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Destra e sinistra, criteri da aggiornare (finalmente)

13 gennaio 2018

Parliamo di politica. Come spesso succede, lo sguardo straniero sulle cose di casa risulta illuminante. Sull’ultimo numero del settimanale Internazionale, è stato tradotto un testo di David Broder in merito all’attualità politica italiana e alle prossime elezioni del 4 marzo. Broder è uno storico britannico e l’articolo originale è stato pubblicato negli Usa su Jacobin, una rivista di sinistra considerata un caso editoriale di successo.
Broder ha il merito d’essere estraneo alle letture politiche consuete e adotta criteri di valutazione assai più aggiornati e pertinenti di quelli in uso nei media nazionali: l’adesione o meno al modello neoliberista, ad esempio, è considerato un elemento discriminante (in quest’ambito colloca fra l’altro le politiche scolastiche del governo Renzi); quando affronta il caso della Lega, parla senza esistazioni di forza politica di estrema destra, e così via.
141379-ldNe esce un quadro che si allontana non poco dagli schemi proposti dai nostri media (e avallati dal ceto politico): la coalizione che in Italia è definita di centrodestra, andrebbe quindi qualificata come forza di destra-destra (o al limite considerata una fragile alleanza fra destra estrema, la Lega, e due destre di diversa estrazione, ossia Forza Italia e i post fascisti di Fratelli d’Italia); quello che per i nostri media è il centrosinistra, si rivela piuttosto un’aggregazione fedele al modello neoliberale, con sguardo rivolto a destra; di centrosinistra, interno comunque al modello dominante, può essere semmai definita la nuova formazione Liberi e Uguali; Broder menziona e sembra riporre una qualche fiducia (per gli anni a avvenire più che per il 4 marzo) nella semi sconosciuta formazione Potere al popolo, lanciata da un centro sociale di Napoli, formata da giovani attivisti, lavoratori precari, movimenti di base e sostenuta da Rifondazione; Il Movimento 5 Stelle è considerato un’espressione delle scontento generale che storicamente preferisce restare nel vago circa le sue posizioni, salvo spostarsi verso destra con la scelta di Luigi Di Maio come candidato premier.
Questo è il quadro, dominato – questo è il punto chiave – dall’ideologia neoliberale che in questo momento permea quasi per intero il sistema politico: non è una constatazione da poco, perché rende ordinaria e non eccezionale né – tanto meno – scandalosa l’ipotesi di un governo fra Pd e formazioni della destra-destra, ipotesi che invece alimenta un diffuso chiacchericcio politico e mediatico. Quanto alla sinistra, c’è da augurarsi che sia finalmente in grado di compiere quel passo che è necessario da almeno un ventennio: ripudiare il modello neoliberale, quindi ripensare tutto, muovendosi verso un’economia che abbia un volto umano e una società che faccia perno sul senso del limite. Sarebbe una specie di rivoluzione culturale prima ancora che politica, ma altre possibilità di rinascita non ci sono.

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Caldarozzi, Minniti, la Diaz, lo stato: una piccola storia ignobile

26 dicembre 2017

La nomina di Gilberto Caldarozzi a vice capo della Dia (Direzione investigativa antimafia) sta suscitando un po’ di scandalo fra le anime belle – tipo il sottoscritto – che ancora vogliono credere che nella democrazia italiana esistano valori e norme morali di condotta cui fare riferimento, ereditate dalla più nobile tradizione della democrazia costituzionale.

In realtà la scelta compiuta dal ministro Marco Minniti, la scelta cioè di nominare a quel delicato incaricato uno dei funzionari condannati in via definitiva per una delle più violente e infamanti operazioni di polizia degli ultimi decenni (la cosiddetta perquisizione alla scuola Diaz del 21 luglio 2001), va letta in termini politici e nell’ambito della ridefinizione dei rapporti fra l’ordinamento interno e gli obblighi internazionali in materia di tutela dei diritti fondamentali.

minniti-225x149La nomina di Caldarozzi, sotto il profilo legale, è certamente lecita. Il funzionario ha scontato la sua pena (qualche mese di arresti domiciliari grazie all’abbuono di 3 anni dovuto all’indulto) e anche i 5 anni di interdizione dai pubblici uffici (stabiliti in automatico dal giudice) e quindi è rientrato in polizia.

Il ministro ha scelto di affidargli un incarico importante e delicato nonostante la grave e clamorosa condanna subita, ignorando quelle valutazioni di opportunità e buon senso che le anime belle vorrebbero vedere applicate, secondo il principio per cui l’onore e la credibilità dell’istituzione è più importante della sorte degli individui e anche secondo la regola per cui a grandi poteri (ossia a ruoli gerarchici rilevanti)  devono corrispondere grandi responsabilità e non grandi privilegi. In sostanza, pensano le anime belle, se un dirigente di polizia viene condannato per un fatto così grave – un  pestaggio ingiustificato di cittadini inermi, con l’aggiunta della costruzione di prove false e il tentativo di occultare tutto con falsi verbali – è bene che lasci per sempre il suo incarico e se possibile la stessa polizia, in nome dell’interesse primario del corpo di appartenenza, che di fronte a fatti simili deve mandare chiari messaggi di ripudio e di sdegno a tutti i cittadini e anche a chi lavora in polizia. Ne va della credibilità del corpo e delle istituzioni: questo pensano le anime belle.

Fra queste c’è anche la Corte europea per i diritti umani, istituita a Strasburgo per garantire l’applicazione della Convenzione europea per i diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali sottoscritta solennemente dopo la Seconda guerra mondiale, la quale Corte nelle sue sentenze prescrive la sospensione dal servizio dei funzionari eventualmente rinviati a giudizio per reati riferibili all’articolo 3 della Convenzione (trattamenti inumani e degradanti e tortura) e la rimozione, cioè il licenziamento, nel caso di condanna definitiva. Quale sia il fine di simili “consigli” è fin troppo evidente: la necessità di punire in modo adeguato violazioni gravissime e soprattutto di prevenire ulteriori abusi, salvaguardando la dignità e la credibilità delle forze di sicurezza di fronte ai cittadini.

schermata-2017-12-25-alle-21-33-24-420x238Caldarozzi e gli altri funzionari giudicati per la sciagurata spedizione alla Diaz, in verità, non sono stati condannati per tortura, visto che lo specifico reato ancora non esisteva, e quindi la “prescrizione” della Corte, che peraltro non ha il potere di farla rispettare, è più sostanziale che formale, visto che è stata la Corte stessa, e non i tribunali italiani, a qualificare il blitz alla Diaz come un caso di tortura.

Qui si innesca la scelta politica compiuta dal nostro governo. Minniti e Gentiloni avrebbero potuto agire con prudenza e buon senso, tenendo conto delle sentenze della Corte e magari gettando un pensiero ai concittadini (compreso il sottoscritto) che nella notte della Diaz non erano nel ruolo dei carnefici bensì in quello un pochino più scomodo, e soprattutto umiliante, delle vittime. In sostanza, una volta deciso, come è stato deciso anche da precedenti governi, che l’Italia non accetta l’idea di sospendere o rimuovere i propri dirigenti di polizia nemmeno in casi tanto gravi e clamorosi, avrebbero potuto riammettere Caldarozzi senza affidargli un ruolo di primo piano: per salvare le apparenze, per non aggiungere sale a una ferita ancora aperta, per non rischiare ulteriore discredito sulla scena internazionale, visto che l’Italia è reduce da quattro pesantissime condanne alla Corte di Strasburgo per casi di tortura (due sentenze per la Diaz e una per Bolzaneto riguardanti il G8 del 2001, una per i maltrattamenti inflitti a detenuti nel carcere di Asti nel 2004).

Minniti ha scelto diversamente e il suo gesto è al tempo stesso una sfida e una precisa scelta di politica istituzionale. E’ una sfida alle anime belle (oltre che, naturalmente, uno schiaffo in faccia ai cittadini sottoposti ad abusi e torture) e a chi pretenderebbe provvedimenti seri – normativi e no –   nell’ottica delle prevenzione; è una scelta di politica istituzionale perché conferma l’insofferenza del nostro paese per gli obblighi giuridici, morali e politici che scaturiscono dalle convenzioni sulla tutela dei diritti fondamentali, obblighi che sono il fondamento del diritto umanitario ma che sono ormai visti come un intralcio da correggere e superare (vedi la nuova politica migratoria). Per certi versi Minniti si mette in scia coi suoi predecessori, da Scajola in poi, tutti fermi nel rifiutare qualsiasi richiesta di intervento a carico di funzionari e dirigenti implicati nel caso Diaz, ma fa anche di più, scavalcando tutti a destra potremmo dire, perché la sua scelta  su Caldarozzi, per quanto legittima sul piano formale (grazie alla natura ibrida e incerta del diritto internazionale in materia di diritti umani) ha un valore simbolico e politico particolarmente alto, visto che arriva all’indomani di ben due condanne dell’Italia davanti alla Corte di Strasburgo proprio per il caso Diaz, un caso – va ribadito – che è stato qualificato come tortura all’unanimità da sette giudici di sette diversi paesi.

diaz-3Il dottor Caldarozzi vive così il suo piccolo trionfo. Rientra negli apparati di polizia percorrendo il tappeto rosso steso da Minniti e si prende la sua rivincita, lasciando dietro di sé una scia di inutili parole spese da tante anime belle, inclusi i giudici di Cassazione che nel 2014 confermarono il no del Tribunale di sorveglianza alla sua richiesta di affidamento ai servizi sociali per il residuo di pena (otto mesi) non coperto dall’indulto. La Cassazione confermò il no, inviando Caldarozzi agli arresti domiciliari, per la “non apprezzabile predisposizione del condannato a un ripensamento critico della sua condotta, dedotta dalla sua indifferenza rispetto ad una prospettiva risarcitoria volontaria delle vittime, dalla lettura minimale delle sue responsabilità, dal rifiuto di esprimere pubblica ammenda per quanto accaduto in riferimento alle sue colpe”.

E’ una linea, quella tenuta da Caldarozzi, che Minniti evidentemente approva e che mi spinge a trarre una morale da questa avvilente vicenda.

Abbiamo tentato, in questi 16 anni e rotti, di aiutare la polizia e lo stato a uscire a testa alta dalla brutta vicenda delle torture, dei falsi e delle calunnie che hanno caratterizzato il G8 di Genova, lo abbiamo fatto proponendo ai vertici delle istituzioni di mettersi al fianco dei cittadini vittime degli abusi: potevamo dire insieme che sui diritti fondamentali non si transige e che l’interesse pubblico prevale sui legami personali e istituzionali intercorrenti fra uomini degli apparati e responsabili politici.

Lo stato ha detto no e ha preferito salvare, coprire, proteggere gli alti dirigenti indagati, processati e condannati, sacrificando tutto il resto: la lealtà, la dignità, la credibilità che i cittadini si aspettano da chi indossa una divisa o svolge un ruolo nel servizio pubblico.

Abbiamo perso.  Ci credevamo cittadini, ma agli occhi dei ministri (per non dire di altri) non siamo che stolide e superflue anime belle ferme a un’idea superata dello stato e della democrazia.

Il giornalismo e la sua etica. E se fosse davvero il tempo di dividersi?

18 dicembre 2017

Nel 2008 i giornalisti (Ordine e sindacato, d’intesa con l’agenzia dell’Onu per i rifugiati Unhcr) si diedero un codice deontologico cui attenersi nel trattare la delicata materia delle migrazioni. La Carta di Roma nacque sull’onda di un caso increscioso – l’omicidio plurimo di Erba, inizialmente attribuito a reti unificate al marito tunisino di una delle vittime, assassino perfetto secondo uno stereotipo corrente, in realtà commesso da una coppia di vicini di casa italianissimi – e implicava un’ammissione di responsabilità: la categoria, attraverso i suoi organi associativi, riconosceva di fare una cattiva o almeno insoddisfacente informazione in materia di “richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti”.

video_cartadiromaIl codice chiede fra l’altro ai giornalisti di utilizzare termini appropriati e in modo pertinente e di “evitare la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte”: si potrebbe dire che si tratta di un’ovvietà, ma evidentemente la pratica concreta era (e in buona parte è ancora) lontana dall’applicazione di simili criteri. Approvata la Carta, nell’immediato, è cambiato ben poco e ci sono voluti molti sforzi per far conoscere il documento ai giornalisti e responsabilizzare le redazioni, richiamando tutti ai propri doveri professionali. Nel 2011 è nata anche un’Associazione Carta di Roma, incaricata di divulgare i contenuti del codice deontologico e in qualche modo spingere i giornalisti a rispettarlo attraverso la persuasione e il supporto professionale (il sito cartadiroma.org è un’ottima fonte di notizie e documenti cui fare riferimento). I contenuti stessi della Carta, attraverso un Glossario e le Linee guida, sono stati approfonditi e specificati, per includere raccomandazioni e informazioni sul lessico e il frequente quanto improprio ricorso a stereotipi.

L’Associazione Carta di Roma pubblica anche un rapporto annuale che serve a fare il punto della situazione. Quest’anno il presidente (uscente) dell’Associazione, Giovanni Maria Bellu –  autore a suo tempo di un importante libro quale “I fantasmi di Portopalo” riguardante un naufragio di un’imbarcazione con migranti a bordo avvenuto nel ’96 nel Canale di Sicilia – ha lanciato un messaggio a suo modo drammatico. Di fronte alle continue, reiterate, spesso rivendicate violazioni della Carta da parte di numerosi giornalisti e alcune testate, si è chiesto nell’introduzione al Rapporto 2017, intitolato “Notizie da paura”,  se “non sia il caso di ragionare attorno all’opportunità di utilizzare pienamente l’apparato sanzionatorio, fino all’applicazione della sanzione più grave, la radiazione, quando risulti evidente, dal complesso delle violazioni, che si è di fronte a un rifiuto assoluto delle regole professionali”. La Carta di Roma non prevede sanzioni dirette e specifiche per chi non ne rispetti le indicazioni, ma è un documento deontologico a tutti gli effetti e  può essere invocato per giudizi disciplinari di fronte all’ordine dei giornalisti, come previsto dalla legge istitutiva dell’Ordine.

L’Associazione Carta di Roma, che svolge un puntuale monitoraggio sui media,  in questi anni ha usato con moderazione la via del ricorso ai consigli di disciplina, preferendo un percorso di formazione, confronto e persuasione. Ma ora Bellu propone di cambiare strategia e riconoscere che non è più possibile convivere tutti sotto lo stesso tetto. Chi si fa beffe della Carta di Roma, di solito accusata dai suoi detrattori d’essere uno strumento “buonista” e illiberale in nome del “politicamente corretto”, secondo Bellu sta in realtà rifiutando le fondamenta della professione. “Quelle della Carta di Roma”, dice Bellu, “non sono regole a tutela degli immigrati, né di quanti li considerano una componente essenziale delle società moderne, ma sono la specificazione della regola fondamentale della professione, quella che impone ai giornalisti di restituire ai loro lettori e ascoltatori la verità sostanziale dei fatti” (indicata dall’articolo 2 della legge istitutiva dell’Ordine professionale).

Il dileggio, la criminalizzazione di gruppi umani e categorie di persone, la etnicizzazione dei reati,  l’allarmismo ingiustificato – così frequenti nei nostri media quando trattano di immigrazione – non sono dunque da considerare una semplice espressione della libertà di pensiero e di opinione ma un tradimento dei compiti professionali. Il nostro è (anche) il giornalismo dei “Bastardi islamici” e degli immigrati che portano malattie e trasmettono la malaria da persona a persona e via e via, in una casistica degli orrori  che non cessa di allungarsi giorno dopo giorno… Dice Bellu:  “Accettare che possano continuare a chiamarsi giornalisti soggetti che rifiutano la regola fondamentale, significa mettere in discussione la stessa ragione di esistere della categoria”.

image2Bellu – al momento inascoltato – pone dunque una questione cruciale, che riguarda sia gli organi professionali,  sia lo statuto sociale quindi la credibilità della professione. L’esistenza di un Ordine professionale – da sempre oggetto di discussione e contestazione fra i giornalisti – è giustificata soprattutto dalla garanzia che assicura, o dovrebbe assicurare, circa la lealtà dei propri affiliati alle regole fondamentali, appunto il rispetto della “verità sostanziale dei fatti”. L’Ordine, in sostanza, garantisce ai cittadini-lettori che i giornalisti, quale che sia il loro orientamento culturale e politico, non tradiscono l’obbligo di attenersi a una rappresentazione il più obiettiva possibile della realtà.

Ma che succede se un numero rilevante di giornalisti e testate certe regole non le rispetta e anzi le sbeffeggia?  Succede quel che abbiamo sotto gli occhi. Si è tutti giornalisti, ma si leggono grandi quantità di articoli e titoli che tradiscono e stravolgono la “verità sostanziale dei fatti”, e non per sviste ed errori e nemmeno per leggerezza, bensì per scelta deliberata, col risultato di minare la credibilità stessa dell’Ordine e della professione.

La via indicata da Bellu è radicale e implicherebbe l’esplosione della professione così come oggi è configurata, arrivando a uno sdoppiamento fra chi rimane nel perimetro dell’ordine e delle sue regole e chi, pur continuando a scrivere o fare radio e tv, se ne tiene fuori. Sarebbe tutto più chiaro agli occhi di lettori e ascoltatori (a patto di rendere visibile e comprensibile la spaccatura), ma è facile immaginare che ne nascerebbe una contesa politico-professionale allargata e che poco sopravviverebbe delle attuali istituzioni professionali (non solo l’Ordine ma anche gli enti previdenziali Casagit e Inpgi potrebbero subire un terremoto dovuto all’esodo di una parte degli iscritti).

D’altra parte  il giornalismo, già in crisi per sue carenze e debolezze e per l’esplosione dei social network, può avere un futuro solo se mantiene una forte credibilità professionale. La capacità di selezionare, verificare e riferire con equilibrio e imparzialità  le notizie è ciò che distingue il giornalismo dalla propaganda e dalla cattiva informazione ed è l’unica vera carta che la professione può giocare per evitare d’essere spazzata via dai forti e infausti venti che soffiano (dentro e fuori dalla Rete). Quindi Bellu ha ragione: è giornalismo solo quello che si attiene alla verità sostanziale dei fatti (inclusa, quindi, l’accettazione dello spirito della Carta di Roma) e la rottura con chi rinnega certe regole è forse necessaria, visto oltretutto che l’informazione sui migranti, da alcuni anni, è un tema cardinale nell’agenda politica e mediatica del paese (e visto che la mala informazione in materia ha fatto danni enormi alle singole persone e alla collettività).

C’è tuttavia un dubbio da sciogliere. Una rivoluzione come quella prefigurata da Bellu può essere avviata e gestita dai soli giornalisti? Si tratta semplicemente di applicare le regole esistenti e arrivare all’espulsione dei refrattari o di ripensare l’Ordine e il modo di garantire la professionalità di chi lavora nel campo dell’informazione?  Ci sarebbe da aprire una discussione, ma al momento nessuno sembra volerne parlare, tanto che la presa di posizione di Bellu è passata pressoché inosservata. Eppure è davvero arrivato il momento di condividere con lettori e ascoltatori, cioè con i cittadini, una discussione su che cos’è oggi il giornalismo e sui modi più efficaci per assicurare il rispetto delle regole di base (e anche la riconoscibilità di chi sceglie di rispettarle).

E’ possibile che alla fine della discussione (se riuscissimo ad avviarla) scopriremmo che la deontologia professionale,  in materia di giornalismo, è un bene comune, quindi da condividere fra tutti i cittadini e da tutelare con il loro contributo. Bisognerebbe avere la forza di mettere a nudo il grave malessere che attanaglia la categoria dei giornalisti e spingerli ad aprirsi alla società, come fecero in fondo nel 2008 quando fu firmata la Carta di Roma, nata per il decisivo impulso dell’Unhcr.

Tortura, l’Onu boccia la legge. E’ stata scritta contro le vittime

7 dicembre 2017

La questione della tortura è ancora d’attualità. Il Comitato delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura ha pesantemente strigliato l’Italia al termine di un ciclo di audizioni dedicate al nostro paese. La legge approvata nel luglio scorso, ha detto in sostanza il Comitato, è molto lontana dalla definizione accettata in sede di Nazioni Unite e lascia ampi spazi all’impunità, senza dare alcuna garanzia in termini di prevenzione. Una bocciatura solenne e una richiesta di cambiare il testo appena approvato.

nuovo-segretario-generale-onu-donna-dopo-ban-ki-moon-orig-1_mainUno smacco enorme per il parlamento, per il ministro, per le organizzazioni che quel testo lo hanno accettato senza intervenire quando è stato possibile fermare tutto sull’onda delle molte, autorevoli obiezioni giunte alle orecchie (tenute ben chiuse) di parlamentari e responsabili politici (bisogna ricordare fra gli altri gli interventi alla vigilia del voto  del commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa e la lettera dei magistrati e giudici genovesi impegnati nei processi  seguiti al G8 del 2001).

La notizia della bocciatura della legge da parte del Comitato dell’Onu, ad ogni buon conto, ha fatto a malapena capolino sui quotidiani e non è stata minimamente presa in considerazione dal mondo politico e associativo. A maggior ragione può avere un senso prendere in considerazione il testo che segue, preparato per un convegno di formazione per avvocati e giornalisti organizzato a Firenze dal Sindacato degli avvocati, martedì 5 dicembre.

LO STATO ANTAGONISTA RISPETTO AI SUOI CITTADINI

Sono quasi un intruso in un convegno con finalità giuridiche, ma penso d’essere stato chiamato per la mia esperienza di vita e per come ho creduto di elaborarla come cittadino, come giornalista, come attivista. Un percorso che si è incrociato con il tema della tortura e con l’opportunità di disciplinarla; vorrei alla fine dire qualcosa sul perché ha senso ed è importante disciplinarla bene.

La mia esperienza è presto raccontata: il 21 luglio 2001, durante le iniziative di protesta e di proposta organizzate in occasione del G8 di Genova, mi trovai a dormire alla scuola Diaz e quindi sono stato vittima e testimone della nota irruzione della polizia di stato all’interno di quella scuola. Uno dei protagonisti definì quell’operazione una macelleria messicana. Decine di persone furono brutalmente picchiate, tre di loro finirono in coma, furono rotte ossa e non solo. Personalmente fui aggredito, in ondate successive, prima da due agenti, poi un da un terzo poliziotto, e posso testimoniare che fu un’aggressione selvaggia, con colpi inferti alla cieca con uno strumento, il manganello tonfa, in uso in quel frangente per la prima volta nella polizia italiana, uno srtumento che è considerato un’arma letale, come ebbe a spiegare in tribunale lo stesso funzionario cui si deve la definizione di macelleria messicana.

Come tutti gli altri 92 presenti nella scuola, dopo il pestaggio e oltre due ore trascorse in un clima di panico, pianti, minacce, terrore, mi trovai anche arrestato in una stanza di ospedale, per quanto nessuno – per circa 24 ore – si fosse nemmeno preoccupato di spiegarmi per quali ragioni fossi in arresto. Avrei poi saputo, prima attraverso un quotidiano sbirciato durante la detenzione poi al momento dell’interrogatorio da parte dei pm incaricati di indagare su di me e gli altri 92, che ero accusato di associazione a delinquere finalizzata a devastazione e saccheggio, cioè di appartenere al cosiddetto black bloc, di porto illegale di armi da guerra, e anche, per quanto la cosa suoni almeno paradossale visto lo stato in cui mi trovavo – trattenuto in ospedale e non trasferito in carcere a causa delle ferite riportate – anche di resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

Sono tutte accuse – come è noto – basate su un rapporto di polizia risultato falso in tutte le sue parti, paragrafo per paragrafo: false le premesse addotte per giustificare la perquisizione d’urgenza senza mandato del magistrato; falsa la circostanza della resistenza; falsa l’appartenenza al black bloc; falso la detenzione di armi, poiché le due bombe molotov che tutti e 93 – congiuntamente – avremmo avuto in nostro possesso erano state introdotte nella scuola in realtà dagli stessi poliziotti, come l’inchiesta condotta dal dottor Zucca qui presente ha avuto modo di accertare.

Manifestazione del sindacato della polizia reparto celereRicordo, come pro memoria, che il processo seguito all’irruzione alla Diaz si è chiuso in Cassazione nell’estate del 2012 con la condanna di 25 funzionari e dirigenti di polizia per falso, calunnia, concorso in lesioni. Nessuno dei condannati è stato in prigione, tutti hanno avuto il beneficio dei tre anni di indulto, qualcuno ha scontato qualche settimana agli arresti domiciliari dopo avere visto respinta la richiesta di assegnazione ai servizi sociali alternativi alla detenzione, a causa della indisponibilità a riconoscere esplicitamente e formalmente le proprie responsabilità.

Dopo questa esperienza così sconvolgente, con altre persone abbiamo fondato il Comitato verità e giustizia per Genova, che si diede tre obiettivi: contribuire a informare i cittadini su quanto accaduto durante il G8 di Genova; raccogliere fondi e sostenere la tutela in giudizio delle persone coinvolte nei vari processi partiti dopo l’estate del 2001; terzo punto, forse il più importante, contribuire a un’uscita a testa alta delle nostre istituzioni da quell’abisso di violenza e illegalità che caratterizzò le giornate di Genova, eventi definiti da Amnesty International come la più grave violazione di massa dei diritti fondamentali avvenuta in Europa dopo la seconda mondiale. Ricordo per completezza che oltre all’episodio della scuola Diaz, vi furono in quei giorni i maltrattamenti – anch’essi riconosciuti come tortura prima dai tribunali italiani (sia pure in assenza di una legge ad hoc) poi dalla Corte europea per i diritti umani – a carico di oltre duecento persone nella caserma-carcere di Bolzaneto e inoltre numerosi casi di violenze e arresti arbitrari, giustificati con verbali falsi, eseguiti per strada durante le manifestazioni e che in alcuni casi – pochissimi rispetto a quelli realmente avvenuti – sono arrivati in tribunale producendo condanne al risarcimento dei danni da parte del ministero dell’interno.

In altre parole, con il Comitato Verità e Giustizia per Genova abbiamo cercato, in primo luogo noi stessi che le violenze le avevamo subite, ma idealmente tutti i nostri concittadini die quali ci siamo sentiti casualmente ma giocoforza portavoce, di recuperare fiducia nella polizia, nelle istituzioni democratiche, la fiducia che avevamo perso sotto i colpi dei manganelli o mentre subivamo, alcuni di noi, angherie fisiche e psichiche dentro le caserme e le carceri. Lungo questo cammino abbiamo percorso molte strade. Abbiamo dialogato con i sindacati di polizia, nonostante l’indifferenza e diciamo pure l’ostilità dei vertici di polizia; abbiamo dialogato con il ceto politico e parlamentare; siamo stati parti civili nei processi; abbiamo scritto libri, documenti e tenuto centinaia e centinaia di incontri, per anni, in mezza italia.

Che cosa chiedevamo e proponevamo? Chiedevamo da parte delle forze dell’ordine e dello stato un’assunzione di responsabilità, un riconoscimento pieno dei propri errori, un ripudio dei comportamenti tenuti alla Diaz, a Bolzaneto, nelle strade di Genova, scuse formali alle vittime dirette degli abusi e a tutti i cittadini, provvedimenti adeguati di sospensione e allontamento degli agenti e soprattutto dei funzionari e dirigenti responsabili degli abusi.

Siamo stati parte della richiesta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per individuare le responsabilità di quanto avvenuto a tutti i livelli, anche quello politico. Abbiamo proposto – vista l’impunità garantita alla Diaz ai responsabili materiali dei pestaggi – di introdurre l’obbligo per gli agenti di indossare un codice alfanumerico di riconoscimento, come avviene in molti altri paesi europei; di puntare sulla formazione alle tecniche della prevenzione e della nonviolenza per gli agenti in servizio e per i nuovi assunti; infine, proponevamo, e lo abbiamo fatto fin dal 2001, di introdurre nell’ordinamento il reato di tortura, cosa avvenuta nel luglio scorso, ma in un modo che ci ha visto assolutamente contrari al testo uscito dal parlamento, una legge che abbiamo definito – parlo del nostro Comitato ma anche di avvocati, giudici, professori, studiosi – una legge truffa, scritta in modo da negare se stessa.

A che serve una legge sulla tortura? A nostro avviso, quando l’abbiamo richiesta insieme con le altre misure, serviva a compiere un passo nella direzione della ricomposizione di quella frattura che si era manifestata nel luglio del 2001; una frattura fra la cittadinanza attiva e forze di polizia che platealmente, sotto gli occhi delle telecamere in alcuni casi, sul corpo e con la successiva testimonianza di centinaia di persone in altri casi, si metteva fuori dalla legalità costituzionale e contro i principi fondamentali scritti nella stessa dichiarazione fondamentale dei diritti umani.

Lo stato, questo dicevamo, deve sempre schierarsi subito e senza esitazioni dalla parte dei cittadini che hanno subito violazioni gravissime dei propri diritti fondamentali. Lo stato deve dimostrare di non poter tollerare abusi così gravi da configurare il crimine di tortura. La relazione di fiducia fra la cittadinanza e le forze dell’ordine, la serenità del singolo e di gruppi organizzati di fronte a una divisa, la persuasione che compito delle forze dell’ordine sia l’applicazione della legge e la tutela dei diritti sono ciò che distingue forze dell’ordine ben inserite in un contesto civile interno allo stato di diritto da forze dell’ordine a disagio con il contesto democratico, le sue regole, i suoi limiti. E’ chiaro che a Genova, in modo scioccante, si erano viste all’opera forze dell’ordine del secondo tipo, fuori per ore e giorni dal contesto costituzionale e democratico. Bisognava rimediare.

Una legge sulla tortura a questo doveva servire. E doveva – naturalmente – anche porsi come base per una seria politica di prevenzione. Doveva mandare un messaggio forte e chiaro a chi lavora nelle forze dell’ordine, un messaggio di preoccupazione per quanto avvenuto e un messaggio di cambiamento nella direzione del divieto assoluto di tortura. Quanto avvenuto a Genova doveva essere concepito come un campanello d’allarme, come la spia di un malessere sul quale era necessario intervenire, a beneficio delle forze dell’ordine, della qualità del loro lavoro, della loro stessa reputazione, precipitata molto in basso anche sul piano internazionale.

diaz-3Che cos’è invece successo? Perché la legge sulla tortura approvata nel luglio scorso è a mio avviso l’esito coerente, quindi negativo, di un percorso sbagliato? E’ un esito negativo perché è arrivata al culmine di un quindicennio di ignavia e rifiuto della sgradevole realtà dei fatti, un quindicennio di mancata assunzione delle proprie responsabilità da parte di chi si è trovato a dirigere le forze dell’ordine e anche da parte dei ministri e capi di governo che si sono succeduti.

Si sono minimizzati i fatti, si sono protetti i responsabili degli abusi permettendo avanzamenti di carriera anziché sospensioni e licenziamenti, si è ostacolato il corso della giustizia, si è esposto il paese a umilianti condanne di fronte alla Corte europea di Strasburgo, addirittura quattro condanne per casi di tortura in soli due anni (e la serie non è finita).

Tuttora, per citare la lacuna più evidente e l’ignavia corrispondente, non è previsto che gli agenti indossino i codici di riconoscimento sulle divise, eppure il fatto che il 22 luglio 2001, poche ore dopo avere picchiato a sangue decine di persone inermi (rischiando fra l’altro di uccidere qualcuno) decine di agenti abbiano tranquillamente ripreso servizio e che nessuno li abbia mai disturbati, né sul piano penale né sotto il profilo disciplinare, è qualcosa che dovrebbe rendere inquieto qualunque cittadino.

Addirittura, in spregio delle indicazioni provenienti dalla Corte di Strasburgo, che prevedono l’esclusione dalle forze dell’ordine di chi sia condannato in via definitiva per violazione dell’articolo 3 della convenzione – il divieto assoluto di trattamenti inumani e degradanti e tortura – gli agenti condannati per la Diaz, quelli di loro che nel frattempo non sono andati in pensione, hanno avuto la possibilità di rientrare legalmente in servizio, al termine dei 5 anni di obbligata sospensione dai pubblici uffici.

La legge approvata a luglio è una legge che nega se stessa, probabilmente inapplicabile, lontanissima dai canoni della Convenzione internazionale sulla tortura – ma non sono un giurista e dirà meglio chi parlerà dopo di me – ma è coerente col percorso che dicevo prima. Al di là di quanto e come sarà applicabile, una cosa si può dire con certezza: è stata scritta senza considerare le vittime e testimoni di tortura, è stata scritta contro di loro.

3208384180_85e97af746-1024x538Lo stato, diciamolo chiaramente, non è mai stato dalla nostra parte, io stesso l’ho vissuto in questi anni come una controparte, nonostante le mie buone intenzioni di contribuire, come dicevo all’inizio, a un’uscita a testa alta delle nostre istituzioni da questa brutta vicenda.

Il governo italiano del tempo non si è costituito come parte civile a nostro fianco nei processi; ministri e dirigenti di polizia hanno permesso, senza mai intervenire, nemmeno per deprecare, che la polizia di stato “ostacolasse impunemente” l’azione della magistratura (è una citazione letterale dalla prima sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Diaz); ministri e governi di vario colore hanno protetto e promosso, ben oltre la decenza, imputati e anche condannati per reati gravissimi. Lo stato, aggiungo, ha premuto fino all’ultimo, con insistenza, offrendo una transazione nella cause civili, affinché, oltre a chiudere la causa civile, ritirassimo i ricorsi presentati alla Corte di Strasburgo: invece di applicare le prescrizioni contenute nella sentenza del 2015 (caso Diaz, Cestaro vs Italia) – quindi sospensioni, codici, legge sulla tortura – si è tentato di arginare e circoscrivere la portata dei nuovi ricorsi…

A mio avviso, come avrete capito, lo stato italiano NON è uscito a testa alta da questa vicenda. Non ha chiesto scusa, non ha preso provvedimenti seri, non si è sentito in obbligo di ristabilire un rapporto di fiducia con i cittadini, ha atteso decenni e le sentenze di condanna della corte di Strasburgo per chiamare – controvoglia -. le cose con il loro nome: alla Diaz e a Bolzaneto è stata praticata la tortura contro centinaia di cittadini per mano e alla presenza di centinaia di agenti, per alcuni giorni.

La legge sulla tortura della quale parliamo oggi è un degno, cioè un indegno punto d’arrivo, è una legge della quale vorrei farvi notare un particolare, senza addentrarmi in esami giuridici che non mi competono: rispetto alla definizione standard accettata in sede di Nazioni Unite, in tutte le varie versioni esaminate e votate alla Camera e al Senato prima di quella definitiva, c’è una costante: la scomparsa di ciò che nel mondo è considerato caposaldo, ossia l’istituzione di un fondo per le vittime, finalizzato a garantire una tutela sociale e psicologica effettiva e di lungo periodo alle vittime di tortura, nella consapevolezza che la tortura, per chi la subisce, è per sempre e che quindi la tutela delle vittime, per uno stato democratico, è una priorità, un caposaldo del divieto di tortura e della prevenzione della tortura.

La legge italiana, qualunque sia l’idea che alla fine vi farete del testo e delle sue possibili interpretazioni in sede giudiziaria, non è stata scritta con lo spirito di chi si immedesima nei panni del cittadino che subisce la tortura, ma piuttosto mettendosi nei panni di forze di polizia quali sono le nostre, che una legge sulla tortura da sempre non la vogliono e se sono costretti ad accettarne una chiedono che sia tagliata su misura per loro, in modo che non cambi il concreto stato delle cose. Grazie.

Lorenzo Guadagnucci

 

 

Anche per l’Onu è una non-legge sulla tortura

14 novembre 2017

Il Comitato dell’Onu contro la tortura si aggiunge alle molti voci che nei mesi scorsi hanno tentato  invano di convincere il parlamento italiano ad approvare una vera legge sulla tortura e dice chiaramente che il testo varato dalle Camere non è conforme alla Convenzione sottoscritta in sede di Nazioni Unite e va quindi cambiato. Non accadrà niente del genere, perché il nostro governo e le maggiori forze politiche considerano più che chiusa la partita: la legge è stata scrittaonu.png con il preciso intento di svuotarla dall’interno; quella italiana è in realtà una non-legge sulla tortura.

 

E’ stata elaborata lungamente e ha raggiunto il suo scopo: mettere nero su bianco una normativa che porta come titolo l’introduzione del crimine di tortura nell’ordinamento ma sotto il titolo non c’è niente, o meglio c’è una norma che contraddice se stessa, è pressoché inapplicabile e manda alle forze dell’ordine un messaggio chiaro e cioè che niente è cambiato, perché niente deve cambiare.

 

I vertici di polizia, del resto, avevano espresso ripetutamente e con grande forza la loro insofferenza per l’idea stessa di una (vera) legge sulla tortura. Un atteggiamento, questo, che mostra di per sé quanto l’Italia avrebbe invece bisogno non solo di una vera legge sulla tortura ma anche di un nuova riforma delle forze dell’ordine, nella direzione dell’apertura, della responsabilizzazione, della formazione ai principi della trasparenza e della prevenzione degli abusi.

 

Il pesante giudizio dell’Onu sarà accolto con la solita alzata di spalle. Era accaduto, prima del voto in parlamento, con le rilevanti pressioni e gli importanti appelli che si erano succeduti: ricordiamo, alla rinfusa, gli interventi del  commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani, della Corte europea di Strasburgo attraverso la sentenza Diaz/Cestaro, di un gruppo di giudici e giuristi attivi nel diritto internazionale, di undici magistrati impegnati a Genova nei processi Diaz e Bolzaneto, di vittime e testimoni di tortura come Ilaria Cucchi e gli animatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova.

 

Tutti interventi e appelli caduti nel vuoto, considerati esagerati, irrealistici, da anime belle. Si potrà dire lo stesso del Comitato che fa capo alle Nazioni Unite? Probabilmente sì, vista l’indifferenza dei più, la desistenza di molti, la logica autoreferenziale che spaccia per pragmatismo e sano realismo il cedimento alle pretese (sbagliate) di apparati di polizia la cui arretratezza, rispetto ai canoni delle democrazie più avanzate, è sempre più evidente.

La verità è che la legge italiana sulla tortura è un segno del degrado della nostra vita democratica; invece di voltare le spalle a chi ce lo fa notare (stavolta è il Comitato dell’Onu), faremmo bene – ciascuno nel suo ambito e per le sue capacità –  a riflettere, ammettere, agire.

 

Un paese a disagio con la dottrina dei diritti umani

27 ottobre 2017

Le due nuove condanne inflitte dalla Corte europea per i diritti umani fanno dell’Italia uno dei paesi più problematici – fra i 47 di cui la Corte si occupa – in materia di tortura. Esaminando le sentenze una per una e stilando una classifica, scopriremmo probabilmente che l’Italia,  in materia di tutela dei diritti fondamentali (in special modo nei luoghi di detenzione), è più vicina a paesi come la Russia, l’Ucraina e la Turchia che a Francia, Germania o Gran Bretagna.

E’ un problema noto da molti anni, documentato dalle maggiori organizzazioni di tutela dei diritti umani, dalle cronache dei giornali e ormai anche dai tribunali. Ma qual è stata la risposta delle istituzioni? Che cosa si è realmente fatto nella prevenzione degli abusi e nella punizione dei responsabili di casi di tortura?

0afcd17b8034a34a3dc92e42bf32bb17_xlI giudici europei su questi punti sono stati durissimi e chiarissimi. L’Italia è priva di strumenti di intervento adeguati e in aggiunta diversi apparati dello stato hanno compiuto scelte profondamente sbagliate: l’azione della magistratura è stata “impunemente ostacolata” (citazione testuale dalla sentenza Cestaro); i vertici dello stato non hanno preso provvedimenti contro i responsabili di tortura, né sospesi né licenziati nonostante rinvii a giudizio e condanne; niente di serio è stato fatto nell’ottica della prevenzione.

La vicenda della legge sulla tortura è emblematico. Nel luglio scorso è stata approvata una norma paradossale, che probabilmente non si applicherebbe proprio ai casi Diaz e Bolzaneto per i quali siamo stati condannati (lo avevano denunciato – inascoltati – ai presidenti delle camere undici undici giudici genovesi) e che comunque, parole del commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani, apre ampi varchi all’impunità.

La verità è che non esiste nel nostro paese – nella sua classe politica e intellettuale – la volontà di riconoscere che abbiamo serie difficoltà nella tutela dei diritti umani: ai casi eclatanti delle torture si sommano l’opacità degli apparati di sicurezza, la scarsa attitudine a rendere conto del proprio operato, l’inesistenza di un’autorità indipendente di vigilanza.

La verità è che il legislatore, anche di fronte casi eclatanti come le torture, le violenze e i falsi  durante il G8 genovese del 2001, non si è mai schierato dalla parte dei cittadini sottoposti ad abusi odiosi e gravissimi, e si è invece messo dalla parte di apparati autoreferenziali e riottosi rispetto alle regole di condotta tipiche delle forze di polizia nelle migliori democrazie.

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: l’impunità generalizzata; la legge truffa sulla tortura; l’indifferenza- va detto anche questo –  verso i campi di detenzione delocalizzati in Libia, ultima perla di un paese chiaramente a disagio con la dottrina dei diritti umani.

 

La tortura in Italia non è vietata. E’ regolamentata

17 ottobre 2017

Dal numero di settembre di Altreconomia, rivista indipendente che merita d’essere letta e sostenuta.

 

Il 5 luglio scorso, la Camera dei deputati, con molte astensioni e poca convinzione, ha approvato in via definitiva una legge sulla tortura che non ha eguali in Europa. È stata scritta in un modo così contorto e malizioso, che solo il relatore Franco Vazio e qualche esponente della maggioranza (Pd e Alleanza popolare) si sono sentiti di difenderla fino in fondo, sostenendo che sarà efficace e applicabile. Ma è stata una difesa d’ufficio, del tutto inconsistente di fronte alle numerose e autorevoli obiezioni che riguardano più punti della normativa, come la necessità che le violenze siano ripetute e frutto di “condotte plurime” o la scelta di considerare il crimine di tortura come un reato comune anziché tipico del pubblico ufficiale, fino alla curiosa previsione che la tortura psichica, una volta accertata, debba anche comportare un “verificabile trauma psichico”.

 

amBasti ricordare che undici magistrati genovesi, impegnati negli anni scorsi in casi concreti di tortura nei processi per i fatti della Diaz e di Bolzaneto scaturiti dal G8 del 2001, alla vigilia del voto avevano scritto alla presidente della Camera, Laura Boldrini, per spiegare come e perché la legge non sarebbe applicabile a casi analoghi. Anche il commissario per i diritti umani del Cosiglio d’Europa, il lettone Nils Muižnieks, aveva scritto ai presidenti di Camera e Senato per chiedere modifiche al testo, altrimenti destinato a offrire numerose “scappatoie per l’impunità”.

 

Luigi Manconi, primo firmatario del progetto di legge iniziale, poi stravolto, si era rifiutato di votare in Senato una normativa ormai sfigurata. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, aveva detto ai deputati: “Se dovete approvare una legge così, no grazie, meglio niente”. Alcuni prestigiosi giuristi avevano firmato un appello per chiedere modifiche sostanziali alla “informe creatura giuridica” al fine di tutelare “la serietà, e quindi la credibilità, dell’Italia, in Europa e nel mondo.” Gli avvocati riuniti nell’Unione delle Camere penali erano arrivati a inscenare dei flash mob nei tribunali sotto lo slogan: “Torturato? Solo un po’”

 

E così via, fino all’appello di attivisti, esperti, giuristi (fra cui il sottoscritto) che avevano parlato di “legge truffa”. Tutte parole cadute nel vuoto. E non è stato nemmeno possibile organizzare una forte mobilitazione civile al fine di spingere il Parlamento ad ascoltare simili prese di posizione e quindi approvare una vera legge sulla tortura. Alcuni, ad esempio le maggiori associazioni e i sindacati, grandi assenti dal dibattito, hanno probabilmente sottovalutato la questione.

 

Altri, come l’associazione Antigone e Amnesty International, che pure avevano definito “impresentabile” il testo poi divenuto legge, hanno deciso di accontentarsi di quel che passava il convento-Parlamento, evitando di arrivare a uno scontro politico con il governo e la sua maggioranza. In un simile clima di rinuncia e desistenza, Pd e Ap hanno trovato il modo di approvare un testo che non disturba i refrattari corpi di polizia e al tempo stesso consente di adempiere -almeno formalmente- a un obbligo disatteso da trent’anni, sia pure al prezzo di legiferare in aperto antagonismo rispetto alla Convenzione Onu sulla tortura e alla stessa giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo.

 

Alla fine, nell’ordinamento è stata inserita una legge che sembra appartenere, più che alla categoria del divieto assoluto, a quella ben più insidiosa della regolamentazione della tortura. Una sconfitta bruciante e anche un segno eloquente del degrado civile e politico del nostro Paese.

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