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Il tempo (e il governo) dell’anacronismo

8 luglio 2020

Durante i mesi del confinamento, in pieno choc esistenziale e collettivo da Coronavirus, si è pensato, parlato, scritto moltissimo su come sarebbe stato il “dopo”, sulla lezione impartita dal pianeta Terra alla specie umana, sull’urgenza di cambiare rotta al fine di prevenire future emergenze sanitarie, sul nesso fra la pandemia e l’incontrollato consumo di risorse naturali. Niente dev’essere più come prima, si diceva; non possiamo tornare alla normalità, perché la normalità è il problema. Il tutto, ovviamente, nella cornice di una crisi profonda, forse finale, della civiltà industriale, alle prese con un collasso climatico spaventoso e pressoché sfuggito a ogni controllo.

Ebbene, nel nostro piccolo paese, un paese che però si vanta ogni giorno dei suoi meriti nelle arti, nel pensiero, nella cultura attraverso i secoli, il “dopo” sembra essere un insieme di provvedimenti governativi detti di “semplificazione”. Si tratta, in buona sostanza, di vecchi, alle volte vecchissimi progetti “infrastrutturali”, concepiti in una logica “sviluppista” da anni Sessanta e Settanta: nuove strade, nuove autostrade, nuove grandi opere per lo più inutili (in testa, addirittura, la vetusta Tav Lione-Torino, ormai indifendibile sul piano tecnico-progettuale). In controluce, si intravede un progetto di società cristallizzato in quel mondo malato, letteralmente asfissiato dalle emissioni nocive, che è all’origine della pandemia.

Quest’idea così arretrata, così mortifera di sviluppo – uno sviluppo slegato da qualsiasi idea di bene pubblico e di benessere collettivo, uno sviluppo senza futuro – è la certificazione del fallimento irreversibile di un intero ceto politico e di una classe dirigente imprenditoriale del tutto inadeguata ai tempi presenti. Potremmo dire che stiamo vivendo una fase di anacronismo: tutti sappiamo che la via maestra ci spinge a battere strade nuove, lontano dalla cultura del consumo di beni inutili e dell’estrazione incontrollata di risorse non rinnovabili, ma chi comanda – in politica, nella finanza, nel ceto imprenditoriale, nei mezzi di comunicazione – vive nel passato ed è ancorato a un modello ormai incompatibile con il presente e il futuro delle popolazioni viventi.

La via d’uscita è un cambiamento profondo degli orizzonti collettivi, quindi del senso comune, e il punto di partenza non può essere che una mobilitazione vasta e prolungata dei cittadini più attivi e più consapevoli. Nuovi movimenti sociali dovranno prendere la scena, senza perdere altro tempo. Dobbiamo uscire dalla surreale “fase anacronistica” che stiamo vivendo.

Alex Langer, per esempio

2 luglio 2020

Venticinque anni fa, il 3 luglio 1995, Alexander Langer decideva di lasciare questo mondo. E’ stato l’uomo politico più visionario e più incisivo degli ultimi cinquanta anni, nel campo di chi non si adattava allo stato delle cose e anzi ambiva a un radicale cambiamento.

Viene di solito ricordato come il fondatore dei Verdi, e questa è una verità, ma Langer è stato molto di più. Come pochi altri, sapeva tenere insieme pensiero e azione, la seconda mai disgiunta dal primo. Uomo di confine e plurilingue, spirito europeo vicino al mondo tedesco, riuscì a connettere un paese stanco e distratto come il nostro con le nascenti correnti ambientaliste del centro e nord Europa. Fu un’enorme innovazione per la cultura politica italiana, ferma com’era agli schemi del dopoguerra.

Alexander Langer (1946-1995)


Langer era ecologista, pacifista e di sinistra, credeva nella necessità – e nella possibilità – di un radicale cambiamento dell’ordine delle cose; era un idealista, ma sapeva anche calarsi nella realtà e nelle miserie della lotta politica. Si batteva con straordinaria energia nella società e nella cultura, ma lottava anche in parlamento, sopportando le inevitabili delusioni.

La nozione che più lo rappresenta – e che gli era cara – è quella di “utopia concreta”, cioè l’idea di mettere in campo progetti ed esperienze capaci di prefigurare un’altra economia, un’altra società. Credeva nella sperimentazione, nel vivere già oggi gandhianamente la società del futuro. Perciò seguiva con entusiasmo le prime esperienze di economia alternativa e solidale, snobbate dai più perché considerate impolitiche.

Era un uomo saggio, Langer, pur nel suo spirito visionario: combatteva la società dei consumi, ma sapeva che il mondo nuovo si poteva costruire solo costruendo consenso attorno ai propri progetti, alle proprie idee.


“Lentius, profundius, suavius” – più lentamente, più profondamente, più dolcemente: con questo motto Langer sintetizzò la sua visione, da contrapporre alla velocità e alla violenza della società moderna. Questo motto è stato poco compreso, a volte anche deriso, eppure in un mondo sconvolto dalla logica distruttiva del sistema dominante, sull’orlo del collasso ecologico, traumatizzato dalla pandemia tuttora in corso, esprime ancora una possibile fonte di ispirazione, un orizzonte di cambiamento.


Langer lasciò un biglietto diretto ad amici e compagni. Diceva: “Continuate in ciò che era giusto”. Sono passati 25 anni e – collettivamente parlando – non siamo stati all’altezza del compito. Ma la direzione di marcia è ancora quella.

Neolingua e bispensiero, Orwell in Palestina

27 giugno 2020

George Orwell nel romanzo 1984, con le nozioni di neolingua e bispensiero, ci ha messi in guardia sulle insidie delle manipolazioni ideologiche e linguistiche. Parole che mutano di senso, concetti capovolti al fine di celare la reale natura delle cose, credenze che si basano su finzioni e autoinganni: gli strumenti del potere sono spesso sfuggenti quanto penetranti. In questi giorni, ascoltando i notiziari e sfogliando i giornali ne abbiamo un fulgido esempio. E’ il cosiddetto piano di pace del presidente Trump per risolvere la cosiddetta questione palestinese.

Si parla tranquillamente di piano di pace come se il progetto di annessione unilaterale da parte dello stato di Israele di una fetta consistente della Cisgiordania, a partire dagli insediamenti costruiti illegalmente, non fosse l’esatto contrario, ossia un piano potenzialmente di guerra. Come se la cosiddetta questione palestinese fosse un problema interno a Israele e non una questione geopolitica di prima grandezza, con i diritti fondamentali di un’intera popolazione messi in discussione o forse negati fino alla loro radice.


Il piano di pace è in realtà il preludio alla costruzione di un nuovo apartheid, nemmeno troppo lontano da quello sperimentato per qualche decennio in Sudafrica, come denunciano molti osservatori anche all’interno di Israele: uno per tutti lo scrittore Abraham Yehoshua, tradotto e letto in tutto il mondo. Lo chiamano piano di pace dimenticando il suo preludio e le conseguenze che provocò: lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, nonostante questa città non sia per il diritto internazionale la legittima capitale di Israele. Alla mossa del presidente Trump replicarono le marce di protesta palestinesi all’interno della Striscia di Gaza, affrontate dall’esercito israeliano con i cecchini e una serie di ingiustificabili omicidi.

Amin Maalouf, scrittore d’origine libanese, nel suo libro Il naufragio delle civiltà (La nave di Teseo 2019) scrive che stiamo assistendo, in Israele come nel mondo arabo, “a un crollo morale e politico particolarmente angosciante. E un po’ disperato. Quando gli eredi delle più grandi civiltà e i portatori dei sogni più universali si trasformano in tribù furiose e vendicative, come possiamo non aspettarci il peggio per il prosieguo dell’avventura umana?”

E’ impossibile ignorare questa cruda verità. Lo stato di Israele è preda di un estremismo nazionalista e militarista sempre più cupo, mentre la componente palestinese è divisa e sembra tramortita, incapace di proposta politica, chiusa in un’impasse di lungo periodo. Così il Vicino Oriente è sempre più vicino al disastro, un disastro potenzialmente contagioso.

Lo stallo, nell’area, dura da troppo tempo; il futuro è incerto e denso di pericoli. Ma una via d’uscita, come in tutte le cose, deve pur esserci e merita d’essere cercata. Dovranno e potranno farlo persone dotate di buona volontà e di spirito democratico, sia israeliane sia palestinesi, sia ebree che musulmane e cristiane. Queste persone esistono e dovranno uscire allo scoperto e discutere, studiare, aprire strade nuove, finché una soluzione equa, civile e democratica non sia individuata e infine sostenuta dalla maggioranza della popolazione.

Ma niente sarà possibile senza definire le cose con il loro nome, mettendo da parte la neolingua e il bispensiero. La democrazia è un regime nel quale ogni persona ha gli stessi diritti e la stessa dignità di tutte le altre; un piano di pace è un progetto che tiene conto di tutti gli interessi e di tutte le prospettive in campo, sforzandosi di trovare una sintesi per un bene comune più alto. Oggi non è così.


Non si dice la verità e anzi la si trasfigura. Nei media di mezzo mondo, con l’intento di non disturbare lo stato forte israeliano e il suo potente alleato, si definisce “di pace” il progetto più incendiario degli ultimi decenni e si evita di evocare la nozione di “apartheid”. Si finge di non vedere che oggi le vite dei palestinesi non contano nulla e vengono sovente annientate con crudele noncuranza da un esercito che sembra a proprio agio nella distopia orwelliana, visto che definisce sé stesso, nonostante l’evidenza, come “il più morale del mondo”.

Ma non è così che si aiuta lo stato di Israele a uscire dalle sue ossessioni; non è così che si costruisce il contesto adatto a uno sviluppo democratico del processo di pacificazione. Il bispensiero sta spingendo il Vicino Oriente in un vicolo cieco e la neolingua è il suo mezzo d’espressione.

A forza di non fare i conti col fascismo…

19 giugno 2020

“Heri dicebamus” sentenziò Benedetto Croce alla fine del ventennio fascista, volendo dire che il regime era stato un incidente di percorso, una “malattia” dello stato liberale finalmente guarita. E’ così che il filosofo napoletano – rappresentante dell’antifascismo moderato, dopo un iniziale entusiasmo per Mussolini – offrì ai suoi concittadini un’interpretazione del fascismo che fu rapidamente accolta e che ancora oggi, a ben vedere, caratterizza la cultura e il sentire comune degli italiani.

Nasce da qui, da questa valutazione minimalista del totalitarismo italiano, la permanenza dell’eredità fascista nella vita pubblica e privata del nostro paese. La visione di Croce, come ben sintetizza Francesco Filippi nel libro Ma perché siamo ancora fascisti? (Bollati Boringhieri 2020), ha prevalso sulle diagnosi, ben più articolate e ben più problematiche di Piero Gobetti e Antonio Gramsci, che ebbero il torto (Mussolini non sceglieva le sue vittime a caso) di non sopravvivere al regime e quindi di non poter aggiornare e ribadire le proprie argomentazione. Il fascismo come “autobiografia” di un popolo tradizionalmente servile e sottomesso secondo Gobetti (“Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi”, 1922), il fascismo come occupazione del potere da parte di borghesia e piccola borghesia in opposizione al montare delle rivendicazioni e mobilitazioni popolari, secondo Gramsci.

Nemmeno Gaetano Salvemini, che al fascismo sopravvisse grazie all’esilio, riuscì a contrastare la diagnosi crociana e così il dopoguerra, gestito in Italia dagli italiani, e non – come avvenne in Germania – dagli Alleati, non segnò una vera rottura col ventennio, bensì una sostanziale continuità.


Nelle polizie, nella burocrazia statale e locale, nella magistratura non avvenne alcun repulisti: l’amnistia firmata dal ministro Palmiro Togliatti suggellò la scelta già compiuta di non ripudiare il recente passato. Dice Filippi, dopo un attento esame della “normalizzazione” attuata nel corpo dello stato, che non vi fu mai una vera voglia di fare i conti col fascismo e nemmeno – a ben vedere – un’autentica legittimazione a compiere tale operazione.

Chi avrebbe potuto guidare simile processo in seno ad apparati dello stato che furono massicciamente fascisti o al più a-fascisti? Forse i partigiani e chi si oppose al fascismo almeno dopo ‘8 settembre 1943, ma Il “vento del nord”, la spinta venuta dalla resistenza, fu rapidamente circoscritto, come raccontò in modo magistrale Carlo Levi nel romanzo L’orologio uscito nel 1950, e così il miracolo della Costituzione antifascista – perché di miracolo in tale contesto si trattò – diede frutti limitati, non portò a un’autentica e profonda abiura del passato totalitario.

Gli italiani – a tutti i livelli e specialmente nella piccola, media e alta borghesia pilastro del regime – scelsero in sostanza di autoassolversi. Lo fecero con il voto ai partiti più moderati e più tiepidamente antifascisti, con la continuità operativa degli apparati e con l’appoggio di una produzione culturale che – salvo rare eccezioni, come ben mostra Filippi – avallò e rafforzò la minimizzazione del totalitarismo fascista.

Si affermò, a guerra appena conclusa, anche il mito degli italiani brava gente, con il conseguente oscuramento del razzismo e dell’antisemitismo di regime (ma anche popolare) e delle responsabilità del nostro esercito nei numerosi crimini di guerra compiuti durante l’impresa coloniale e negli anni del secondo conflitto mondiale.

Il cliché a quel punto era pronto: il fascismo come regime non-totalitario, quasi benevolo rispetto al sistema hitleriano; gli italiani né razzisti né antisemiti; i crimini di guerra rimossi da ogni pensiero. E’ un cliché che arriva fino ai giorni nostri, come si vede per esempio col rifiuto di collegare la questione dell’immigrazione al nostro passato coloniale, o con le grandi firme e le maggiori testate del nostro giornalismo schierate a difesa di Indro Montanelli e della sua pervicace rivendicazione del machismo colonialista o, ancora, con il successo di film indulgenti e compiacenti come i celebrati Mediterraneo di Gabriele Salvatores o La vita è bella di Roberto Benigni.


La denigrazione dei partigiani e della resistenza – delle varie forme di resistenza, inclusa quella civile, pressoché ignorata, per quanto coinvolse molte migliaia di persone – ha fatto il resto, consegnandoci un paese che continua a rimuovere il passato, che non studia la storia, che perpetua una visione fasulla di sé.


Filippi nel suo libro nemmeno menziona il neofascismo militante (Forza Nuova, Casa Pound e affini) ma occorre constatare che nel mondo politico parlamentare l’area della simpatia o dell’ammiccamento per il passato fascista è vastissima e include tutte le forze di centrodestra e si spinge anche oltre, nel campo che un tempo veniva definito democratico, per distinguerlo dalle ambiguità delle destre. L’insofferenza, talora l’astio per i partigiani e per la resistenza sono divenuti col tempo senso comune e negli stessi ambienti della (ex) sinistra il richiamo all’antifascismo – quando c’è – è oggi più rituale che sostanziale.


Fra gli storici di professione per un certo tempo si è affermato un “paradigma antifascista” che ha permesso di accumulare ricerche e analisi di ottimo spessore, ma dove sono i cittadini, gli intellettuali, i politici di professione davvero disposti a fare i conti con il passato totalitario del nostro paese e con la sua pesante eredità? La verità à che non esiste, nella società italiana attuale, un paradigma antifascista. E invece bisogna studiare, studiare, studiare. E prendere esempio da chi seppe dire no, ribellarsi, agire. Fare i conti col fascismo è ancora oggi una necessità.

L’antifascismo è una benedizione

1 giugno 2020

Gli storici accademici di solito storcono il naso quando sentono parlare dei timori di un ritorno del fascismo e reagiscono ancor peggio se qualcuno individua tracce di fascismo nella vita pubblica contemporanea. Due pamphlet pubblicati di recente – uno di Umberto Eco, Il fascismo eterno (La nave di Teseo 2018), frutto di una conferenza tenuta nel 1995, l’altro di Michela Murgia, Istruzioni per diventare fascista (Einaudi 2018) – sono stati molto letti e commentati, ma gli storici non hanno apprezzato.

Dicono, sostanzialmente, che si osserva la tendenza a qualificare sotto l’etichetta generica di fascismo fattispecie e situazioni che meriterebbero altre e più complesse chiavi di lettura. Il richiamo al fascismo sarebbe dunque una comoda semplificazione, utile forse – è questo il sottinteso – a tenere in vita la tradizione politica dell’antifascismo, ma poco utile o dannoso sul piano dell’interpretazione storica.


Gli accademici hanno probabilmente qualche ragione: il rischio di semplificare esiste e sul piano dell’analisi storica più rigorosa la nozione di fascismo non può essere estesa oltre certi limiti. E tuttavia cresce giorno dopo giorno la sensazione che l’antifascismo – con i valori e le prospettive che rappresenta – sia tutt’altro che un ferrovecchio, viste certe tendenze del mondo attuale. Se anche non vogliamo evocare il fasicsmo, la crescita dei nazionalismi, della xenofobia, del razzismo, il fascino esercitato dagli uomini forti, il tramonto dei diritti umani universali, le tendenze autoritarie sempre più forti in seno a molti regimi formalmente democratici sono tutti fenomeni che fanno parte di quella famiglia.


In tale contesto l’antifascismo, per la concretezza e la forza ispiratrice della sua storia, è una benedizione e una necessità, non già una nostalgia o una parte del nostro passato che qualcuno vorrebbe artificialmente mantenere in vita. E’ vero, semmai, che anche l’etichetta di antifascismo merita d’essere valutata con spirito critico separando la parte rituale e convenzionale da quanto di vitale e di rivoluzionario ancora oggi conserva.
Viviamo in un paese, e Carlo Greppi nel suo libro L’antifascismo non serve più a niente (Laterza 2020) ce lo ricorda, che ha “sdoganato l’idea della Resistenza come qualcosa da condannare, da guardare con sarcasmo, come il regno degli eccessi, delle vendette, delle ‘questioni private’ risolte con l’alibi della guerra di liberazione e della guerra civile”. Il nostro è anche un paese che sembra essersi convinto, con superficiale adesione, che l’8 settembre 1943 è davvero morta la patria, secondo lo slogan caro alla vulgata patriottarda fatta propria dall’ampio fronte anti-antifascista. “L’8 settembre del 1943 la patria morì, è vero”, scrive invece Greppi, “o per lo meno morì l’idea di patria che il fascismo aveva traghettato per oltre vent’anni: ma c’è da dire che quella patria si era suicidata da un pezzo. Il suo cadavere puzzava di cadaveri altrui, di quelli che aveva annientato con i suoi sicari e con le truppe di occupazione”.


Greppi nel suo libro ripercorre passo per passo la storia dell’antifascismo, le sue glorie, i suoi molti meriti, le mille sfaccettature, gli anni della Resistenza armata e di quella popolare, con il dichiarato intento di “recuperare, un passaggio dopo l’altro, le profonde ragioni ideali per cui l’antifascismo serve, eccome, e deve essere ancora qui, ora“. Un antifascismo che dev’essere depurato della sua componente declamatoria e retorica, nell’amara consapevolezza, indicata a chiare lettere da Greppi, che “nessuna formazione partitica di rilievo, oggi, si ispira direttamente all’antifascismo storico”, mentre a destra le aperture e i richiami al fascismo sono ormai espliciti e diretti, nell’ambito di una prospettiva politica che ha da tempo fatto propri tratti tipici di quella cultura, come il nazionalismo, il culto del capo, la retorica neocoloniale.


Che cos’è dunque oggi l’antifascismo? E’ la capacità di immaginare e prefigurare un mondo radicalmente diverso, è una forma di dissenso verso le costrizioni del tempo presente e il suo pensiero unico, è capacità di lotta e disobbedienza, è rigetto della depoliticizzazione di massa. E’ anche contrasto alle nuove, più o meno subdole forme di fascismo. Il 2 giugno, quando si celebra l’avvento della Repubblica, si ricorda implicitamente anche il 25 aprile, giorno della Liberazione dall’occupazione e dal fascismo: le due date non sono separabili.

Senza retorica, badando alla sostanza, rammentando sempre che antifascismo non è parlare di antifascismo, ma praticarlo nella vita privata e in quella pubblica.

Il mutuo appoggio ai tempi del tramonto neoliberale

28 maggio 2020

Petr Kropotkin pubblicò “Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione” all’inizio del ‘900 – nel 1902 – in lingua inglese in un’epoca che a un certo punto definisce di “sconsiderato individualismo”. Sono passati quasi 120 anni, due guerre mondiali e numerosi genocidi e se questo grande libro – ripubblicato da Elèuthera in una curatissima edizione (389 pagine, 20 euro) – non smette di impressionare forse dipende dalla circostanza che oggi viviamo – da circa quarant’anni – sotto un regime neoliberale, che ha fatto della competizione e della concorrenza in tutti i campi della vita il suo intoccabile credo, vissuto e proposto con dogmatica convinzione. Peggio dello “sconsiderato individualismo” di inizio ‘900.

Kropotkin si proponeva di smentire la “vulgata darwinista”, secondo la quale la neonata teoria dell’evoluzione, esposta da Charles Darwin con “L’origine della specie”, dimostrava che la lotta di tutti contro tutti era la legge della vita. Nell’intreccio fra naturalismo e sociologia nasceva il “darwinismo sociale”, che Kropotkin contestava nella sua radice.


“Il mutuo appoggio” è un libro brillantissimo, ancora oggi di piacevole lettura, che indaga nel mondo animale e nella storia dell’umanità per dimostrare l’equivoco suscitato dalle teorie di Darwin. La “lotta per l’esistenza” è stata intesa da molti darwiniani in senso ristretto – la competizione fra individui della stessa specie per il cibo e la riproduzione fino alla sopravvivenza del più forte – mentre lo stesso Darwin attribuiva al concetto un senso metaforico, “che comprende”, scrive Kropotkin, “la dipendenza di ogni essere dall’altro”.

Il mutuo appoggio, l’aiuto reciproco, la cooperazione non sono meno importanti, nella prospettiva dell’evoluzione, della competizione fra individui per risorse scarse, evento – quest’ultimo – solo occasionale, parziale, e quindi sopravvalutato.


Se questo è vero – ecco il succo politico della visione di Kropotkin – ne deriva che la prospettiva di progresso dell’umanità passa per la condivisione e la cooperazione fra singoli e gruppi, non già per competizione senza quartiere fra individui. E’ un presupposto filosofico decisivo, coerente con l’anarchismo sociale professato da Kropotkin, personaggio di straordinaria levatura come geografo, geologo, pensatore politico.


Kropotkin aveva osservato personalmente negli sterminati territori della sua Russia e fino alla Cina i comportamenti di varie specie animali e altri insegnamenti traeva dalla vasta letteratura zoologica del suo tempo. Api, daini, coleottori, formiche, cavalli: innumerevoli specie agiscono e reagiscono agli eventi con spirito di collaborazione, garantendo così la sopravvivenza e il migliore sviluppo degli individui e del collettivo, anche in vista della riproduzione. Il mutuo appoggio, in questo senso, è parte integrante del principio evoluzionista, è una “legge” della vita.

Kropotkin aggiunse a queste osservazioni un sistematico studio alla storia delle società umane, nella quale individuò un filo costante: l’aiuto reciproco come architrave della sopravvivenza individuale e collettiva. Ammirava , Kropotkin, le libere repubbliche urbane medievali, e imputava allo “Stato militare” la colpa di avere oppresso le comunità di villaggio, senza tuttavia riuscire a cancellarne del tutto lo spirito e la pratica di collaborazione nella gestione dei “beni comuni”. Kropotkin seppe riconoscere nelle classi povere del suo tempo i tratti di un mutualismo che attraversava i secoli aggiornandosi di continuo, fino alla pratica dello sciopero e alla solidarietà operaia.


Kropotkin cercava – e a ben vedere trovò – basi profonde, potremmo dire etologiche, per la sua visione cooperativa della società, perciò spinse la sua ricerca fin dentro il mondo animale, compiendo un’operazione di straordinaria modernità. Ancora oggi le sue descrizioni e le sue considerazioni non perdono mordente; anzi, nel tramonto del regime neoliberale, scosso dai suoi recenti fallimenti, il pensiero di Kropotkin può rivelarsi un importante punto d’appoggio, nella riscoperta di una tradizione – il mutualismo – che la stessa sinistra del ‘900 aveva progressivamente abbandonato.

In questi tempi di pandemia ci siamo accorti che la salute di ciascuno dipende dai comportamenti di tutti gli altri: è una metafora potente per il mondo malato nel quale viviamo.

La green economy è un bluff, serve un’altra economia

23 maggio 2020

Le economie sono a soqquadro e la fase 2 dell’emergenza Covid-19, appena cominciata, fa già intravedere le principali linee di tendenza. La parola d’ordine è tornare alla “normalità”, per quanto tutti sappiamo che all’origine del nostri mali e della stessa pandemia c’è proprio tale “normalità”. Una normalità di predazioni, di ingiustizie e di attacco sistematico agli ecosistemi di un pianeta allo stremo.

La metafora del virus come risposta della natura agli eccessivi abusi che deve sopportare è un’efficace rappresentazione del passaggio che stiamo vivendo. Il “modello di sviluppo” dominante è incompatibile con la salute della biosfera, giunta vicina al limite di sopportazione. Ciò nonostante, l’intenzione dichiarata di chi oggi guide le danze dalle stanze del potere è “ripartire”, costi quel che costi. Si è arrivati al punto di rinnegare molte delle regole fino a ieri ritenute inviolabili – sussidi di stato, indebitamento, garanzie pubbliche di prestiti privati, sforamento dei vincoli di bilancio e via elencando – pur di rimettere in moto il sistema così com’era.

Non sarà possibile.

Il conoronavirus, nel breve termine, lo impedirà, alimentando l’inevitabile recessione (ci saranno, già ci sono meno consumi, meno viaggi, più disoccupazione), e più avanti – se l’attacco agli ecosistemi non cesserà – avremo nuovi virus, crescenti conflitti fra stati, nuove instabilità. E’ facile prevedere che vivremo mesi, anni di passione e di contrapposizioni. Ci sarà una lotta fra il ritorno alla normalità – oggi sostenuta dai potenti di turno – e chi vorrà promuovere una nuova normalità. Serviranno delle bussole, specie per quanti vorranno agire in quest’ultima direzione.


Una di queste bussole, un aiuto a capire lo stato delle cose e le prospettive di cambiamento, può essere il libro di Paolo Cacciari “Ombre verdi”, pubblicato in ebook da Altreconomia, rivista e casa editrice a sua volta da tenere d’occhio come costante punto di riferimento. Sono due i principali meriti del libro di Cacciari.

Primo, togliere ogni illusione sul sistema economico dominante, votato a un distruttivo estrattivismo e incapace di considerare l’esistenza di limiti biofisici allo sviluppo: “L’aria”, scrive per esempio Cacciari, e prendiamo questa frase come sintesi di analisi più analitiche e documentate, “è una merce e respirare ha un prezzo. Prima la si rende scarsa inquinandola, poi la si tecnologizza, infine la si rivende. Così come avviene già per l’acqua, per l’etere (onde elettromagnetiche), per i genomi (brevettati), per le foreste (date in concessione), per non dire delle terre rubate ai popoli indigeni”.

Secondo merito, la meticolosa opera di demolizione di un’illusione che molti coltivano nella speranza di mitigare il disastro ecologico in corso senza cambiare troppo il modello economico esistente, cioè l‘idea che la via di salvezza passi per la “green economy”, gli “investimenti verdi”, la “economia circolare”. Cacciari mostra – studi e dati alla mano – l’inconsistenza di tali ipotesi e sintetizza così: “L’obiettivo vero della ricerca di uno ‘sviluppo sostenibile’ è lo sviluppo economico, non la sostenibilità. La sostenibilità è un attributo secondario, una leva, un accessorio, un abbellimento dello sviluppo. La sostenibilità può qualificare o meno lo sviluppo, ma rimane la variabile subordinata”. E ancora: “La green economy rivitalizza il mercato, non l’ambiente. Il partito del Pil ha inglobato anche il sociale e il sostenibile. La ‘economia verde’ ha la strana pretesa di salvare la natura vendendola al miglior offerente”.


Siamo al cuore della questione. Il punto è stato messo a fuoco da tempo: l’ideologia e la pratica della crescita delle produzioni, dei consumi, dell’estrazione di risorse dev’essere combattuta e superata. Il libero mercato e gli spiriti animali del capitalismo sono all’origine dei nostri guai: non è da lì che verranno le soluzioni. Servono un nuovo pensiero e una nuova prassi, un’altra idea di economia.

Cacciari da tempo studia le “altre economie” (oggi va di moda l’espressione “economia trasformativa”) e in altri libri ha documentato il pullulare di esperienze in corso nella base della società, esperienze che non sono riuscite finora a fare sistema e a proporsi come modello di valenza generale. La ricerca tuttavia continua e la risposta che cerchiamo alla crisi ecologica globale verrà – se verrà – da questi ambienti. E attraverso, naturalmente, un’intensa azione collettiva in più direzioni: nella sperimentazione di nuovi modelli di produzione e consumo ma anche nella lotta ideologica, sociale e politica con il potere dominante.

Cacciari cita più volte, come testo politico importante, l’enciclica Laudato si di papa Francesco, ma in appendice al libro mette anche il Manifesto ecosocialista del 2009. Sono indicazioni da meditare.

La (post) democrazia immunitaria e il respiro del mondo

18 maggio 2020

Il confinamento domestico, il blocco delle produzioni, la chiusura dei commerci causa Covid 19 sono stati un forte propellente filosofico e politico. Tutti o quasi tutti siamo stati spinti a chiederci se davvero, a emergenza finita, niente sarà più come prima, come molti di noi vorrebbero, oppure, viceversa, se la recessione finirà per scatenare il peggio che cova nella società: più disuguaglianze, più profitti per i soliti noti, maggiori danni alla biosfera.

L’emergenza non è ancora finita, ma già si intravedono alcune tracce del dopo, con la seconda ipotesi decisamente favorita, a meno che non si formi nel corpo della società un’opposizione ampia e radicale capace di fare leva su alcune scoperte compiute da milioni di persone costrette all’improvviso all’isolamento sociale: la fragilità del sistema di protezione sociale e sanitaria; la natura tragicamente predatoria del capitalismo neoliberale, foriera di ulteriori funeste risposte degli ecosistemi, in aggiunta al coronavirus tuttora in circolazione; l’inconsistenza di alcuni dogmi economici propagandati come naturali e immodificabili per almeno tre decenni da un nucleo di sacerdoti (gli economisti del credo neoliberale) e amplificati da un sistema mediatico compiacente, col ceto politico consenziente, vuoi per interesse (la destra destra), vuoi per effetto di una sopravvenuta crisi di identità (la sinistra di destra).

Fra i numerosi pamphlet già arrivati in libreria (fisica o virtuale che sia), “Virus sovrano?” di Donatella Di Cesare (Bollati Boringhieri, 96 pagine, 5.99 €) si distingue per senso della misura. Di Cesare è considerata filosofa “radicale” da un sistema culturale e mediatico che fa della moderazione e della reticenza il suo faro nella notte del tempo presente, ma non concede niente al cliché del radical: non ama le affermazioni perentorie, né mostra voglia di stupire. Procede, piuttosto, con spirito di servizio: affronta cioè l’emergenza Covid e tutti i suoi risvolti con l’intento di capirne davvero gli effetti sulla società, a partire da un’analisi già consolidata e consegnata ai suoi lavori precedenti.

“Virus sovrano” non è dunque un instant book, ma un’aggiunta, uno sviluppo di libri precedenti, a cominciare da Stranieri residenti, forse il volume più importante uscito negli ultimi anni sull’attuale società dell’esclusione, che ha per architravi il rifiuto dello straniero, l’ossessione per la sicurezza e le politiche della paura (la “fobocrazia”), la contrapposizione fra diritti umani e diritti di cittadinanza, coi secondi che prevalgono sui primi e ne limitano la portata, negandone dunque l’essenza.

Di Cesare sostiene che l’emergenza Covid potrebbe aprire la strada a una “democrazia immunitaria” destinata a radicalizzare le tendenze già mostrate dalle democrazie europee. La nuova demarcazione fra immunizzati e degni di immunizzazione da un lato ed esposti al contagio e potenzialmente contagiosi dall’altro andrebbe dunque a sovrapporsi alle linee di esclusione già esistenti. La “democrazia immunitaria” sarebbe dunque il sigillo al modello della Fortezza Europa, la chiusura di quel cerchio perverso che ha messo fuori gioco milioni di persone, escluse dal godimento dei diritti fondamentali perché nate nel posto sbagliato, lontano dal centro di irradiazione delle ricchezze e dei relativi privilegi, peraltro distribuiti secondo criteri di forte gerarchizzazione.

C’è anche un salto di qualità alle porte nelle dinamiche di esclusione, dice Di Cesare: la medicina si sta mescolando alla politica, favorendo un governo dei corpi e delle relazioni sociali che ricorda gli spettri più terribili del terribile ‘900.

“Virus sovrano?” non è tuttavia un libro disperato. Dichiara già nel sottotitolo che si è rivelata al nostro sguardo una “asfissia capitalistica”, la quale ha messo a nudo i tratti salienti del modello economico dominante: gli ecosistemi hanno respirato grazie al blocco delle produzioni; le persone hanno capito di vivere in un mondo – quello del “prima – ossessionato dalla crescita e dalla competizione, nel quale ciascuno è asfissiato da obblighi e costrizioni, non già libero e sovrano come il potere sostiene.

Anche per Di Cesare la pandemia è un’occasione di cambiamento, ma nel suo discorso non ci sono determinismi né prospettive di un’immediata palingenesi. “E’ possibile”, scrive la filosofa, “che una tale crisi sanitaria – purché resti impresso nella sensibilità comune il pericolo pandemico – sia la chance per rilanciare una lotta non solo per la salute pubblica, ma anche per la preservazione dell’ambiente e la biodiversità”. “Forse sarebbe tempo”, aggiunge Di Cesare in un altro passaggio, “di abbandonare il linguaggio di bilanci e calcoli, deponendo la bandiera della crescita in cui nessuno sembra più credere. E’ il capitale a produrre la miseria. In uno scenario dove le altre ricchezze sono svuotate di senso si staglia il futuro di una sobrietà conviviale, scevra del superfluo, che porti alla luce i legami altrimenti dimenticati dell’esistenza”.

Insomma, c’è ancora la possibilità di respirare aria buona in questo mondo, purché siamo capaci di fare i conti con la “democrazia immunitaria” che le tecnocrazie al potere sembrano preferire.

A che serve il 25 aprile

24 aprile 2020

Cadendo nel pieno di una paralizzante e dolorosa pandemia, il 75° anniversario della Liberazione ci aiuta a cogliere l’essenza dell’eredità che ci arriva dalla Resistenza. All’epoca una minoranza di italiani ebbe l’intelligenza, la forza, il coraggio di dire no al fascismo, all’occupazione tedesca, alla guerra e passò all’azione. Chi in armi, chi senz’armi, nelle varie forme della resistenza civile e nonviolenta (Ercole Ongaro in Resistenza nonviolenta 1943-1945, un libro da rileggere, ne ha contate dieci), migliaia di italiani diedero sostanza a un no risoluto che conteneva in sé una grande sì: il sì a un mondo nuovo, fin lì mai visto, di democrazia, uguaglianza, fraternità. Un sì che prese forma nella Costituzione a partire dalle grandi correnti ideologiche che innervavano quel sì: il comunismo (nella sua declinazione italiana), il socialismo democratico e liberale, il cristianesimo sociale, la liberaldemocrazia. Il succo è quindi in due elementi: la spinta a cambiare il mondo, l’azione.
maurobianipapaveroOggi siamo alle prese con una crisi di civiltà. Il sistema industriale moderno – il “prima del Covid” al quale i vecchi poteri vorrebbero tornare – è giunto al suo limite estremo, col pianeta al collasso per la catastrofe climatica e con la pandemia nata proprio dagli eccessi nell’estrazione e distruzione di risorse. Il “sistema” non ha dentro si sé vie d’uscita plausibili: la sua logica della crescita illimitata guidata dai consumi è la causa, non la soluzione dei problemi. L’ideologia di mercato è il passato.
Perché il “dopo Covid” sia un nuovo inizio è necessario prendere ispirazione da quegli italiani che seppero dire no al fascismo e passarono all’azione. Un moto di ribellione con pochi precedenti nella storia del nostro popolo. Occorre immaginare un mondo nuovo, senza temere d’essere additati come avventati e velleitari (come accadde anche ai partigiani e ai resistenti di 75 anni: i benpensanti erano e restano la maggioranza).

Conosciamo già i tratti salienti del mondo nuovo, grazie a quanto studiato e sperimentato in questi anni: un’economia resiliente e non consumistica, cioè un’economia della sobrietà; la centralità dei beni pubblici rispetto agli interessi privati (diritti sociali, sanità universale, redistribuzione del lavoro come fari della politica); l’ascolto del pianeta Terra e l’attenzione a tutti gli esseri viventi, non solo quelli umani. Serve una nuova generazione di “resistenti”, una nuova minoranza che sappia tradurre in azione sociale e politica la visione di questo mondo nuovo.
Molti stanno già lavorando in questa direzione. Detto alla rinfusa: i movimenti ecologisti giovanili, i movimenti sociali e politici impegnati contro il modello neoliberale e le sue grandi opere inutili, i sindacati che difendono i senza garanzie, i cooperanti e gli attivisti impegnati nel Mediterraneo e nei vari Sud del mondo, i costruttori di economie solidali e trasformative, i persuasi dall’enciclica Laudato si, i tanti che hanno a cuore la giustizia sociale. E’ una grande quantità di individui, gruppi, associazioni e reti ma non è ancora un movimento di resistenza, azione e cambiamento. Non c’è tempo da perdere, occorre unirsi, organizzarsi, agire; la memoria del 25 aprile serve a rammentarci che un altro mondo non è solo necessario ma anche possibile.

L’inganno della meritocrazia

22 aprile 2020

Vale la pene leggere – o rileggere – in questi giorni il recente libro di Mauro Boarelli “Contro l’ideologia del merito” (Laterza 2019). Non perché tratti della pandemia, ovviamente, e nemmeno della catastrofe ecologica che fa da cornice alla diffusione del virus Covid-19, ma perché affronta un aspetto subdolo ma cruciale del nostro tempo, ossia la penetrazione dell’ideologia del mercato in tutti gli ambiti della società.

La meritocrazia non è altro che questo: l’ingresso del mercato e del suo armamentario ideologico – la selezione dei “migliori”, la misurazione quantitativa dell’istruzione, la competizione, il primato dell’impresa – nei percorsi di formazione e crescita delle persone, fino a stravolgere il, senso stesso della cittadinanza. Le meritocrazia si presenta come neutrale, obiettiva e democratica, ma non ha nessuna di queste caratteristiche: serve anzi a occultare e legittimare le diseguaglianze, a renderle permanenti, fino a radicare nella società  la supremazia del mercato sull’interesse pubblico.

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Boarelli ricostruisce le radici del concetto e del termine stesso meritocrazia – coniato da un sociologo laburista, Michael Young, ma in chiave distopica – e ne mette a nudo la ragione profonda: essere un veicolo per “istituire mercati dove prima non esistevano: la sanità, la scuola, la pubblica amministrazione”.

La nozione di meritocrazia gode di un immeritato credito nel senso comune e addirittura negli ambienti politici della (ex) sinistra (si può dire che la fascinazione per l’ideologia del merito sia alle origini della cosiddetta sinistra di destra, tuttora dominante nella politica istituzionale) . L’equivoco nasce dalla falsa contrapposizione fra merito e favore: la selezione in base al talento (per un posto pubblico, per un impiego e così via), si sostiene e si pensa, è da preferire al clientelismo, al familismo, al favoritismo. Peccato che la meritocrazia, nella sua più compiuta accezione, sia in contrapposizione non ai favori ma ai diritti; invocare la selezione per merito, il primato dei talenti, serve a occultare le disuguaglianze e l’impegno necessario per rimuoverle, un impegno che richiede azioni concrete da parte delle istituzioni pubbliche (come prevede, in Italia, l’articolo 3 della Costituzione).
La meritocrazia ha stravolto in questi anni il sistema dell’istruzione. Le scuole sono state trasformate in aziende e messe in concorrenza fra loro; decenni di letteratura pedagogica sono stati cancellati per far posto alla logica quantitativa dei test, una specie di tsunami che ha trasformato le finalità ultime della scuola e la sua funzione sociale in una società democratica. L’ideologia del merito è incentrata sull’individualismo e sulla competizione, gli stessi criteri che hanno ispirato le cosiddette “riforme” dei decenni scorsi, ossia la riduzione e trasfigurazione dello stato sociale.

Nella sanità si è fatto largo ai privati e le unità sanitarie locali sono state trasformate in aziende, col risultato – ben visibile in tempo di pandemia – di ridimensionare l’approccio tipico della sanità pubblica e universale, ossia la prevenzione, l’attenzione prioritaria per l’epidemiologia. Il tracollo della sanità italiana di fronte al Covid-19 nasce da qui: ci siamo accorti di non avere piani operativi di prevenzione e d’emergenza, e nemmeno gli strumenti per affrontare l’epidemia (mascherine, guanti, posti letto in terapia intensiva, medicina decentrata) come testimoniato dall’abnorme numero di sanitari contagiati e dalla generale impreparazione evidenziata dai responsabili sanitari e politici, tutti colti di sorpresa nonostante l’epidemia fosse più che annunciata.
Boarelli mostra che l’ideologia del merito non è neutrale e tanto meno naturale, tende anzi a naturalizzare la casuale distribuzione dei talenti, trasformandoli in merito, come diventano merito ciò che i sociologi da qualche decennio chiamano “capitale culturale”, ossia l’opportunità di vivere in ambienti familiari benestanti, ben istruiti, con molte opportunità. L’ideologia del merito si oppone all’impegno contro le disuguaglianze ed è quindi in aperto contrasto con gli obiettivi indicati dall’articolo 3 della Costituzione al secondo comma: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
La meritocrazia è un pericoloso inganno.

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