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Tortura, l’Onu boccia la legge. E’ stata scritta contro le vittime

7 dicembre 2017

La questione della tortura è ancora d’attualità. Il Comitato delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura ha pesantemente strigliato l’Italia al termine di un ciclo di audizioni dedicate al nostro paese. La legge approvata nel luglio scorso, ha detto in sostanza il Comitato, è molto lontana dalla definizione accettata in sede di Nazioni Unite e lascia ampi spazi all’impunità, senza dare alcuna garanzia in termini di prevenzione. Una bocciatura solenne e una richiesta di cambiare il testo appena approvato.

nuovo-segretario-generale-onu-donna-dopo-ban-ki-moon-orig-1_mainUno smacco enorme per il parlamento, per il ministro, per le organizzazioni che quel testo lo hanno accettato senza intervenire quando è stato possibile fermare tutto sull’onda delle molte, autorevoli obiezioni giunte alle orecchie (tenute ben chiuse) di parlamentari e responsabili politici (bisogna ricordare fra gli altri gli interventi alla vigilia del voto  del commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa e la lettera dei magistrati e giudici genovesi impegnati nei processi  seguiti al G8 del 2001).

La notizia della bocciatura della legge da parte del Comitato dell’Onu, ad ogni buon conto, ha fatto a malapena capolino sui quotidiani e non è stata minimamente presa in considerazione dal mondo politico e associativo. A maggior ragione può avere un senso prendere in considerazione il testo che segue, preparato per un convegno di formazione per avvocati e giornalisti organizzato a Firenze dal Sindacato degli avvocati, martedì 5 dicembre.

LO STATO ANTAGONISTA RISPETTO AI SUOI CITTADINI

Sono quasi un intruso in un convegno con finalità giuridiche, ma penso d’essere stato chiamato per la mia esperienza di vita e per come ho creduto di elaborarla come cittadino, come giornalista, come attivista. Un percorso che si è incrociato con il tema della tortura e con l’opportunità di disciplinarla; vorrei alla fine dire qualcosa sul perché ha senso ed è importante disciplinarla bene.

La mia esperienza è presto raccontata: il 21 luglio 2001, durante le iniziative di protesta e di proposta organizzate in occasione del G8 di Genova, mi trovai a dormire alla scuola Diaz e quindi sono stato vittima e testimone della nota irruzione della polizia di stato all’interno di quella scuola. Uno dei protagonisti definì quell’operazione una macelleria messicana. Decine di persone furono brutalmente picchiate, tre di loro finirono in coma, furono rotte ossa e non solo. Personalmente fui aggredito, in ondate successive, prima da due agenti, poi un da un terzo poliziotto, e posso testimoniare che fu un’aggressione selvaggia, con colpi inferti alla cieca con uno strumento, il manganello tonfa, in uso in quel frangente per la prima volta nella polizia italiana, uno srtumento che è considerato un’arma letale, come ebbe a spiegare in tribunale lo stesso funzionario cui si deve la definizione di macelleria messicana.

Come tutti gli altri 92 presenti nella scuola, dopo il pestaggio e oltre due ore trascorse in un clima di panico, pianti, minacce, terrore, mi trovai anche arrestato in una stanza di ospedale, per quanto nessuno – per circa 24 ore – si fosse nemmeno preoccupato di spiegarmi per quali ragioni fossi in arresto. Avrei poi saputo, prima attraverso un quotidiano sbirciato durante la detenzione poi al momento dell’interrogatorio da parte dei pm incaricati di indagare su di me e gli altri 92, che ero accusato di associazione a delinquere finalizzata a devastazione e saccheggio, cioè di appartenere al cosiddetto black bloc, di porto illegale di armi da guerra, e anche, per quanto la cosa suoni almeno paradossale visto lo stato in cui mi trovavo – trattenuto in ospedale e non trasferito in carcere a causa delle ferite riportate – anche di resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

Sono tutte accuse – come è noto – basate su un rapporto di polizia risultato falso in tutte le sue parti, paragrafo per paragrafo: false le premesse addotte per giustificare la perquisizione d’urgenza senza mandato del magistrato; falsa la circostanza della resistenza; falsa l’appartenenza al black bloc; falso la detenzione di armi, poiché le due bombe molotov che tutti e 93 – congiuntamente – avremmo avuto in nostro possesso erano state introdotte nella scuola in realtà dagli stessi poliziotti, come l’inchiesta condotta dal dottor Zucca qui presente ha avuto modo di accertare.

Manifestazione del sindacato della polizia reparto celereRicordo, come pro memoria, che il processo seguito all’irruzione alla Diaz si è chiuso in Cassazione nell’estate del 2012 con la condanna di 25 funzionari e dirigenti di polizia per falso, calunnia, concorso in lesioni. Nessuno dei condannati è stato in prigione, tutti hanno avuto il beneficio dei tre anni di indulto, qualcuno ha scontato qualche settimana agli arresti domiciliari dopo avere visto respinta la richiesta di assegnazione ai servizi sociali alternativi alla detenzione, a causa della indisponibilità a riconoscere esplicitamente e formalmente le proprie responsabilità.

Dopo questa esperienza così sconvolgente, con altre persone abbiamo fondato il Comitato verità e giustizia per Genova, che si diede tre obiettivi: contribuire a informare i cittadini su quanto accaduto durante il G8 di Genova; raccogliere fondi e sostenere la tutela in giudizio delle persone coinvolte nei vari processi partiti dopo l’estate del 2001; terzo punto, forse il più importante, contribuire a un’uscita a testa alta delle nostre istituzioni da quell’abisso di violenza e illegalità che caratterizzò le giornate di Genova, eventi definiti da Amnesty International come la più grave violazione di massa dei diritti fondamentali avvenuta in Europa dopo la seconda mondiale. Ricordo per completezza che oltre all’episodio della scuola Diaz, vi furono in quei giorni i maltrattamenti – anch’essi riconosciuti come tortura prima dai tribunali italiani (sia pure in assenza di una legge ad hoc) poi dalla Corte europea per i diritti umani – a carico di oltre duecento persone nella caserma-carcere di Bolzaneto e inoltre numerosi casi di violenze e arresti arbitrari, giustificati con verbali falsi, eseguiti per strada durante le manifestazioni e che in alcuni casi – pochissimi rispetto a quelli realmente avvenuti – sono arrivati in tribunale producendo condanne al risarcimento dei danni da parte del ministero dell’interno.

In altre parole, con il Comitato Verità e Giustizia per Genova abbiamo cercato, in primo luogo noi stessi che le violenze le avevamo subite, ma idealmente tutti i nostri concittadini die quali ci siamo sentiti casualmente ma giocoforza portavoce, di recuperare fiducia nella polizia, nelle istituzioni democratiche, la fiducia che avevamo perso sotto i colpi dei manganelli o mentre subivamo, alcuni di noi, angherie fisiche e psichiche dentro le caserme e le carceri. Lungo questo cammino abbiamo percorso molte strade. Abbiamo dialogato con i sindacati di polizia, nonostante l’indifferenza e diciamo pure l’ostilità dei vertici di polizia; abbiamo dialogato con il ceto politico e parlamentare; siamo stati parti civili nei processi; abbiamo scritto libri, documenti e tenuto centinaia e centinaia di incontri, per anni, in mezza italia.

Che cosa chiedevamo e proponevamo? Chiedevamo da parte delle forze dell’ordine e dello stato un’assunzione di responsabilità, un riconoscimento pieno dei propri errori, un ripudio dei comportamenti tenuti alla Diaz, a Bolzaneto, nelle strade di Genova, scuse formali alle vittime dirette degli abusi e a tutti i cittadini, provvedimenti adeguati di sospensione e allontamento degli agenti e soprattutto dei funzionari e dirigenti responsabili degli abusi.

Siamo stati parte della richiesta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per individuare le responsabilità di quanto avvenuto a tutti i livelli, anche quello politico. Abbiamo proposto – vista l’impunità garantita alla Diaz ai responsabili materiali dei pestaggi – di introdurre l’obbligo per gli agenti di indossare un codice alfanumerico di riconoscimento, come avviene in molti altri paesi europei; di puntare sulla formazione alle tecniche della prevenzione e della nonviolenza per gli agenti in servizio e per i nuovi assunti; infine, proponevamo, e lo abbiamo fatto fin dal 2001, di introdurre nell’ordinamento il reato di tortura, cosa avvenuta nel luglio scorso, ma in un modo che ci ha visto assolutamente contrari al testo uscito dal parlamento, una legge che abbiamo definito – parlo del nostro Comitato ma anche di avvocati, giudici, professori, studiosi – una legge truffa, scritta in modo da negare se stessa.

A che serve una legge sulla tortura? A nostro avviso, quando l’abbiamo richiesta insieme con le altre misure, serviva a compiere un passo nella direzione della ricomposizione di quella frattura che si era manifestata nel luglio del 2001; una frattura fra la cittadinanza attiva e forze di polizia che platealmente, sotto gli occhi delle telecamere in alcuni casi, sul corpo e con la successiva testimonianza di centinaia di persone in altri casi, si metteva fuori dalla legalità costituzionale e contro i principi fondamentali scritti nella stessa dichiarazione fondamentale dei diritti umani.

Lo stato, questo dicevamo, deve sempre schierarsi subito e senza esitazioni dalla parte dei cittadini che hanno subito violazioni gravissime dei propri diritti fondamentali. Lo stato deve dimostrare di non poter tollerare abusi così gravi da configurare il crimine di tortura. La relazione di fiducia fra la cittadinanza e le forze dell’ordine, la serenità del singolo e di gruppi organizzati di fronte a una divisa, la persuasione che compito delle forze dell’ordine sia l’applicazione della legge e la tutela dei diritti sono ciò che distingue forze dell’ordine ben inserite in un contesto civile interno allo stato di diritto da forze dell’ordine a disagio con il contesto democratico, le sue regole, i suoi limiti. E’ chiaro che a Genova, in modo scioccante, si erano viste all’opera forze dell’ordine del secondo tipo, fuori per ore e giorni dal contesto costituzionale e democratico. Bisognava rimediare.

Una legge sulla tortura a questo doveva servire. E doveva – naturalmente – anche porsi come base per una seria politica di prevenzione. Doveva mandare un messaggio forte e chiaro a chi lavora nelle forze dell’ordine, un messaggio di preoccupazione per quanto avvenuto e un messaggio di cambiamento nella direzione del divieto assoluto di tortura. Quanto avvenuto a Genova doveva essere concepito come un campanello d’allarme, come la spia di un malessere sul quale era necessario intervenire, a beneficio delle forze dell’ordine, della qualità del loro lavoro, della loro stessa reputazione, precipitata molto in basso anche sul piano internazionale.

diaz-3Che cos’è invece successo? Perché la legge sulla tortura approvata nel luglio scorso è a mio avviso l’esito coerente, quindi negativo, di un percorso sbagliato? E’ un esito negativo perché è arrivata al culmine di un quindicennio di ignavia e rifiuto della sgradevole realtà dei fatti, un quindicennio di mancata assunzione delle proprie responsabilità da parte di chi si è trovato a dirigere le forze dell’ordine e anche da parte dei ministri e capi di governo che si sono succeduti.

Si sono minimizzati i fatti, si sono protetti i responsabili degli abusi permettendo avanzamenti di carriera anziché sospensioni e licenziamenti, si è ostacolato il corso della giustizia, si è esposto il paese a umilianti condanne di fronte alla Corte europea di Strasburgo, addirittura quattro condanne per casi di tortura in soli due anni (e la serie non è finita).

Tuttora, per citare la lacuna più evidente e l’ignavia corrispondente, non è previsto che gli agenti indossino i codici di riconoscimento sulle divise, eppure il fatto che il 22 luglio 2001, poche ore dopo avere picchiato a sangue decine di persone inermi (rischiando fra l’altro di uccidere qualcuno) decine di agenti abbiano tranquillamente ripreso servizio e che nessuno li abbia mai disturbati, né sul piano penale né sotto il profilo disciplinare, è qualcosa che dovrebbe rendere inquieto qualunque cittadino.

Addirittura, in spregio delle indicazioni provenienti dalla Corte di Strasburgo, che prevedono l’esclusione dalle forze dell’ordine di chi sia condannato in via definitiva per violazione dell’articolo 3 della convenzione – il divieto assoluto di trattamenti inumani e degradanti e tortura – gli agenti condannati per la Diaz, quelli di loro che nel frattempo non sono andati in pensione, hanno avuto la possibilità di rientrare legalmente in servizio, al termine dei 5 anni di obbligata sospensione dai pubblici uffici.

La legge approvata a luglio è una legge che nega se stessa, probabilmente inapplicabile, lontanissima dai canoni della Convenzione internazionale sulla tortura – ma non sono un giurista e dirà meglio chi parlerà dopo di me – ma è coerente col percorso che dicevo prima. Al di là di quanto e come sarà applicabile, una cosa si può dire con certezza: è stata scritta senza considerare le vittime e testimoni di tortura, è stata scritta contro di loro.

3208384180_85e97af746-1024x538Lo stato, diciamolo chiaramente, non è mai stato dalla nostra parte, io stesso l’ho vissuto in questi anni come una controparte, nonostante le mie buone intenzioni di contribuire, come dicevo all’inizio, a un’uscita a testa alta delle nostre istituzioni da questa brutta vicenda.

Il governo italiano del tempo non si è costituito come parte civile a nostro fianco nei processi; ministri e dirigenti di polizia hanno permesso, senza mai intervenire, nemmeno per deprecare, che la polizia di stato “ostacolasse impunemente” l’azione della magistratura (è una citazione letterale dalla prima sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Diaz); ministri e governi di vario colore hanno protetto e promosso, ben oltre la decenza, imputati e anche condannati per reati gravissimi. Lo stato, aggiungo, ha premuto fino all’ultimo, con insistenza, offrendo una transazione nella cause civili, affinché, oltre a chiudere la causa civile, ritirassimo i ricorsi presentati alla Corte di Strasburgo: invece di applicare le prescrizioni contenute nella sentenza del 2015 (caso Diaz, Cestaro vs Italia) – quindi sospensioni, codici, legge sulla tortura – si è tentato di arginare e circoscrivere la portata dei nuovi ricorsi…

A mio avviso, come avrete capito, lo stato italiano NON è uscito a testa alta da questa vicenda. Non ha chiesto scusa, non ha preso provvedimenti seri, non si è sentito in obbligo di ristabilire un rapporto di fiducia con i cittadini, ha atteso decenni e le sentenze di condanna della corte di Strasburgo per chiamare – controvoglia -. le cose con il loro nome: alla Diaz e a Bolzaneto è stata praticata la tortura contro centinaia di cittadini per mano e alla presenza di centinaia di agenti, per alcuni giorni.

La legge sulla tortura della quale parliamo oggi è un degno, cioè un indegno punto d’arrivo, è una legge della quale vorrei farvi notare un particolare, senza addentrarmi in esami giuridici che non mi competono: rispetto alla definizione standard accettata in sede di Nazioni Unite, in tutte le varie versioni esaminate e votate alla Camera e al Senato prima di quella definitiva, c’è una costante: la scomparsa di ciò che nel mondo è considerato caposaldo, ossia l’istituzione di un fondo per le vittime, finalizzato a garantire una tutela sociale e psicologica effettiva e di lungo periodo alle vittime di tortura, nella consapevolezza che la tortura, per chi la subisce, è per sempre e che quindi la tutela delle vittime, per uno stato democratico, è una priorità, un caposaldo del divieto di tortura e della prevenzione della tortura.

La legge italiana, qualunque sia l’idea che alla fine vi farete del testo e delle sue possibili interpretazioni in sede giudiziaria, non è stata scritta con lo spirito di chi si immedesima nei panni del cittadino che subisce la tortura, ma piuttosto mettendosi nei panni di forze di polizia quali sono le nostre, che una legge sulla tortura da sempre non la vogliono e se sono costretti ad accettarne una chiedono che sia tagliata su misura per loro, in modo che non cambi il concreto stato delle cose. Grazie.

Lorenzo Guadagnucci

 

 

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Anche per l’Onu è una non-legge sulla tortura

14 novembre 2017

Il Comitato dell’Onu contro la tortura si aggiunge alle molti voci che nei mesi scorsi hanno tentato  invano di convincere il parlamento italiano ad approvare una vera legge sulla tortura e dice chiaramente che il testo varato dalle Camere non è conforme alla Convenzione sottoscritta in sede di Nazioni Unite e va quindi cambiato. Non accadrà niente del genere, perché il nostro governo e le maggiori forze politiche considerano più che chiusa la partita: la legge è stata scrittaonu.png con il preciso intento di svuotarla dall’interno; quella italiana è in realtà una non-legge sulla tortura.

 

E’ stata elaborata lungamente e ha raggiunto il suo scopo: mettere nero su bianco una normativa che porta come titolo l’introduzione del crimine di tortura nell’ordinamento ma sotto il titolo non c’è niente, o meglio c’è una norma che contraddice se stessa, è pressoché inapplicabile e manda alle forze dell’ordine un messaggio chiaro e cioè che niente è cambiato, perché niente deve cambiare.

 

I vertici di polizia, del resto, avevano espresso ripetutamente e con grande forza la loro insofferenza per l’idea stessa di una (vera) legge sulla tortura. Un atteggiamento, questo, che mostra di per sé quanto l’Italia avrebbe invece bisogno non solo di una vera legge sulla tortura ma anche di un nuova riforma delle forze dell’ordine, nella direzione dell’apertura, della responsabilizzazione, della formazione ai principi della trasparenza e della prevenzione degli abusi.

 

Il pesante giudizio dell’Onu sarà accolto con la solita alzata di spalle. Era accaduto, prima del voto in parlamento, con le rilevanti pressioni e gli importanti appelli che si erano succeduti: ricordiamo, alla rinfusa, gli interventi del  commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani, della Corte europea di Strasburgo attraverso la sentenza Diaz/Cestaro, di un gruppo di giudici e giuristi attivi nel diritto internazionale, di undici magistrati impegnati a Genova nei processi Diaz e Bolzaneto, di vittime e testimoni di tortura come Ilaria Cucchi e gli animatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova.

 

Tutti interventi e appelli caduti nel vuoto, considerati esagerati, irrealistici, da anime belle. Si potrà dire lo stesso del Comitato che fa capo alle Nazioni Unite? Probabilmente sì, vista l’indifferenza dei più, la desistenza di molti, la logica autoreferenziale che spaccia per pragmatismo e sano realismo il cedimento alle pretese (sbagliate) di apparati di polizia la cui arretratezza, rispetto ai canoni delle democrazie più avanzate, è sempre più evidente.

La verità è che la legge italiana sulla tortura è un segno del degrado della nostra vita democratica; invece di voltare le spalle a chi ce lo fa notare (stavolta è il Comitato dell’Onu), faremmo bene – ciascuno nel suo ambito e per le sue capacità –  a riflettere, ammettere, agire.

 

Un paese a disagio con la dottrina dei diritti umani

27 ottobre 2017

Le due nuove condanne inflitte dalla Corte europea per i diritti umani fanno dell’Italia uno dei paesi più problematici – fra i 47 di cui la Corte si occupa – in materia di tortura. Esaminando le sentenze una per una e stilando una classifica, scopriremmo probabilmente che l’Italia,  in materia di tutela dei diritti fondamentali (in special modo nei luoghi di detenzione), è più vicina a paesi come la Russia, l’Ucraina e la Turchia che a Francia, Germania o Gran Bretagna.

E’ un problema noto da molti anni, documentato dalle maggiori organizzazioni di tutela dei diritti umani, dalle cronache dei giornali e ormai anche dai tribunali. Ma qual è stata la risposta delle istituzioni? Che cosa si è realmente fatto nella prevenzione degli abusi e nella punizione dei responsabili di casi di tortura?

0afcd17b8034a34a3dc92e42bf32bb17_xlI giudici europei su questi punti sono stati durissimi e chiarissimi. L’Italia è priva di strumenti di intervento adeguati e in aggiunta diversi apparati dello stato hanno compiuto scelte profondamente sbagliate: l’azione della magistratura è stata “impunemente ostacolata” (citazione testuale dalla sentenza Cestaro); i vertici dello stato non hanno preso provvedimenti contro i responsabili di tortura, né sospesi né licenziati nonostante rinvii a giudizio e condanne; niente di serio è stato fatto nell’ottica della prevenzione.

La vicenda della legge sulla tortura è emblematico. Nel luglio scorso è stata approvata una norma paradossale, che probabilmente non si applicherebbe proprio ai casi Diaz e Bolzaneto per i quali siamo stati condannati (lo avevano denunciato – inascoltati – ai presidenti delle camere undici undici giudici genovesi) e che comunque, parole del commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani, apre ampi varchi all’impunità.

La verità è che non esiste nel nostro paese – nella sua classe politica e intellettuale – la volontà di riconoscere che abbiamo serie difficoltà nella tutela dei diritti umani: ai casi eclatanti delle torture si sommano l’opacità degli apparati di sicurezza, la scarsa attitudine a rendere conto del proprio operato, l’inesistenza di un’autorità indipendente di vigilanza.

La verità è che il legislatore, anche di fronte casi eclatanti come le torture, le violenze e i falsi  durante il G8 genovese del 2001, non si è mai schierato dalla parte dei cittadini sottoposti ad abusi odiosi e gravissimi, e si è invece messo dalla parte di apparati autoreferenziali e riottosi rispetto alle regole di condotta tipiche delle forze di polizia nelle migliori democrazie.

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: l’impunità generalizzata; la legge truffa sulla tortura; l’indifferenza- va detto anche questo –  verso i campi di detenzione delocalizzati in Libia, ultima perla di un paese chiaramente a disagio con la dottrina dei diritti umani.

 

La tortura in Italia non è vietata. E’ regolamentata

17 ottobre 2017

Dal numero di settembre di Altreconomia, rivista indipendente che merita d’essere letta e sostenuta.

 

Il 5 luglio scorso, la Camera dei deputati, con molte astensioni e poca convinzione, ha approvato in via definitiva una legge sulla tortura che non ha eguali in Europa. È stata scritta in un modo così contorto e malizioso, che solo il relatore Franco Vazio e qualche esponente della maggioranza (Pd e Alleanza popolare) si sono sentiti di difenderla fino in fondo, sostenendo che sarà efficace e applicabile. Ma è stata una difesa d’ufficio, del tutto inconsistente di fronte alle numerose e autorevoli obiezioni che riguardano più punti della normativa, come la necessità che le violenze siano ripetute e frutto di “condotte plurime” o la scelta di considerare il crimine di tortura come un reato comune anziché tipico del pubblico ufficiale, fino alla curiosa previsione che la tortura psichica, una volta accertata, debba anche comportare un “verificabile trauma psichico”.

 

amBasti ricordare che undici magistrati genovesi, impegnati negli anni scorsi in casi concreti di tortura nei processi per i fatti della Diaz e di Bolzaneto scaturiti dal G8 del 2001, alla vigilia del voto avevano scritto alla presidente della Camera, Laura Boldrini, per spiegare come e perché la legge non sarebbe applicabile a casi analoghi. Anche il commissario per i diritti umani del Cosiglio d’Europa, il lettone Nils Muižnieks, aveva scritto ai presidenti di Camera e Senato per chiedere modifiche al testo, altrimenti destinato a offrire numerose “scappatoie per l’impunità”.

 

Luigi Manconi, primo firmatario del progetto di legge iniziale, poi stravolto, si era rifiutato di votare in Senato una normativa ormai sfigurata. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, aveva detto ai deputati: “Se dovete approvare una legge così, no grazie, meglio niente”. Alcuni prestigiosi giuristi avevano firmato un appello per chiedere modifiche sostanziali alla “informe creatura giuridica” al fine di tutelare “la serietà, e quindi la credibilità, dell’Italia, in Europa e nel mondo.” Gli avvocati riuniti nell’Unione delle Camere penali erano arrivati a inscenare dei flash mob nei tribunali sotto lo slogan: “Torturato? Solo un po’”

 

E così via, fino all’appello di attivisti, esperti, giuristi (fra cui il sottoscritto) che avevano parlato di “legge truffa”. Tutte parole cadute nel vuoto. E non è stato nemmeno possibile organizzare una forte mobilitazione civile al fine di spingere il Parlamento ad ascoltare simili prese di posizione e quindi approvare una vera legge sulla tortura. Alcuni, ad esempio le maggiori associazioni e i sindacati, grandi assenti dal dibattito, hanno probabilmente sottovalutato la questione.

 

Altri, come l’associazione Antigone e Amnesty International, che pure avevano definito “impresentabile” il testo poi divenuto legge, hanno deciso di accontentarsi di quel che passava il convento-Parlamento, evitando di arrivare a uno scontro politico con il governo e la sua maggioranza. In un simile clima di rinuncia e desistenza, Pd e Ap hanno trovato il modo di approvare un testo che non disturba i refrattari corpi di polizia e al tempo stesso consente di adempiere -almeno formalmente- a un obbligo disatteso da trent’anni, sia pure al prezzo di legiferare in aperto antagonismo rispetto alla Convenzione Onu sulla tortura e alla stessa giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo.

 

Alla fine, nell’ordinamento è stata inserita una legge che sembra appartenere, più che alla categoria del divieto assoluto, a quella ben più insidiosa della regolamentazione della tortura. Una sconfitta bruciante e anche un segno eloquente del degrado civile e politico del nostro Paese.

Emigrare non è neoliberale

3 ottobre 2017

Questa mattina alla radio un giornalista a suo perfetto agio nello  spirito dei tempi, nel lodare la politica mediterranea del governo Gentiloni-Minniti, ha fatto cenno al ruolo svolto dalle navi di soccorso inviate da alcune Ong affermando che la loro presenza aveva “azzerato il rischio d’impresa dei trafficanti”. Quest’espressione è abbastanza insolita ma davvero esemplare, perché esprime piuttosto bene, sia nel linguaggio sia nella visione del mondo da cui deriva, l’attuale ordine delle cose, per citare il bel film di Andrea Segre dedicato per l’appunto agli accordi Italia-Libia e alla dissimulata guerra ai migranti in corso.
Il gergo economicista – il “rischio d’impresa” – rimanda senza esitazioni all’ideologia neoliberale dominante e riflette l’approccio anti umanista tipico della politica istituzionale, del giornalismo, di larga parte dell’accademia in materia di migrazioni e non solo.

A voler seguire il filo del discorso, dovremmo pensare che le navi delle Ong, secondo il nostro giornalista, garantivano la salvezza della vita e quindi l’approdo dei migranti in Europa, permettendo ai trafficanti di moltiplicare le partenze e di lasciare a quelle imbarcazioni umanitarie il compito di portare a termine il trasferimento: tutto molto facile, quindi senza rischio d’impresa, quasi un mercato truccato.

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Si potrebbe obiettare, volendo restare nella logica economicista, che non è proprio così, perché le navi di soccorso non garantivano affatto la salvezza né la possibilità d’essere davvero accolte in Italia alle persone in viaggio, tanto che molte di loro sono morte in mare, ma il succo è che la loro espulsione di fatto dal canale di Sicilia ha fatto salire il rischio di annegare e non arrivare in porto, riducendo quindi il numero dei viaggi e la percentuale dei superstiti.

E’ tutto molto semplice e il beneficio – per il nostro giornalista – è ben evidente: meno persone approdate sulle nostre coste. Gli accordi stretti fra il nostro governo e le varie fazioni e milizie che attualmente si spartiscono ciò che chiamiamo Libia hanno fatto il resto.
E’ così che si ragiona nei palazzi del potere e nelle redazioni dei giornali: in termini di flussi, di “stop all’invasione”, di tangibili e misurabili risultati, in una sorta di partita doppia che riporta da un lato le cifre buone da tenere d’occhio (cioè meno arrivi possibili) e dall’altro ciò che occorre fare per tenere in ordine la prima colonna: va da sé che questa seconda colonna è scritta con una neolingua che permette di non perdere tempo con inutili e anti economici scrupoli di coscienza: gli accordi con le milizie e con gli ex trafficanti diventano così patti coi sindaci; i milioni di euro versati a questi signori, al governo fantoccio di El Serraj e alla milizia personale di Khalifa Haftar diventano accordi economici per la stabilità della Libia; la condanna allo stupro, alla detenzione indeterminata, forse anche alla morte di persone colpevoli di aspirare all’emigrazione un prezzo da pagare in vista di un futuro intervento dell’Onu in appositi campi di detenzione.
013819015-a43a20d2-5288-41b3-bc90-cb870c53cd78Se poi qualcuno volesse obiettare che in questo modo si distruggono le fondamenta di ciò che finora abbiamo considerato importante, anzi decisivo per la qualità della nostra convivenza – la preminenza del principio di umanità e di uguaglianza fra le persone, la tutela dei diritti umani fondamentali, la concezione dell’unità europea come esempio di apertura e civiltà – ecco che scatta l’accusa di “buonismo”, concetto entrato a pieno titolo nel lessico dell’ortodossia neoliberale che regola il mondo. E comunque, altrettanto ovviamente, ciò che stanno facendo il governo Gentiloni-Minniti e l’Unione europea sono una risposta efficace a un problema serio, mentre chi solleva obiezioni è mosso da ideologia o da sentimentalismo e non ha soluzioni serie da proporre. Quindi il discorso è chiuso.
Questo è l’ordine delle cose, questo è il tenore della discussione, anzi della non discussione, visto che in una cornice che esclude per principio l’elemento umano, un modo diverso dal modello Libia (e Turchia), cioè soldi e armi a chi sia in grado di garantire detenzione decentrata, non è nemmeno immaginabile. L’ideologia neoliberale, pardon il naturale ordine delle cose, non ammette altro. Aiutiamoli, o meglio arrestiamoli a casa loro (o almeno in quei paraggi, prima che osino affrontare il Mare Nostrum senza un apprezzabile rischio di impresa).
PS Chi volesse opporre resistenza allo spirito dei tempi e disintossicarsi della sinistra sicumera espressa da pressoché tutti i giornalisti e commentatori che vanno per la maggiore, può leggersi il bel romanzo di Davide Enia, “Appunti per un naufragio” (Sellerio), che ci porta in una Lampedusa dove le persone che superano la prova del barcone – quella che un tempo era a basso rischio d’impresa mentre ora è più in linea con le leggi del mercato – sono descritte per quello che sono: persone coraggiose e degne di ammirazione, oltre che d’essere coinvolte in progetti legali e sicuri di espatrio verso un’Europa che ambisca a restare civile e democratica. Parola di buonista ideologico sentimentale e ingenuo.

 

Torture e morte delocalizzate, ecco l’ordine delle cose. E tutti sappiamo

23 settembre 2017

In un’intervista pubblicata sul numero 37 di Left, Enrico Calamai sviluppa un’interessante e originale analogia fra il trattamento che Italia ed Europa stanno riservando ai migranti dopo gli accordi con la Libia (e quello precedente con la Turchia) e la strategia della “desaparicion” praticata dal regime militare argentino negli anni Settanta. A quel tempo Calamai era un diplomatico in servizio nella nostra ambasciata a Buenos Aires e fu protagonista di una straordinaria azione di resistenza civile che permise a centinaia di italo-argentini di ottenere documenti validi per l’espatrio, nonostante la tiepidezza politica – chiamiamola così – dei nostri governi dell’epoca (Calamai ha raccontato la storia nel libro “Niente asilo politico”).
cover_left_372017-sitoCalamai, intervistato da Donatella Coccoli, ricorda che al tempo del regime militare la sparizione degli oppositori era un metodo repressivo molto efficace, perché non comportava responsabilità evidenti delle forze governative, visto che le sparizioni erano attuate e gestite da invisibili gruppi paramilitari. Solo la straordinaria e intelligente protesta della “madres” di Plaza de Mayo – con le marce settimanali – avrebbe messo in difficoltà il regime e portato la vicenda all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.
Che c’entra tutto questo con la vicenda attuale dei migranti? C’entra, dice Calamai, perché oggi i governi europei hanno delegato ad altri il compito di far sparire mediaticamente i migranti, che hanno smesso di affacciarsi sulla costa di Lampedusa (e quindi sugli schermi delle nostre tv all’ora del telegiornale) grazie all’intervento, a seconda dei casi, di eserciti statali, milizie private, polizie, guardie costiere di paesi terzi.

In Libia, come ormai è chiaro, stiamo pagando fior di milioni di euro a capi  villaggio, signori e signorotti della guerra, trafficanti di esseri umani per trattenere gli aspiranti all’emigrazione in centri di detenzione dove si pretenderebbe di chiudere persone innocenti ma “nel rispetto dei diritti umani”, secondo  la fasulla retorica corrente (e qui è consigliabile vedere il film “L’ordine delle cose” di Andrea Segre per capire di che cosa stiamo realmente parlando).

 

Siamo alla delocalizzazione della tortura. Questo lavoro sporco è lontano dai nostri occhi ma nessuno può fingere di non sapere.
“Oggi”, dice Calamai, “i governi creano le condizioni politiche ed economiche legali, commissive e omissive” affinché si arrivi all’eliminazione dei migranti dalla scena. Precisa Calamai: “Mi riferisco ai paesi che fanno parte della Nato e dell’Unione europa. Sono questi i protagonisti che hanno poi come manovalanza ed esecutori i governi poveri della sponda africana. Ma i protagonisti ‘intellettuali’, ripeto, di questa linea politica di morte, di massacro cercato e voluto, sono i governi europei e membri della Nato. Stiamo vivendo un periodo paragonabile a quello di fine anni ’30, quando non esisteva ancora il termine genocidio, per cui si poteva fare qualcosa che non era un delitto, un reato internazionale”.
lordinedellecose-1La chiusura delle porte ai migranti con la mano libera lasciata al governo turco, ai governi e alle milizie della Libia, per non parlare degli accordi stretti in altre zone calde nei luoghi di partenza, implicano necessariamente abusi, violenze e morte per migliaia e migliaia di persone, ma tutto avviene lontano da occhi indiscreti: dal Mediterraneo sono state allontanate anche le navi delle Ong e può succedere che un barcone vaghi alla deriva per sette giorni senza che nessuno faccia niente…
Ma tutti sappiamo. Come nella Germania degli anni ’30 l’istituzione di campi di detenzione per oppositori e indesiderati non fu un mistero, così tutti noi – governanti e cittadini – sappiamo bene che è stata presa la decisione di negare opportunità, speranze, diritti e spesso anche la vita a persone che altro non chiedono se non di avere un’opportunità di vita in Europa e nel Nord del mondo, lontano dalla miseria, dalla guerra, dalla desertificazione.

 

Il protagonista del film di Andrea Segre, quando incontra una ragazza in un centro di detenzione libico e ne coglie per intero l’umana disperazione, sembra concedersi la possibilità di seguire la via che la morale gli detta, ma poi decide di non farne niente. Rinunzia, con una semplice telefonata, a salvare la ragazza, e va a sedersi nella sua confortevole casa per una serena cena in famiglia, come se nulla fosse.

 

Quella scena è la metafora dell’Italia di oggi.

Politiche Disumane / 2 – La lettera di Msf e le spiegazioni che non spiegano

8 settembre 2017

Medici senza frontiere rivolge a Paolo Gentiloni e altri capi di governo europei un’accorata, dettagliata, drammatica lettera aperta sul trattamento violento e inumano riservato ai detenuti nei campi di prigionia libici, chiedendo di salvare vite, anziché di aumentare – con le politiche di respingimento – il numero delle vittime e, con esso, il business dei mercanti di uomini, che lucrano sulla sorte inflitta ai mancati-migranti (qui c’è domandarsi se i mercanti di uomini siano solo i trafficanti, che peraltro si giovani dell’assenza di canali legali di ingresso in Europa…)

Msf: “I governi europei alimentano il business della sofferenza in Libia”libia.jpg

A questa lettera Paolo Gentiloni risponde con toni curiali e parole di rassicurazione che di fatto ignorano la denuncia di Msf; parole utili solo a salvare la coscienza di chi è disposto ad accettare le acrobazie verbali e le vacue spiegazioni che nulla spiegano e nulla dicono su ciò che Msf denuncia.

Il blocco degli arrivi dalla Libia e il ruolo di controllo del mare affidato alla guardia costiera  di quello stato-non stato comportano un aumento delle sofferenze per migliaia e migliaia di persone, cui vengono negati – nella piena consapevolezza di tutti – i più elementari diritti umani.

Siamo di fronte a una guerra ai migranti che si pretenderebbe di mascherare come “contrasto ai trafficanti di esseri umani”.

«L’allarme umanitario non solo lo condividiamo ma è uno dei nostri impegni maggiori da molto tempo», ha affermato da Praga il premier Paolo Gentiloni. «Mi auguro – ha aggiunto – che gli sviluppi che abbiamo avuto in queste settimane con le autorità libiche ci consentano di chiedere e forse anche ottenere condizioni umanitarie che sei mesi fa neanche ci sognavamo di chiedere». Il premier ha tuttavia esortato ad evitare di «mettere in contraddizione l’impegno per le condizioni umanitarie con l’impegno che quotidianamente portiamo avanti per contrastare i trafficanti di esseri umani e ridurre i flussi»: chi lo fa, ha ammonito Gentiloni, «non va nella direzione giusta».

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