative easing” – l’intervento della BCE sui mercati finanziari per tenere bassi i tassi di interesse – potrebbe il prossimo gennaio essere il banco di prova decisivo.

Sarà possibile tenere l’Europa unita? E soprattutto: ne vale la pena? Sono domande decisive e che assillano tutti, non solo la destra sovranista. L’Unione attuale – è stato detto mille volte – è parte di un sistema economico dominato dagli interessi della grande finanza e ha dimostrato in più occasioni – vedi il trattamento riservato alla Grecia in questi anni – d’essere più vicina, ideologicamente parlando, all’ortodossia neoliberale che al sogno democratico e federalista nato sull’isola di Ventotene.

La fine dell’Unione, in questo senso, potrebbe non essere il peggiore dei mali, sempre che non consideriamo quale fu il principale motore dell’europeismo: il desiderio di pace, l’urgenza di superare i nazionalismi che nel corso del ‘900 trasformarono il territorio europeo in un campo di battaglia, decimandone la popolazione.

Abbandonare l’idea d’Europa, subire la fine dell’Unione come un male in qualche modo necessario, implicherebbe un’enorme spinta all’espansione dei nazionalismi, oggi camuffati a malapena sotto la patina di una parola nuova, sovranismo.

L’Unione europea negli ultimi anni ha fatto purtroppo scelte autolesioniste, dagli errori compiuti con l’euro alla rigida applicazione dei dogmi dell’ideologia neoliberale, ma il suo disfacimento avrebbe effetti politici, culturali e anche psicologi disastrosi (il ritorno dei confini, dei conflitti fra stati, la sensazione di vivere una regressione rovinosa).

Stiamo vivendo una fase drammatica, forse sottovalutata delle opinioni pubbliche dei vari stati del continente: l’Unione così com’è – litigiosa, paralizzata dalla dogmatica neoliberale e incapace di reagire alle folate di vento del neonazionalismo – sembra avviata verso l’implosione. I leader politici europei – vedi Salvini allo Spiegel – stanno cominciando a parlarne.

Per evitare simile scenario servirebbe una piccola-grande rivoluzione, in breve il rilancio dell’ideale fondativo: un’Europa democratica e federalista, molto diversa dall’Unione attuale. La verità è che al punto in cui siamo solo i cittadini europei possono salvare l’Europa. Ma ne sono (ne siamo) consapevoli? E lo vogliono (lo vogliamo) davvero?

da azionenonviolenta.it

Il paradosso di Tsipras e l’implosione dell’Unione europea

25 giugno 2018

Nei giorni scorsi Alexis Tsipras si è finalmente rimesso la cravatta. Il premier greco lo aveva promesso: la indosserò quando saremo fuori dal commissariamento della Troika. Il momento è arrivato e il gesto è stato plateale, perché il governo considera d’essere giunto a un punto di svolta lungamente atteso. C’è tuttavia qualcosa di paradossale in questo passaggio.

Nell’estate di tre anni fa la Grecia fu al centro di un drammatico braccio di ferro. Si passò dall’esaltazione per il referendum contro l’austerity indetto e stravinto dal nuovo governo di sinistra-sinistra, all’umiliazione inflitta a Tsipras dagli altri leader europei. Il  primo ministro arrivato al potere dopo i fallimenti della destra e dei socialisti del Pasok fu costretto a subire condizioni capestro per la concessione di nuovi prestiti; era il commissariamento di fatto da parte della Troika.

tsip.jpgIl ministro tedesco Schauble indicò cinicamente l’alternativa: la Grexit, ossia l’uscita dall’euro, con la Ue disponibile solo a concedere i necessari aiuti umanitari; il Guardian parlò di “waterboarding politico” inflitto al premier greco.

Tsipras scelse di piegarsi, rifiutando le dimissioni e nuove elezioni, che equivalevano in quel momento a un salto nel vuoto, pagando però un prezzo altissimo: la rinuncia al suo programma politico di intervento pubblico nell’economia, di uscita dall’austerity, di messa in discussione del debito; subì anche l’abbandono del ministro e amico Yanis Varoufakis, attivissimo nei mesi precedenti nella ricerca di una soluzione creativa e di sinistra alla crisi del debito.

Oggi il governo Tsipras ritiene d’essere uscito dalla camera di tortura dei piani di salvataggio: può tornare a finanziarsi direttamente sui mercati, ha maggiori margini di manovra (ma resta sotto controllo e con numerosi obblighi da rispettare) e sembra quindi nuovamente sedere da pari a pari con i colleghi dell’Unione.

In realtà Tspiras trova un’Europa in gravissimo affanno e sul punto dell’implosione. Il violento trattamento inflitto nel 2015 ad Atene rese manifesto il volto più sinistro dell’Unione, incapace di investire risorse culturali e politiche lungo la via della solidarietà, nella ricerca di una via d’uscita socialmente accettabile (per la Grecia e non solo) e decisa invece ad applicare al governo greco le ferree leggi dell’economia neoliberale . Si umiliava la Grecia per mettere in guardia gli altri paesi in difficoltà,  strozzati dal debito pubblico e dalla dittatura dei mercati finanziari.

Forse in quei giorni, e lo vediamo meglio oggi, ha cominciato a morire l’Europa. La Ue scelse di colpire la Grecia per rendere esplicito ciò che abbiamo constatato anche in Italia con la travagliata nascita del governo Conte e il caso-Savona: in Europa è possibile votare e scegliere la maggioranza politica preferita, ma non è ammesso, per i governi nazionali di qualunque colore, decidere la propria linea politica, se non restando nell’ambito dell’ortodossia neoliberale. Viene in mente il celebre motto di Henry Ford, campione dell’automazione e della compressione dei costi di produzione: i clienti possono scegliere il colore dell’auto, purché sia nero.

Il governo Tsipras ha dovuto attuare in questi tre anni i memorandum imposti dalla Troika, quindi drastici tagli a stipendi e pensioni, privatizzazioni di tutto il privatizzabile, revisione delle leggi sul lavoro, contenimento radicale della spesa pubblica. Ha resistito ed è ancora al suo posto, ma di qui in avanti non potrà che portare minime correzioni alla rotta fin qui seguita. E rischia di vedere coincidere la parziale liberazione dal giogo della Troika con un travaglio politico e istituzionale che potrebbe mandare in una crisi irreversibile l’Unione.

La via dell’egoismo e dell’ortodossia neoliberale imposta ad Atene nel 2015 è la stessa che oggi impedisce di gestire la pseudo emergenza immigrazione lungo i binari della democrazia e della solidarietà fra stati, e all’orizzonte già si prospettano nuove crisi finanziarie e istituzionali, con la fine a dicembre dell’interventismo della Banca Europea sui mercati finanziari e la crescita in numerosi paesi (compreso il nostro) del cosiddetto sovranismo.

Tspiras si è rimesso la cravatta ma gli effetti della tortura che dovette subire tre anni fa stanno ancora minando il futuro dell’Unione europea e delle nostre democrazie.

La mucca che ci fa capire i guai dell’Europa

23 giugno 2018

Parlare di confini in Europa di questo tempi è molto pericoloso e al tempo stesso decisivo. Il tema è incandescente, a causa della cosiddetta emergenza migranti e del risorgere potente del nazionalismo, oggi pudicamente chiamato sovranismo, forse per scacciare i cattivi pensieri associati nella storia europea a un’ideologia che fu alla base delle carneficine che abbiamo chiamato prima e seconda guerra mondiale.

Una paradossale quanto rivelatrice storia di confine ci porta nella Bulgaria occidentale, dove una placida mucca, di nome Penka, alla fine di maggio passando di pascolo in pascolo si è trovata in Serbia, diventando di colpo clandestina ed extracomunitaria. Il padrone dell’allevamento nel quale Penka era rinchiusa, il signor Ivan Haralimpiev, è andata a riprendere la mucca oltre confine, ma una volta giunto al posto di frontiera bulgaro l’animale è stato sequestrato, perché privo di tutti i documenti sanitari prescritti dall’Unione europea per l’ingresso di animali extracomunitari (in quel momento Penka era un’immigrata dalla Serbia). Penka è stata quindi messa in quarantena, in vista di un probabile abbattimento: in nome della sicurezza, come ben sappiamo, l’Unione europea sa essere molto dura.

Il signor Haralimpiev non si è dato però per vinto e ha giocato d’astuzia, sollevando un caso mediatico: è partita una campagna sotto l’hashtag #savePenka alla quale ha aderito perfino sir Paul McCartney, leader dei Beatles e baronetto (extracomunitario anche lui, dopo la Brexit). Una petizione internazionale ha raccolto più di trentamila firme e i media di numerosi paesi hanno parlato di Penka, invocandone la salvezza. 

La storia ha avuto un sostanziale quanto problematico lieto fine. E’ vero che le autorità bulgare, constatata la buona salute della mucca divenuta improvvisamente extracomunitaria, l’hanno riconsegnata al signor Haralimpiev, ma sappiamo qual è la sorte di un animale d’allevamento.

Dal canto suo l’Unione europea alla fine si è salvata dal ridicolo nel quale stava cadendo, ma questa storia rivela un male profondo che sta divorando il sogno federalista: l’innocente Penka, con la naturalezza e la libertà tipiche degli animali, ha messo a nudo l’insensatezza e l’ingiustizia di norme che pretendono di trasformare creazioni umane come i confini in leggi di natura. 

Nel caso di Penka si è stati ragionevoli, riconoscendo alla fine che un pascolo è solo un pascolo a prescindere dai confini tracciati sulle carte e che  una mucca non è che una mucca, quindi un animale in cerca di risorse per alimentarsi e vivere; ora dovremmo chiederci perché non riusciamo a considerare l’Europa per quel che è, un territorio come un altro, e le persone per quel che sono: gente che si muove, si sposta, supera i confini perché vuole semplicemente vivere.   

da restiamoanimali.it

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: