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Ecco la seconda edizione. Martedì 4 ottobre a Firenze con Montanari e Lucchi

28 settembre 2016

20160928_084148E’ arrivata in libreria la seconda edizione di “Era un giorno qualsiasi”, uscito nel luglio scorso.

Prosegue intanto il ciclo di presentazioni. La prossima è a Firenze, martedì 4 ottobre alle 18,30, alla libreria Todo Modo in via dei Fossi 15 rosso, poco distante dalla stazione di Santa Maria Novella.

A discutere del libro ci sarà Tomaso Montanari, che ha scritto in proposito un articolo molto lusinghiero nell’agosto scorso. A condurre l’incontro ci sarà Cristiano Lucchi, già responsabile del giornale cittadino L’Altracittà, nato in seno alla comunità delle Piagge di don Alessandro Santoro.

QUI LA LOCANDINA

 

Una memoria non addomesticata

17 settembre 2016

Nuova tappa del ciclo di presentazioni, stavolta alla libreria Lettera 22 di Viareggio. Bella serata, buona discussione sul tema resilienza/resistenza. Il tema è: la memoria delle stragi del tragico biennio 1943-45 può essere la base di una prospettiva di rifiuto della guerra?

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Il “canone” attuale colloca luoghi come Sant’Anna di Stazzema, a lungo rimossi dalla stessa storia civile d’Italia, lungo l’asse antifascismo-guerra-resistenza. Nulla da obiettare, naturalmente, se non la possibilità di aggiungere un elemento, appunto il rifiuto della guerra in quanto tale, pensando – in particolare – alle tante persone comuni (la maggioranza delle vittime delle stragi) che furono protagonisti di personali storie di resilienza e di resistenza non armata, temi cui da qualche tempo si è aperta la storiografia contemporanea.

Il rischio, per i “luoghi della memoria” come Sant’Anna di Stazzema, Monte Sole-Marzabotto e molti altri, è che vi sia un addomesticamento di fatto, in modo che il pensiero e la prassi politica corrente possano continuare indisturbati il loro percorso. Quei luoghi, invece, potrebbero/dovrebbero essere pungoli costanti e punti di riferimento per una dissidenza politico-culturale, in tempi come i nostri egemonizzati da una cultura di morte e di guerra che ci porta ad accettare con noncuranza conflitti continui, interventi militari, annegamenti di massa nel mar Mediterraneo.

 

 

Fra resistenza e resilienza, fra Avenza a Sant’Anna di Stazzema

6 settembre 2016

di Camilla Lattanzi

Gino Menconi nacque ad Avenza, frazione del Comune di Carrara e la sua facoltosa famiglia gli permise di laurearsi all’Università Cà Foscari di Venezia. Fu un antifascista attivo, politicamente impegnato, che dovette espatriare per sfuggire alla persecuzione. Morì nel 44 dopo essere stato catturato dalle SS, riscattando la dignità del Paese: ottenne una medaglia d’oro e l’onore dovuto al suo eroico esempio.

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Anche Elena Guadagnucci nacque ad Avenza ma in una famiglia modesta e imparò solo a leggere e scrivere. I suoi parenti e la comunità tutta la ripudiarono per il figlio che aveva avuto da un compaesano sposato, e così lasciò Avenza e finì sfollata a Sant’Anna dove morì per mano dei nazisti durante il famoso eccidio del 44: lasciava al mondo quel figlio che aveva voluto, in cambio del quale ottenne solo l’oblio.

Ma il grande fiume della Storia che sommerge tante vite, può inaspettatamente riportare a riva frammenti di verità, ricordi, testimonianze. Così, a distanza di settant’anni dalla strage di Stazzema, Elena è tornata a testa alta nella sua comunità di origine, nell’Avenza che l’aveva rinnegata, e lo fa grazie a un libro a lei dedicato.

Venerdì 2 settembre, ai giardini di Casa Pellini sotto i suggestivi ruderi della Torre di Castruccio, nel cuore di Avenza, è andata in scena una vibrante presentazione del libro di Lorenzo Guadagnucci “Un giorno qualsiasi” (Terre di mezzo). Il libro dà voce ai ricordi di Alberto, figlio di Elena e padre dell’autore, che all’età di 10 anni scampò alla strage rimanendo orfano e solo. Sono ricordi dolorosi, a lungo rimossi che solo da pochi anni il testimone ha trovato la forza di affrontare e rielaborare.

Ha emozionato il lavoro di scrittura di Virginia Martini della compagnia “Blanca Teatro”, che ha aperto la serata mettendo in scena una breve rappresentazione dedicata ad Elena e al parallelo tra la sua storia e quella di Gino Menconi, sussurrandoci che ogni spazio privato diventa politico quando l’individuo ha il coraggio di auto-determinarsi, sottraendosi alle convenzioni del suo tempo.


La resistenza di Gino Menconi si rispecchia nella resilienza di chi non rappresentava altri che se stesso, ma che non si è lasciato piegare.

La serata ha offerto anche altre emozioni, altre scoperte: una finestra si è illuminata al di là del giardino, e il pubblico è stato pregato di osservarla. In quella stanza, più di ottanta anni fa, una levatrice aiutò Elena a realizzare il suo desiderio più grande, la nascita di Alberto, frutto di un amore proibito e incompiuto.

Durante la serata scopriamo che il ricordo di Elena sarebbe ancora nei fondali della Storia se non ci fossero state due CL249x168_11360-1donne, Claudia e Francesca, che con la loro dedizione e il loro radicamento nel territorio e nella società avenzina, hanno ricucito gli strappi nella tela della memoria, restituendo al figlio di Elena quel tassello prezioso del suo passato. Con pazienza e tenacia hanno messo insieme e confrontato indizi, grandi silenzi, piccoli segreti, fotografie sbiadite sono uscite dai cassetti, vaghi ricordi sono stati bisbigliati. E così, con l’aiuto del prete che aveva avuto nel suo gregge anche le due sorelle di Elena, morte solo pochi anni fa, i pezzi del mosaico si sono ricongiunti, rappresentando la piccola storia di Elena e Alberto mentre sullo sfondo si srotola l’affresco violento della seconda guerra mondiale. Oggi, grazie al lavoro di memoria e di scrittura, un’intera comunità ha rotto il silenzio che avvolgeva questa vicenda. Oggi una famiglia si è riconciliata con il suo passato.

Adesso, secondo l’autore del libro, possiamo decidere cosa fare di questa memoria, di questo passato. La sua proposta è di non chiudere il cassetto dei ricordi, non trasformare le commemorazioni in feticci, in santini da prendere in mano eppoi dimenticare in un cassetto.

Il modo per far vivere Elena e tutti gli altri è forse mettere in relazione queste vittime, questi testimoni, con tutte le altre vittime e gli altri testimoni della violenza della Storia. Se questi spettri potessero parlare probabilmente ci direbbero che l’uso migliore che possiamo fare della loro memoria, è rafforzare la nostra disobbedienza, dando corpo a una nuova Storia, scritta dalla volontà di Pace che ha la maggior parte dei viventi, ma che stenta ad affermarsi per quei meccanismi di obbedienza e gerarchia che il libro analizza senza indulgenza.

Quale monito ci lascia Elena, se non la sua coraggiosa disobbedienza alle convenzioni, grazie alla quale Alberto nascerà? In fondo la guerra, ci spiega l’autore, si realizza proprio sulla dinamica dell’obbedienza ai comandi e della gerarchia. In conclusione Guadagnucci cita gli “hibakushya”, i sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki. Suzuko Numata in una sua testimonianza del 1996 disse “io prima della bomba atomica ero militarista ed io aiutavo il Giappone ad andare in guerra ad uccidere le persone; oggi non voglio più diventare una persona che aiuta un paese ad uccidere le persone.” Queste sono probabilmente le parole che ci avvicinano di più al monito di Elena Guadagnucci e Gino Menconi.

Leggere “Era un giorno qualsiasi” sotto il monumento di Sant’Anna

30 agosto 2016

Leggere “Era un giorno qualsiasi” a Sant’Anna di Stazzema, poco prima del tramonto e  proprio sotto il monumento che ricorda le 400  e più vittime della strage del 12 agosto 1944… La lettura, curata dalla cooperativa Giolli, è stata emozionante e molto bella, grazie a Massimiliano Filoni (alla voce) e Vanja Buzzini (all’arpa). Ne faremo un video professionale, per ora un assaggio del tutto amatoriale ripreso – come ben si vede, data la modesta qualità – con un semplice smartphone.

Qui sotto qualche fotografia, incluso uno sguardo alla lapide che porta incisi i nomi delle vittime identificate. Si legge Bianca Guadagnucci, ma si tratta di Elena Guadagnucci (all’anagrafe era registrata come Bianca Elena e nel rifacimento della lapide, dopo il crollo della vecchia a causa della tempesta di vento di quest’inverno, è rimasto solo il primo nome, in realtà inutilizzato. Un’imprecisione che spero di poter correggere).

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Un giorno qualsiasi 72 anni dopo

13 agosto 2016

Nuovi materiali per “Un giorno qualsiasi”, nel 72° anniversario dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.

  • L’intervista, condotta da Felice Cimatti, a Fahrenheit su Radio 3 ASCOLTA QUI
  • Un estratto video dell’intervento al Caffè della Versiliana GUARDA QUI

copertina

Prossimi appuntamenti:

Lunedì 22 agosto 2016, Pietrasanta – Libreria Nina, ore 21,15. Presentazione del libro, con Claudia Buratti

Sabato 27 agost0 2016, Sant’Anna di Stazzema – Letture e musiche da “Un giorno qualsiasi”, a cura di Massimiliano Filoni e Vanja Buzzini (cooperativa Giolli). Ore 18, piazzale della chiesa

Venerdì 2 settembre 2016, Avenza – Presentazione del libro “Era un giorno qualsiasi”, con letture storiche. Casa Pellini, ore 21. Con Claudia Buratti e Blancateatro

Dalla memoria delle stragi verso un nuovo pensiero

7 agosto 2016

Tomaso Montanari, storico dell’arte e persona assai sensibile al dibattito culturale e politico in corso nel paese, ha scritto per l’edizione fiorentina di Repubblica un bellissimo articolo dedicato a Sant’Anna di Stazzema e al libro “Era un giorno qualsiasi”, uscito da poco.

CL249x168_11360-1Tomaso ha colto molto bene il senso del discorso, cioè l’idea che un luogo come Sant’Anna di Stazzema – ma il discorso si può estendere a Monte Sole e agli altri luoghi simbolo della “guerra ai civili” praticata fra il ’43 e il ’45 in Italia – potrebbero e forse dovrebbero divenire la sede giusta per discutere e quindi mettere in discussione l’uso della violenza, la sottomissione dei corpi (anche in tempo di apparente pace), il modo di affrontare e risolvere i conflitti e anche le forme di resistenza e resilienza di fronte all’abuso di potere.

Si parla del libro mercoledì 10 agosto alla Versiliana di Marina di Pietrasanta. Qui tutte le informazioni.

Pro memoria dalla Diaz per smemorati cronici

22 luglio 2016

Ieri sera siamo tornati alla Diaz, esattamente quindici anni dopo la nota vicenda. Non se ne è accorto quasi nessuno, naturalmente. Meglio dimenticare tutto e il prima possibile. Meglio non ascoltare quel che abbiamo avuto da dire. E’ stato un pro memoria con il torto di avere come interlocutori degli smemorati cronici.

QUI UNA VIDEOINTERVISTA CHE MI HA FATTO L’AGENZIA ANSA

Viviamo in un paese che ha “celebrato” questa ricorrenza bloccando la discussione parlamentare sull’introduzione nell’ordinamento del crimine di tortura con la motivazione che non ci possiamo permettere – in tempo di attentati e dopo quanto successo in Francia – scelte che potrebbero danneggiare le forze di polizia. Danneggiare?

20160721_221833Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha detto che “non possono esserci equivoci sull’uso legittimo della forza da parte delle forze di polizia”. Appunto, non possono esserci equivoci sul fatto che l’uso della forza dev’essere limitato, come avviene in tutte le democrazie che funzionano e come prevedono le convenzioni internazionali contro la tortura, firmate peraltro dall’Italia senza muovere obiezioni. In realtà siamo a un passo dalla rivendicazione della facoltà di torturare.

E comunque non si è mai discusso veramente in parlamento di una seria legge sulla tortura, bensì di come limitare, snaturare, svuotare la normativa standard internazionale, una normativa che il governo, dopo la sentenza Cestaro della Corte europea dell’aprile 2015, avrebbe potuto e dovuto introdurre nell’ordinamento per decreto e usando lo strumento della fiducia, come tante volte ha fatto in altri ambiti.

La legge bloccata in parlamento era una non-legge sulla tortura. Era scritta in modo così contorto e malizioso da essere pressoché inapplicabile, con veri e propri obbrobri giuridici, come il requisito del “trauma psichico verificabile” perché possa esservi tortura psichica  (la più praticata al mondo). Quel “verificabile” non esiste in alcun ordinamento e serve solo a ridurre la possibilità di applicare il reato.

Questo parlamento dovrebbe assumersi la responsabilità di riconoscere di non essere in grado – per mancanza di volontà politica – di approvare una vera legge sulla tortura. Ne avremo una, in futuro, solo se e quando i cittadini lo vorranno, solo se e quando avremo capito che sono in ballo i diritti fondamentali dei cittadini, ossia lo stato di diritto, e che l’introduzione del crimine di tortura dev’essere parte di un processo di democratizzazione delle forze dell’ordine e delle istituzioni tutte.

In, per dire, come ha ricordato ieri Enrico Zucca, pm nel processo Diaz, esiste il crimine di tortura e gli agenti sono anche obbligati a portare codici di riconoscimento sulle divise.

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