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Fra Marzabotto e Riace, l’eredità di un’epoca

18 ottobre 2018

Il vignettista Vauroha scritto una lettera al sindaco e ai cittadini di Marzabotto per invitarli a gemellarsicon il Comune di Riace: chiede un gesto che “riconfermi i valori della solidarietà, della civiltà e della Resistenza”. L’intento è giusto e comprensibile, visto che il Comune di Riace,  noto universalmente per i suoi progetti di rilancio sociale e demografico attraverso l’accoglienza di stranieri immigrati, è finito nel mirino del ministero dell’interno e della magistratura e quindi a rischio di sopravvivenza. Il cosiddetto modello Riaceè un simbolo che potrebbe ispirare un nuovo corso politico (come finora però non è stato)  e la sua demolizione sarebbe una iattura per chiunque aspiri a cambiare l’ordine delle cose. Quindi Vauro – nell’intento di salvare Riace – chiama a raccolta un altro luogo simbolo, appunto Marzabotto, ma forse non coglie pienamente nel segno. Il disegnatore spiega infatti che la cittadina emiliana è “il simbolo vivo della disumanità della rappresaglia” e la sospensione dei finanziamenti destinati a Riace, decisa dal ministero dell’Interno, sarebbe anch’essa una rappresaglia. Ecco il legame, secondo Vauro, fra Riace e Marzabotto.

images.jpegA essere pignoli, anche ipotizzando che il passo del ministero sia davvero una rappresaglia e non un atto maturato nel tempo,  si potrebbe obiettare che gli storici ormai considerano la strage di Marzabotto-Montesole come un eccidio “eliminazionista”e non come la reazione a un attentato dei partigiani,  ma la domanda è un’altra: è davvero quello indicato da Vauro il nesso che può collegare la vicenda di Mimmo Lucano e della gente di Riace con il lascito morale della Resistenza e con la testimonianza di chi perse la vita nelle stragi? Forse c’è qualcos’altro di più pregnante.

Fra il ’43 e il ’45 l’Italia ha vissuto un’esperienza unica, straordinaria: nel collasso di un regime autoritario ventennale, nel mezzo di una guerra e con gran parte del paese sotto occupazione, molte  migliaia di persone  dissero no e si impegnarono – chi con le armi, chi senza – per salvare la dignitàdella nazione e imboccare la via di una liberazione che fosse politica e morale oltre che militare. Ecco il lascito della Resistenza e il possibile legame con Riace, piccola ma preziosa utopia concretain piena dissidenza con l’ordine politico delle cose. Per questa ragione – la tangibile dimostrazione che un altro modo e un altro mondo sono possibili –  Mimmo Lucano e la gente di Riace hanno suscitato tanta insofferenza nel mondo politico istituzionale, con poche distinzioni fra centrosinistra, centrodestra e pentaleghisti, tutti impegnati in politiche sull’immigrazione di segno opposto, imperniate sul controllo delle frontiere, la riduzione dei flussi, la retorica dell’emergenza e dell’allarme sicurezza. Oggi stare con Lucano e con Riace è un modo d’essere resistenti, di dire no a un potere che opprime e che sbaglia.

C’è anche di più. A Montesole, come a Sant’Anna di Stazzema, a Vinca, a Civitella e nei molti altri luoghi che compongono la dolorosa geografia delle stragi, furono uccise migliaia di persone con metodi sbrigativi e una certa noncuranza, in modi che hanno offeso in modo indelebile la coscienza di chi è sopravvissuto e di chi è venuto dopo. E’ il motivo per cui quei luoghi continuano a essere frequentati; sono luoghi speciali, mettono a contatto con l’orrore che fu e spingono a riflettere, a meditare sul presente, a orientare pensieri e comportamenti. Le stragi furono possibili – e furono perpetrate in quel modo, con ferocia e indifferenza – per una ragione che va oltre il concetto di rappresaglia e la stessa natura del regime nazista che stava dietro le truppe di occupazione. Migliaia di persone furono trucidate in quel modo perché agli occhi dei militari tedeschi erano non-persone, per  dirla con Alessandro Dal Lago, o vite di scarto, se preferiamo il lessico di Zygmunt Bauman. La de-umanizzazione è all’origine di quei massacri e averlo compreso permette di capire meglio il presente. Consente ad esempio di cogliere a pieno il senso del contrasto all’immigrazione praticato nel mar Mediterraneo, trasformato in un cimiteroche custodisce e occulta i corpi di non persone, quanto resta di innumerevoli  vite di scarto. E’ la de-umanizzazione che consente di organizzare con leggerezza e godendo del consenso popolare blocchi navali di fatto, di stringere patti con opachi regimi e gruppi paramilitari per impedire le partenze dalla Libia, di valutare la bontà delle proprie scelte attraverso la contabilità degli sbarchi, nella totale indifferenzaper la sorte di chi non può partire o non riesce ad arrivare.   

Unknown.jpegEcco perché guardare alla Resistenza  e alla storia popolare d’Italia – cioè la storia fra il ’43 e il ’45 vista dal basso, dal punto di vista della gente comune –  è un forte motivo di ispirazioneper chi voglia essere cittadino consapevole e attivo.I migliori interpretidei valori scaturiti dall’esperienza vissuta in quegli anni sono oggi le persone che si battono contro i discorsi d’odio e per il diritto di spostarsi da un paese all’altro; sono i “passeurs solidali” che aiutano a varcare i confini con la Francia; sonoi costruttori di pontie di opportunità di vita come gli attivisti e la gente di Riace e di tanti altri luoghi in cui si vive fra diversi senza odio, con spirito di fratellanza.

Ne deriva un insegnamento importante riguardo allecosiddette politiche della memoria. L’antifascismo è in crisi da molto tempo e sta correndo il rischio di diventare un rito –  uno sterile omaggio alla memoria – nella sua parte più istituzionale, e un mero a corpo a corpo – nella sua parte più muscolare e militante – con il neofascismo organizzato.  La memoria della “guerra civile”, come la chiamò Claudio Pavone, può essere molto di più: un’ispirazione per chi lotta in prima lineacontro i seminatori d’odio che vorrebbero dividere il mondo fra un artificiale “noi” e  “vite di scarto” invece molto concrete; un pungolo ad agire – qui e ora- per le persone di buona volontà, persuase che dalla Resistenza armata, dalla resilienza popolare, dalla testimonianza dei trucidati arrivi un insegnamento che spinge nella direzionedell’uguaglianza e del rifiuto della violenza.

Perciò, riprendendo Vauro, Marzabotto si gemelli con Riace, e magari facciano lo stesso gli altri Comuni colpiti dalla stragi del ’43-’45, ma che lo facciano per un insieme di buone ragioni e non solo perché testimoni dell’orrore della rappresaglia. E soprattutto: si tolga finalmente all’eredità della Resistenza e  alla memoria delle stragi quella patina di retorica e di compiacimentoche ne sterilizza il potenziale politico e morale. Il pensiero di quei tempi, di quei fatti, di quelle tragedie, di quei no, di quelle lotte va calato in questi tempi, in questi no, in queste lotte.

A Riace, chiusa l’esperienza Sprar, si ripartirà dal basso, costruendo ponti e convivenza col sostegno della gente di tutt’Italia e non solo. Altrove si potrà fare qualcosa di simile, attraverso la disobbedienza civile e gli altri strumenti dell’azione popolare; sarò giusto farlo rivendicando finalmente l’eredità morale e politicache ci deriva da chi fu protagonista e testimone di una stagione cruciale per la storia d’Italia, quale fu l’epilogo del fascismo e della seconda guerra mondiale. Ecco la nuova politica della memoria.

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Genova G8, il filo rosso che manca alla sinistra

11 ottobre 2018

Più passa il tempo, più si manifesta la gravità della rottura politica, culturale, esistenziale causata dalle violenze poliziesche contro il movimento che si riunì a Genova nel luglio 2001. Le ragioni di quel movimento sono più valide oggi di allora, a crac finanziario avvenuto, mentre le diseguaglianze crescono e l’economia di predazione tipico del sistema neoliberale mostra tutta la sua ferocia distruttiva mettendo a repentaglio lo stesso futuro del pianeta, come ci hanno ricordtao pochi giorni fa gli scienziati dell’IPCC che studiano i cambiamenti climatici.
G8genova03La sinistra politica, in particolare, ha subito conseguenze rovinose dalla criminalizzazione di quel movimento e delle sue idee. Il disastro non ha colpito solo la sinistra radicale, rivelatasi incapace di gestire quel frangente storico, ma la stessa sinistra riformista, che in quegli anni cruciali scelse di adeguarsi ai dogmi neoliberali, sperando forse di moderare gli effetti sociali di un modello di economia e di società in verità insofferente a ogni controllo e vincolo, come si è ben visto negli anni seguenti.
Oggi la sinistra radicale è prigioniera delle sue sconfitte e frammentata in mille rivoli, ma non meno grave è la crisi della sinistra di governo, annichilita da una lunga stagione di spento (non) governo dell’esistente e che si è privata, rifiutando ogni dialogo col movimento per la giustizia globale, di un’elaborazione culturale che oggi sarebbe preziosa per comprendere il mondo, il passaggio storico che stiamo attraversando e magari mettere in campo qualche idea che faccia intravedere una via d’uscita che non sia l’annunciata rivincita del nazionalismo.
Senza una severa critica al sistema neoliberale, senza uno scontro col sistema finanziario globale e conseguenti riforme istituzionali – a cominciare dall’Unione europea – non possono oggi esistere un pensiero e una prassi di sinistra. Sarebbe quindi utile riprendere i fili del discorso avviato a cavallo del Millennio: dopo tutto è stata l’ultima stagione in cui è davvero esistito un popolo proteso verso la trasformazione democratica e radicale di un sistema sfuggito a ogni forma di controllo dal basso.
Le drammatiche giornate del luglio 2001 non smettono dunque di parlarci e di interrogarci, nonostante l’attuale sordità del mondo politico istituzionale; c’è un filo rosso che non si è mai spezzato, fatto di discussioni e dibattiti con le nuove generazioni (capita ancora spesso d’essere invitati nelle scuole a parlare di Genova G8), di azioni concrete nella costruzione di reti di economia solidale, di attivismo di base strettamente connesso alla visione del mondo che prese forma a suo tempo nel Forum sociale mondiale. E c’è una produzione culturale che non si è mai interrotta.

Ultimo esempio lo spettacolo teatrale allestito a Roma dal regista Emanuele Bilotta, “Genova 2001 – Una storia italiana”, che si ripromette di indagare “le dinamiche psicologiche avviate a seguito degli eventi di quei giorni”.

IL PROMO DI “GENOVA 2001 – UNA STORIA ITALIANA”

Il G8 genovese è stato un trauma personale per chi fu picchiato, inseguito, fermato, aggredito, spaventato – a seconda dei casi – da forze dell’ordine spedite a combattere un movimento indicato come nemico, ma è stato anche un “trauma psicopolitico”, come scrissero a suo tempo Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto in un libro, “Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico” (Liguori 2011), che non andrebbe dimenticato.

Riace è uno specchio e riflette un’Italia cinica e vile

4 ottobre 2018

“Quelli come me si entusiasmano quando si rendono conto che dalle loro azioni dipende l’emancipazione sociale di persone più deboli. Questa è una spinta fondamentale verso l’utopia sociale. (…) E ovviamente questo sta disorientando anche chi sta investigando su di me, su di noi, perché ormai si è abituati a dei rapporti umani per cui si presuppone sempre che ci siano in ballo degli interessi personali, dei secondi fini. Questa purtroppo è una dimensione di scetticismo verso il prossimo senza via di ritorno”: così Domenico Lucano rifletteva sulla sua esperienza di sindaco a Riace in un’intervista curata da Maurizio Braucci e Ciro Minichini, uscita sul numero di ottobre della rivista Gli Asini. E’ una considerazione, riletta all’indomani del suo arresto, che fa pensare, perché aggiunge una dimensione umana, che riguarda le relazioni sociali e il senso della convivenza, agli aspetti politici e giudiziari di cui oggi si parla sui giornali, in tv, alla radio commentando l’inchiesta della procura di Locri.

domenico_lucano_wikipedia_thumb660x453Lucano è stato sottoposto negli ultimi mesi e anni a fortissime pressioni politiche e giudiziarie, le une forse legate alle altre, in quanto protagonista di un progetto fuori dagli schemi e per qualche aspetto anche fuori dalle regole. A Riace l’accoglienza ai migranti è divenuta un’ancora di salvezza per un paese di nemmeno duemila abitanti spopolato e morente, diventando un caso internazionale: troppo scomodo e troppo visibile in un paese, l’Italia, nel quale l’immigrazione è oggetto di contesa politica in direzione opposta a quella sperimentata nel piccolo Comune della Locride: centrodestra, centrosinistra e pentaleghisti, con sfumature diverse, da vent’anni si confrontano sul terreno dell’emergenza, della sicurezza, della chiusura delle frontiere. Perciò Riace, nelle istituzioni, non ha padrini né protettori ma solo avversari o, al più, antipatizzanti.

Lucano, nell’intervista citata, dice apertamente che a Riace capita di andare oltre le regole fissate dal sistema Sprar, ma per motivi diciamo così umanitari: non è vietato ricevere ospiti, non si mandano via le persone alla scadenza dei sei mesi, ci si è inventati una moneta complementare per ovviare ai ritardi nell’erogazione dei fondi… Stando all’inchiesta della procura di Locri – un’inchiesta peraltro fallimentare a giudizio del Gip, che ha respinto i principali capi d’imputazione a carico di Lucano e negato l’arresto chiesto dal pm degli altri 14 indagati – Lucano avrebbe combinato un paio di matrimoni di comodo e affidato il servizio di raccolta rifiuti senza rispettare le procedure sugli appalti. Il sindaco, nell’interrogatorio davanti al Gip, ha probabilmente rivendicato sia i matrimoni salva-vita sia la scelta sugli appalti, compiuta per tenere lontano la ‘ndrangheta.

Ma la legge è legge, ha obiettato la procura, e altrettanto dicono i commentatori della grande stampa, pronti a etichettare un certo moto popolare pro Lucano come frutto di ingenua generosità o di snobismo “dell’intellighenzia di sinistra” (letto sul Corriere della sera). La legge, comunque, è veramente legge: Lucano sarà probabilmente processato e dovrà tentare di difendersi sostenendo che la prevalenza del principio di umanità e lo stato di necessità hanno motivato le sue azioni. Qualcuno parla di disobbedienza civile e cita il processo Dolci, ma i giudici probabilmente non assolveranno il sindaco di Riace, mentre i politici – centrodestra,centrosinistra, pentaleghisti – lo hanno di fatto già condannato, senza nemmeno farsi qualche domanda sulle proprie scelte passate e presenti, in una linea di continuità che ha trasformato l’Italia in un paese attraversato da sentimenti d’odio e rancore ormai senza controllo.

Il punto cruciale di questa vicenda è dunque quello indicato da Lucano nell’intervista a Gli Asini. Il suo caso, al di là dei risvolti giudiziari, mette a nudo quando siano incomprensibili nell’Italia di oggi l’idea di una politica animata da ideali – che “Mimì capatosta” definisce “socialismo libertario” -, l’attitudine ad aprire le braccia allo straniero al fine di camminare insieme, l’entusiasmo per l’emancipazione dei deboli.

La vicenda Lucano ci fa scoprire quel che siamo; è uno specchio che restituisce l’immagine di un paese cinico e vile, forse perduto.

Oltre la crescita c’è il conflitto

20 settembre 2018

All’epoca d’oro del movimento per la giustizia globale uno degli slogan più diffusi era “Per un’economia di giustizia”. Capitava di leggerlo sugli striscioni esibiti dagli attivisti della Rete Lilliput ma era anche la sintesi di un largo e profondo dibattito sui fondamenti dell’economia e quindi della società. La costruzione di una “economia di giustizia”, naturalmente, implica il ribaltamento degli assetti produttivi, finanziari e politici attuali e tanto osavano pensare gli studiosi e gli attivisti che davano vita a quelle discussioni e a quelle azioni politiche e di piazza che siamo soliti definire, sui media mainstream, “movimento no global”.

Finita quella stagione di grandi ideali e vaste mobilitazioni – anche sotto il braccio violento dei poteri stabiliti – il pensiero economico contemporaneo ha proseguito il suo stanco e uniforme percorso. L’ideologia neoliberale continua a dominare incontrastata nel mondo politico e resta largamente prevalente anche nelle università, dove lo stesso approccio keynesiano è finito in disparte, nonostante la lunga egemonia di cui aveva goduto prima che la prassi mercatista si imponesse (grosso modo all’epoca della “rivoluzione politica” di Reagan e Thatcher).

globalizzazione-590x590-scale-to-max-width-825xPer queste ragioni ogni volta che si alza dal mondo degli economisti una voce dissonante, sembra di respirare aria di montagna dopo una lunga permanenza in un ambiente chiuso, sovraffollato e zeppo di fumatori compulsivi. In questi giorni si tiene a Bruxelles la prima “Post Growth Conference”, organizzata da alcuni gruppi parlamentari ed enti vari con l’obiettivo di mettere in discussione il dogma della crescita (di produzioni, consumi, ricchezze), attorno al quale ruotano sia il neoliberismo classico sia il keynesismo vecchio e nuovo.

Un gruppo di economisti e studiosi ha diffuso in questa occasione un documento-appello rivolto alle istituzioni dell’Unione europea con una serie di richieste legate fra loro da un preciso intento: costruire le premesse necessarie a immaginare un’economia nuova. Ricercatori e professori chiedono di costituire una commissione speciale che studi i possibili scenari del dopo crescita; di utilizzare indicatori alternativi al Pil; di cambiare il Patto di stabilità e crescita verso una logica più sostenibile, sia socialmente che sotto il profilo ambientale; di istituire in ogni paese un ministero della Transizione economica.

Come si vede, si tratta di propositi politicamente inattuali, nel senso che non fanno parte in alcun modo dell’agenda dell’Unione e sono assenti o del tutto marginali (il che, alla fine, è la stessa cosa) anche nei programmi della varie forze politiche, nonostante le premesse indicate dal documento della “Post Growth Conference” siano consolidate e pressoché incontestate: il collasso ambientale in corso, l’impossibilità di mantenere a lungo un’economia della crescita, l’instabilità politica conseguente.

Qual è, allora, il senso dell’appello, che porta in calce numerose firme di studiosi e attivisti noti per essere “alternativi” rispetto all’estabilishment politico e accademico? (Da Susan George e Serge Latouche a Saskia Sassen, Ann Pettifor, Tim Jackson, David Graeber, Juan Carlos Monedero, tanto per fare qualche nome fra i più conosciuti, in un elenco che include anche l’attuale vice ministro italiano all’Istruzione Lorenzo Fioramonti, docente all’Università di Pretoria prima di mettersi in politica)

Il contributo principale dell’appello è probabilmente d’ordine culturale: conferma che l’area degli economisti non allineati esiste ancora e che si avverte la necessità di ridiscutere tutto, vista la gravità degli eventi in corso e l’incapacità/impossibilità del sistema dominante di farvi fronte: e qui pensiamo ovviamente alle diseguaglianze crescenti sia fra Nord e Sud del mondo sia all’interno dei singoli paesi, all’estrazione incontrollata e tendenzialmente illimitata di risorse naturali, alla disoccupazione di massa nel mondo occidentale, alla povertà estrema in molte zone dell’Africa (e non solo), alla drammatica e progressiva perdita di biodiversità… (e si potrebbe naturalmente continuare nell’elenco attingendo alle conoscenze scientifiche, giornalistiche accumulate negli ultimi anni).

Dunque si discute, si propone alle autorità del momento di compiere qualche passo nella direzione giusta, ma su tutto aleggia qualcosa di non-detto, ossia la dimensione politica e conflittuale implicita in un serio progetto di transizione economica. Viviamo in un mondo dominato dall’ideologia del mercato e all’interno di istituzioni modellate nel tempo in modo da essere funzionali al progetto del capitalismo neoliberale, un progetto tanto semplice quanto – nelle intenzioni – totalitario: estendere la logica della crescita, del profitto, del superamento di barriere e controlli all’intera società, possibilmente in tutto il mondo. Se questo è vero, ne consegue una valutazione radicale: non si esce da questo sistema-mondo senza un conflitto, senza combattere interessi fortissimi e consolidati, senza cambiare radicalmente le strutture che tutelano quegli interessi.

forestaamazzonica-638x425Da almeno un trentennio è scomparsa dalla scena politica, almeno in Europa, ciò che chiamavamo sinistra, ossia un progetto di società concepito nell’interesse di chi sta in basso nella piramide sociale, un progetto quindi proteso a privilegiare la dimensione collettiva e solidale della vita pubblica rispetto alla dimensione individuale; la lunga durata, inclusa la protezione del pianeta pensando alle generazioni future, rispetto all’uso immediato a fini di profitto delle risorse disponibili. La sinistra, per varie ragioni, ha finito per accettare e fare proprio il paradigma tipico della destra, in sostanza il modello neoliberale, e si è così liquefatta la possibilità di immaginare collettivamente un modello di società diverso, più equo, più giusto, più lieve. Stiamo pagando ancora le conseguenza di questa bancarotta politica, scolpita nelle pagine di storia dalla famosa risposta di Margaret Thatcher, ormai pensionata, a chi gli chiedeva quale sia stato il suo maggiore successo politico. La lady di ferro fu lapidaria: “Il New Labour”. Ossia l’approdo degli storici avversari socialisti, sotto la gestione di Tony Blair, alla stessa visione della destra liberale: mercato, competizione, deregulation.

Gli economisti e i ricercatori firmatari dell’appello hanno compiuto dunque un atto significativo, portando nei palazzi di Bruxelles la necessità di pensare a un progetto di economia della “post crescita”, un’idea di per sé “scandalosa”, ma è difficile pensare a una trasformazione così radicale che passi attraverso un’autoriforma decisa improvvisamente dall’alto. Le istituzioni dell’Unione europea – destinatarie dell’invito a cambiare rotta – potranno trasformarsi e diventare punti di riferimento di un’economia post crescita solo al termine di un processo di lotta politica e di radicale democratizzazione. Non c’è da farsi illusioni. La moneta comune, per come è stata realizzata; la Banca centrale europea, per i compiti che le sono stati affidati; la Commissione e il Consiglio dei ministri dell’Unione, per il ruolo che hanno, sono i principali ostacoli che ingombrano il cammino dell’ipotetica trasformazione.

In altre parole, è possibile immaginare una società liberata dal giogo della crescita continua solo a patto di ingaggiare un corpo a corpo con la dittatura della finanza e quel sistema istituzionale che per anni ne ha favorito e sorretto il dominio. Per limitarci all’ambito europeo, servirebbe probabilmente un modello istituzionale di tipo federale, con un parlamento democratico e titolare di pieno potere legislativo, una Banca centrale rivoluzionata e messa al servizio di un’economia diversa, con parole d’ordine come equità, diritti, ecologia al posto di quelle correnti. Se mai ci avvicineremo a qualcosa del genere, sarà perché avremo saputo ingaggiare uno scontro politico a tutto campo e perché i cittadini che stanno sotto – al momento senza parola – avranno rivendicato un’economia di giustizia e capace di futuro. Non esistono scorciatoie credibili.

Hulot, Langer e il ribaltamento climatico della politica

5 settembre 2018

Le dimissioni da ministro di Nicolas Hulot hanno fatto rumore soprattutto in Francia, ma la vicenda del ministro per l’Ambiente d’Oltralpe ha un interesse più generale, se vogliamo mettere a fuoco il rilievo della questione ambientale, ma potremmo dire dell’emergenza climatica che sta stravolgendo (e probabilmente travolgendo) il pianeta.

Sul numero corrente di Internazionale è stato tradotto e pubblicato un articolo dell’Economist dal titolo “L’estate in cui il clima cambiò”, riferito alla lunga serie di recenti fatti di cronaca dei disastri: incendi, siccità e nubifragi hanno investito varie regioni del pianeta, dalla Scandinavia al Giappone, dal Nord America al Sud Europa, seminando morte e smarrimento.

UnknownHulot, nel suo piccolo, era il fiore all’occhiello dell’ambizioso governo Macron, assurto all’Eliseo sparigliando le carte della politica tradizionale. Giornalista televisivo famosissimo, una carriera costruita sulla cultura ambientalista, Hulot è stato il testimonial di un possibile nuovo corso della politica, teoricamente incarnato da Macron, ennesimo campione del superamento di destra e sinistra.

E’ finita male, malissimo. Non solo non si è vista in Francia alcuna traccia di un ripensamento delle politiche economiche alla luce dell’emergenza climatica, ma Hulot ha smascherato, al momento di sbattere la porta, il lato meno nobile della politica contemporanea, ossia la trattativa continua, diretta e pressoché segreta con le organizzatissime lobby degli affari (il casus belli, per Hulot, è stata la presenza di lobbisti fin dentro le riunioni governative dedicate alla nuova legge sulla caccia).

La morale è che la motivazione addotta a suo tempo dal presidente francese per chiamare nell’esecutivo un outsider quale Hulot – la necessità di porre la questione climatica al centro dell’azione politica – era e resta la questione del nostro tempo, ma tale proposito, per divenire realtà, ha bisogno d’essere il perno di un ribaltamento del pensiero politico e delle prassi correnti.
Affrontare davvero l’emergenza politica, in altre parole, implica l’abbandono della tradizionale idea di sviluppo, nonché del modo consueto di concepire il potere. I Macron, ma anche le Merkel, i Conte, i Sanchez e via elencando non sembrano all’altezza di un compito del genere: Hulot lo ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio.

 

AlexLanger.jpg“Senza un netto cambiamento di rotta”, sostiene l’Economist nell’articolo citato, “l’umanità rischia di perdere la lotta contro il riscaldamento globale“. In realtà la sta già perdendo. E dire che sono passati oltre vent’anni da quando un politico capace di guardare al futuro, Alexander Langer, indicava la strada della“conversione ecologica”, intendendo con ciò non solo una trasformazione radicale dell’economia ma anche un nuovo indirizzo per il pensiero di tutti e di ciascuno.

 

La strada giusta resta quella, ma al dubbio se siamo ancora in tempo per vincere la lotta contro i cambiamenti climatici, se ne aggiunge un altro: abbiamo davvero, nelle nostre società stremate  e consunte dal troppo consumo, le risorse morali, culturali e politiche  per  cambiare rotta? O servirà una spinta – chissà quale, chissà come – dall’esterno?

Genova G8, la democrazia mai risarcita

28 agosto 2018

Tre milioni per i risarcimenti pagati ai torturati (incluso il sottoscritto), cinque milioni per i danni d’immagine: tanto vale, secondo il pm della Corte dei Conti, la bella impresa compiuta il 21 luglio 2001 dalla nostra polizia alla scuola Diaz di Genova. Non si può invece contabilizzare la lesione inferta al corpo della democrazia, mai risarcita a causa della condotta tenuta negli anni dai vertici di polizia e dai ministri degli interni, che in nessun momento hanno pensato di schierarsi dalla parte dei cittadini sottoposti a tortura e quindi di operare per fare chiarezza e pulizia a beneficio del bene pubblico.

Così lo stato si trova a fare i conti con l’eredità di Genova G8 solo in senso letterale, contando gli euro da recuperare. Non è granché ed è successo lo stesso con la vicenda di Bolzaneto, quartiere genovese passato alla storia come il Garage Olimpo dei generali argentini, con la sua caserma di polizia divenuta sinonimo nazionale di tortura: per la Corte dei conti (sentenza dell’aprile scorso) l’ordalia di violenze fisiche e psicologiche inflitte a decine di malcapitati nella palazzina chiamata amichevolmente  “Auschwitz” vale sei milioni di euro, a carico di 28 agenti e sanitari penitenziari.

Le cifre, in casi del genere, sono ben poca cosa, ma parlano anch’esse. Ad esempio dicono che i danni d’immagine, secondo i pm, valgono più di quelli patrimoniali, lasciando intendere che il tema della credibilità (perduta) delle forze dell’ordine è ben più importante di quanto si pensi a Palazzo.  Non può sfuggire, sotto questo profilo, che fra i 25 funzionari chiamati a risarcire lo stato per il caso Diaz figurano personaggi che sono rientrati in polizia dopo aver scontato i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, nonostante la Corte europea per i diritti umani prescriva nelle sue sentenze, per i casi di tortura (l’Italia è stata condannata sia per la Diaz sia per Bolzaneto), la destituzione dei funzionari condannati. 

DIAZ-3[1]Insomma, da qualsiasi parte si affronti l’eredità di Genova G8, ci si trova di fronte a un disastro: professionale, morale, politico, economico. Eppure poteva andare diversamente. Proviamo a immaginare un’altra storia. Un capo della polizia e un ministro dell’Interno che il giorno dopo il disastroso blitz nella scuola aprono un’inchiesta interna, sospendono tutti i funzionari e chiedono il licenziamento di quelli maggiormente responsabili (fra parentesi,è quanto suggerì Pippo Micalizio, dirigente inviato dal capo della polizia per un’inchiesta lampo, in una relazione rimasta chiusa in un cassetto).

Contestualmente, continuiamo a immaginare, capo della polizia e ministro si dimettono, con il preciso scopo di tutelare la dignità e la credibilità del corpo e dello stato. I loro sostituti a quel punto collaborano con  i magistrati,  chiedono solennemente scusa  e si impegnano a far sì che niente del genere possa mai più ripetersi. Il parlamento, intanto, avvia una riforma delle forze di polizia: regole di trasparenza, codici sulle divise, legge sulla tortura (una vera legge, naturalmente, non quella fasulla approvata l’estate scorsa e già bocciata da istituzioni come il Consiglio d’Europa e il Comitato Onu contro la tortura). 

Un sogno, un’utopia? Forse, per una “democrazia reale” qual è la nostra, incapace di fare i conti con gli abusi di stato, ma un’ovvietà per una democrazia normale. 

L’Italia ha scelto la via che conosciamo, lastricata di falsi e menzogne, una via che lascia sul corpo della polizia di stato lo stigma della tortura e sulla sua dirigenza il tratto dell’ambiguità, nonostante i lodevoli ma insufficienti sforzi dell’attuale capo Franco Gabrielli, anche lui rimasto invischiato nel pantano creato attorno a Genova G8. E’ la polizia che è stata consegnata ai nuovi uomini di potere. 

Oggi al Viminale siede un esponente della destra radicale che su questi temi ha sempre sposato le posizioni più arretrate e più oltranziste emerse in seno alla polizia. Non è il momento di improvvisarsi Cassandre e vaticinare chissà quali futuri eventi, ma se a volte capita di fare cattivi pensieri è  (anche) perché siamo coscienti che dopo l’estate del 2001 non è stato fatto quanto necessario – tutt’altro… – per voltare pagina e garantire una seria opera di prevenzione. 

Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova

da Il Manifesto, 28 agosto 2018

L’orso ucciso alle Svalbard da un turismo insensato e distruttivo

1 agosto 2018

La fotografia è di quelle che non si dimenticano. L’orso polare è riverso sulla riva del mare,sul fianco destro, una zampa piegata in modo innaturale, il corpo enorme adagiato vicino a tronchi e pezzi di legno portati a terra dalle onde. Non sta dormendo. Poco lontano tre persone sul bagnasciuga guardano verso l’acqua, indifferenti. L’orso bianco, dicono le cronache, è stato ucciso a fucilate dalla scorta armata che accompagna i turisti in visita alle Isole Svalbard, a nord della Norvegia verso il Polo Nord. E’ stato ucciso “a scopo difensivo”, dicono i dispacci di agenzia, perché si era avvicinato alla nave dei turisti e aveva ferito uno dei due addetti alla sicurezza. L’altro avrebbe a quel punto sparato, uccidendo l’animale.

orso.jpgDunque tutto regolare. Il servizio di sicurezza armata è obbligatorio per chi visiti le Svalbard, proprio a causa degli orsi, che spesso si avvicinano ai turisti in cerca di cibo. Le Svalbard sono un gruppo di isole nel circolo polare artico, la terraferma abitata (poco abitata) più vicina al Polo Nord. Sono isole famose per i ghiacci, per la Banca dei semi che conserva a bassisssima temperatura la biodiversità vegetale del pianeta e per gli animali polari.

In tempi recenti le Svalbard sono state raggiunte dal turismo, dalle navi che portano in luoghi così inospitali e inarrivabili crocieristi di passaggio. Fino a poco tempo fa frequentare le Svalbard era un’impresa, appannaggio di pochi avventurosi. Oggi è sufficiente comprare un biglietto da qualche compagnia, indossare una giacca a vento e in poco tempo chiunque può mettere piede sulla terra perennemente ghiacciata.

L’industria del turismo oggi ha ben pochi limiti e riesce a raggiungere luoghi impensabili fino a poco tempo fa, trasportando in località ultra periferiche numeri cospicui di persone. Qualcuno potrebbe dire che siamo di fronte a una forma di democratizzazione del viaggiare: prima alle Svalbard arrivavano solo pochi viaggiatori provetti con tempo e risorse a disposizione; oggi sulle isole del ghiaccio sbarcano turisti qualunque a prezzi certamente contenuti.

Dobbiamo però chiederci se questa democratizzazione abbia senso e per chi abbia senso, se sia davvero una forma di giustizia sociale, o quanto meno di estensione a molti di opportunità prima spettanti a pochi. C’è da dubitarne, se appena spostiamo il baricentro dell’attenzione dalla classe media europea – quella che di fatto fa turismo oggi alle Svalbard – e allarghiamo lo sguardo alla terra, alle acque, alla vegetazione delle isole e agli altri esseri viventi che le abitano.

Il corpo dell’orso polare sulla spiaggia ghiacciata, vittima della condanna a morte decretata ed eseguita seduta stante da una guardia del corpo, è la risposta: il turismo alle Svalbard non ha senso, non è giusto. Se ragioniamo pensando a tutti gli esseri viventi, diventa chiaro quanto sia sbagliato portare tanta gente in luoghi del genere, così vicino ad animali selvatici che compiono ogni gesto, anche l’attacco ai turisti, all’unico scopo di nutrirsi e lottare giorno dopo giorno per la propria sopravvivenza. Non è giusto avvicinarsi così tanto a quegli animali.

C’è un’incompatibilità di fondo fra vita allo stato selvatico e un’industria, il turismo, che è forse la più pesante, la più distruttiva dell’età contemporanea.

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