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Lo sviluppismo è davvero sostenibile?

11 febbraio 2021

Durante un dibattito radiofonico sul nascente governo Draghi e la sua reclamizzata “svolta ecologista”, il conduttore si è compiaciuto della convergenza di posizioni fra un alto esponente di Confindustria, titolare di un’azienda del ramo automobilistico, e il rappresentante di un’associazione ambientalista, reduce dalle formali consultazioni con il presidente del consiglio incaricato. “L’industriale e l’ambientalista dicono le stesse cose”, ha detto con un certo giubilo il conduttore, mentre bollava di “radicalismo che impedisce di fare le cose” quanto detto da Greta Thunberg al recente Forum economico di Davos, pensatoio dei potenti del nostro tempo.

Di che hanno parlato l’industriale e l’ambientalista? Qual è stato il punto di convergenza? Non è difficile immaginarlo: il concetto di “sviluppo sostenibile”, ormai in uso dappertutto, dai quotidiani del mattino ai talk show della sera, dalle piazze finanziarie ai commenti degli “esperti” chiamati a giudicare le prime mosse politiche del banchiere divenuto leader politico. L’industriale ha parlato di sviluppo sostenibile come sinonimo di crescita (“senza la quale non andiamo da nessuna parte”, ha detto) e ha replicato a chi ipotizzava la necessità di una migliore distribuzione della ricchezza con un’osservazione ripetuta fino alla noia da quasi tutti gli economisti e gli imprenditori negli ultimi trenta o quarant’anni: “Prima la ricchezza va prodotta”. L’ambientalista non ha obiettato alcunché, ma si è soffermato sulla necessità di agire presto affinché l’Italia e le sue imprese non perdano la sfida internazionale con le aziende e i progetti già in corso.

Dobbiamo davvero compiacerci per tanto entusiasmo e tale convergenza? O è lecito avanzare delle perplessità? Proviamo a ragionare.

Intanto, il concetto di sviluppo sostenibile. Il dubbio è che si tratti di un ossimoro. L’idea di sviluppo che ereditiamo dal passato è quella che ha generato il disastro che ci circonda: un pianeta esausto e già al collasso; una pandemia originata da un eccesso di produzioni e disboscamenti; l’orizzonte dell’estinzione di specie. È davvero sufficiente mettere un aggettivo accanto al sostantivo per abbandonare il sovraconsumo di risorse non rinnovabili, arrestare l’innalzamento della temperatura terrestre, combattere l’inquinamento, bloccare la deforestazione e prevenire nuove pandemie e via elencando? In altre parole (e altre domande): qual è la prospettiva dello “sviluppo sostenibile” nel post pandemia, ammesso che ci sia davvero un post pandemia? Comprende o no, per esempio, la piena ripresa degli spostamenti aerei? E il consumismo, così radicato nel mondo detto non a caso “sviluppato”, ne fa ancora parte? Le auto “ecologiche” potranno essere prodotte e vendute in numero illimitato? E gli allevamenti intensivi di animali da latte e da cerne saranno anch’essi “sostenibili”?

Sono solo alcune domande retoriche fra le tante possibili ma servono a suggerire un dubbio, cioè che la svolta da compiere non sia verso un mitico “sviluppo sostenibile”, nel quale la crescita dei consumi resta l’obiettivo di fondo ma sarebbe magicamente compensata da un altro sviluppo, quello tecnologico.

È più probabile che siamo di fronte a un bivio diverso: da una parte lo sviluppismo divenuto sostenibile, il “green new deal” e altre locuzioni care al mondo della tecnocrazia e dell’industria, rigidamente ancorate all’ideologia del libero commercio; dall’altra parte un’idea di mondo che mette al centro i beni comuni e la solidarietà fra persone e popoli e comincia a fare i conti con il senso del limite e ragiona quindi, per esempio, di sovranità alimentare, giustizia sociale, redistribuzione del lavoro, riduzione dei consumi superflui.

Troppo radicale? Irrealizzabile? Certamente sì, se pretendiamo di rimanere all’interno delle coordinate ideologiche dominanti, forse no se riusciamo a liberarci da questi opprimenti e oppressivi vincoli mentali e lessicali.

La pandemia ci ha fatto capire quanto sia grave lo stato di salute del pianeta e ci ha fatto compiere esperienze esistenziali impreviste; ci siamo misurati con le nostre fragilità e abbiamo compreso che il futuro nostro e delle prossime generazioni si è improvvisamente ristretto.

Sia chiaro, non c’è da disprezzare l’avvento dello “sviluppo sostenibile” né l’impegno attorno alla ricerca di nuove tecnologie più o meno salvifiche, ma dovrebbe essere chiaro che siamo in realtà alle prese con una sfida e una lotta politica nuova. C’è vita oltre lo sviluppo ed è probabile che la reale linea di demarcazione – il motivo di lotta e di conflitto di oggi e del prossimo futuro – riguardi proprio l’abbandono del modello sviluppista, che ha nella concorrenza, nella ricerca del massimo profitto, nella finanza globalizzata, nel cittadino consumista, nel primato dell’umanità sulla natura le sue premesse logiche e i suoi pilastri, anche nella sua versione “sostenibile”.

Limite, cura, condivisione, sobrietà, giustizia sociale, beni comuni, diritti di base garantiti a tutti sono alcune possibili parole d’ordine di un mondo nuovo che andrebbe costruito, passo dopo passo, lotta dopo lotta, senza preoccuparsi troppo delle definizioni altrui: radicali, ideologici, estremisti, irrealistici, passatisti, tutti termini adoperati per screditare e azzoppare chi avrebbe l’ardire di agire nell’intento di cambiare l’ordine delle cose. Non è il caso di scoraggiarsi.

Le foibe e il Giorno del ricordo: orgoglio e pregiudizio nazionalisti

3 febbraio 2021

Eric Gobetti a un certo punto del suo libro “E allora le foibe?” (Laterza 2021) scrive che il Giorno del ricordo – celebrazione nazionale che cade il 10 febbraio – rischia di diventare “una commemorazione fascista”. Ma forse è già così, se pensiamo alla retorica corrente sul tema delle foibe, legata a un visione mitizzata, irrealistica e anti storica costruita nel tempo: gli infoibamenti lungo il confine orientale come “pulizia etnica” dei partigiani comunisti jugoslavi a danno degli italiani in quanto italiani; gli infoibamenti come la “nostra Shoah”, col Giorno del ricordo a bilanciare da destra il Giorno della memoria (considerato di sinistra).

La ricerca storica è oggi in grado di mettere i puntini sulle i, come Gobetti documenta nel suo libro, sia per le cifre degli infoibati, sia con riguardo ai motivi delle violenze e all’uso politico della storia che si sta facendo. Ricerca storica che porta in direzione opposta alla retorica corrente. Eppure in politica e sui media si continua a parlare di cifre incontrollabili (“decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di morti” secondo Paolo Mieli in un programma televisivo di divulgazione storica, per citare un caso clamoroso, a fronte di 4500-5000 vittime stimate dagli storici); eppure gli ultimi due presidenti della Repubblica italiana – Napolitano e Mattarella – nei loro discorsi del 10 febbraio hanno parlato di “pulizia etnica”, mentre la ragione degli eccidi era eminentemente politica (nel 2007 il presidente croato Mesic riscontrò nel discorso di Napolitano “elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico”).


La celebrazione del Giorno del ricordo – che riguarda anche l’esodo degli italiani da Istria e Dalmazia, altrettanto stravolto e mitizzato – è un successo politico della destra nazionalista e post fascista italiana, che ha costruito nel tempo il mito della “pulizia etnica” attuata dalle “orde slave e comuniste” contro la popolazione italiana innocente e indifesa. Un successo reso possibile dal cedimento culturale e politico della (ex) sinistra italiana, che votò in favore della legge ideata dal deputato triestino ex missino Roberto Menia nell’intento, probabilmente, di rifarsi una verginità, nel pieno del marasma seguito alla dissoluzione dell’ex Pci e della sua evoluzione verso un confuso approdo liberaldemocratico.


Gli infoibamenti furono un crimine, umanamente orribile ma in sede di analisi storica di modeste proporzioni e simile a quanto avvenuto in tutta l’Europa occidentale alla fine della guerra (anche in Italia, si pensi ai regolamenti di conti nel ‘Triangolo rosso’ in Emilia), con una particolarità: nell’alto Adriatico era in corso un radicale cambiamento politico, con l’insediamento di un nuovo stato e di un nuovo sistema ideologico-politico, legato al comunismo internazionale. Gobetti fa notare con ragione che nell’area fra Trieste, Fiume e la Dalmazia l’azione della Jugoslavia di Tito contro i propri avversari fu ben più moderata – per ragioni di opportunità diplomatica – di quanto fatto in altre zone del paese. Non c’erano ragioni “etniche” contro gli italiani.


Sulle foibe è stato costruito un castello propagandistico che ha finito per obliterare aspetti non marginali di storia vissuta (e ben documentata dalla ricerca), a partire dai crimini di guerra compiuti dal nostro esercito e rimasti del tutto impuniti, vista la protezione garantita a generali e alti ufficiali dall’Italia democratica post bellica. Per non dire della politica di snazionalizzazione attuata dal fascismo, che a nord-est fu particolarmente risoluto e violento.

Nell’estate scorsa i presidenti di Slovenia e Italia, in un celebrato incontro a Basovizza, provarono a rompere lo schema delle opposte memorie (e simmetriche amnesie) sulle vicende del confine orientale, iniziando un percorso che dovrebbe riconoscere le verità storiche – le brutalità del fascismo e i crimini di guerra dell’esercito italiano; le violenze dei partigiani e del nascente stato jugoslavo – e da lì avviare un confronto pacifico di onesta costruzione delle memorie nazionali. Le celebrazioni del 10 febbraio, finché resteranno ancorate alla retorica antistorica fin qui praticata, saranno un inutile e sbagliato esercizio di orgoglio e pregiudizio nazionalista e non aiuteranno tale difficile percorso.

Storia e memoria: essere antifascisti oggi

27 gennaio 2021

Questo articolo è uscito su Riforma, il settimanale (e sito) delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia, con il titolo “Nuovi strumenti contro i fascismi”

All’uscita del Memoriale italiano di Auschwtiz, ora trasferito a Firenze, il visitatore è accompagnato dalle parole di Liliana Segre, scritte su una lastra appesa a una parete: “Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano”. Parole appropriate per un paese che sembra affetto da due mali convergenti: l’indifferenza, appunto, e la smemoratezza. Siamo il paese nel quale una frase-slogan come “Mussolini ha fatto anche cose buone” passa di libro in libro, di giornale in giornale, di bocca in bocca con tanta leggerezza da divenire luogo comune. Finché uno studioso serio (Francesco Filippi) non la prende di peso e la mette a titolo di un libro vero, di storia, con un sottotitolo che rende giustizia alla ricerca: “Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo”.

Siamo il paese che ha la ventura – ché di fortuna non si può parlare, vista la tragedia che fu la guerra – di avere una Costituzione nata “nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”, come disse Piero Calamandrei in un famoso discorso del 1955. Dovremmo aggiungere qualcosa alle parole del grande giurista: la Costituzione è nata anche nei luoghi delle stragi, in quelle innumerevoli località in cui fu attuata la “guerra ai civili” dall’occupante nazista col decisivo contributo degli italiani collaborazionisti. Qualcosa come cinquemila episodi e 23 mila morti, secondo la contabilità dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia. Proprio quei morti, uccisi innocenti per rappresaglia o per puro terrorismo, sono i custodi di una memoria potente e scomoda. Ci ricordano che cosa è stato davvero il fascismo e qual è la natura della guerra, di ogni guerra: una carneficina di persone innocenti e non armate. Quei morti ci rammentano anche un’altra cosa: che furono uccisi in modo atroce e sbrigativo, dentro abitazioni e stalle a colpi di granata, o fucilate in aie, chiese e camposanti, senza alcun riguardo e senza alcun rimorso; furono uccisi in quel modo, perché le loro vite non contavano niente, erano vite di scarto, da gettare di lato e lasciare insepolte, senza farci troppo caso.

Nel dopoguerra le rinate (o neonate) democrazie e le loro carte costituzionali hanno affermato il principio opposto: non ci sono vite inutili e la dignità della persona è l’architrave della comunità. Per questo motivo luoghi come Sant’Anna di Stazzema o Monte Sole, per citare le due stragi con il più alto numero di vittime (rispettivamente circa 400 e 770) sono piccole capitali morali della nuova Italia. Sono presidi di civiltà: da conoscere, tutelare e ascoltare quando ci parlano. Perciò merita ogni attenzione la proposta di legge di iniziativa popolare lanciata dall’Anagrafe antifascista nazionale, un progetto del Comune di Stazzema, custode della memoria di Sant’Anna. La legge intende punire la propaganda fascista e nazista con nuovi strumenti normativi, pensati anche (ma non solo) per i social network. Sappiamo quanto siano oggi frequenti – e sempre più espliciti – gli ammiccamenti ai presunti meriti dei regimi autoritari del ‘900: il revisionismo storico avanza.

In aggiunta, sale una sinistra retorica che vorrebbe dichiarare superata e anacronistica la matrice antifascista della nostra repubblica e dell’Europa intera. Umberto Eco avvertì, in una conferenza negli Stati Uniti del 1995 poi pubblicata in un prezioso libretto, che il “fascismo eterno” non si ripresenta in panni d’orbace e manganello in pugno, bensì nelle pieghe di società smarrite, con le sirene dell’uomo forte, del populismo, della tradizione nazionale, della rivincita delle classi medie. Una società marcata dall’indifferenza per l’altro è la sua preda ideale. Perciò ben venga la legge ideata a Sant’Anna di Stazzema, e tuttavia sia chiaro che ciò non basta.

La “tentazione dell’indifferenza” percepita da Liliana Segre è oggi una realtà consolidata e lo vediamo ai confini di quest’Europa diventata Fortezza. I naufragi nel Mediterraneo, le marce nella neve lungo la rotta balcanica non sono al centro dell’attenzione pubblica: osserviamo i fatti con noncuranza, come se si trattasse, appunto, di vite di scarto. Ma così muore l’Europa, muore la nostra civiltà. L’antifascismo non è un’anticaglia da consegnare alla storia e nemmeno un omaggio all’eroismo passato di partigiani e resistenti: l’antifascismo è azione civile, impegno politico, intervento diretto, per esempio – oggi – sulle rotte dei migranti, dove la vita altrui sembra non valere più niente. “Odio gli indifferenti”, scrisse Antonio Gramsci nel 1917: questo è il momento di guardarsi dentro con onestà e di passare all’azione.

Operai, partigiani e socialisti: una storia italiana

26 gennaio 2021

Un giorno, quando qualcuno scriverà una storia del popolo italiano, sul modello sperimentato da Howard Zinn per gli Stati Uniti (Storia del popolo americano, Saggiatore 2005), le vicende degli operai monfalconesi, e quelle dei partigiani “bisiachi” sulla frontiera orientale, ne faranno necessariamente parte. Come si dice in questi casi, con termine abusato, è un’epopea sociale e politica e in quanto tale degna di far parte della memoria collettiva. Non è chiaro se possiamo dire “memoria collettiva nazionale”, perché stiamo parlando, per l’appunto, di una vicenda di confine, dove l’italianità non è che un elemento, e nemmeno il più importante, dell’identità soggettiva e collettiva.


E’ nota, almeno al Nord-Est e fra gli storici del movimento operaio, la vicenda dei “monfalconesi”, qule gruppo di operai molto qualificati dei cantieri navali che scelse dopo il ’45 di spostarsi in Jugoslavia, nei cantieri di Fiume, per partecipare alla costruzione del socialismo sotto la guida più o meno illuminata del maresciallo Tito. Molti avevano sperato, specie i partigiani combattenti, che anche la “Bisiacaria”, “terra di mezzo fra il Friuli e Trieste”, entrasse a far parte della Jugoslavia socialista. Anche Tito, forse, per qualche tempo accarezzò tale disegno, ma l’occupazione di Trieste non durò che 40 giorni, poi la realpolitik e le complesse esigenze dalla diplomazia post bellica spinsero l’esercito con la stella rossa a fare marcia indietro e a ritirarsi al di là di Muggia.

Cantieri navali a Fiume (da Wikipedia)


Erano dunque dei rivoluzionari, quegli operai, e non si accontentavano della promessa democratica della nuova Italia. Partirono. Non andò bene. All’inizio sembrava quasi un idillio, gli “italiani” erano stati ben accolti, quasi ammirati per l’alta qualità del loro sapere, ma la politica internazionale – di nuovo – prese il sopravvento. La Jugoslavia di Tito ruppe con l’Urss e gli italiani, col Pci allineato sulle posizioni di Mosca, entrarono nella lista dei sospetti, dei possibili traditori. Fu una tragedia.

Persecuzioni, arresti, campi di concentramento, fughe, morte. Una storia evocata da nomi sinistri, come Goli Otok, l’isola calva prigione dei “politici”. Vicende che macchiano indelebilmente la storia del socialismo jugoslavo e della sinistra europea.


Sono storie che tornano nel romanzo-non romanzo La farina dei pertigiani pubblicato da Alegre nella collana Quinto tipo diretta da Wu Ming 1 e firmato da Piero Purich e Andrej Marini. Il primo è conosciuto per un importante libro sulle complesse vicende storiche del confine orientale (Metamorfosi etniche, Kappa Vu 2014), il secondo è per l’appunto un esponente – da più generazioni – dell’élite operaia di Monfalcone, nato non per caso a Fiume nel 1948. Proprio la famiglia di Marini (un tempo Marinig) è al centro del romanzo-non romanzo: La farina dei partigiani è un libro di storia, basato su fatti accertati e memorie personali e familiari, con i vuoti e le lacune colmati dall’immaginazione: un’immaginazione, diciamo così, storicamente fondata.


Sono storie di partigiani, di operai, di lotte politiche, di delusioni, di enormi slanci e di rovinose cadute. La vicenda della famiglia Marini è un manuale di storia, nel senso di Zinn. Storia sociale, storia politica, punto di vista sul mondo. Controstoria, o un altro modo di osservare la storia, rispetto alla narrazione consolidata.

Colpisce l’incredibile vicenda di Edi, il padre di Andrej, che fu letteralmente fucilato a Tarcento da un gruppo di cosacchi aggregati all’occupante nazista. Fu colpito da un proiettile anche alla testa, Edi, ma incredibilmente si salvò, grazie all’aiuto tempestivo di persone del posto, al silenzio di vicini di casa pur appartenenti al campo degli indolenti se non dei filofascisti e a una fibra straordinaeriamente forte. La sua lotta per la vita, per buona parte del libro, è l’ossatura del racconto, costruito abilmente per capitoli in flashback e flashforward, un avanti e indietro che copre un secolo.

Colpisce anche la storia del nonno Giobatta, artigiano arricchito, che tenta l’ascesa sociale, viene accolto grazie ai soldi che può prestare, per essere poi abbandonato nel momento della rovina economica. Rovina che diventa anche personale. Una storia, anche questa, esemplare di una lotta di classe che impone le sue regole sempre, senza risparmiare chi vorrebbe aggirarla.


I personaggi di questa lunga storia, ecco il succo della vicenda (o, almeno, uno dei punti più forti e più veri), vivono esistenze dure, intense, di lavoro e di passione per il lavoro, ma vivono anche la politica come parte essenziale della propria esistenza. Gli ideali, le utopie, se vogliamo anche le illusioni sono un aspetto decisivo della vita: una fonte inesauribile di energia, nonostante le sconfitte.

Non dovremmo dimenticare storie come queste, in un’epoca di cinismo e rassegnazione come l’attuale, sempre che davvero cinismo e rassegnazione siano il tratto dominante dei giorni nostri. Non sarà che ci stiamo (ci stanno) raccontando solo una parte della storia? Ci stiamo guardando bene intorno?

L’Europa sta (di nuovo) morendo a Sarajevo

13 gennaio 2021

Più di una volta l’Europa è morta a Sarajevo. Nel 1914, quando l’omicidio dell’arciduca asburgico Francesco Ferdinando fu il pretesto per avviare la prima grande carneficina mondiale, come dovremmo definire la Grande Guerra.

Nel 1992 e fino al 1996, durante i quattro interminabili anni in cui la capitale della Bosnia fu stretta d’assedio dalle milizie secessioniste serbo-bosniache e rivelò al mondo l’inesistenza di una comunità internazionale capace di intervenire con efficacia nei conflitti, in quel caso una guerra civile su base nazionalista interna alla federazione jugoslava.

Fu scioccante. La gente di Sarajevo, nei primi tempi dell’assedio, credeva davvero che non sarebbe stato permesso ciò che invece stava accadendo: le vie d’accesso alla città interdette, i cecchini schierati sulle alture con gli abitanti della città nel mirino, la magnifica biblioteca iinceniata.

La sede di Oslobođenje a Sarajevo colpita durante l’assedio

Non poteva accadere niente del genere, non in Europa, non per più di qualche giorno: questo pensavano i sarajevesi. Scoprirono presto di sbagliarsi. E scoprimmo, noi europei, di far parte di un’entità sovranazionale incapace di influire su eventi così vicini, così sconvolgenti, così nostri.

Anche l’Onu morì a Sarajevo. L’intervento dei caschi blu, che ci fu, non portò affatto la cessazione dell’assedio né della guerra civile nel resto della Bosnia. A Srebrenica, poi, il ruolo del contingente Onu fu drammatico: lungi dall’impedire il genocidio attuato alle milizia del comandante Mladic, ne fu di fatto complice, con la sua inazione e poi la sua fuga.

Zlatko Dizdarević, all’epoca direttore del quotidiano Oslobođenje (pubblicato e diffuso, con autentico eroismo, anche sotto l’assedio, con la redazione rimasta attiva nel palazzo semidistrutto), scrisse un diario (Giornale di guerra, Sellerio 1993) che raccontava quasi giorno per giorno l’incredulità di chi abitava a Sarajevo e poi il progressivo cambiamento dello stato d’animo: prima la fiducia in un intervento decisivo della comunità internazionale, poi la disillusione, infine la rassegnazione.


La sorte toccata a Sarajevo nel Novecento racconta di una fallimento umano e politico. Quella città era un microcosmo di pluralismo: per la sua natura multinazionale e multireligiosa, per il ruolo culturale che rivestiva all’interno della Jugoslavia, per la sua naturale proiezione internazionale.

Federica Manzon, in un libro recente, “Il bosco del confine” (Aboca 2020), coglie un aspetto di questa speciale essenza della città, raccontando un incontro fra due ragazzi, lei triestina lui sarajevese, al tempo delle Olimpiadi invernali dell’84. Sarajevo, in quei giorni, vestiva i suoi panni più sgargianti, sotto gli occhi incuriositi del mondo, o almeno dell’Europa. In quei giorni, si può dire, Sarajevo era la capitale morale d’Europa, di un’Europa allargata, un’Europa ideale che non mortifica lo slancio di amicizia e fraternità dei suoi abitanti.

La narratrice e Luka si conoscono, si frequentano, sembrano cogliere lo spirito di fraternità associato alla città. Salgono insieme sul monte Trebevic, la montagna delle piste da sci, ammirano la città dall’alto. E’ la Sarajevo promessa, la Sarajevo ideale.

Quando la scena cambia e al ricordo del magico inverno dell’84 subentra la storia degli anni seguenti: la Sarajevo del ’93, raccontata per lettera da Luka nella sua quotidianità di guerra, col monte Trebevic trasformato in micidiale palco per cecchini; quella del 2015, simile alla Sarajevo di oggi, capitale di uno stato fallito, testimone di che cos’è davvero l’Europa di oggi: un continente che attraversa una profonda crisi etica e di senso.

Un’Europa che coltiva un ideale di civiltà, nel quale dice di credere, ma che restò indifferente nel ’93, fu complice nel 2015 quando fu costruita una “pace” senza futuro (con la legittimazione dell’opzione nazionalista) e che oggi assiste silenziosa e indolente (più che impotente) alla tragedia dei cittadini siriani, afghani, iracheni che percorrono le strade ghiacciate della Bosnia e trovano un muro al confine croato.

E’ la porta chiusa dell’Unione Europa. Chiusa agli “estranei” ma chiusa altrettanto ai valori dell’Unione, conclamati sulla carta, traditi nella realtà. Sì, l’Europa sta morendo nuovamente a Sarajevo.

Gli apprendisti stregoni del Dominio neoliberista

24 dicembre 2020

Il compianto Mark Fisher definiva “realismo capitalista” la convinzione diffusa che non vi siano alternative al sistema economico dominante, secondo il quale ogni aspetto della vita privata e collettiva può e deve essere essere mercificato e/o gestito come un’azienda. E’ il mondo in cui viviamo: un sistema di potere che ha conquistato le menti e imposto una visione del mondo, un linguaggio, una serie di credenze fino a rendere impensabile un altro modo di vivere e organizzare la società.

E’ il perverso miracolo realizzato da un gruppo di economisti radicali, teorici del mercato come unico regolatore della società. Da intellettuali eccentrici e marginali, a dominatori ideologici del nostro tempo: la vicenda di personaggi come Friedrich von Hayek, Milton Friedman e seguaci – i campioni del neoliberismo – è per un verso affascinante, per molti altri agghiacciante. Com’è stato possibile il loro successo planetario? La loro affermazione pressoché totalitaria? Un pezzo di risposta è nel ruolo giocato dai milioni di dollari dei think thank statunitensi (finanziati dai grandi capitalisti del paese) che a partire – almeno – dagli anni Settanta hanno avviato una potente opera di persuasione e propaganda, finanziando università, centri di ricerca, singoli studiosi e apparati di comunicazione. Senza dimenticare il ruolo del Premio Nobel per l’economia, inventato nel 1968 dalla Banca centrale svedese a presidiare il terreno della ricerca accademica.

La narrazione precedente, qualcosa di simile al modello social-liberale affermatosi in Europa, è stata alla fine scalzata dall’ideologia radicale del mercato; nuove parole d’ordine hanno preso il sopravvento: crescere, privatizzare, liberalizzare, abbattere i confini, affamare lo stato, insomma trasformare la vita collettiva secondo i canoni della vita aziendale. E’ il paradigma insegnato agli studenti di economia, applicato dai manager, ripetuto in ogni dove, accettato dalle forze politiche di destra e (ex) sinistra, alla fine subìto dalla popolazione.

E’ una storia di successo cominciata, politicamente parlando, nel Cile di Pinochet, che affidò ai Chicago Boys, economisti devoti all’estremismo di mercato, il miracolo economico della dittatura, a forza di privatizzazioni dei servizi essenziali, abbattimento delle libertà sindacali, riduzione dei salari, esportazioni. Il suggello, sempre politicamente parlando, arrivò con l’adesione al neoliberismo da parte delle socialdemocrazie europee, sull’onda della cosiddetta terza via sposata da Tony Blair e seguaci (fu Margaret Thatcher a indicare beffardamente il “New Labour” blairiano come il suo maggiore successo politico).

E’ una storia da studiare a fondo, come fa Marco D’Eramo nel suo bellissimo “Dominio” (Feltrinelli): solo capendo le ragioni di tale successo, è possibile pensare a una via di uscita.

Fra gli innumerevoli aspetti da considerare, ce n’è forse uno che li riassume tutti: la capacità dei teorici neoliberisti di imparare dai loro avversari. Hanno letto almeno Marx e Gramsci e “rubato” le idee forti della sinistra e degli avversari del capitalismo, per usarle ai loro fini, ribaltandone l’indirizzo. La lotta di classe è anche per loro la dinamica interna della società capitalistica, ma sono riusciti a farlo dimenticare: è così che i capitalisti hanno sopraffatto i lavoratori, mistificando la realtà, ben sapendo d’essere vincitori di un conflitto sotterraneo.

La lotta di classe c’è stata anche quando si è smesso di parlarne: è stata condotta dall’alto e l’hanno vinta i capitalisti. Le abnormi diseguaglianze presenti nascono da qui. I dominatori sono riusciti a far credere che non esistono più le categorie dello sfruttamento e dello schiavismo: la forza lavoro, nella loro narrazione, si presenta liberamente sul mercato e lì compie scelte razionali, massimizzando il proprio utile: le persone accettano certi salari in cambio del lavoro, corrono dei rischi nelle migrazioni in vista di compensi proporzionati e così via. Ogni lavoratore, dicono, è dotato di un capitale umano da spendere sul mercato: non ci sono né padroni, né costrizioni o subordinazioni. Ciascuno è imprenditore di sé stesso…

Il capitalismo, insomma, è lo stato naturale delle cose: affermando questa credenza, le classi dominanti hanno conquistato un’egemonia ideologica incontrastata e via via raffinato gli strumenti di potere, che oggi sono l’indebitamento dei singoli e degli stati; lo smantellamento dei servizi sociali e dell’istruzione pubblica; l’obbligo sociale del consumo. Senza mai dimenticare che tutto o quasi tutto si gioca sul piano delle idee. Le idee, per i dominatori, sono armi.

Il capolavoro, naturalmente, è proprio il “realismo capitalista” colto da Fisher: un’alternativa è diventata addirittura impensabile, mancano anche le parole per definirla e presentarla nel discorso pubblico, indisponibile ad accogliere idee e concetti estranei o contrapposti all’ideologia dominante. E dire che i dominatori hanno un progetto di società che somiglia ormai a un incubo.

La prospettiva, nel contesto ecologico attuale, è un mondo sottoposto a crescenti disastri climatici, a ricorrenti pandemie, a brutali diseguaglianze, con vite quotidiane più simili all’attuale emergenza (mascherine, distanze di sicurezza, segregazione sanitaria, e poi sistemi di capillare controllo sociale e politico, competizione continua per risorse vitali come l’acqua potabile e l’aria respirabile e così via) che a un libero godimento del mondo.

Il futuro è cancellato oppure avvolto da forme di pensiero magico, come l’attesa messianica di tecnologie salvifiche. L’unico adattamento ipotizzato di fronte alla sfida ecologica è l’ossimorica nozione di “sviluppo sostenibile”, inventata per tenere insieme il dogma della crescita di produzioni e consumi con l’evidenza del collasso del pianeta, fingendo di non sapere che solo una riduzione dei consumi globali, quindi un drastico ridimensionamento dell’estrazione di risorse naturali, può mantenere una vita decente per tutti sul pianeta nei prossimi decenni.

Il re, o per meglio dire gli apprendisti stregoni del neoliberismo sono nudi e la pandemia ha gettato un ulteriore potente fascio di luce su tale nudità, ma a quanto pare non basta: il trionfo ideologico dei dominatori è così pervasivo che ogni volta che si affaccia un’idea nuova, un movimento sociale alternativo, una lotta politicamente promettente, si assiste a una generale sollevazione di chi occupa i centri nevralgici del potere politico, informativo, educativo.

Negli ultimi anni, oltretutto, il sistema ha scoperto di poter agevolmente convivere con modelli autoritari di stato: finora aveva preferito le democrazie liberali, purché impegnate a garantire le “migliori condizioni” per il mercato e le imprese, con privatizzazioni, liberalizzazioni, tagli all’istruzione e ai servizi sociali e sanitari e la demonizzazione dell’economia pubblica. La Cina e le esperienze di altri paesi ora dimostrano che il modello neoliberale funziona bene anche in assenza di democrazia: la prospettiva di trasformazioni illiberali degli stati occidentali non pare preoccupare – tutt’altro – le classi dominanti, che si sono dimostrate fra l’altro assai favorevoli, in questi anni, a ricorrere alla forza di polizia per sedare sul nascere rivolte sociali e forme pericolose di opposizione.

Tutto è dunque perduto? No, non è così. Primo, come dice D’Eramo, ricordiamoci che i teorici neoliberali sono stati a lungo emarginati e relegati in una nicchia, un po’ come accade oggi agli oppositori del sistema (tutto è quindi possibile); secondo, non siamo all’anno zero né sul piano delle idee né sul piano dell’organizzazione di forme di resistenza, proposta e azione: esistono movimenti sociali in lotta in tutto il mondo. Il “Dominio” non è per sempre, la lotta di classe e la lotta delle idee sono ancora in corso.

Cattivismo vs democrazia: vedi alla parola buonismo

2 dicembre 2020

Non si è ancora discusso abbastanza attorno al concetto di buonismo, epiteto creato, o almeno rilanciato con nuova pervasiva accezione dagli imprenditori politici della xenofobia e dai loro numerosi corifei.  Il campo tipico di applicazione di tale concetto è il dibattito – se vogliamo chiamarlo così – sulla cosiddetta (in realtà fasulla) emergenza immigrazione.

Il buonista tipo è chi sta dalla parte dello straniero, chi difende i diritti di richiedenti asilo, rifuguati e i generale di tutti gli aspiranti all’immigrazione nel nostro paese; buonista è chi sostiene che non stiamo affatto vivendo un’invasione e che l’ossessione per gli “sbarchi” è appunto un’ossessione coltivata per fini politici; sono buonisti gli operatori dei centri di accoglienza; buonisti ovviamente il papa, i preti e migliaia di volontari credenti e no; buonisti al quadrato gli attivisti che spalleggiano e aiutano quelli che arrivano (per esempio via mare) e quelli che vogliono uscire (per esempio passando in Francia); buonisti al cubo, va da sé, i membri d’equipaggio delle navi messe in mare da alcune Ong per soccorrere e portare a terra i naufraghi.

La categoria del buonismo serve dunque a indicare e stigmatizzare, con un’eco autoritaria (il fascismo usava il termine pietismo per chi non assecondava la furia violenta e machista del regime), ogni forma di opposizione sociale, culturale e politica all’ondata xenofoba corrente, da tempo dilagata da destra a sinistra e dalla politica militante ai maggiori media. E’ un’ondata che ha propri codici, proprie convinzioni, un proprio lessico: tutto ormai digerito, assimilato, fatto proprio da un numero altissimo di politici, giornalisti, osservatori, militanti e cittadini comuni.

Dare del buonista serve a squalificare ciò che in altri tempi – tempi meno violenti e più genuini – sarebbe stato degno di apprezzamento, cioè un atteggiamento rispettoso degli altri, aderente ai dati di realtà e vissuto con spirito democratico. Non abbiamo riflettuto abbastanza su questo aspetto: il capovolgimento di valori che ha minato il tessuto connettivo della società.

I “cattivisti” – insediati in politica e vezzeggiati se non spalleggiati dai media – sono riusciti a creare una bolla informativa distaccata dalla realtà fino a diffondere un mito: il mito di un’Italia sottoposta a un’invasione che minaccia la sua identità, qualunque cosa si intenda con questo concetto (in genere un altro mito: una popolazione al 100% di pelle bianca, al 100% cattolica, al 100% ancorata a una imprecisata tradizione millenaria, insomma un’Italia mai esistita, certo distante anni luce dalla realtà contemporanea).

E’ difficile smontare un mito: di certo non è sufficiente, come pure è necessario fare, decostruire la fantasiosa narrazione prevalente (l’invasione, la sostituzione etnica, l’impossibilità di integrazione, i costi economici, l’aumento della criminalità) opponendo i dati presi della realtà, che descrivono tutt’altre situazioni. Per mettere a nudo la malevola natura della mistificazione in atto può essere utile la nozione di “cattivismo”, speculare al buonismo e da usare come uno specchio nel quale il buonismo può guardare se stesso e rivelarsi per quel che è: una mistificazione, appunto, un’operazione autoritaria.

Marco Aime e Luca Borzani nel loro libro “Guida minima al cattivismo italiano” (Elèuthera editore) mettono una prima pietra e scrivono, fra molte altre cose, che l’Italia sembra essere passata dal mito dell’italiano brava gente al mito dell’Italia invasa dagli immigrati e vittima di oscure macchinazioni: la sostituzione etnica, l’islamizzazione. Siamo diventati il paese, scrivono, dove si arriva a parlare di “solidarietà sbagliata” (chi aiuta gli stranieri immigrati) e dove la sinistra politico-parlamentare (insomma il centrosinistra) ha scelto di accettare il terreno di confronto imposto dalla destra e quindi è subalterna alla retorica anti immigrati. Aime e Borzani scrivono amaramente che siamo di fronte a un “mutamento che ha tutti i crismi di una trasformazione antropologica della cultura degli italiani. Abituati a pensare il razzismo come problema che non ci riguardava, siamo quasi all’improvviso obbligati a pensarlo come parte della nostra cultura e del nostro linguaggio“.

Eppure c’è un’Italia che non si è adattata al cattivismo e anzi lo contrasta giorno per giorno, semplicemente vivendo. E’ l’Italia di chi ha capito che l’emergenza immigrazione e l’emergenza sicurezza sono invenzioni politiche e quindi non parla la lingua degli imprenditori politici del razzismo e della paura; l’Italia di chi è cosciente di vivere in un paese plurale, aperto a molteplici lingue, religioni, culture in una vicinanza e un mescolamento favoriti dalla naturale plasticità di ciò che chiamiamo identità (la quale è una cosa mobile e non statica).

E c’è una grande risorsa su cui fare affidamento: i bambini, gli alunni delle scuole materne ed elementari che fanno esperienza quotidiana dell’Italia plurale e che spazzeranno via – se gli adulti di oggi e la società di oggi e domani non li fermeranno – i pregiudizi, i razzismi, i discorsi d’odio del cattivismo.

Siamo di fronte a una grande sfida: cattivisti da una parte (con tutte la sfumature e tutte le posture possibili, e sono molte), democratici dall’altra. E’ una sfida da giocare su molti piani: culturale, contro il cattivismo quotidiano; sociale, in favore del pluralismo e dell’incontro nella vita quotidiana; politico, per superare la subalternità al cattivismo e avviare una stagione di vere riforme.

 Coraggio.

Clandestini, migranti o rifugiati? Il lessico della colpa

13 novembre 2020

“Un’altra strage di rifugiati. Due naufragi davanti alla Libia”: questo titolo del quotidiano Avvenire è un’eccezione. Non si è (quasi) mai visto nel giornalismo italiano un linguaggio del genere: così vicino alla realtà, così utile alla comprensione di fatti drammatici.

Per anni tutti i giornali hanno scritto – e molti continuano a scrivere: clandestini. Clandestini per dire: gente che si nasconde, che ha qualcosa da nascondere, gente che non rispetta la legge, da cui prendere le distanze e trattare di conseguenza. Alcuni, da qualche tempo e dopo avere opposto una lunga resistenza al cambiamento, hanno abbandonato questo epiteto (almeno nei titoli), ma raramente nelle redazioni dei quotidiani – lo stesso vale per i tele e radiogiornali – si trova il coraggio (in realtà è solo onestà intellettuale e professionale) di definire le persone in viaggio a rischio della vita nel Mediterraneo per quello che sono: rifugiati, appunto.

Qualcuno eccepirà, in punta di diritto, che il termine è impreciso, perché nessuno dei passeggeri dei barconi – tanto meno gli affogati – ha in realtà ricevuto, per ovvie ragioni, risposta positiva alla propria domanda di asilo; giusto, la definizione precisa sarebbe richiedenti asilo politico o protezione umanitaria; anzi, ancora più precisamente, potenziali richiedenti asilo o protezione: e tuttavia, poiché i titoli impongono una sintesi, rifugiati è il termine giusto. Quello che fa capire la realtà delle cose, la vera condizione delle persone.

Si fugge dalla Libia e dai suoi campi di prigionia e tortura – tappa intermedia di viaggi più lunghi – per rifugiarsi in Europa e lì trovare riparo e un’occasione di vita. Né più né meno. Tecnicamente, una volta sbarcati, i fuggiaschi (spesso naufraghi) presentano domanda d’asilo e diventano, appunto, richiedenti asilo. Molti vedranno respinta la loro domanda ed entreranno in un tragico limbo – né rifugiati, né altro, magari formalmente espulsi, in qualche caso materialmente rimpatriati a forza – e solo alcuni otterranno l’ambita qualifica di rifugiato.

Quindi, sì, le persone che affrontanto i viaggi della morte nel Mediterraneo sono, dal nostro punto di vista, dei rifugiati: tutti o quasi tutti, per quanto ne sappiamo, chiederanno asilo e una parte di loro lo otterrà. Sono tutti potenzialmente dei rifugiati ed è bene definirli così, in modo che sia ben chiaro quanto è ingiusta la sorte che spesso viene loro inflitta – la morte invece dell’asilo – e quanta ipocrisia c’è nelle nostre parole.

A chiamarli rifugiati – figura nobile, alla quale sono appartenuti molti grandi della storia, presente nella nostra Costituzione all’articolo 12 – ci si capisce meglio. Si capisce che la nostra indifferenza è una forma di collaborazione al genocidio in corso nel Mediterraneo. Stanno affogando persone umiliate e violate nel corpo e nello spirito, persone che cercano da noi l’aria per respirare. Noi li ignoriamo, li respingiamo, fingiamo di non vcderli e da anni li chiamiamo clandestini – o migranti, termine che ormai ha il crisma dell’eufemismo e non aiuta alla comprensione di quel che avviene. Il lessico del cattivismo è la cifra dell’ipocrisia, il lubrificante dell’indifferenza. E’ il linguaggio della colpa.

C’è un vocabolario della politica e del giornalismo che nasconde la realtà e ne manipola la comprensione. Le cronache dal Mediterraneo, quasi immancabilmente (non succede però nell’articolo citato, a firma Nello Scavo), parlano con tranquillità di “guardia costiera libica”, in realtà varie polizie armate (da noi) e l’una contro l’altra, con un ruolo più che ambiguo nel traffico di esseri umani; di “sindaci libici”, ossia capiclan e signori della guerra coi quali si scende a patti per fermare i rifugiati; di “campi libici”, espressione che pudicamente dissimula l’esistenza di campi di detenzione arbitraria e tortura ampiamente descritti da reportage giornalistici e rapporti ufficiali; di “governo libico”, un modo per giocare a nascondino e lasciar intendere ciò che non è: la Libia è uno stato fallito e non ha un vero governo.

Fu il ministro dell’Interno Marco Minniti, al tempo dei primi accordi con i potentati libici e della prima guerra aperta alle navi delle Ong, a fare proprio questo lessico falso e fazioso: l’accordo era con i “sindaci” e con il “governo libico” per rafforzare la “guardia costiera” e riportare nei “campi” i “migranti”, persone che non avevano il “diritto” di entrare in Italia. Tutto pulito, tutto legale: un lindore linguistico che celava e cela l’orrore e precise responsabilità politiche, che la storia sta già giudicando e ancor meglio giudicherà in futuro.

La linea Minniti-Gentiloni è stata prima rafforzata dal duo Salvini-Conte e poi confermata dall’attuale gestione Lamorgese-Conte; il lessico, sui media, è rimasto nel frattempo più o meno lo stesso e questo la dice lunga sulla natura e l’indipendenza del giornalismo italiano. Con le dovute eccezioni, naturalmente: da una di queste siamo partiti, ma difficilmente farà scuola.

Aspettiamo con ansia di essere smentiti.

Covid, la guerra delle parole

29 ottobre 2020

Dimmi quale è il tuo lessico e ti dirò chi sei, o almeno gli obiettivi che vuoi raggiungere. Il virus Sars-Cov2 affligge da mesi l’intero pianeta e i vari governi nazionali sono stati chiamati ad affrontare una sfida imprevista: la prima pandemia del XXI secolo. C’è chi, con poca fantasia, ha definito questo impegno una guerra: da lì ha preso piede un lessico attinto dal gergo militare e ormai accettato dai mezzi di informazione.

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Flaiano vs. Montanelli: l’occasione perduta dagli italiani

23 ottobre 2020

Leggere Tempo di uccidere di Ennio Flaiano nel 2020 un po’ conforta un po’ amareggia. Il romanzo – appena ripubblicato da Adelphi – uscì subito dopo la guerra e vinse la prima edizione del Premio Strega nel 1947. Racconta una piccola vicenda personale di un soldato italiano durante la guerra d’Abissinia, una decina di anni prima: già questa scelta, affrontare la guerra coloniale fascista a conflitto mondiale appena finito, è un’idea di rottura e infatti il romanzo ha il merito di aprire un varco, un possibile ripensamento su una vicenda fino a quel momento narrata con la retorica del militarismo e dell’avventura esotica.

Tempo di uccidere mette invece a nudo l’insensatezza di quella guerra e lo fa concentrando lo sguardo sulle vicende quotidiane e le ossessioni di un ufficiale qualunque, catapultato all’improvviso, un anno dopo il matrimonio, sugli altipiani dell’Etiopia. La storia prende le mosse da un omicidio – involontario – commesso dal protagonista, vittima una giovane donna abissina. Ecco, il corpo delle donne entra subito in scena e il militare di Flaiano non sfugge alla tentazione: il rapporto erotico fra i due è descritto come inevitabile, inevitabile anche nel ruolo di sostanziale sopraffazione che spetta di fatto all’uomo, al maschio guerriero e colonialista. Ma non c’è compiacimento, tutt’altro: quanto siamo distanti dalla noncuranza per la dignità della persona, dal vile machismo di tanti racconti di quella guerra, in testa i reportage e le dichiarazioni – rese fino ad anni vicino a noi – di un Indro Montanelli.

In Tempo di uccidere c’è la dignità degli abissini, sconfitti ma non piegati, specie nella figura misteriosa e nobile di Johannes, il padre della ragazza uccisa; e c’è lo sconfinato senso di estraneità, la coscienza d’essere fuori posto, del soldato italiano. E’ un romanzo più filosofico che narrativo tout court, ma di alto valore civile, pur nei suoi toni in fondo surreali.


La guerra di Etiopia è uno dei buchi neri della nostra storia. Fu un’aggressione brutale, molti dei nostri generali e parte della truppa si macchiarono di spaventosi crimini di guerra e contro l’umanità. E’ una delle pagine più vergognose, forse la più vergognosa, del nostro ‘900, eppure è stata affrontata e tramandata con leggerezza, insistendo sugli aspetti esotici e romantici, nel quadro di un colonialismo vile e straccione, capace però di alimentare, anche nel dopoguerra, il mito degli italiani brava gente, smontato solo in tempi recenti grazie al lavoro coraggioso e pionieristico di alcuni storici.


Tempo di uccidere dunque conforta perché in parte riscatta il mondo intellettuale italiano, grazie a un outsider della letteratura come Flaiano – anche umorista, autore di teatro, sceneggiatore per Federico Fellini – e tuttavia amareggia, perché il suo messaggio di verità fu sì capito e premiato con lo Strega, ma in realtà ignorato e accantonato dall’Italia della ricostruzione. Un errore che stiamo pagando in questi anni segnati da un brusio xenofobo e razzista il cui volume si è via via alzato, fino a diventare senso comune. Potevamo essere il paese dei Flaiano, siamo il paese dei Montanelli.

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