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Che cosa ricordo di Genova G8? Ricordo tutto. Dobbiamo ricordare tutto

19 luglio 2019

Sono passati 18 anni dal G8 di Genova e mi hanno chiesto che cosa ricordo. Che cosa ricordo? Ho risposto che ricordo tutto. E che tutti dovremmo ricordare, perché in quei giorni del luglio 2001, oltre a tutto il resto, ci hanno portato via una straordinaria opportunità di crescita civile e di cambiamento politico. È stato un momento di svolta (non in meglio) per il nostro Paese. Perciò ricordo tutto.

 

Ricordo la giornata del 20 luglio trascorsa in redazione a Bologna mentre in tv passavano le immagini del corteo, degli scontri, la notizia dell’uccisione di Carlo Giuliani in piazza Alimonda; ricordo lo stato d’ansia ma anche di curiosità per la partenza dell’indomani mattina; il treno speciale preso prima dell’alba a Imola; la gente, tanta gente, sul treno e i dubbi su quello che avremmo trovato, dopo la tragedia di piazza Alimonda; l’arrivo alla stazione di Quarto, perché le stazioni centrali erano chiuse; il clima positivo e fiducioso, nonostante il dolore per l’omicidio di Carlo.

ghate-38-1024x705Ricordo la camminata per raggiungere il centro città, passando per strade vuote, senza auto, in un silenzio inaspettato; l’arrivo in via Battisti, alla scuola Diaz-Pascoli, e l’incontro con amici e colleghi al centro stampa; la discesa verso il corteo, di passaggio per il lungomare; una massa enorme di persone sotto il sole; l’incontro con Olga, un’amica arrivata da Milano; il corteo che non va avanti né indietro, per via delle prime azioni del Black Bloc; una ragazza bionda vestita di nero che passa in mezzo alla gente e raggiunge la testa del corteo, anzi il gruppo che se ne è distaccato; i fumi in lontananza; tanta, tanta gente; Enrico Deaglio che a un certo punto incrocio; ricordo la confusione, i lacrimogeni, la gente spaventata che comincia ad arretrare e a muoversi verso il mare, sul nostro fianco sinistro; è la polizia che carica; la confusione che mi fa perdere contatto con Olga e con l’amico che l’accompagnava; ricordo la paura e la voglia di togliersi dai guai; la scalinata che imbocco a fatica, nella ressa, per abbandonare il lungomare; il lungo giro per le vie deserte della città, vagando senza meta, senza conoscere la città; gli sbarramenti, le improvvisate barricate formate con i cassonetti dell’immondizia; le strade vuote, le piazze vuote; qualcosa che brucia davanti a un sottopassaggio vicino alla stazione Brignole; un gruppo di agenti della polizia che avanza lungo una strada battendo i manganelli sugli scudi, con un rumore sinistro e minaccioso; la marcia indietro per non incrociarli.

Ricordo piazza Alimonda, i fiori, gli oggetti, i messaggi, la sciarpa della Roma a coprire il sangue lasciato da Carlo; il piazzale vicino allo stadio pieno di pullman; gli amici che mi chiamano al telefono preoccupati per quel che vedono in televisione; la ricerca lilliput-mani-biancheaffannosa di acqua e cibo, con i bar tutti chiusi; i piedi che cominciano a far male; la gente che sciama per le strade, il corteo che si dev’essere sciolto; Olga che mi chiama e mi dice che sta ripartendo per Milano; ricordo il ritorno alla Diaz, al centro stampa, a riprendere lo zaino; il ragazzo che mi indica un posto in cui dormire, la scuola di fronte, la Diaz-Pertini; gli stand di piazzale Kennedy dove trovo finalmente da mangiare; ricordo la stanchezza; il ritorno, ormai è buio, alla Diaz, e tanta gente in via Battisti che parla, che beve, che si riposa; ricordo la sensazione che una giornata difficile, anche incomprensibile, è finalmente conclusa.

Ricordo i sacchi a pelo, gli zaini, le persone nella palestra della scuola Diaz-Pertini che parlottano; quelli che già dormono, per terra; il mio zaino nell’angolo a sinistra; il sonno che arriva presto; ricordo i rumori che mi svegliano; l’ingresso degli agenti, di corsa, urlando; le persone con le mani alzate che dicono, nemmeno urlando semmai implorando “no violence”; gli agenti che corrono, urlano e picchiano, a calci e colpi di manganelli tutti quelli che si trovano di fronte; ricordo gli agenti che arrivano nella mia direzione; due di loro che prendono a calci in faccia la ragazza seduta vicino a me; ricordo i due agenti che mi prendono a manganellate; i colpi spaventosi che mi arrivano sulle braccia, fortissimi, mentre mi riparo la testa; le braccia sanguinanti, deformate, gonfiori che sembrano palline da ping pong sotto la pelle; ricordo il sangue che scorre sugli avambracci e sotto le ginocchia; il dolore che mi impedisce di muovermi; gli agenti che picchiano altre persone; le grida di paura e di dolore; i pianti; l’agente con la camicia bianca che torna verso di me e mi riempie di botte sulla schiena, mentre sono adagiato a terra e tento di proteggermi la nuca; ricordo gli agenti che ci minacciano; la gente che piange; io che mi sposto strisciando alla parete di fronte, per eseguire l’ordine di radunarsi su quel lato; ricordo la gente che piange e dice mamma mamma; il ragazzo in crisi epilettica; la ragazza che mi consiglia di togliermi la maglia per tamponare una ferita sul braccio; io che non riesco a togliermi la maglia per il dolore al torace; ricordo il tempo che non passa; l’infermiere che arriva a mani nude e non sa da dove cominciare; il medico che separa i feriti più gravi dagli altri; le barelle che cominciano a caricare e portare via i feriti; il medico che dice di me: questo ha tutte e due le braccia rotte; ricordo l’infermiere che mi stecca le braccia con i cartoni rigidi di due quadernoni; ricordo la barella che mi porta fuori; l’agente con la camicia bianca che chiede all’infermiera dei guanti di lattice per non sporcarsi le mani con il sangue altrui; la gente al cancello che urla; gli agenti che fanno cordone; l’elicottero assordante sopra le nostre teste.

scuola_diaz_genova_irruzioner439Ricordo l’ambulanza che mi porta in ospedale; le mie prime telefonate agli amici; il corridoio del pronto soccorso pieno di lettini; i medici che mi tolgono gli abiti e scoprono le ferite, gli ematomi; le radiografie; i punti che mi ricuciono le ferite; ricordo l’arrivo all’alba nella camera d’ospedale; i poliziotti che mi aspettano e mi dicono che sono in stato d’arresto ma non sanno dirmi perché; ricordo la disperazione; i poliziotti che parlano con me e sembrano stupiti; le batterie del telefono che si scaricano; i colleghi che vengono a trovarmi, anche se non potrebbero; i medici che mi visitano; le ore che non passano; il Corriere della Sera che racconta la mia storia e dice che sarò portato in carcere; ricordo gli agenti che mi sorvegliano anche in bagno; io che supplico i medici di non mandarmi in carcere; Arnaldo che viene portato nella mia camera; lui che conciona, con un braccio e una gamba rotti, sulla grande partecipazione ai cortei; gli agenti che ridono; il poliziotto di Bologna che conosce il mio collega che fa la nera; ricordo i magistrati che arrivano a interrogarmi; le strane domande che mi fanno: ha visto delle bombe molotov sopra un tavolo all’ingresso della scuola?; ricordo il terrore d’essere portato in carcere; l’agente che porta l’ordine di scarcerazione; i poliziotti che lasciano la camera; la signora che in piena notte è ancora sveglia e mi presta un caricabatterie; ricordo la telefonata per dire che mi hanno liberato; gli amici che da Milano vengono a prendermi per riportarmi a casa.

Di Genova 2001 ricordo tutto perché Genova stava cambiando molto, se non tutto. E molti altri, forse tutti quelli che si trovarono a Genova in quei giorni potrebbero raccontare quel che fecero, quel che videro, quel che subirono fino nei minimi dettagli, tale fu il trauma personale e collettivo. Un movimento competente e creativo fu fermato, anche se non distrutto, in quella calda estate del 2001. Non era troppo tempo fa ed è giusto ricordare tutto perché vorrebbero farci credere che siamo alla fine della storia, che la navigazione di piccolo cabotaggio è l’unica possibilità che abbiamo. È bene ricordare tutto, fino nei minimi dettagli, anche la parte più dolorosa di quei giorni, perché viviamo nel Paese della menzogna e dell’oblio e invece il futuro ha bisogno di poggiare sul meglio avvenuto in passato, pur senza dimenticare il peggio. Un movimento popolare è stato soffocato nel sangue e questo non si può perdonare, perché il Paese è stato spinto alla rassegnazione e alla mediocrità e la violenza delle istituzioni è stata proposta -e da molti accettata- come una soluzione. Ma dobbiamo ricordare ogni minuto che meno di vent’anni fa si è pensato di fare insieme, in tanti, con intelligenza, superando le frontiere, qualcosa di importante per il bene comune. È accaduto e quindi accadrà di nuovo. Dobbiamo ricordare tutto perché non è vero che la storia è finita.

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Il confine che “profughizza” il mondo

8 luglio 2019

L’anno scorso don Massimo Biancalani, parroco a Vicofaro in provincia di Pistoia, entrò nel mirino dei militanti della xenofobia per una fotografia postata sui social network. Lo scatto ritraeva un gruppo di ragazzi richiedenti asilo, ospiti della parrocchia, durante una giornata trascorsa in piscina. I ragazzi in quella foto sorridevano, parevano distesi, quasi felici. Tanto bastò per scatenare i professionisti dell’odio in rete: che razza di profughi erano mai quelli, sorridenti e allegri? E come osava il prete provocare mostrando un’immagine così? Per la parrocchia di Vicofaro fu l’inizio di un calvario, fra messe presidiate dall’estrema destra, sospetti diffusi fin dentro le istituzioni, ostacoli e vessazioni fin lì sconosciuti.ko.jpg

Don Biancalani, inevitabilmente, è diventato anche un simbolo dell’Italia democratica e aperta al mondo, ma il punto è che tutto è nato da una violazione di una regola non scritta: la profughizzazione del profugo. Chi fugge dal suo paese e cerca riparo altrove è chiamato a rispettare un cliché: dev’essere sofferente, sottomesso, privo di volontà propria. Altro che bagni in piscina.
L’episodio di Vicofaro viene in mente leggendo “Io sono confine” di Shahram Khosravi (Elèuthera, pagg. 238, 18 euro), una straordinaria opera di auto-etnografia, cioè il racconto-riflessione dell’autore, emigrante dall’Iran, violatore di confini, infine profugo in Svezia, ora professore di Antropologia all’Università di Stoccolma. E’ più di un romanzo, questo libro, e più di un saggio al tempo stesso: le sobrie citazioni di autori e libri accompagnano la narrazione, senza intralciarla e tanto meno snaturarla, in una singolare fusione di racconto-verità e approfondimento sociologico.
Khosravi, fra tante altre cose, insiste sul confine che attraversa la mente delle persone, dicendo che è il confine più pericoloso, perché inchioda le persone dentro rigidi modelli. E’ così che avviene  la trasformazione dello status di profugo da categoria giuridica a identità. “Il mio corpo – spiega Khosravi – veniva sottoposto a esami medici e io stesso venivo trattato a tutti gli effetti come un bambino incapace di decidere cosa è meglio per lui”. E’ il processo di “profughizzazione”, la costruzione del cliché della vittima, lo stereotipo che causa cortocircuiti come quello di Vicofaro. Dovremmo pensare alla “profughizzazione” ogni volta che i poteri pubblici immaginano soluzioni per il “problema migranti”: raramente la loro voce è presa in considerazione, raramente si considera che si tratta di persone in grado di prendere decisioni, esprimere volontà, collaborare alla ricerca di percorsi credibili di vita.
io-sono-confine-COVER__.jpg“Io sono confine” getta fasci di luce su tutte le zone d’ombra del percorso di emigrazione. Racconta i difficili momenti della partenza, le lacerazioni familiari, la scoperta delle zone grigie delle città in cui vivono gli aspiranti all’espatrio clandestino, la corruzione endemica delle guardie e dei funzionari di frontiera, la vita-non vita a volte lunga molti anni di chi attende la volta buona per tentare il passaggio di frontiera. Visto da vicino, anzi da dentro, il mondo dei profughi è assai diverso da quel che appare se osservato dall’esterno. Lo stesso concetto di “trafficanti di uomini” o di “coyotes” (come sono chiamati al confine Messico-Usa), è molto meno nitido di quanto sembra, dice Khosravi, che ha passato numerosi confini pagando la polizia, facendo carte false, affidandosi a passeurs, vivendo nei non-luoghi delle città – di solito vicino a stazioni e aeroporti – dove gli aspiranti all’emigrazione si raccolgono, sopravvivono, raccolgono informazioni, si procurano documenti falsi, tentano vie di passaggio.
Il racconto è appassionante e illuminante, pieno di sorprese e anche di dolore: dolore per chi non ce la fa, per chi resta per anni bloccato senza riuscire ad andare avanti e non potendo tornare indietro; dolore per la constatazione che il confine è una ghigliottina per le donne, obbligate pressoché ovunque a pagare il prezzo dello stupro (Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa ora deputato europeo, ha detto in una recente conferenza che tutte, tutte le donne da lui visitate in tanti anni di accoglienza dei profughi hanno subito violenza sessuale); sorpresa, ad esempio, per la descrizione di come cresce, in chi si muove, la vergogna per non avere i documenti a posto, tramite un meccanismo di interiorizzazione della disapprovazione sociale, disapprovazione ormai sfociata nella Fortezza Europa e in tutto il mondo ricco in un’aperta criminalizzazione della migrazione dai paesi poveri.
La storia di Khosravi è eccezionale per l’intera sua vicenda biografica e perché il profugo-antropologo è scampato miracolosamente alla morte: il serial killer svedese passato alla storia come “uomo laser” gli sparò in faccia, in quanto studente straniero (la storia del killer è raccontata nel bellissimo “L’uomo laser” di Gellert Tamas, pubblicato da Iperborea nel 2012). Shahram è sopravvissuto anche a questo e ha potuto proseguire la sua avventura umana. Un importante approdo della sua riflessione riguarda il ruolo stesso dei confini nella società moderna: gli Stati nazione sono tuttora la forma dominante di organizzazione sociale e stanno definendo una nuova forma di cittadinanza attraverso la “criminalizzazione dei non-cittadini indesiderati”.

Si va definendo così una cittadinanza ideale, del tutto irrealistica e fittizia (un inesistente mondo di autoctoni culturalmente omogeneo) ma che mette a nudo la fragilità di tutto il sistema dei diritti umani e quindi la debolezza delle democrazie contemporanee. Le “vite esposte alla morte”, quelle dell’umanità in viaggio, servono a circoscrivere il campo dei meritevoli di diritti e a svuotare dall’interno il principio di uguaglianza. Potremmo dire che stiamo assistendo a una profughizzazione delle democrazie occidentali, cioè a una loro limitazione per mezzo della criminalizzazione di chi tenta di emigrare dai paesi poveri a quelli ricchi.
Khosravi sembra in sintonia con Donatella Di Cesare quando la filosofa – in “Stranieri residenti” (Bollati Boringhieri 2017) – sostiene che lo “jus migrandi”, il diritto di emigrare, è la nuova frontiera dei diritti del nostro secolo, come un tempo l’abolizione della schiavitù fu la frontiera dell’idea di uguaglianza fra le persone. Khosravi scrive che “guardare la storia dal punto di vista degli sconfitti predispone a una filosofia in grado di organizzare il pessimismo” e conclude così: “Anche questo libro si è mosso lungo le linee tracciate dal pessimismo organizzato, evocando il ricordo dei miei antenati sconfitti: gli apolidi, gli schiavi, gli ebrei, i palestinesi, i rom, i rifugiati, i migranti e tutti coloro che sono stati costretti a essere il confine”.

La memoria è un mostro che deve farci pensare

25 giugno 2019

Questo intenso libro di Yishai Sarid (“Il mostro della memoria”, edizioni e/o, pp. 135, 15€) tocca un tema delicato e importante, l’uso politico ma anche sociale e popolare della memoria storica. Riguarda Israele e la Shoah, ma offre uno sguardo che va oltre la specifica vicenda della distruzione degli ebrei in Europa. L’io narrante del libro è un mancato diplomatico, storico di formazione, che si ritrova a fare da guida ai campi di sterminio nazisti in Polonia: Auschwitz, Sobibor, Treblinka… Inizialmente questa professione è un ripiego, poi il protagonista diventa uno specialista. Conosce in profondità la storia di ogni singolo lager, è un istruttore perfetto per le scolaresche che da Israele sono inviate a conoscere quei luoghi.
“Il mostro della memoria” è un libro prezioso perché Sarid osa affrontare aspetti taciuti e scomodi delle politiche della memoria. In un crescendo di dubbi e di sofferenza, la guida pone le domande più difficili ai suoi interlocutori, fra una visita a un crematorio e il racconto di come i prigionieri venivano divisi al momento dell’arrivo: di qua i destinati all’annientamento immediato, di là i pochi da stroncare attraverso il lavoro.

cover_9788833570631_2760_492“Guardatevi”, dice a un gruppo di ragazzi, “e guardate i vostri compagni, cosa siete? Pezzi di carne. Avete mai cucinato una bistecca? Qui è stata cancellata l’illusione chiamata uomo”. E ancora domanda: che avreste fatto voi di fronte alla possibilità di allungarvi la vita entrando in un sommerkommando, formato da prigionieri addetti a ripulire le camere a gas dai cadaveri e avviarli ai forni? E sapevate che in un campo come Treblinka il personale addetto allo sterminio contava non più di trenta tedeschi, oltre a 150 ucraini e 600 ebrei?
Difficile assolversi con certezza. Difficile emettere sentenze senza appello su chi ha dovuto affrontare dilemmi di vita o di morte. Difficile affrontare la memoria con animo tranquillo, al fine di rassicurarsi nelle proprie convinzioni. A un certo punto un gruppo di ragazzi è interpellato su qual è l’insegnamento tratto dalle visite nei lager e un ragazzo dice la sua verità: per cavarsela, risponde, bisogna essere un po’ nazisti, perché è tutta questione di rapporti di forza e non si può evitare il rischio di uccidere innocenti (il riferimento è alla Israele di oggi e  al nemico terrorista, chiaramente palestinese).
La domanda che Sarid ci invita ad affrontare è solo in apparenza ovvia e quindi richiede risposte impegnative: che cos’è e a che cosa serve la memoria? In una scena del romanzo, la nostra guida è chiamata a fare da guida a un ministro israeliano, che arriva trafelato nel lager, ascolta distrattamente le informazioni storiche e punta subito alla photo-opportunity gestita dal suo ufficio stampa. E’ quello che gli interessa: esibire la sua adesione alla memoria storica, omaggiare le vittime della Shoah ma senza perdere troppo tempo.

La politica delle memoria è spesso (forse soprattutto?) anche questo, in Israele e altrove: un’occasione formale e retorica di omaggio a un passato tragico o glorioso, a seconda dei casi; una conferma e un accreditamento tanto ovvio quanto superficiale.
“Il mostro della memoria” è un invito a ripensare la relazione che abbiamo con le glorie e le tragedie del nostro passato, un ripensamento che può essere doloroso e sgradevole. Forse deve essere doloroso e sgradevole, perché una traccia degli orrori del ‘900 è rimasta dentro di noi, inquina il nostro senso comune, quando – addirittura – non è materia di revanscismi e revisionismi, al servizio delle moderne politiche di odio e di sopraffazione.

“Il mostro della memoria” è un libro da leggere pensando (anche) alla nostra Resistenza, alle stragi e ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, al nostro calendario civile, a ciò che intendiamo per antifascismo. Al mostro delle memoria che attende d’essere affrontato ed esplorato in tutti i suoi risvolti.

Cambiare l’Italia camminando

8 giugno 2019

In una stagione segnata dalla violenza (verbale e non solo verbale), mentre ci sentiamo immersi in un clima di risentimento e di odio impossibile da accettare, siamo tutti in cerca di fari che irrompano nella notte e di approdi accoglienti. A Firenze, domenica 9 giugno, si è messo in marcia un gruppo di cittadini che prova a farsi “fiammifero che si accende vicino ad altri fiammiferi, fino a formare una piccola costellazione”, secondo le parole di Antonio Moresco, lo scrittore che ha ispirato Repubblica Nomade, l’associazione che organizza quest’anno il cammino dalla fiorentina piazza Santa Croce al colle dell’infinito a Recenati, passando per Assisi. Venti giorni a piedi “nel cuore d’Italia”, sulle tracce delle più nobili e più profonde tradizioni del nostro paese, incarnate da tre figure chiave della cultura nazionale: Dante, Francesco, Leopardi. “Il nostro paese”, dice Moresco, “è stato una guida quando ha aperto gli orizzonti e inventato qualcosa di nuovo”. 

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8 giugno ’19: Antonio Moresco alla presentazione del Cammino Firenze-Assisi-Recanati

E’ il nono cammino di Repubblica Nomade e come tutti i precedenti è stato scelto per dire “cose urgenti e brucianti” con il gesto più semplice e anche più intenso del corpo umano: camminare. Si cammina per riflettere, per scoprire e riscoprire luoghi importanti della nostra storia collettiva, per intessere relazioni, per testimoniare con il proprio corpo una volontà, un desiderio, un’opposizione. Repubblica Nomade ha camminato da Milano e Scampia “per cucire fisicamente l’Italia” quando la si voleva dividere; da Parigi a Berlino “per gli Stati uniti d’Europa ma di un’altra Europa”; da Trieste a Sarajevo per ammonire sui rischi di guerra ancora incombenti, unendo la Risiera di San Sabba, il lager allestito dai nazisti nel capoluogo giuliano, e la città bosniaca che fu all’origine della prima guerra mondiale e poi teatro di un lungo tragico assedio durante la guerra jugoslava degli anni ’90.

“Quest’anno”, dice Moresco, “siamo tornati in Italia perché sentiamo il bisogno di ricongiungerci all’esempio che ci è venuto da tre grandi figure del nostro passato, uomini di grande apertura al mondo. Concluderemo il cammino al colle dell’Infinito proprio perché abbiamo bisogno di aprire e non di chiudere, abbiamo bisogno di infinito”.

I pellegrini lungo il cammino incontreranno altre persone e altre figure storiche; saranno testimoni, paese per paese, di un modo di intendere la convivenza opposto alla retorica del rancore e al metodo dell’invettiva oggi dominanti nel discorso pubblico. “Quest’anno”, dice ancora Moresco, “pensiamo di introdurre una novità: dei piccoli comizi nelle piazze che attraverseremo. Leggeremo brani di Dante, Francesco e Leopardi che sembrano scritti oggi. Sono testi che fanno scoppiare le coscienze”.

Il cammino diventa dunque una singolare azione politica nella  quale mente e corpo interagiscono fra loro: la fatica dei passi sotto il sole non annebbia e anzi stimola la riflessione. La distanza dai luoghi comuni (reali e metaforici) della vita quotidiana aiuta a proporre pensieri non comuni.  Pensieri dei quali potremo tutti fare tesoro. 

Se il ministro prende di mira un giudice

5 giugno 2019

Quando un ministro prende di mira un giudice per una sentenza considerata avversa, è necessario alzare le antenne per ovvie ragioni di etica e sostanza costituzionale: sono in ballo l’indipendenza della magistratura, l’equilibrio fra poteri dello stato, la qualità dei rapporti interni alle istituzioni. Se poi l’attacco è personale, reiterato e decisamente sopra le righe, diventa necessario reagire e non accantonare l’episodio come uno dei tanti eccessi della strabordante (e squalificata) comunicazione politica di questi tempi.

La giudice finita nel mirino del ministro dell’Interno è Luciana Breggia, dall’agosto 2017 (tenere a mente la data) presidente della neonata Sezione specializzata per l’immigrazione e la protezione internazionale al tribunale di Firenze. Il casus belli è del 28 maggio scorso, quando il tribunale di Firenze, in composizione collegiale (tenere a mente il dettaglio), rigetta il reclamo del ministero dell’Interno contro la decisione di un giudice che aveva autorizzato un cittadino somalo, richiedente asilo, a presentare domanda di iscrizione all’anagrafe del Comune di Scandicci. Per il ministero l’iscrizione anagrafica andava negata, a norma della recente legge Salvini sulla sicurezza. Secondo i  tre giudici del tribunale (Luciana Breggia, Luca Minniti, Federica Samà) il ministero non aveva  titolo a presentare reclamo, non avendo partecipato al giudizio di primo grado. Dunque, una decisione sostanzialmente tecnico-procedurale.

Tanto è bastato a scatenare il ministro dell’Interno, due giorni dopo: “La democrazia è bellissima”, scrive Matteo Salvini il 30 maggio, “invito questo giudice a candidarsi alle prossime elezioni per cambiare le leggi che non condivide. Ma mi aspetto che un magistrato applichi le norme, anziché interpretarle”.  “Questo giudice” è uno dei tre del collegio, appunto Luciana Breggia, messa all’indice con quattro – diciamo così – capi di imputazione: “E’ stata relatrice”, scrive il ministro, “di una sentenza contro il ministero dell’Interno, parla di ‘deumanizzazione delle migrazioni’, va a dibattiti con le Ong e presenta libri schierati contro respingimenti e porti chiusi”.

luciana-breggiaCe ne sarebbe abbastanza, sia per l’affermazione sui giudici che devono applicare e non interpretare le leggi, quando l’interpretazione delle norme è proprio l’attività specifica della funzione giudicante, sia per il carattere personale e vagamente intimidatorio dell’affondo contro Luciana Breggia.

Sarebbe abbastanza, ma c’è un secondo tempo, quando si scopre che un cittadino pakistano, arrestato a Viterbo con l’accusa di violenza sessuale su due minorenni, aveva ottenuto la protezione umanitaria grazie a una sentenza del Tribunale di Firenze dell’aprile 2017.  La Sezione specializzata non era ancora nata e la  dottoressa Breggia a quel tempo si occupava di tutt’altro (diritti reali e locazioni), ma al ministero dell’Interno non vanno per il sottile e chiamano nuovamente in causa la giudice, con nuovi dettagli – giudicati evidentemente riprovevoli  – sulle sue attività. Stavolta il ministero specifica (un’altra volta) che “la dottoressa Breggia ha partecipato a dibattiti con le Ong, ha presentato un libro contro i respingimenti e i porti chiusi” e  aggiunge un nuovo capo d’accusa: “In un dibattito sul tema ‘Migranti alla frontiera dei diritti. Una questione storica, giuridica e culturale’ ha sostenuto che nessuno è clandestino sulla Terra“.

Ciascuno giudichi sulla forma e la sostanza di quest’attacco personale, dal quale possiamo intanto trarre alcune provvisorie considerazioni. Uno: il ministero dell’Interno ha abbattuto le barriere della grammatica istituzionale, puntando il dito contro un singolo giudice, come mai si dovrebbe fare secondo l’etica costituzionale. Due: lo stesso ministero passa con disinvoltura da uno strafalcione all’altro (la sentenza collegiale e non monocratica; la natura tecnico-formale del giudizio sfavorevole al ministero; il mancato coinvolgimento della giudice reproba in una delle decisione improvvidamente contestate), minando la credibilità dell’istituzione. Terzo: si sta cercando di fare terreno bruciato attorno a chi anima il dibattito su materie sensibili come i diritti della persona, le leggi sull’immigrazione e la sicurezza, indicando come posizioni faziose e attività inopportune la partecipazione a dibattiti, convegni e presentazioni che non siano allineati con le convinzioni dell’attuale ministro dell’Interno. Quarto: un’affermazione ovvia, di sapore evangelico, come “nessuno è clandestino sulla Terra” (in quanto essere umano), diventa “prova” contro la credibilità di una donna delle istituzioni, che ha giurato su una Costituzione che afferma la dignità dell’essere umano. E’ un goffo quanto preoccupante tentativo di capovolgere il mondo. 

Luciana Breggia ha ricevuto in questi giorni la solidarietà e l’apprezzamento di associazioni, professionisti e singoli cittadini: è molto importante, in momenti come questi, far sentire la propria voce e respingere alla radice la logica di sopraffazione e intimidazione che ha ispirato il ministero dell’Interno, raramente – in passato – scaduto (più che caduto) così in basso.

Disobbedienza civile di massa

20 maggio 2019

 

Il gesto del cardinale Konrad Krajewski – la rottura dei sigilli e la riattivazione dell’energia elettrica in un palazzo occupato di Roma – ha riportato all’attenzione di tutti la forza e l’efficacia  delle azioni di disobbedienza civileMolti, è vero, hanno subito sollevato le solite, scontate obiezioni: non è così che si risolvono i problemi, allora chiunque può smettere di pagare le bollette eccetera eccetera.

In realtà il cardinale ha raggiunto il suo obiettivo: non solo l’energia elettrica ora è disponibile, ma il caso del palazzo occupato è entrato nell’agenda politica e si può cominciare a discutere sui possibili interventi. Chi vive nel palazzo è disposto a pagare la bolletta, purché la tariffa sia quella stabilita per le abitazioni e non per le aziende; i proprietari del palazzo vorranno la disponibilità del palazzo ma c’è da tener conto delle famiglie che vi hanno trovato rifugio e tocca alle autorità politiche trovare una via d’uscita; insomma, il caso è posto. Il cardinale, dal canto suo, ha agito in modo esemplare: ha lasciato vicino ai sigilli violati il biglietto da visita ed è pronto a sostenere le conseguenze legali del suo gesto. In perfetta linea con l’etica della disobbedienza civile.

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A Londra, intanto, non sono passati inosservati i sit-in di Exinction Rebellion (in sigla XR), movimento che si batte sul tema dei cambiamenti climatici, e ha disturbato, grazie a centinaia di attivisti, le normali attività della Borsa e la vita urbana, occupando incroci e piazze, listando a lutto le insegne di alcune grandi corporation. Il tutto sopportando le conseguenze del caso: soprattutto fermi di polizia. E’ stata una protesta nonviolenta, coordinata, ripetuta, chiara nelle motivazioni e nelle richieste, una protesta che continuerà. Extinction Rebellion, col suo stile pulito e nonviolento, sta facendo breccia.

Nei giorni scorsi il parlamento britannico ha dichiarato solennemente lo “stato di emergenza climatica”, come  richiesto da Extinction Rebellion: non è un atto impegnativo per il governo britannico, ma un primo segno che l’agenda politica sta cambiando.  

I media italiani hanno seguito con distrazione l’esperienza di XR, ma non è escluso che il movimento faccia proseliti  anche nel nostro paese: il 24 maggio è in programma una mobilitazione internazionale del movimento sui cambiamenti climatici (in testa i ragazzi di Fridays for future) e sarà una buona occasione per capire se sta davvero cominciando una nuova stagione di disobbedienza civile di massa. Sarebbe necessario. 

Serve ancora l’antifascismo?

24 aprile 2019

L’onda illiberale che attraversa l’Europa, le violenze verbali della politica, il ritorno dei muri, la xenofobia e il razzismo risorgenti e infine anche venature nostalgichetout courthanno riaperto la discussione sull’attualità del fascismo. E’ un dibattito poco sereno e piuttosto scomposto. C’è chi grida al ritorno del fascismo (in genere attivisti, intellettuali e politici della sinistra-sinistra), chi mette in guardia da un uso semplicistico dell’epiteto fascista (in primo luogo gli storici di professione), chi minimizza e si barcamena e infine chi prova a lucrare consenso politico attorno alle divisioni e alle insofferenze suscitate da ricorrenze simboliche come il 25 aprile.

Buona parte della discussione – diciamolo subito – è viziata da ambiguità e fraintendimentiattorno a parole e concetti. Se la domanda è “Sta tornando il fascismo?” hanno probabilmente ragione gli storici a precisare che sembra assai improbabile il ritorno di un partito unico, di un duce, della censura, di un nazionalismo militarista, insomma dei tratti salienti del fascismo storico. In molti casi, però, l’allarme-fascismo è lanciato per denunciare fenomeni attuali come la xenofobia e il razzismo istituzionali, il neo nazionalismo (chiamato sovranismo), la tentazione autoritaria che sembra sedurre le democrazie: in questo caso gli storici insistono a dire che la nozione di fascismo non aiuta a capire e anzi rischia di impoverire l’analisi; possiamo accogliere anche questa obiezione, a patto di non perdere di vista l’affinità culturale e politica fra questi fenomeni “nuovi” e certe fasi storiche del passato, inclusi i regimi fascisti o autoritari, insomma quella linea di continuità che rende fragili le democrazie europee.

25-aprile-2Probabilmente, tuttavia, il punto vero è un altro eriguarda soprattutto l’altro versante della discussione, ossia l’antifascismo. Sia i minimizzatori (quelli che… ma quale ritorno del fascismo), sia i puntigliosi (quelli che… il fascismo storico era un’altra cosa) tendono a concordare sul fatto che anche l’antifascismo è un’ingombrante eredità del passato, ormai in via di esaurimento. L’eclisse dell’antifascismo avrebbe almeno due motivazioni: primo, il tramonto delle ideologie novecentesche, con conseguente “laicizzazione” della politica, non più ancorata alle traumatiche esperienze del “secolo breve”; secondo, quasi tautologico, la inattualità del fascismo (di cui abbiamo detto sopra) renderebbe automaticamente inattuale anche l’antifascismo. Potremmo definire questa visione delle cose anti-antifascismo.

Di tutt’altro avviso sono gli antifascisti-antifascisti: quei militanti, intellettuali, semplici cittadini che si sentono animati dal lascito morale e politico di chi combatté il nazifascismo prima e durante la seconda guerra mondiale. In questi ambienti il rifiuto del 25 aprile, l’attacco ai partigiani, l’insofferenza per la memoria della resistenza sono considerati un’offesa alla democrazia. E’ così che il dibattito sui media e in politica si accende e prosegue di ricorrenza in ricorrenza. Alla minimizzazione e al preteso superamento della frattura fascismo/antifascismo si contrappone  la consolidata retorica della resistenza e dell’antifascismo. Sta diventando, questo, un piccolo sport nazionale.

Sono discussioni forse inevitabili, in questa fase storica, ma toccano davvero il cuore della questione? La sensazione è che il dibattito, visto dal lato dell’antifascismo, sia in verità guidato dalla controparte, che ha scelto e definito il terreno del confronto, ossia l’attualità o inattualità dell’antica divisione che portò il nostro paese, fra il ’43 e il ’45, a vivere una guerra civile non dichiarata. L’antifascismo, su questo terreno, gioca sulla difensiva e si trova a ripercorre strade, a ripetere riti, a recuperare slogan magari lodevoli madestinati a incidere poco in termini politici e culturali.

Ci sarebbe – c’è – un’altra possibilità, che ha come punto di partenza una considerazione: la memoria dell’antifascismo e della resistenza (anzi, delle resistenze) è ancora vitale e preziosa perché costituisce uno dei passaggi più significativi della nostra storia, perché in quel frangente una moltitudine di italiani disse no al potere e trovò la forza e il modo di opporsi, sfuggire, ribellarsi. Ci fu chi si oppose con le armi (le bande partigiane) e chi lo fece senza armi: i renitenti, i disertori, chi nascose ebrei e soldati in fuga, chi disobbedì e chi non collaborò, chi diffuse stampa e informazioni proibite, chi organizzò l’opposizione clandestina, chi sabotò e chi scioperò…

Alla fine è questo il messaggio più importante: l’antifascismo e le resistenze ci parlano perché furono pensiero e azione in direzione contraria alla corrente; furono partecipazione; furono fiducia in sé stessi e nei propri simili; furono autonomia di giudizio e anticonformismo. Ecco perché parliamo di cose attuali. Che lo chiamiamo fascismo o in altro modo, che sia un ritorno del passato in altre forme o un fenomeno del tutto nuovo, stiamo vivendo una fase disvuotamento della politica e di svilimento del senso di cittadinanza. Il potere stimola e chiede passività. Spaventa le persone e le divide, colpisce le minoranze e indica nemici, si propone come garante dello status quo a patto che nessuno disturbi.

partigiani_sfilano_per_le_strade_di_milanoUna connessione con il tempo e lo spirito dell’antifascismo e delle resistenze è oggi addirittura indispensabile. Perché a quel tempo gli italiani – o almeno molti italiani – vissero un’esperienza unica e generatrice, in un paese abituato alla sopraffazione dei pochi e alla sottomissione dei molti.  Perché abbiamo bisogno di cogliere e rifiutare le mistificazioni, ad esempio quando si additano nemici di comodo: di volta in volta i migranti, i rom, le “élite”, i “radical chic”, i “buonisti”… Perché abbiamo bisogno di smascherare la logica stessa di produzione del nemico, presupposto necessario per affermare fittizie identità minacciate (di solito espresse con locuzioni come “noi”, “prima gli italiani”, “le nostre tradizioni”, “i nostri valori”…)

Perché abbiamo bisogno di resistere all’onda dell’omologazione e di organizzare le resistenze, sia mentali e d’opinione sia fattuali e di azione collettiva. Dobbiamo (re)imparare a disobbedire, a costruire pensieri nuovi, a leggere il mondo con spirito d’uguaglianza e tenendo conto delle lezioni che ci arrivano dal passato. L’antifascismo non è dunque (solo) dichiararsi antifascisti e additare il fascismo altrui, ma pensare e agire nel presente – per fare qualche esempio non casuale – come se le persone fossero tutte libere di muoversi, come se i muri fossero destinati ad essere abbattuti, come se l’uguaglianza fosse un obiettivo per la vita di ogni giorno. Tutto molto radicale, forse inattuale, per i parametri politici correnti. E tuttavia l’antifascismo è oggi per molti un rito, un’affermazione, uno stato d’animo, un moto di indignazione. Troppo poco.  

Festeggiare il 25 aprile ha tanto più senso quanto più riusciamo aosare pensieri e azioni di cambiamento, insomma a metterci in sintonia teorica e pratica con un percorso collettivo di giustizia sociale. Che poi è il senso profondo di quel 25 aprile.

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