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Stragi e risarcimenti, la giustizia prova a farsi largo nella storia

24 giugno 2022

Il tribunale di Bologna, chiamato a giudicare un ricorso di un gruppo di familiari delle vittime della strage di Monte Sole (29 settembre – 5 ottobre 1944), ha stabilito che la Repubblica federale di Germania deve pagare dei risarcimenti per le azioni compiute dai militari tedeschi. E’ una decisione che arriva dopo un complicato iter giudiziario, contraddicendo una sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja, secondo la quale la nuova Germania gode di un’immunità di Stato e non deve pagare alcunché per i crimini compiuti dalle forze armate dell’epoca nazista. La Corte costituzionale italiana, nel 2014, aveva giudicato tale sentenza incompatibile con la nostra Costituzione.

QUI IL MIO COMMENTO

Realpolitik contro giustizia internazionale

Perché Camminare l’antifascismo

6 giugno 2022

Camminare domandando, diceva (e dice) il motto dei neozapatisti messicani. Camminare per capire meglio il mondo, camminare per essere presenti al proprio tempo, camminare per cambiare l’ordine delle cose. L’atto del camminare, specie se compiuto insieme con altri e per più giorni e in luoghi altamente significativi, è una forma di meditazione e al tempo stesso di confronto con sé stessi, col prossimo e con la storia, quella con la esse maiuscola. E’ una presa di distanza dalla routine ma anche dai tempi accelerati della vita urbana e di lavoro; è uno spazio di libertà e un’occasione per scendere in profondità. È un atto potenzialmente rivoluzionario.

Perciò un libro che si intitola Camminare l’antifascismo (Edizioni Gruppo Abele, uscito da poco), un libro che ho camminato, meditato e scritto nell’arco degli ultimi anni, è ai miei occhi uno strumento di conoscenza e di riflessione, ma anche, se non soprattutto, di azione. Sì, di azione, perché non si cammina – come abbiamo fatto nell’arco di più estati con il Cammino per la pace – fra luoghi come Monte Sole e Sant’Anna di Stazzema, e quindi lungo la Linea Gotica (che è anche una Linea della Resistenza), senza porsi prima di tutto una domanda, quasi un assillo che diventa una persuasione: a che ci servono, oggi, la memoria della resistenza e delle stragi, il ricordo della seconda guerra mondiale, l’eredità che ci arriva dai partigiani, se non come stimolo ad agire, a cambiare l’ordine delle cose, posto che l’ordine attuale è così iniquo, così pericoloso, così senza futuro, da reclamare cambiamenti radicali, cambiamenti che non possono arrivare se non dal basso, nella prefigurazione attiva – da parte di gruppi e minoranze consapevoli – di una diversa società.

Che cosa può dunque insegnarci ancora l’antifascismo? Come lo stiamo vivendo? E che possiamo imparare dalle esperienze più atroci della seconda guerra mondiale, ossia le innumerevoli stragi compiute dagli occupanti tedeschi e dai loro alleati repubblichini (ma senza tacere dei bombardamenti alleati e altre brutture dei “buoni”)? E’ quello che ci siamo domandati in questi anni, passando fra i ruderi di Cerpiano, Casaglia o San Martino a Monte Sole, attraversando il pianoro sotto Monte Castello dove morirono decine e decine di soldati brasiliani, salendo fino a Monte Belvedere teatro di cruente battaglie, incontrando le storie e il ricordo di figure eccezionali come Giuseppe Dossetti o Antonio Giuriolo, arrivando infine nella conca di Sant’Anna di Stazzema, così integra e così gravata di un lugubre senso di immobilità nel tempo. “L’antifascismo non è un’anticaglia”, dice a un certo punto uno dei personaggi del libro, e l’antifascismo non è nemmeno uno scontato e magari comodo punto di riferimento politico e intellettuale, meno che mai una ritualità. L’antifascismo, oggi, ha senso se ci parla del presente, se ci aiuta a decifrarne i guasti e le potenzialità, se fornisce ispirazione e senso alla nostra azione personale e soprattutto collettiva.

Perciò può capitare, camminando e meditando, che si arrivi a Sant’Anna di Stazzema e si metta in scena una sorta di flash mob, indossando cartelli durante la cerimonia ufficiale – quella coi discorsi, i labari, gli inni (c’è anche “La canzone del Piave” suonata insieme a “Bella ciao” e all’inno nazionale…) – per mettere nero su bianco che la strage del ‘44 fa pensare alle stragi del nostro tempo, a cominciare dal genocidio dei migranti, in atto del mare Mediterraneo per effetto di precise scelte compiute dalle democrazie nate sulle macerie della seconda guerra mondiale; un bel paradosso: la repubblica nata sull’onda della lotta antifascista e partigiana non riesce a far sì che la vita umana sia sempre un fine, da tutelare in ogni dove nella sua dignità, proprio come insegna l’esperienza delle stragi nazifasciste.

E può capitare, visitando i luoghi delle cruente battaglie combattute lungo la Linea Gotica – Monte Castello, Monte Belvedere – di capire davvero fino in fondo perché gli antifascisti e i partigiani abbiano voluto scrivere a chiare lettere nella Costituzione che l’Italia “ripudia” la guerra e contribuito a costruire un sistema di relazioni internazionali (l’Onu, la Dichiarazione dei diritti umani, più avanti la stesa Unione europea) allo scopo di superare il continuo, rovinoso ricorso alle guerre, oggi sempre più distruttive e sempre più inutili, incapaci come sono di portare ai risultati dichiarati da chi le combatte e soprattutto le comincia. Fra Monte Sole e Sant’Anna si attraversano “paesaggi contaminati” – per dirla con Martin Pollack – cioè paesaggi intrisi di sangue e fosse comuni, segnati per sempre dal dolore e dalla morte, e ci si persuade, passo dopo passo, che occorre abbandonare ogni retorica bellica (anche nella versione militar-resistenziale), ogni pensiero eroistico, e calarsi nei panni di chi le guerre le subisce, ben sapendo che tutte le guerre del ‘900 e a maggior ragione del 21° secolo sono principalmente, quasi esclusivamente “guerre ai civili”. I cimiteri bellici, i luoghi dei combattimenti fanno discutere i personaggi di Camminare l’antifascismo sull’umanità di ognuno – anche dei “nemici” – e spingono a pensare che al posto, o in aggiunta, alle consuete lapidi e ai consueti cippi di omaggio/riconoscenza/indignazione (a seconda dei casi) andrebbero collocate installazioni anticelebrative, in grado di esprimere il senso d’orrore, di angoscia, di rifiuto che ogni atto di guerra dovrebbe suscitare.

Dunque si cammina, si parla, si studia e ci si scopre antifascisti esigenti, non disposti a celebrare le glorie passate senza dire (e soprattutto fare) nulla o quasi nulla sugli orrori del presente; si capisce che non c’è niente di ovvio nell’eredità della resistenza e tantomeno nella memoria della guerra e delle stragi. I camminatori protagonisti del libro non sempre sono tutti d’accordo; i dubbi e le piste di riflessione sono più delle risposte: hanno ragione gli zapatisti, si cammina per formulare le domande giuste e mettere a fuoco il senso del proprio stare al mondo. Camminare – politicamente parlando – è al tempo stesso una ricerca, una proposta e un progetto di cambiamento.

Lorenzo Guadagnucci

QUI un’intervista con Radio Città Fujiko

QUI un’intervista con Radio Popolare

Gkn & Fff: giustizia sociale e climatica insieme. Un fatto politico nuovo?

28 marzo 2022

“Insorgiamo”: sotto lo slogan coniato dai partigiani fiorentini nel ’44 e ripreso dagli operai Gkn hanno sfilato a Firenze, sabato 26 marzo, migliaia di persone, chiamate a dare gambe e peso politico a una nuova alleanza fra il mondo del lavoro (la sua parte più avanzata) e i movimenti per la giustizia climatica. La parola d’ordine è “convergenza”, ma si legge trasformazione: del sistema produttivo, degli stili di vita e di consumo, dell’idea di lavoro. Gli operai ex Gkn e i giovani dei Fridays for future, nel convocare la manifestazione, hanno messo in campo un’ambizione: creare un fatto politico nuovo, aprire una nuova stagione politica attraverso la convergenza, nell’alleanza fra generazioni, in un progetto di conversione ecologica dell’economia, della società, della vita. Tutto questo in tempo di guerra, contro la guerra.

Firenze, Piazza Santa Croce, 26 marzo 2022 – John Lennon e Dante

A un certo punto Dario Salvetti -operaio, videomaker e leader sindacale alla ex Gkn- dal palco allestito sui gradoni della chiesa rinascimentale di Santa Croce a Firenze, scandisce a voce altissima il suo atto d’accusa: “Guardiamoci intorno, in che mondo viviamo, e diciamolo con le loro parole: sono una classe dirigente inefficiente, incompetente”. Una classe dirigente, in sostanza, da ripudiare e sostituire. (continua)

L’ARTICOLO PROSEGUE QUI SU ALTRECONOMIA.IT

Firenze, 26 marzo 2022

La pace, l’interventismo, Zelensky, la “no fly zone”: straniamento a Firenze

14 marzo 2022

A proposito della manifestazione “Cities stand for Ukraine” di sabato 12 marzo a Firenze, descritta come “pacifista”, ma che ha avuto come protagonista il presidente ucraino e la sua richiesta di una “no fly zone” che la Nato dovrebbe imporre nel suo paese.

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STRANIAMENTO A FIRENZE (da Altreconomia.it)

Tutti noi proviamo un senso di rispetto e di ammirazione per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, per il suo coraggio, per la sua determinazione. Vive sotto minaccia costante, in un Paese -il suo- invaso da forze militari soverchianti. Attorno a lui, un paesaggio di morte e devastazione. Tuttavia non ci sono solo i sentimenti. Anzi. Zelensky oggi è uno dei protagonisti della scena geopolitica mondiale e la sua voce arriva in ogni dove: nelle piazze, nelle cancellerie, nelle nostre case. Le sue parole contano, sono quelle di un leader politico di rilievo internazionale, pronunciate in giornate delicate e cruciali, e come tali vanno trattate.

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La resistenza civile, il no alla guerra, la ricerca di una via di uscita

7 marzo 2022

Fra i tanti paradossi del non-dibattito sulla guerra in Ucraina e sulle scelte che abbiamo compiuto o stiamo per compiere e su ciò che ne può conseguire (questo aspetto, in particolare, è pressoché inesistente nel discorso pubblico), c’è un piccolo ma rivelatore paradosso. Molti, fra quanti sostengono la necessità di inviare armi da guerra al governo ucraino, fanno un parallelo con la resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale: partigiani allora contro l’occupazione nazifascista, partigiani oggi contro l’invasione russa; il paradosso è che gli eredi dei nostri partigiani, cioè l’Anpi, respinge tale accostamento ed è scesa in piazza per la pace e contestando l’opportunità di gettare benzina, cioè armi, sul fuoco della guerra. Paradosso nel paradosso: fra chi sostiene il parallelo Italia ’43 – Ucraina ’22 non sono pochi i detrattori della resistenza italiana, sempre sminuita nella sua importanza, se non attaccata per le sue attitudini politiche e le sue azioni.

Roma, 5 marzo 2022


Proprio un’analisi storica ci permette di avviare un ragionamento attorno alle scelte che stiamo compiendo e alle prospettive che ne conseguono. E’ pacifico, sul piano storico, che i nostri partigiani durante la seconda guerra mondiale furono un supporto – prezioso e di enorme spessore morale, un viatico all’insediamento della repubblica antifascista, ma un supporto – alle forze armate alleate, vere protagoniste sul piano militare della liberazione d’Italia e della sconfitta dell’esercito tedesco. Mutatis mutandis, la scelta di armare l’Ucraina è stata presa senza prefigurare alcunché: gli esperti militari sostengono che per fermare e sconfiggere l’invasore russo non basterà distribuire armi alla cittadinanza, ma servirebbe un intervento militare esterno, cioè cacciabombardieri e tutto il resto, quindi una guerra aperta contro la Russia da parte della Nato, dell’Unione europea o almeno di una coalizione di stati. Se questa fosse la strategia, l’impulso alla resistenza ucraina avrebbe un senso diverso – cioè più senso – da come si prospetta attualmente, sia pure al prezzo di scatenare – sostanzialmente – una terza guerra mondiale.

Altrimenti, qual è l’obiettivo dell’invio di armi? Nessuno si è sentito in obbligo di chiarirlo, nell’assenza di un vero dibattito sulla guerra in corso e sulle opzioni che abbiamo a disposizione. Se non vogliamo la terza guerra mondiale – e tutti dicono di non volerla – e se non è possibile fermare altrimenti l’invasione russa, perché inviamo armi? Per aiutare la giusta resistenza ucraina, si dice. Ma con quali obiettivi? In vista di che cosa? Di quale via d’uscita, cioè di quale soluzione che possa far tacere le armi? E a che prezzo? Nessuno ne parla.


E’ possibile che si pensi di rallentare l’invasione, sperando che nel frattempo succeda qualcosa a Mosca: una rivolta popolare, un golpe a opera degli oligarchi… Mah. O forse si ipotizza di convincere Putin, attraverso una resistenza più forte del previsto, a limitare i propri obiettivi e magari “accontentarsi” di occupare solo una parte del paese. O forse altro ancora, ma nessuno menziona ipotesi e prospettive; nessun giornalista incalza i governi europei su questo punto, né un dibattito si è aperto nel mondo politico: tutti sembrano accontentarsi delle decisioni prese finora, senza spingersi oltre, senza offrire alcuna prospettiva. Il dubbio dunque è legittimo. Davvero una resistenza armata in Ucraina è la soluzione migliore per l’avvenire del popolo ucraino e di tutti gli europei? Non c’è il rischio che tutto si risolva in una carneficina ancora più cruenta senza il minimo avvicinamento a una soluzione?

Roma, 5 marzo 2022


In questa paralisi del pensiero chiunque voglia mettere la guerra in Ucraina in una prospettiva storica e sul più ampio scenario geopolitico globale, viene messo sotto attacco e accusato di fare il gioco del nemico, se non si trova addirittura inserito nel girone infernale dei “putiniani” (metodo violento e volgare praticato sia da modesti esponenti politici sia da supposte grandi firme del giornalismo). Eppure, non è possibile affrontare politicamente la guerra ucraina, senza gli strumenti della politica e quindi senza prospettiva storica. Il movimento pacifista italiano ha messo a disposizione le sue conoscenze e la sua esperienza pluridecennale – a questo è servita la manifestazione del 5 marzo – ricordando, fra le altre cose, gli errori compiuti nell’ultimo trentennio: è dal 1989, quando il blocco sovietico cominciò a dissolversi, e non dal febbraio scorso che pacifisti e nonviolenti indicano la necessità di immaginare un futuro di pace in Europa attraverso la collaborazione con la Russia e i paesi limitrofi, liberando il continente dai missili ereditati dalla guerra fredda (“dall’Atlantico agli Urali”, si diceva); rispettando l’impegno a non allargare la Nato verso est; dismettendo le testate atomiche.

E’ un fatto storico che siamo andati in direzione opposta, con sicumera da apprendisti stregoni, favorendo pericolosamente lo sviluppo dei nazionalismi nell’est europa e l’ansia russa di accerchiamento, come detto e scritto infinite volte da innumerevoli osservatori e diplomatici.
La guerra un corso potrà finire solo riprendendo il filo di questo ragionamento, ma toccherà farlo con un’occupazione in corso, una minaccia di guerra globale incombente e migliaia di morti in più.


La resistenza armata oggi è descritta e concepita come una scelta ovvia, oltre che opportuna, nell’Ucraina soggetta a un’invasione, ma perché scartare a priori altre strade? Perché non domandarsi se non stiamo rischiando di incrementare distruzione e morte, col carico di odio aggiuntivo che ciò comporta, senza un vero motivo, in assenza di obiettivi politici percepibili, cosicché fra qualche settimana e con qualche migliaia di morti in più, si presenti comunque la necessità di confrontarsi con un’Ucraina occupata dai russi e la necessità di trovare un equilibrio geopolitico.

Roma, 5 marzo 2022

Perché allora non incoraggiare una resistenza civile del popolo ucraino? Sarebbe meno cruenta e probabilmente più efficace. Certo, non potrebbe fermare l’invasione, ma nemmeno la resistenza armata sembra in grado di farlo e non a caso il presidente Zelenski ha già chiesto un intervento diretto dell’occidente, quindi la terza guerra mondiale. L’occupante, una volta terminata l’invasione, dovrà “governare” in qualche modo l’Ucraina, e una resistenza popolare con forme di non-collaborazione e boicottaggio potrebbe col tempo cambiare lo scenario, nonostante gli sfavorevoli rapporti di forza in ambito militare. Una resistenza civile renderebbe anche più plausibile e più concreto l’intervento di un mediatore internazionale, potrebbe ridare smalto all’ONU, fondata a suo tempo per impedire il ricorso alla guerra come metodo di regolazione dei rapporti fra stati – il metodo, non dimentichiamolo, che nel secolo scorso ha trasformato l’Europa in un cumulo di macerie e in un immenso cimitero.


In un documento dei giorni scorsi, i pacifisti tedeschi suggeriscono questa strada: chiedono il cessate fuoco russo, una conferenza internazionale su tutti i conflitti in corso, un’azione diplomatica per una nuova architettura di sicurezza ma anche la rinuncia ucraina alla lotta armata e il passaggio alla resistenza civile, nonché l’accoglienza per gli obiettori di coscienza ucraini, e poi il sostegno di lungo periodo ai cittadini ucraini nella ricostruzione di spazi di democrazia anche in condizioni di temporanea occupazione russa.


Conosciamo già la reazione immediata del Palazzo e dei media mainstream: roba da sognatori, mentre i tank russi avanzano; Putin va fermato e basta. E’ per via di questo riflesso pavloviano – il rifiuto delle riflessione a mente aperta con profondità storica – che le manifestazioni pacifiste di questi giorni vengono ignorate, sbeffeggiate o messe esplicitamente sotto accusa, ma qui si torna al punto di partenza. Se l’obiettivo è davvero fermare l’invasione, come ignorare le richieste di escalation che arrivano dal presidente Zelenski? E come evitare, allora, la terza guerra mondiale?

Roma, 5 marzo 2022


Nessuno ha certezze di fronte agli orribili avvenimenti di questi giorni, ma senza un dibattito serio, senza mettere i fatti in una prospettiva storica, senza immaginare una soluzione di medio e lungo periodo che consideri e includa gli interessi geopolitici russi (nonostante i crimini di Putin e dei suoi generali, che forse un giorno saranno puniti), il rischio incombente è uno scivolamento progressivo, passo dopo passo, verso l’irrimediabile.

Materiali utili:

  • Un’intervista non banale sul contesto geopolitico e le possibili soluzioni del conflitto con Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio
  • Un intervento di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, sulla resistenza nonviolente
  • Una riflessione (e un’intervista) di Pasquale Pugliese, vice presidente del Movimento Nonviolento
  • L’appello dei pacifisti tedeschi “Fermare subito l’attacco. Rinunciare alla resistenza militare, la resistenza deve essere civile”

E’ la terza guerra mondiale?

26 febbraio 2022

Siamo tutti a chiederci dove porterà la scellerata e criminale aggressione russa all’Ucraina, ma fatichiamo – credo di non essere il solo – a pensare in modo ordinato e sistematico, perché ci troviamo sommersi da molta (forse troppa) informazione impressionistica ed emotiva e da poca (pochissima) voglia di ragionare su questa guerra con apertura mentale e profondità storica.

Le notizie del giorno (sabato 26 febbraio) sono certamente quelle che arrivano da Kiev aggredita e sotto pressione e dagli altri fronti di conflitto armato, ma più ancora fa impressione – e dovrebbe far notizia – ciò che sta maturando, sia pure in modo poco chiaro, nelle cancellerie europee, al comando Nato, a Washington. Oggi la Germania e il Belgio hanno annunciato l’invio di aiuti militari (armi pesanti) a Kiev; l’Italia si sta preparando a fare altrettanto e una decisione analoga dell’Unione europea è data per imminente. Come noto, l’invio di armi a una delle parti in causa, può essere considerato un atto ostile, un atto di guerra. La domanda che abbiamo il diritto/dovere di fare è allora: Europa e Nato stanno dichiarando guerra alla Russia? Su quali basi? Chi ha deciso? Perché? Con quali obiettivi?

A Washington, intanto, il presidente Biden – pur debole politicamente all’interno del suo Paese e screditato, dopo la precipitosa e fallimentare fuga dal’Afghanistan, sul piano internazionale (o forse proprio per questo?) – è tornato a parlare di “terza guerra mondiale” con sconcertante leggerezza. Ha detto che questa è l’unica alternativa alla via delle sanzioni economiche… Sono parole che servono forse a preparare l’opinione pubblica all’eventualità? A indicare l’esito probabile della scelta di mandare armi in Ucraina?

Non lo sappiamo, perché non c’è vero dibattito su questi temi, solo allusioni. Nella marea di notizie che corre in Europa dalle redazioni di giornali, radio, siti e tv verso i cittadini mancano molte informazioni chiave, manca – soprattutto – un’analisi a tutto campo delle origini di questa guerra. Chi ha provato a ragionare attorno alle scelte fatte all’indomani dell’89, con l’espansione a est della Nato e il mancato avvio di un progetto comune di sicurezza in Europa (esteso alla Russia) e quindi del terreno favorevole così creato allo sviluppo dei nazionalismi in Europa e all’affermazione di un autocrate come Putin in Russia, è stato zittito, ignorato, deriso, a seconda dei casi.

E’ successo per esempio all’ex ambasciatore Sergio Romano, che simili ragionamenti ha proposto in articoli relegati nelle pagine interne del suo giornale e in interviste ad altre testate; a Giulio Marcon, voce storica in Italia della cooperazione internazionale e del pacifismo, autore di un lucido e competente intervento sul Manifesto; al presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, autore di un’analisi storica e politica della vicenda ucraina ben diversa dalle superficiali, manichee e autoassolutorie “opinioni” dei maggiori editorialisti.

Quanto al mondo politico italiano – quasi inutile dirlo – siamo alla categoria del non pervenuto, con prese di posizione stereotipate e poca, pochissima argomentazione: ci si è fermati all’ovvia condanna dell’aggressione russa e del regime putiniano senza approfondire alcunché, senza prefigurare scenari, senza indicare limiti e obiettivi. E il governo Draghi, anche stavolta, ha brillato per opacità, se ci si consente il non casuale ossimoro.

Causa questa sommatoria di ipocrisia e di insipienza ci troviamo a coltivare un dubbio atroce: forse in qualche luogo del potere occidentale (certo non i parlamenti) si è già optato per un’escalation del conflitto in Ucraina e per una prossima estensione della guerra all’Unione europea e alla Nato, con tutti i rischi che ciò comporta? Si è già deciso senza nemmeno informare i cittadini, salvo agire in modo che si preparino un poco alla volta all’idea? Siamo già entrati in una nuova “guerra giusta”? E’ la terza guerra mondiale?

Firenze, La Pira e la prospettiva del “peacewashing”

23 febbraio 2022

A Firenze si tiene un doppio, ambiziosissimo appuntamento: decine di vescovi (chiamati dalla Cei) e decine di sindaci (convocati dal Comune di Firenze) si incontrano dal 23 al 27 febbraio per immaginare un percorso e un futuro di pace nel Mediterraneo, diventato in questi anni un cimitero di corpi (decine di migliaia di morti nel tentativo in approdare in Europa) e anche di valori e civiltà; nel Mediterraneo sono naufragati sia lo stato di diritto, esibito ma non praticato da chi lascia morire i profughi (le “criminali” politiche dell’immigrazione denunciate da papa Francesco sulla scia di ong e associazioni), sia l’ideale universalistico che è all’origine del progetto europeo (anch’esso esibito ma non praticato, se pensiamo alle migliaia di chilometri di muri e fili spinati alzati ai confini dell’Unione).

A Firenze, dunque, si intende avviare la costruzione di un Mediterraneo di pace, mettendosi sulla scia dei Colloqui mediterranei voluti alcuni decenni fa da Giorgio La Pira, il “sindaco santo” che seppe inventare una visionaria politica estera alternativa, concepita e sviluppata attraverso alleanze fra le città, superando l’impasse della politica tradizionale. L’idea, in linea di principio potrebbe essere corretta, cioè appropriata al tempo che viviamo: le criminali politiche dell’immigrazione in atto in Europa devono essere ripudiate e un nuovo inizio deve cominciare; per essere credibile, e avere qualche possibilità di successo, tale percorso deve avere protagonisti nuovi: vescovi e sindaci – con ruoli e compiti diversi – potrebbero svolgere il ruolo.

Ma il rischio è grande, perché non ci sono autentici La Pira sulla scena e perché lo stesso Forum di Firenze nasce in un clima – a dire poco – di grande ambiguità. Non vi sono esplicite prese di posizione sulla necessità di ripudiare le scelte fin qui compiute e di immaginare politiche di accoglienza aperte a tutti, con canali d’ingresso regolari e sicuri; non sembra essere all’ordine del giorno un programma all’altezza degli obiettivi evocati, un programma che sarebbe necessariamente rivoluzionario.

Emblematica, in questo senso, la presenza fra i relatori e nello stesso comitato organizzativo di Marco Minniti, attuale presidente di una fondazione legata a Leonardo, azienda pubblica produttrice di armamenti e altri strumenti di guerra, nonché convinto protagonista – nei panni di ministro degli Interni – di quelle stesse politiche che oggi andrebbero ripudiate.

Il rischio che gli incontri di Firenze, più che una svolta politica sulla scia delle intuizioni di La Pira, si rivelino una goffa operazione di “peacewashing” è altissimo. Se così fosse, gli organizzatori sarebbero doppiamente colpevoli: per l’abuso dell’ispirazione lapiriana e per avere speso e sprecato incoscientemente la “carta” della diplomazia dal basso.

QUI UN MIO ARTICOLO SU VOLERELALUNA.IT

Perché i poliziotti picchiano gli studenti?

1 febbraio 2022

Perché i poliziotti manganellano gli studenti? È una domanda ovvia, di fronte alle immagini che molti hanno visto in rete. Che bisogno c’era di accanirsi in quel modo contro gruppi di ragazzi scesi in piazza a protestare dopo la morte di un loro coetaneo, Lorenzo Parelli, ucciso a 18 anni da una trave d’acciaio nell’ultimo giorno di tirocinio in una piccola azienda in provincia di Udine? Perché picchiare? Non c’è risposta e quel che è più grave è che non c’è nemmeno la domanda. (…)

PROSEGUE SU ALTRECONOMIA.IT

Post democrazie e post giornalismo: lo spartiacque Assange

17 gennaio 2022

Il settimanale Left ha dedicato l’ultima copertina a Julian Assange, l’attivista e giornalista australiano perseguitato da dieci anni per le rivelazioni fatte attraverso Wikileaks; rivelazioni – com’è noto – riguardanti soprattutto le torture e i crimini di guerra compiuti dagli Stati Uniti e alleati occidentali in Iraq e Afghanistan, ma anche altri aspetti del “lavoro diplomatico” degli ultimi anni. Per gli Stati Uniti, che ne hanno chiesto l’estradizione, Assange è semplicemente una spia, e se fosse estradato e processato in quel paese passerebbe con ogni probabilità il resto dei suoi giorni in prigione. Per altri Assange è invece un campione della libertà d’informazione e la sua sorte un segnale nitido del degrado in cui sono cadute le democrazie occidentali.


Il caso Assange è uno spartiacque: il disinteresse del giornalismo ufficiale per la sua vicenda personale e giudiziaria, il sostegno garantito da governi e parlamenti dei paesi europei alla persecuzione voluta dagli Stati Uniti testimoniano più di qualsiasi rapporto sulla liberta d’informazione circa le reali condizioni del giornalismo contemporaneo e – per estensione – delle nostre democrazie.

Su Left Leonardo Filippi intervista Stefania Maurizi, la giornalista collaboratrice di Wikileaks autrice di un libro tanto importante quanto trascurato dai maggiori mezzi d’informazione, “Il potere segreto” (editore Chiarelettere), dedicato appunto alla vicenda di Assange. Maurizi dice che “dobbiamo difendere Assange non solo per tutelare lui, ma anche per salvare il nostro diritto di cittadini di poter guardare agli angoli più bui del potere, in cui i nostri governi compiono azioni terribili. Perché è questa la differenza fra i regimi e le democrazie. Nei primi se scopri cosa fa il governo in segreto puoi finire ucciso o in prigione a vita, nelle seconde devi poterlo fare senza rischi, sennò dobbiamo parlare di regime“.


Fa pensare, in questa chiave, l’incerta posizione dei giornalisti italiani (ed europei), che non stanno nell’insieme sostenendo Assange: c’è chi lo considera tout court una spia e gli contesta una serie di episodi riguardanti per esempio la Russia (tutti casi affrontati e sostanzialmente smontati nel libro di Maurizi); per altri Assange, semplicemente, non è un giornalista ma un hacker incontrollabile; altri ancora puntano il dito sulla sua personalità istrionica e certi suoi comportamenti inopportuni. Alla fine, anche attraverso al combinazione di queste valutazioni negative, Assange è stato lasciato pressoché solo nel suo confronto coi sistemi polizieschi e giudiziari europei e statunitensi.

Eppure una cosa è certa: Wikileaks ha diffuso informazioni vere e di interesse pubblico: senza la pubblicazione di certi dispacci segreti poco sapremmo dei crimini contro l’umanità compiuti in Afghanistan e Iraq o sulle extraordinary rendition (i sequestri di persona di presunti terroristi finalizzati alla tortura “delocalizzata”).


Il caso Assange è una cartina di tornasole e rivela alcune scomode verità: che viviamo in società democratiche in profonda crisi di identità; che abbiamo apparati giornalistici a loro volta spaesati e incapaci di esercitare fino in fondo, anche in situazioni critiche e controverse, la loro funzione di controllo e denuncia; in breve, che non siamo più, se mai lo siamo davvero stati, ciò che vorremmo essere, o far credere di essere: cittadini informati, giornalisti indipendenti, democrazie compiute.

Chi decide che cosa produrre? La lezione degli operai Gkn

3 gennaio 2022

Scoppi, petardi, tappi di spumante sopra le teste di qualche decina di persone: no, non c’era mestizia nei volti di chi ha trascorso la notte di capodanno alla GKN, la fabbrica di Campi Bisenzio chiusa via mail mail nel luglio scorso e da allora occupata e presidiata giorno e notte da operai e altri “solidali”. Nonostante un presente incerto e un futuro nebuloso, non c’è spazio per la tristezza o per inutili eccessi di pessimismo: la lotta è in corso, è coinvolgente e si avvicina il momento in cui una parte almeno delle carte in tavola saranno scoperte.


La GKN, coi suoi quasi 400 operai rimasti, da qualche giorno non è più del fondo britannico Melrose: è stata acquistata da Francesco Borgomeo, imprenditore specializzato in salvataggi e riconversioni industriali. Ha già incontrato più volte il Collettivo di fabbrica – la coriacea e creativa rappresentanza operaia – e promette la rinascita dello stabilimento con nuove produzioni (nel campo della componentistica per i pannelli solari o per l’industria farmaceutica), col pieno rispetto dei diritti acquisiti dai dipendenti. Le offerte ci sarebbero ma non sono ancora note. Il Collettivo è aperto ma diffidente, perché in passato promesse simili, in altre vertenze, sono finite male. Fra gli operai della GKN ce ne sono alcuni, per dire, già passati per l’esperienza della Electrolux: alla chisuura dello stabilimento fiorentino subentrò un’azienda produttrice di pannelli solari rimasta in piedi solo pochi mesi…


Magari stavolta andrà diversamente, ma intanto il Collettivo, sostenuto in questi mesi da un’inedita e sorprendente mobilitazione collettiva, ben oltre i confini fiorentini, ha messo in campo una sua proposta, elaborata con un gruppo di docenti e ricercatori universitari. Ne parla l’ultimo numero della rivista Gli asini, rimarcando l’importanza di una ricerca finanziata dallo stato e quindi orientata all’interesse pubblico. L’ipotesi elaborata da operai e ricercatori è una conversione della GKN, ormai ex, alla produzione di semiassi per le auto elettriche. L’avvento di Borgomeo ha messo fuori gioco il progetto, ma non è detto…


Intanto è stata definito un precedente: la scelta di cosa produrre e come produrre può essere affidata anche alle università pubbliche e alle maestranze competenti e non solo ai capricci di imprenditori, mercanti e finanzieri. E’ questo il senso del progetto operai-ricercatori e andrebbe tenuto in mente ogni volta che parliamo di lotta alla catastrofe climatica e degli interventi che sarebbero necessari per ridurre l’effetto serra e il consumo di risorse scarse.


Le logiche del mercato e della finanza vanno in tutt’altra direzione, una direzione incompatibile con un’idea credibile di futuro, come mostra il caso GKN, straordinariamente simile a vari altri e alla storia raccontata nel film “Un altro mondo” di Stéphane Brizé, presentato a Firenze alla presenza di una delegazione di operai della fabbrica di Campi Bisenzio. Il brindisi dell’altra sera al nuovo anno è stato un brindisi alla lotta in corso; un brindisi di condivisione e di reciproco incoraggiamento.

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