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Ecco la legge truffa sulla tortura

17 maggio 2017

Il Senato ha approvato con 194 sì, 8 no e 34 astenuti un progetto di legge sulla tortura completamente cambiato rispetto al testo iniziale che aveva come primo firmatario Luigi Manconi, che infatti non ha partecipato al voto.

Un gruppo di “addetti ai lavori”, che la tortura per vari motivi l’hanno conosciuta da vicino (fra cui il sottoscritto), ha commentato così la notizia:

TORTURA: E’ UNA LEGGE TRUFFA E CONTRO LE VITTIME, TORNIAMO AL TESTO ONU

Il Senato ha approvato una legge truffa sulla tortura, scritta in modo da renderla inapplicabile e in totale contraddizione con la convenzione Onu sulla tortura e con le indicazioni contenute nella sentenza di condanna contro l’Italia della Corte europea per i diritti umani del 7 aprile 2015 (Cestaro vs Italia per il caso Diaz). E’ un testo provocatorio e inaccettabile, che il parlamento non può approvare, se l’Italia intende rimanere nel perimetro delle nazioni democratiche e all’interno della Convenzione europea sui diritti umani e le libertà fondamentali, firmata nel 1950.
imageNel testo licenziato dal Senato il crimine di tortura è configurato come reato comune e non proprio del pubblico ufficiale, arrivando alla scrittura di una norma volutamente ingannevole e quindi pressoché inapplicabile; la tortura è tale solo se “violenze”, “minacce” e “condotte” sono plurime (in tutto il mondo si usa giustamente il singolare); la tortura mentale – la più diffusa – è tale solo se “il trauma psichico è verificabile” (quindi sottoposto a incerte valutazioni, con inevitabili disparità di trattamento e lasciando la porta aperta a tecniche, come la deprivazione sensoriale, oggi praticate in tutto il mondo); la possibilità di prescrizione permane (il Senato ha addirittura eliminato il raddoppio dei termini previsto dal testo della Camera, mentre le convenzioni internazionali e la Corte di Strasburgo richiedono la imprescrittibilità del reato); non è previsto alcun fondo per il recupero delle vittime (altro obbligo disatteso, mentre in altre leggi si prevede il rimborso delle spese legali per certe categorie di imputati); nulla si dice – ulteriore mancanza rispetto agli obblighi internazionali – sulla sospensione e la rimozione di pubblici ufficiali giudicati colpevoli di tortura e trattamenti inumani e degradanti.
Se la Camera approvasse questo testo, l’Italia avrebbe una legge che sembra concepita affinché sia inapplicabile a casi concreti; avremmo cioè una legge sulla tortura solo di facciata, inutile e controproducente ai fini della punizione e della prevenzione di eventuali abusi.
E’ nell’interesse dei cittadini e delle stesse forze di sicurezza mantenere l’Italia nel perimetro della migliore civiltà giuridica, perciò chiediamo ad Antigone, ad Amnesty International, alle associazioni, a tutte le persone di buona volontà di battersi con ritrovata fermezza affinché la Camera dei deputati cambi rotta e il parlamento compia l’unica scelta seria possibile, ossia il ritorno al testo concordato in sede di Nazioni Unite. Quel testo garantisce un equilibrato aggiornamento del codice penale e può essere approvato dal parlamento nell’arco di poco tempo, entro la fine di questa legislatura.

Enrica Bartesaghi, Arnaldo Cestaro, Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova)
Ilaria Cucchi (associazione Stefano Cucchi)
Enrico Zucca (già pm nel processo Diaz)
Roberto Settembre (già giudice nel processo d’appello per Bolzaneto)
Fabio Anselmo (avvocato)
Michele Passione (avvocato, studioso della tortura)
Vittorio Agnoletto (già portavoce del Genoa social forum)
Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto (psicologi, autori di studi sulla violenza collettiva e le vittime di tortura)
Marina Lalatta Costerbosa (docente universitaria, autrice del libro “Il silenzio della tortura”)
Pietro Raitano (direttore di Altreconomia)

 

 

Qui sotto l’intervento di Luigi Manconi

Cannabis: presentato Ddl per legalizzazione a fini terapeutici “Non ho partecipato al voto sull’introduzione del delitto di  tortura nel nostro ordinamento perché lo considero un brutto testo. E la scelta di non votarlo è per me particolarmente gravosa visto che del disegno di legge che originariamente portava il mio nome, depositato esattamente il primo giorno della presente legislatura, non rimane praticamente nulla. Innanzitutto perché il reato di  tortura viene definito comune e non proprio, come vogliono invece tutte le convenzioni internazionali dal momento che si tratta di una fattispecie propria dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio. Derivante, quindi, dall’abuso di potere di chi tiene sotto la propria custodia un cittadino. Inoltre, nell’articolato precedente, si pretendeva che le violenze o le minacce gravi fossero ‘reiterate’. Questa formula è stata sostituita nel testo attuale da ‘più condotte’. Dunque il singolo atto di violenza brutale (si pensi a una sola pratica di water boarding) potrebbe non essere punito. Ancora, la norma prevede perché vi sia  tortura un verificabile trauma psichico. Ma i processi per  tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima? Tutto ciò significa ancora una volta che non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio in danno delle persone private della libertà, o comunque loro affidate, quando invece è solo l’individuazione e la sanzione penale di chi commette violenze e illegalità a tutelare il prestigio e l’onore dei corpi e della stragrande maggioranza degli appartenenti”

Il nostro “ghetto di benessere” e le vite degli altri. Il reportage di Navid Kermani

8 maggio 2017

Navid Kermani è un intellettuale tedesco di famiglia iraniana e alla fine del 2015 si è messo in viaggio – a ritroso – lungo la “rotta balcanica” percorsa da migliaia e migliaia di migranti, spinto dalla decisa e sorprendente strategia dell’accoglienza decisa quasi d’improvviso da Angela Merkel (tutto poi è cambiato e la rotta è stata chiusa in virtù di un cinico accordo fra Unione europea e  Turchia, ma questa è un’altra storia).

L’editore Keller ha tradotto il suo reportage dai Balcani e dalla Grecia con il titolo “L’impeto della realtà”(corredato dalle fotografie di Moises Samas): il viaggio serve all’autore per mettersi faccia a faccia con quell’entità – i migranti – solitamente percepita come soggetto indistinto e collettivo, rappresentato di solito in numeri, e valutato senza mai mettersi nei panni delle persone in carne e ossa che lasciano al propria casa, il proprio paese, in fuga da guerre e privazioni o in cerca – come si è sempre detto e come è sempre stato – di fortuna.

Kermani incontra migranti, trafficanti, semplici cittadini. Resta stupito dall’efficiente ospitalità garantita da piccole e grandi città tedesche e annota a Belgrado, tappa verso l’agognata Germania, una possibile opzione di relazione fra autoctoni e migranti: “Non demonizzarli né fornire loro assistenza, makerm.jpg abbandonarli semplicemente al loro destino”.

In Grecia è sorpreso dai toni tutto sommato amichevoli della gente di una cittadina di mare nonostante il declino del turismo causato dagli sbarchi; in Turchia incontra un mediatore e finge di cercare un passaggio su uno dei barconi: “Il mio interlocutore dimostra competenza (…) non sminuisce né la durata né i pericoli della traversata”.

Quando incontra persone fuggite da Afghanistan e Siria capisce che niente potrebbe fermarle e in più passaggi esprime valutazioni politiche interessanti, radicate per una volta nella realtà.

Sulla relazione fra l’Unione europea, l’Est e il Vicino Oriente: “La guerra dilaga ai confini meridionali e orientali del nostro ghetto di benessere e ogni singolo rifugiato ne è l’ambasciatore: i rifugiati sono la realtà che irrompe nelle nostre coscienze”.

Sulle politiche europee per l’immigrazione: “I rifugiati non hanno nessun’altra possibilità di richiedere asilo in Europa se non quella di entrare illegalmente. Gli accordi europei in materia di asilo non sono nient’altro che una corposa sovvenzione statale all’industria degli scafisti“.

Meno convincente la “proposta pratica”: “La separazione fra immigrazione e asilo politico”. Kermani pensa che si potrebbero ampliare, legalizzare e localizzare nei paesi di partenza le procedure d’asilo, mentre si dovrebbe chiudere la porta a tutti gli altri.

“Accettare il respingimento o l’espulsione di persone”, scrive, “quando non sono né minacciate né hanno una prospettiva di trovare lavoro, resta difficile soprattutto per un figlio di immigrati come me, ma è forse anche parte di una politica realistica”.

Questa politica, però, manterrebbe intatto il rischio principale che la società europea sta correndo e che lo stesso Kermani segnala nel suo libro-reportage: “Se un tempo a dividere gli uomini erano le appartenenze ai diversi ceti sociali, oggi sono le cittadinanze e i permessi di soggiorno che generano persone di prima, seconda e terza classe – è difficile per un occidentale europeo capire veramente che cosa significhino i confini per un cittadino di uno Stato senza risorse o proscritto, men che meno per un apolide o un rifugiato”.

Sull’esclusione dei migranti – richiedenti asilo o no che siano – l’Europa sta mettendo a repentaglio princìpi cardine della sua costituzione formale e morale: il principio di uguaglianza, l’universalità dei diritti, la libertà di movimento. La categoria dei “migranti economici”, come i limiti al diritto di asilo, creano categorie di persone di seconda e terza classe che fanno cadere le ragioni dei democratici e legittimano le posizione degli Orban, delle Le Pen, dei Salvini, dei Wilders e così via – posizioni che peraltro stanno tracimando ben oltre i confini dell’estrema destra.

La libertà d’asilo e di movimento è quindi meno irrealistica e meno irresponsabile di quel che si dice, specie se consideriamo che gli arrivi dei “migranti economici” in qualsiasi zona del pianeta sono sempre proporzionati rispetto alle reali possibilità di trovare lavoro e sistemazione: basta pensare agli allarmi, rimasti tali, sulle “invasioni” di sloveni, croati, bulgari, romeni, polacchi lanciati quando si parlava di allargamento delle frontiere dell’Unione europea; o anche alle cospicue riduzioni dei flussi  in coincidenza con le fasi di recessione economica.

Kermani chiude il libro con una bella nota d’ottimismo, frutto anch’esso dell’osservazione sul campo, a dispetto della furiosa avversione per l’altro che circola nei mezzi d’informazione e nei luoghi della politica di tutta Europa: “Anche a Colonia”, scrive, “come in tutte le stazioni lungo la rotta, sono soprattutto i giovani a offrire il loro aiuto su base volontaria, giovani di venti-venticinque anni, di così tante culture, competenze e lingue diverse come se tutti insieme incarnassero l’idea di Europa. Se questa è la realtà, saranno loro a preservare e riavviare l’Europa, quell’Europa che la nostra generazione, non più segnata da guerra e fascismo, sta rischiando di giocarsi“.

Sui migranti ci giochiamo tutto

29 aprile 2017

Sui migranti si sta giocando una partita decisiva. Il principio di esclusione sta diventando la regola e in suo nome si prendono scelte che contraddicono profondamente i principi ispiratori della convivenza democratica: gli accordi dell’Ue con il regime turco per bloccare la rotta balcanica; quello fra Italia e Libia per impedire le partenze (qualunque cosa accada loro); i  muri alzati da vari stati europei – per non citare che gli ultimi provvedimenti. In aggiunta c’è anche l’attacco alle ong che sopperiscono ai mancati soccorsi in mare dovuti al passaggio dalla missione Mare Nostrum (che aveva come missione il salvataggio) a Triton (che è un’operazione di polizia).

Raniero La Valle, nel testo qui sotto, ha scritto cose che nessuno vuole ascoltare, tanto sono vere e tanto sono sgradevoli per un paese (ma il discorso vale per l’intera Unione) che ha perso anche il suo senso di umanità, oltre che la consapevolezza di qual è l’autentica posta in gioco
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CHIUSO IL CASO LE PEN ORA CI VUOLE UNA SCHENGEN MONDIALE

Sull’apertura ai migranti sta o cade la democrazia, sta o cade lo Stato di diritto

di Raniero La Valle

Madame Le Pen non ha vinto le elezioni francesi, e non vincerà nemmeno nel ballottaggio. La buona notizia è questa, non è una notizia esaltasalvataggio-migranti-535x300nte invece che Macron sarà il presidente francese; ma ciò dipende dal fatto, confermato dal risultato del voto del 23 aprile, che il popolo c’è, mancano i leaders, e i partiti sono ormai senza visione e cultura.

Passata ora la grande paura di un trionfo della destra xenofoba, si evidenzia però che il vero problema è quello della posizione da prendere riguardo alla grande migrazione divenuta ormai strutturale e permanente nella nuova realtà della globalizzazione. Ma se le elezioni si decidono sui migranti, ciò vuol dire che tale questione è diventata il nodo centrale della politica, e sulla risposta che si dà a tale questione sta o cade la democrazia. Lo Stato moderno, cioè lo Stato di diritto, muore o sopravvive in questo passaggio cruciale.

Infatti ci sono solo due risposte possibile a questo problema: una è quella della destra, il rifiuto, i muri, la blindatura dei confini, i patti leonini stabiliti con la Turchia o con la Libia per ricacciare i profughi al di là del mare, o il muro che spezza a metà l’America, tra gli Stati Uniti ed il Messico; ed è su questo crinale che monta l’intolleranza e finisce la democrazia e lo Stato di diritto; oppure la soluzione è una Schengen mondiale, le frontiere che si aprono non solo ai capitali, ai beni materiali, al commercio, ma alle persone, alle famiglie, alle religioni e alle culture; e la gente che può andare a vivere dove vuole, senza tratta senza torture e senza scafisti, in nave, in aereo o per via di terra, con un semplice visto.

L’alternativa civile, quella che permette la ripresa del progresso storico, è l’accoglienza e l’integrazione, è l’alternativa incessantemente riproposta da papa Francesco, che la politica però, terrorizzata, rifiuta, e non solo la politica dei Le Pen e dei Salvini. La politica la rifiuta perché non osa il cambiamento, che certamente deve essere profondo, e deve mettere la scure alla radice stessa della globalizzazione capitalistica e della trionfante ideologia del denaro e del profitto, perché fare posto a tutti nel mondo, in condizioni di eguaglianza e senza più la discriminazione della cittadinanza, comporta una rifondazione dei rapporti economici finanziari e politici negli Stati e tra i popoli, e un accorciamento della distanza incolmabile tra il pozzo senza fondo della ricchezza e la palude sterminata della miseria. Ed è proprio questo che si deve fare.

Un seminario itinerante Avenza/Sant’Anna di Stazzema e un testo teatrale

25 aprile 2017

Ci sono diversi modi di concepire l’utilità e l’uso di un libro (dalla parte di chi lo scrive, di chi lo produce e anche di chi lo legge). Si può soprattutto decidere se lasciargli fare la sua strada fra librerie, biblioteche, passa parola e un po’ di promozione di persona, o se farne anche il perno per ulteriori iniziative.

20170330_082916.jpgA questo secondo ambito, per “Era un giorno qualsiasi”, appartengono due progetti ormai in fase di decollo.

Il primo è un SEMINARIO ITINERANTE – cioè una camminata abbinata a momenti di approfondimento – che nell’ultimo fine settimana di maggio porterà un gruppo di persone a piede da Avenza a Sant’Anna di Stazzema. L’idea è quella di fare una conoscenza diretta dei luoghi e quindi della storia e di cogliere tale occasione per sviluppare un pensiero nuovo attorno ai fatti di 72 anni fa, provando a cogliere aspetti solitamente trascurati. Parleremo quindi di resistenza nonviolenta e di opposizione popolare alla guerra, con ospiti competenti come Ercole Ongaro, autore di libri come “Resistenza nonviolenta (1943-1945)” e “No alla Grande Guerra” (E libri di Emil editore) e con Pasquale Pugliese, del Movimento nonviolento. Ritrovo il 26 ad Avenza (Carrara), poi un giorno di cammino il 27 lungo la Francigena fino a Pietrasanta, quindi la salita a Sant’Anna domenica 28.

Il secondo progetto è un TESTO TEATRALE che Massimiliano Filoni, della cooperativa Giolli, sta elaborando a partire dal libro. Sarà un testo proposto secondo la tecnica del teatro dell’oppresso, quindi rompendo le convenzioni del teatro classico e con l’obiettivo, attraverso una dialogo attivo con il pubblico, di sviluppare un “pensiero collettivo” sui temi che ruotano attorno al libro: la guerra e la violenza, l’opposizione popolare e la disobbedienza, la nonviolenza e il senso della memoria. Il progetto, per essere sostenibile e per poter essere proposto a costi contenuti a scuole ed associazioni, ha bisogno di un (auto) finanziamento  iniziale, perciò è partita una campagna di crowdfunding con la formula della donazione. E’ importante sostenere il lavoro di Massimiliano; i gruppi che finanziano ora, potranno dopo ospitare lo spettacolo con formule vantaggiose. Lo scopo non è guadagnare, ma realizzare un’opera professionalmente qualificata e dotata di senso culturale e politico, ossia uno strumento di conoscenza e riflessione che prende spunto da un libro ma offre un ragionamento di valore universale.

QUI IL BLOG “ERA UN GIORNO QUALSIASI” / Seminario itinerante e testo teatrale

Intorno al 25 aprile

25 aprile 2017

Un articolo di Ercole Ongaro sul quotidiano Il Cittadino di Lodi, in vista della presentazione di Era un giorno qualsiasi a Lodi. Ongaro è autore di due libri originali e importanti: “Resistenza nonviolenta (1943-1945)” e “No alla Grande Guerra”, entrambi pubblicati dalla casa editrice I libri di Emil.

Ercole Ongaro sarà il 26 maggio prossimo ad Avenza per una conferenza che aprirà il seminario itinerante Avenza-Sant’Anna di Stazzema.

L’ARTICOLO DI ERCOLE ONGARO SUL CITTADINO

Le guerre di Tillerson a Sant’Anna di Stazzema

14 aprile 2017
Dunque Rex Tillerson, ministro degli esteri statunitense, ha scelto Sant’Anna di Stazzema per legittimare il recente lancio di missili in Siria e annunciare futuri interventi militari. “Noi vogliamo rispondere a quanti colpiscono gli innocenti in qualunque parte del mondo”, ha detto il segretario di stato, due giorni dopo l’attacco missilistico alla Siria e tre giorni prima del lancio della “madre di tutte le bombe” in Afghanistan. Parole che fanno tremare perché corrispondono – appunto –  a bombardamenti, esplosioni, lanci di missili: azioni di morte compiute in nome di “innocenti” ma che colpiscono – immancabilmente – altri “innocenti”.
Il messaggio di Tillerson, salito a Sant’Anna in  compagnia di Angelino Alfano e di Federica Mogherini durante una pausa del vertice G7 a Lucca, è molto chiaro, com’è chiaro il suo modo di considerare e fare tesoro di una memoria dolorosa, qual è il ricordo della “guerra ai civili” condotta dall’esercito di occupazione tedesco in Italia fra ’43 e ’45. Tillerson dice: a Sant’Anna furono barbaramente uccisi degli innocenti e in loro nome è giusto e necessario colpire chi compie oggi atti simili nel mondo.
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74-c9cm34txsaawul3-cropped-33Nel ’44 l’eccidio fu compiuto da reparti delle SS naziste, negli anni Duemila gli interlocutori sono altri, gli Hitler dei giorni nostri: da ultimo il siriano Assad, giudicato a tambur battente responsabile di un attacco chimico contro la popolazione; in precedenza c’erano stati l’Afghanistan, rifugio dei terroristi dell’11 settembre; l’Iraq del dittatore Saddam Hussein con le sue ipotetiche armi di distruzione di massa; la Libia di Gheddafi, caduto in disgrazia dopo una vita da amico/nemico dell’occidente; il gruppo Stato islamico, nato e cresciuto sotto le bombe occidentali.
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Sono state guerre umanitarie, di esportazione della democrazia, di lotta al terrorismo, secondo variabili definizioni, con un bilancio a dir poco disastroso, sia per chi ha subito le aggressioni militari, costate centinaia di migliaia di morti, sia per chi le ha messe in atto (i governi occidentali guidati dagli Stati Uniti), se pensiamo all’attuale clima di insicurezza generale e alla guerra asimmetrica in corso, con gli atti terroristici che da Stoccolma e Mosca a Londra, da Nizza e Parigi a Berlino, hanno portato il conflitto anche in Europa.
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Ma il punto, parlando di Sant’Anna di Stazzema, non è nemmeno l’efficacia di queste guerre, mai sottoposte a una vera e sincera analisi circa i risultati ottenuti. Il punto è il senso della memoria storica, il rapporto che vogliamo stabilire con chi visse e soprattutto morì in quel modo nel ’44, come “danno collaterale” di una guerra combattuta senza esclusione di colpi.
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A che cosa pensiamo quando pensiamo a Sant’Anna? A che ci serve salire lassù? Perché lo facciamo? Che cosa proviamo camminando sul selciato davanti alla chiesetta, dove furono falciate a colpi di mitragliatrice circa 150 persone? E davanti all’ossario in cima al colle?
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Sono possibili molte risposte. Una l’ha data Tillerson e quasi toglie il fiato, perché promette guerra e morte, ovviamente guerra giusta o necessaria o inevitabile, e morte – anche, anzi soprattutto – di innocenti (in ogni guerra accade così da un secolo a questa parte).
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la_cerimonia_al_memoriale-530-328-584019Ma non è per questo – per giustificare e legittimare nuove guerre – che saliamo a Sant’Anna. Se c’è una cosa che ci spinge, è la consapevolezza di raggiungere un luogo tanto speciale quanto disturbante, dove si è manifestato l’esito terribile di  pulsioni diffuse nelle società umane organizzate: l’uccisione di massa di innocenti, per mano di eserciti regolari, giustificate da superiori interessi politici.
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E’ successo a Sant’Anna e in molti altri luoghi in Italia nello stesso periodo storico, ma è accaduto spesso anche nei decenni seguenti, a nazifascismo sconfitto,  ad esempio in Bosnia e Cecenia, se vogliamo restare in Europa; o in Vietnam e in Afghanistan, e poi in Iraq, Siria, Yemen, Somalia, Congo e altri paesi ancora, se volgiamo lo sguardo più lontano. E’ stato a volte ad opera di forze armate manovrate da regimi dittatoriali e altre volte le stragi  sono avvenute per mano di eserciti “democratici”.
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Le stragi di civili inermi a colpi di mitra e di granate, con missili e bombe lanciate da droni, sono una costante, non un’eccezione, delle guerre moderne.
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Saliamo a Sant’Anna di Stazzema coscienti che le nostre società, nel 1945, non hanno davvero voltato pagina, sebbene i cinque anni di guerra  mondiale e il biennio di occupazione tedesca diedero un’impronta decisiva sul piano storico, morale, politico e anche psicologico al dopoguerra di tutti. Rinacquero in Europa e nel mondo regimi democratici, fu creata l’Onu e approvata una solenne Dichiarazione sui diritti umani; nella nostra Costituzione “scritta col sangue dei resistenti” (e con quello dei caduti nelle stragi) entrò il decisivo articolo 11, per dire che l’Italia rifiuta la guerra come metodo per la risoluzione di controversie internazionali. Un articolo essenziale ma fra i più dimenticati, o meglio calpestati.
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Salire a Sant’Anna di Stazzema ci aiuta a capire meglio da dove veniamo e ci spinge a guardare il mondo attorno a noi con il massimo di sincerità. L’aura che promana dai corpi sepolti all’ossario e nelle fosse comuni ancora sparse nella zona è un messaggio di verità che permette di scorgere nel mondo le sant’anna di oggi; che induce a provare empatia per chi subisce sulla propria pelle, nella propria casa, guerre decise chissà dove;  che spinge a cogliere nel volto di un profugo di guerra sbarcato a Lampedusa lo stesso sguardo, la stessa angoscia, dei bambini rimasti orfani nell’eccidio, a loro volta profughi (interni) di guerra e letteralmente “minori non accompagnati”.
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Ecco dunque a che serve visitare i “luoghi della memoria”. Serve ad entrare in contatto diretto e personale con la storia, a vivere l’esperienza di calarsi nei panni altrui, in un’altra epoca, e da lì, stando in quei panni, in quel tempo, pensare al presente, a quel che abbiamo fatto finora, e al futuro,  a quel che potremo fare per non ripetere ancora quegli errori, per non assistere ancora a simili tragedie.
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In questo senso Sant’Anna e  gli altri luoghi che compongono l’Atlante delle stragi sono siti  scomodi e preziosi. Fanno star male ma stimolano pensieri nuovi. Conoscere de visu la portata delle violenze che vi furono compiute, può essere un grande sprone ad agire, affinché le collettività cambino rotta, a patto che vi siano libertà di pensiero e apertura a battere sentieri che portano fuori dal discorso corrente, un discorso che oggi banalizza la violenza e  legittima la guerra come opzione possibile e anzi necessaria, mentre deride l’ipotesi di agire per spingere la guerra fuori della storia.
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A Sant’Anna, dietro l’ossario, c’è una lapide coi quasi 400 nomi dei trucidati riconosciuti: nome, cognome, provenienza, età. E’ una lettura che sgomenta. Tante donne, tanti bambini, tanti cognomi che si ripetono. Il senso della memoria, a decenni dai fatti, è nel significato che vogliamo attribuire a come vissero e come morirono quelle persone, vite di scarto in tempo di guerra. Non furono eroi, non combatterono il nemico e nella storia – lo sappiamo – c’è poco posto per chi resta anonimo, ma tocca a noi stabilire se il loro sacrificio può essere un monito per l’oggi e un orientamento per il domani.
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Possiamo quindi provare a  prendere sul serio il grido che arriva da chi perse la vita nelle azioni “eliminazioniste”, come le chiamano gli storici. E’ un grido di umanità e di rigetto della guerra, un rifiuto che nell’ultimo secolo ha accomunato le popolazioni civili di tutto il mondo, vittime principali e predilette dei “signori della guerra”.  E’ un grido che si è disperso però nel vento, perché la memoria pubblica è negoziazione, lotta politica, spesso anche manipolazione, e oggi chi comanda e pilota di fatto la gestione della memoria comune è poco disposto a mettere in discussione la pretesa razionalità, potremmo dire ovvietà, dello strumento bellico, insomma la legge del più forte, del più armato, del più spregiudicato.
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Ci sarebbe dunque una memoria possibile, a volte declamata ma nei fatti emarginata, che poggia sul rifiuto popolare della guerra e quindi spinge a disobbedire alle regole strettissime della politica e della geopolitica; è una memoria intensa e difficile che diventa motore di cambiamento se vissuta davvero e trasformata in azione collettiva. E’ una memoria, questa, che potrebbe aiutare ad aprire un varco verso una società meno violenta e più resiliente, liberata dalla soggiogante e fasulla contrapposizione fra NOI, i civili, e LORO, i barbari, un clima d’odio che di muro in muro, di guerra in guerra, sta trascinando il mondo in un abisso.
C’è però un’altra memoria – e va per la maggiore – che si manifesta in forma di omaggio ai caduti, di ricordo formale di una fase storica gloriosa; è una memoria che consola e non disturba più di tanto.
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E’ la memoria – quest’ultima – che ha ispirato l’altro giorno Rex Tillerson, il quale l’ha facilmente piegata alle sue esigenze del momento. Chissà se il segretario di stato ha davvero pensato alle persone nominate nella lapide dietro l’ossario, a come vissero e come morirono, chissà se ha provato a immaginare i loro volti e il loro grido, mentre pronunciava le sue funeste e potenti parole.
Chissà se Tillerson si è reso conto che Sant’Anna di Stazzema non è un luogo di potere, ma uno spazio fisico, etico e mentale abitato dalle anime di gente senza potere, gente che meriterebbe d’essere accolta meglio e ascoltata con più rispetto da noi che siamo venuti dopo.

 

La malafede italiana alla Corte di Strasburgo

9 aprile 2017

La notizia è stata recepita con una certa enfasi ed accolta come un segno di cambiamento, in realtà l’accordo stretto fra lo stato italiano e un gruppo di sei cittadini torturati nella caserma di Bolzaneto nell’ambito della procedura aperta davanti alla Corte europea per i diritti umani non aggiunge niente a un quadro già definito.

diazL’Italia – questo la novità secondo alcuni media e alcuni commenti – avrebbe riconosciuto le proprie responsabilità ammettendo che si trattò di un caso di tortura e in aggiunta avrebbe promesso di intervenire per adeguare l’ordinamento alla necessità e prevenire gli abusi di potere e punirli in modo corretto.

In verità non c’è alcuna novità nella posizione del governo italiano, che resta del tutto inadempiente rispetto alle prescrizioni della Corte europea contenute nella sentenza Cestaro dell’aprile 2015 (si può credere a chi promette di fare in un prossimo futuro ciò che avrebbe dovuto  fare nei due anni passati?). Quanto al riconoscimento che a Bolzaneto fu praticata la tortura, ci sono le sentenze che parlano, definitive dal 2013.

Qui la mia intervista uscita sul Manifesto nelle quale commento la notizia del patto fra lo stato italiano e sei ricorrenti

Guadagnucci: “Applicate la sentenza, è l’unico risarcimento”

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