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La buona politica, un altro mondo possibile

12 febbraio 2019

Primo gennaio 1994, San Cristobal de Las Casas, Stato del Chiapas, Messico. La città si sveglia al nuovo anno con un’enorme sorpresa: un gruppo di guerriglieri con passamontagna nero fa irruzione nei palazzi del potere locale e ne prende possesso senza spargere sangue; lo stesso avviene in altri comuni dello Stato. È l’Esercito zapatista di liberazione nazionale che prende la scena, suscitando la curiosità dei media di tutto il mondo. Il portavoce dell’EZLN è un personaggio che spiazza e conquista i media supinternazionali: è troppo alto e di pelle troppo bianca per essere un indigeno; parla un ottimo castigliano; si fa chiamare sub-comandante (e non comandante) Marcos e soprattutto parla un linguaggio mai sentito prima. È poetico ed evocativo, sfugge all’immagine del guerrigliero cristallizzata in epoche passate e indica – da un’estrema periferia del mondo – qual è il vero cuore della politica planetaria: la prevalenza, anzi il dominio del paradigma neoliberale, l’ideologia che accompagna l’espansione della cosiddetta economia di mercato.

A San Cristobal de Las Casas comincia una stagione politica nuova: la critica dal basso dei processi di globalizzazione neoliberale.

 

Libero scambio

L’EZLN non ha scelto a caso la data della sua irruzione sulla scena: il primo gennaio 1994 entra in vigore il NAFTA, un trattato di libero scambio fra Messico, Stati Uniti e Canada. Per le economie locali, l’agricoltura di sussistenza, le comunità contadine povere è una campana che suona a morto. Il futuro è consegnato nelle mani dell’agrobusiness e dei padroni del mercato. È così che il sistema neoliberale allarga il suo potere, dice l’EZLN, attraverso accordi economici sovranazionali che dettano regole a vantaggio delle imprese e dei grandi capitali, esautorando gli stessi Stati nazionali. In tale scenario non c’è spazio per la democrazia, tanto meno per i diritti degli indigeni, perciò, dicono gli indigeni usciti dalla Selva Lacandona, è arrivato il momento di prendere in mano il proprio destino.

È una piccola rivoluzione, sia nel pensiero politico, sia sul terreno della pratica concreta. Il campo d’azione è inesplorato, perché la globalizzazione neoliberale sfugge alle più consolidate analisi critiche del capitalismo. Parlamenti, governi nonché banche e imprese nazionali non sono più il cuore del potere. Multinazionali, grandi centrali finanziarie e alcuni opachi organismi sovranazionali sono il vero motore della globalizzazione economica. Vogliono creare una cornice formale, attraverso leggi e istituzioni, che garantisca l’attuazione dei fondamenti dell’ideologia neoliberale: libertà di circolazione di capitali e merci; riduzione del ruolo dello Stato nell’economia; deregolamentazione; privatizzazioni.

 

La rivolta di Seattle
Il movimento di critica alla globalizzazione comincia a diffondersi nel mondo perché riesce a leggere la reale trama del dominio neoliberale. Si prende a parlare di Washington Consensus, ossia il governo dell’economia globale attraverso tre istituzioni assai poco conosciute: Banca Mondiale, Organizzazione mondiale del commercio, Fondo monetario internazionale.

Alla fine del 1999 la protesta irrompe nei notiziari internazionali con la “rivolta di Seattle”: centinaia di attivisti, con sit-in e manifestazioni, intralciano i lavori dell’Organizzazione mondiale per il commercio, istituzione pressoché sconosciuta, ma forte di un ruolo decisivo nelle scelte di politica economica su scala sovranazionale. Il lato nascosto della globalizzazione neoliberale è così portato allo scoperto.

Nell’arco di pochi mesi il movimento per la giustizia globale si diffonde e allarga il proprio campo d’influenza. Due le tappe decisive, entrambe nel fatale anno 2001 (destinato a cambiare gli equilibri geopolitici e il volto delle democrazie occidentali dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti e la conseguente “guerra al terrorismo”).

forum-social-mondial-porto-alegre-2005-victor-r_-caivano-ap-1024x682A Porto Alegre, nel primo mese dell’anno, si riunisce il primo Forum sociale mondiale, nato da un’idea di intellettuali e movimenti sociali europei e sudamericani. Sotto lo slogan “Un altro mondo è possibile” migliaia di attivisti arrivati da tutto il mondo (un centinaio gli italiani) partecipano a decine di seminari, incontri e dibattiti nei quali vengono messe a fuoco le questioni cruciali del nostro tempo. Si parla, fra molte altre cose, di tassazione della finanza speculativa e di contestazione del debito pubblico, di lotta contro l’estrazione di risorse naturali nel sud del mondo e di biodiversità, di contrasto alle privatizzazioni e di un contratto mondiale per l’accesso all’acqua potabile…

Il Social forum mondiale non somiglia a nessun’altra iniziativa politica precedente. Il campus dell’Università di Porto Alegre diventa una sorta di ateneo globale dei movimenti sociali, un’autentica ribellione al predominio del “pensiero unico”, come si comincia a definire l’ideologia neoliberale e la sua pretesa – Margaret Thatcher docet – d’essere priva di alternative. Il modello Porto Alegre sarà la matrice del movimento. Tratti salienti: la competenza, la dimension

 

e globale, la ricerca di giustizia sociale, la storia vista dal basso (e dai molti Sud del mondo), la convivenza di culture diverse.

 

Genova

Poi c’è Genova. Per il luglio 2001, in occasione del vertice G8, il movimento globale individua il suo principale campo d’azione per l’intero anno. Una poderosa macchina associativa (il Genoa social forum tiene insieme un migliaio di organizzazioni) prepara un’intensa settimana di proteste e di proposte. Fra gennaio e luglio in tutt’Italia, ma anche nel resto d’Europa, si nota un insolito fermento di iniziative. Gruppi e associazioni organizzano dibattiti e incontri, nascono i Social forum, si programma la presenza alle manifestazioni genovesi. Il modello d’azione è del tutto originale rispetto ai canoni della politica italiana.

bcc33355-47ab-4c43-948b-a6768d50ea6fCi si concentra sui temi chiave della globalizzazione e si sperimentano nuove forme di partecipazione: il metodo del consenso (anziché il voto a maggioranza), il consumo critico, l’azione diretta nonviolenta, le campagne di pressione e informazione su questioni specifiche (quelle sul debito e per una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria sono le più popolari). Le riunioni, le campagne, i gruppi tematici nati quartiere per quartiere, città per città, sono palestre nelle quali si sperimenta anche il confronto fra diversi, l’alleanza fra culture: cattolici e non credenti, centri sociali e sindacati di base, ambientalisti e cooperanti.

È chiaro a tutti che sta cambiando qualcosa. Si mettono in azione e prendono parola migliaia di cittadini fin lì rimasti ai margini della scena pubblica. Marina Spaccini, medico pediatra con lunghi trascorsi in Africa e attiva nelle Rete Lilliput, spiegherà così il nuovo movimento: «Non potevamo più limitarci all’impegno concreto, al volontariato o alla cooperazione del Sud del mondo; dovevamo occuparci anche delle questioni di fondo, della politica».

 

Epilogo
Sappiamo come è andata a finire.

I poteri stabiliti hanno rifiutato il confronto con le idee del movimento e scelto la via della violenza. Le giornate di Genova, nel luglio 2001, sono passate alla storia per gli abusi e le torture di polizia. In questo modo il movimento per la giustizia globale è stato criminalizzato e il suo processo di crescita, specialmente in Italia, sostanzialmente arrestato. Ma sarebbe sbagliato parlare di una scomparsa della prospettiva emersa dal ’94 in poi, passando per Seattle e Genova: è anzi vero che il crac finanziario del 2008 ha mostrato quanto fossero fondate le analisi e le denunce del movimento, le cui proposte restano vive nell’esperienza concreta di milioni di persone attive in tutto il mondo.

Passati tanti anni restano a disposizione un patrimonio di idee e di esperienze ancora da esplorare e poi un metodo d’azione originale, in quanto pluralista, partecipativo, non leaderistico e cresciuto all’interno di una visione globale e complessa del mondo.

La sfida per una  buona politica potrebbe ripartire da qui.

 

Questo articolo è uscito su Mosaico di pace, gennaio 2019

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Ribellarsi all’ordine delle cose, ripensando a Palach

7 febbraio 2019

Jan Palach, mezzo secolo fa, in una delle lettere scritte in preparazione e come spiegazione del suo gesto estremo – l’autoimmolazione in piazza San Venceslao a Praga – scriveva così: “Dato che la nostra nazione si trova in bilico tra disperazione e rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e risvegliare così la coscienza nazionale.” Palach si firmava nei suoi ultimi messaggi “Torcia umana numero 1”, lasciando intendere che altri del suo gruppo avrebbero imitato il suo gesto. Si toglieva la vita, dandosi fuoco, per spingere i concittadini all’azione, esponendo anche alcune richieste concrete, come la fine della censura, le dimissioni dei dirigenti filosovietici che avevano soffocato la primavera di Praga, l’ambizione cioè di costruire, come si disse all’epoca, un socialismo dal volto umano.

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Un frame da “Jan Palach” di Robert Sedlácek

Palach non dev’essere dimenticato. Il suo gesto così drammatico e radicale ci ricorda un passaggio essenziale di ogni strategia di autentico cambiamento politico: la necessità di una rottura con l’ordine vigente. E’ un passaggio obbligato: è possibile pensare il cambiamento, in quanto vi siano voglia di opporsi, di protestare, di mettere in gioco il proprio corpo, la propria intelligenza, la propria capacità di relazione con gli altri. Palach, al suo tempo, si immolava quale torcia umana per svegliare il suo popolo dal torpore indotto dalla repressione, dall’autoritarismo del regime, dalla delusione seguita alle illusioni della ribellione praghese. Si può essere dubbiosi circa la sua scelta senza ritorno – il suicidio – ma non indifferenti al suo messaggio, che vale anche per noi qui e ora.

Viviamo una fase storica delicata. Pensiamo alla nostra Europa. Le diseguaglianze sempre più forti sono all’origine di tensioni sociali crescenti; assistiamo quasi impotenti alla crisi se non al rifiuto della dottrina dei diritti umani, negati di fatto alle persone che vengono da fuori (immigranti, richiedenti asilo, rifugiati); si riaffacciano nazionalismi che nemmeno nascondo le proprie tendenze autoritarie, auto definendosi sovranismi; il collasso ecologico incombe sul continente come sul resto del pianeta ma i sistemi politici e di pensiero sembrano unificati dall’incapacità di affrontare la questione con strumenti adeguati…

Il quadro è grave e quasi disperante, eppure la politica deve svolgere la sua missione: ossia individuare vie d’uscita e mettere insieme gli strumenti ideologici e pratici per incamminare la società lungo nuovi percorsi. E’ il lavoro in corso nei movimenti di opposizione, nelle correnti di pensiero e di azione che osano ancora immaginare il mondo fuori dagli schemi dominanti. Le idee non mancano, le esperienze concrete – a ben vedere – nemmeno. Movimenti sociali, reti associative e di altreconomia, imprese dell’economia civile e strutture autogestite: esiste un arcipelago di resistenze, di non conformità, di anticipazioni di un futuro diverso che costituisce un patrimonio politico prezioso.

Ma non si scappa dal punto indicato a suo tempo da Jan Palach, un giovane che osava agire e immaginare un mondo nuovo (non da solo) in seno al socialismo reale, in condizioni quindi più difficili, almeno sulla carta, di quelle che si incontrano all’interno degli attuali regimi democratici, dove le libertà di parola e di associazione sono garantite. Per scuotere dall’apatia e stimolare la partecipazione diretta, è necessario un momento di rottura; occorre spezzare la sterile oscillazione fra “disperazione e rassegnazione” e quindi “risvegliare le coscienze”.

E’ quel che serve anche a noi, qui e ora. E forse è quanto sta già avvenendo, neanche troppo sotto traccia, per quanto ne abbiamo una debole percezione. Tutti sappiamo dei gilet gialli francesi, da settimane, ormai mesi, mobilitati – in forme e con aspirazioni controverse – in una contestazione del “sistema”. E’ una protesta popolare – a quel che si legge – che in Francia i maggiori gruppi di potere politico, economico, mediatico stentano a controllare e in larga misura anche a comprendere. In ogni caso il minimo che si possa dire è che siamo fuori dal recinto della “disperazione e rassegnazione”.

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Proteste di piazza a Bruxelles, gennaio 2019

Altre proteste corrono in giro per l’Europa. A Bruxelles a fine gennaio decine di migliaia di persone, per lo più giovani, hanno manifestato sotto lo slogan “Cambiamo il sistema, non il clima”, ultima di una serie di azioni mosse dal desiderio, dall’urgenza, di fare qualcosa contro gli annunciati, devastanti effetti dei cambiamenti climatici in corso. Un fronte sul quale i poteri correnti hanno dimostrato a più riprese la propria totale impotenza, succubi come sono di un sistema di pensiero – l’ideologia della crescita, lo logica neoliberale – che non permette il radicale cambiamento di rotta che sarebbe necessario. Movimenti analoghi a quello belga hanno animato proteste di piazza in altri paesi europei, dalla Germania alla Francia all’Olanda.

In Albania gli studenti medi e universitari sono scesi in piazza per contestare le riforme del sistema scolastico, orientate a limitare il diritto di accesso agli studi e a favorire lo sviluppo di un sistema formativo privato. La contestazione si è rapidamente estesa all’intera classe dirigente del paese, messa fortemente in discussione.

Nell’Ungheria del premier Orban, attuale (non dichiarato) modello per buona parte della classe politica europea, le strade e le piazze si sono riempite, nonostante il clima tutt’altro che favorevole alla contestazione popolare, di fronte alle cosiddette “leggi schiavitù”, introdotte per compensare, attraverso orari di lavoro più lunghi e condizioni retributive peggiori, la mancanza di manodopera causata dalla rigida politica contro l’immigrazione. Altre proteste di piazza hanno attraversato vari paesi europei, ad esempio la Serbia, per non dire dei movimenti contro la Brexit usciti allo scoperto nel Regno Unito.

Non è il fantasma del comunismo che si aggira per l’Europa, ma forse sta germogliando il seme di una protesta popolare non egoistica; forse nel corpo dell’Europa e in specie nella popolazione giovanile sta maturando la persuasione che è necessario, oltre che possibile, uscire dagli schemi di pensiero imposti. L’oscillazione fra disperazione e rassegnazione, cinquant’anni dopo Palach, non può essere il destino di un continente in crisi di identità ma ancora fertile per chi voglia coltivare – e sono molti – la prospettiva di una conversione ecologica e democratica dell’economia e della società, rompendo la camicia di forza del modello burocratico neoliberale che ci sta soffocando.

A che serve il Giorno della Memoria?

27 gennaio 2019

Ogni 27 gennaio è giusto farsi la domanda più semplice: a che serve il Giorno della Memoria? La risposta è facile solo in apparenza. D’acchito, viene da dire: per non dimenticare il massimo crimine contro l’umanità compiuto nel Ventesimo secolo e forse nell’intero corso della storia di Homo Sapiens, ossia lo sterminio di milioni di persone “colpevoli” d’essere quello che erano e non di azioni o misfatti particolari. Giusto, ma qual è l’uso che possiamo fare di questo ricordo? A che cosa realmente ci serve?
deportazione1Su questo punto le risposte possibili sono numerose. Serve a combattere l’antisemitismo, a diffidare dei nazionalismi, a riflettere sulle complicità  dei cittadini con i peggiori governi eccetera eccetera. Su tutte le possibili risposte, svetta l’osservazione di Primo Levi, che ammoniva: è accaduto e quindi può accadere di nuovo. E’ questo, in fondo, il cuore della Giornata: ricordare l’abominio perché incombe su tutti il rischio di ripeterlo. Ineccepibile; fatto salvo un pericolo che merita d’essere considerato. Il pericolo che ci si fermi lì, al monito generale, al rischio di un ritorno del Male assoluto e genocida.
Tale monito può suscitare forme di (auto)consolazione. E’ facile sentirsi al riparo da simile evenienza. Per quanto viviamo un’epoca tempestosa, attraversata da importanti tensioni geopolitiche, è diffusa la sensazione che la Shoah e tutto che ciò che il 27 gennaio siamo spinti a ricordare siano sostanzialmente irripetibili. Quindi ci sentiamo tranquilli. Possiamo vivere la Giornata della Memoria come un prezioso strumento di trasmissione del ricordo ma senza provare troppi turbamenti.
C’è quindi qualcosa che manca. Manca l’attenzione a un messaggio potente che ci arriva dalla Shoah (e a ben vedere da quell’immane tragedia dell’umanità che fu la seconda guerra mondiale), ossia la tendenza a qualificare categorie piccole e grandi di persone come “vite che non contano”, quindi disumanizzabili, quindi eliminabili. Auschwitz in questo senso è il simbolo più spaventoso e insopportabile di una prassi che non è cessata.
Ci sono altre vite che non contano intorno a noi. A queste vite che di solito osserviamo da lontano, magari facendo spallucce, o anche provando disagio, a queste vite che non contano dovremmo pensare il 27 gennaio e tutti gli altri giorni. E dopo Auschwitz sappiamo che il pensiero dev’essere accompagnato dall’azione.

 

L’inazione sul clima, il grido di Greta. Sapremo ascoltarlo?

5 gennaio 2019

La recente Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop 24) nella città polacca di Katowice è passata quasi inosservata.

I maggiori mezzi d’informazione le hanno dedicato qualche avaro articolo all’avvio dei lavori e qualche altro alla fine, giusto per citare l’accordo raggiunto (piuttosto deludente). Il mondo politico italiano ha palesato un vistoso disinteresse. Eppure a Katowice erano in ballo questioni cruciali per il presente e il futuro delle nostre società, se è vero – come nessuno sostanzialmente contesta – quel che affermano gli scienziati e cioè che alcuni spaventosi effetti del riscaldamento globale si manifesteranno prima del previsto, cioè nell’arco di una dozzina d’anni.

Ritiro dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, desertificazione di ampie fette di territorio sono le minacce più incombenti. Così incombenti che uno dei delegati più attivi durante Cop 24 è stato il rappresentante delle Maldive, stato insulare destinato a subire fra i primi al mondo i devastanti effetti del surriscaldamento.

31998f77-8da8-4fcf-b40f-305199fd2637.jpegDurante gli incontri tecnici che hanno costellato le due settimane di lavori, le esigenze contingenti dell’economia hanno largamente prevalso sull’attenzione verso il futuro. Eppure stiamo ormai parlando di tempi ravvicinati e non di un’epoca lontana dalle menti e dai cuori dei leader politici perché – come chiosava cinicamente John Maynard Keynes – a quel tempo saremo tutti morti.

A Katowice si è ben capito che la drastica riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, ossia l’obiettivo principale della Conferenza, non è al momento una scelta politicamente accessibile per le leadership globali. Si tratterebbe di imprimere una svolta ai sistemi produttivi e ai modelli di consumo, incamminandosi lungo la via della sobrietà, concetto incompatibile con il turbocapitalismo neoliberale che domina il mondo. Non si riesce nemmeno a immaginare una seria strategia di graduale fuoriuscita dall’era degli idrocarburi (non è per caso che la Polonia ha scelto di organizzare la conferenza nella capitale nazionale del carbone).

Sui media internazionali il sostanziale fallimento di Cop 24 (l’ennesimo) è stato in qualche modo smorzato. L’attenzione si è concentrata sulla dichiarazione finale che è stata comunque sottoscritta e l’attenzione ora è spostata sulla Conferenza dell’anno prossimo, in Cile: forse anche i giornalisti vogliono lasciare una porta aperta alla speranza che qualcosa – miracolosamente – cambi.

A fare davvero breccia a Katowice – mediaticamente parlando – è stata un’imprevista oratrice, la quindicenne svedese Greta Thunberg, giovanissima organizzatrice nel suo paese di un “climate strike”. Ogni venerdì Greta manifesta davanti al parlamento di Stoccolma con cartelli e slogan, per protestare contro l’inerzia della politica sulla questione più importante del nostro tempo. A Katowice Greta Thunberg ha preso la parola e si è rivolta ai negoziatori in platea con un discorso sferzante: “Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. State lasciando ai vostri figli anche questo fardello”.

L’intervento di Greta, a confronto con l’ostruzionismo praticato dalle maggiori potenze economiche del pianeta, fa capire che l’unica possibilità esistente per superare l’impasse è l’avvio di una stagione di forte pressione popolare e internazionale sul tema dei cambiamenti climatici. In Svezia come in Francia, Germania e altri paesi (assai poco in Italia) sta in effetti prendendo forma con iniziative, azioni dirette e cortei uno specifico movimento di lotta e di proposta sul clima. E’ già qualcosa, ma serve molto di più. La lotta contro il surriscaldamento globale è la questione politica più importante al mondo e le classi dirigenti non la stanno affrontando in modo adeguato. Lo scrittore indiano Amitav Ghosh, in un recente libro più letto che ascoltato (“La grande cecità”), ha denunciato il silenzio degli intellettuali.

Ora la giovane Greta ha azionato la sveglia. Bisognerebbe non fare finta di non aver sentito.

 

 

 

La Scala e le nostre peggiori tradizioni

8 dicembre 2018

La senatrice a vita Liliana Segre era in sala alla prima della Scala, tempio internazionale della lirica, luogo sacro della cultura italiana e lì ha portato, si può dire, la sua storia di ebrea perseguitata dal fascismo e di reduce dal campo di Auschwitz: “Attila l’ho guardato negli occhi”, ha detto, alludendo all’opera di Verdi messa in scena e alla sua esperienza di internata, “e non è riuscito a fulminarmi. Con questo spirito vengo a sentire il mio amato Verdi”.
4345-0-1085856617-kurg-u3070200847008rah-1224x916corriere-web-bergamo-593x443Con spirito simile può essere utile ricordare un po’ di storia della Scala e tornare a ottant’anni fa quando la piccola Liliana Segre, appena otto anni, fu obbligata a lasciare la scuola per effetto delle leggi razziste contro gli ebrei. Si è tanto discusso e ancora si discute se le leggi antisemite avessero o meno consenso popolare: un dubbio che riguarda anche gli ambienti dell’alta cultura, quindi la lirica.

Fabio Isman, nel suo libro “1938, l’Italia razzista” (il Mulino 2018), ricorda un episodio significativo. Alla fine del ’38 è vietato agli ebrei anche di mettere piede alla Scala e l’amministrazione comunica che rimborserà gli abbonati censiti come ebrei. Si indigna l’Osservatore Romano, ma non si registrano reazioni significative nel mondo della lirica, salvo la clamorosa decisione del direttore d’orchestra austriaco Erich Kleiber (non ebreo) che disdice tutti gli impegni con il teatro milanese, proprio durante le prove del Fidelio, opera di Beethoven e inno contro ogni forma di totalitarismo.
Il maestro Kleiber scrive agli amministratori del teatro una lettera esemplare:

“Apprendo in questo momento che il teatro della Scala ha chiuso le sue porte ai vostri compatrioti israeliti. La musica è fatta per tutti, come il sole e l’aria. Là dove si nega a degli esseri umani questa fonte di consolazione, così necessaria in questi tempi duri – e questo soltanto perché essi appartengono a un’altra stirpe o un’altra religione – io non posso collaborare né come cristiano, né come artista. Debbo di conseguenza pregarvi di considerare nullo il mio contratto, malgrado il piacere che avrei avuto a dirigere in questo magnifico teatro, che rammenta le più nobili tradizioni italiane”.

Va detto che dopo il ’38 e l’inerzia al cospetto delle leggi razziste (fu anche licenziato il maestro del coro, Vittore Veneziani, in quanto ebreo), la Scala rammenta anche le peggiori tradizioni italiane. Liliana Segre, l’altra sera, ce lo ha ricordato con la sua autorevole e ingombrante presenza in sala.

I diritti umani non sono più di moda, la Corte di Strasburgo nel mirino

23 novembre 2018

Il caso Demirtas, con l’ordine di scarcerazione e la reazione negativa del governo turco alla sentenza, sottopongono la Corte europea per i diritti umani a nuove, pericolose tensioni.

La Corte ha accolto il ricorso dell’uomo politico turco, già segretario del partito di opposizione Hdp, in carcere da due anni con vaghe accuse di terrorismo: Demirtas, ha detto in sostanza la Corte, è prigioniero per motivi politici e va quindi scarcerato.

Il governo di Ankara ha replicato duramente, sostenendo che i giudici di Strasburgo “hanno preso posizione a favore del terrorismo”, visto che il presidente Recep Tayyp Erdogan giudica Selahattin Demirtas amico del Pkk, il Partito dei lavoratori curdi, considerato da Ankara un movimento terrorista. La cosa più grave è che Erdogan ha definito “non vincolante per la Turchia” la decisione della Corte di Strasburgo.
selahattin-demirtasLa sentenza è invece vincolante ed eseguibile secondo i trattati sottoscritti dalla Turchia e dagli altri 46 paesi del Consiglio d’Europa che sostengono la Corte, istituita nel 1959 per esercitare il controllo giurisdizionale sul rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, approvata nel 1950. La  Corte non ha però gli strumenti per imporre l’esecuzione delle sue decisioni, perciò ogni caso di parziale o totale ribellione da parte dei singoli Stati è un atto che mina la stabilita e credibilità della Corte stessa e, di conseguenza, della stessa Convenzione sui diritti umani.
Il no della Turchia è dunque molto pericoloso, perché costituisce un precedente relativo a un caso abnorme – la detenzione di un oppositore politico, oltretutto in carcere con una decina di parlamentari (ormai ex) dello stesso partito – e perché arriva in un periodo assai delicato per la Corte di Strasburgo, sottoposta a forti scossoni dalla temperie politica che sta investendo l’Europa, con lo stato di diritto vacillante in più di un paese. I diritti umani non sono più di moda e anzi suscitano crescenti insofferenze.
Anche in Italia non sono mancati i segnali di fastidio per alcune recenti condanne subite a Strasburgo. Poco tempo fa il giudizio dato dai giudici europei sull’ultimo periodo di detenzione inflitto a Bernardo Provenzano ha provocato reazioni stizzite sia nel mondo politico sia nei media. Secondo la Corte il duro trattamento previsto dal 41 bis era incompatibile con le condizioni di un uomo ormai molto malato e al termine della vita, ma più di un ministro e alcuni commentatori hanno respinto tale giudizio, considerato troppo garantista rispetto a un capomafia responsabile di numerosi delitti e altri gravissimi crimini. Non sono mancati sbrigative valutazioni sulla stessa Corte, bollata da qualcuno come inutile carrozzone.
Negli anni scorsi anche le sentenze sulle violenze al G8 di Genova del 2001 erano state accettate con difficoltà, per i duri giudizi espressi dalla Corte sulla condotta delle nostre forze di polizia e sul mancato intervento riparativo delle istituzioni. Una parte essenziale dei dispositivi delle sentenze – la rimozione dai ranghi di polizia dei condannati – non è stata eseguita, perché giudicata non vincolante, alla stregua di quanto sostiene oggi il presidente Erdogan nel caso Demirtas.
Stiamo per celebrare i settant’anni della Dichiarazione universale dei diritti umani, sottoscritta il 10 dicembre 1948, ma non sarà una festa. Sentenza scomoda dopo sentenza scomoda, la Corte di Strasburgo sta emergendo come baluardo nella tutela dei diritti fondamentali, come a dire un bersaglio preferenziale per il risorgente nazionalismo, motore rombante delle democrazie illiberali in costruzione.

Una marcia che cambia il mondo

2 novembre 2018

Le marce di protesta e di proposta sono state nella storia fra gli strumenti più potenti di cambiamento sociale dal basso. La Marcia del sale guidata da Gandhi in India nel 1930, la Marcia su Washington per il lavoro e la libertà del 1963 chiusa con il celebre discorso di Martin Luther King “I have a dream”, la nostra stessa Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza fra i popoli: sono quelle che prime saltano alla mente e fanno ormai parte di quella che potremmo definire una storia popolare del mondo.

Le marce sono tuttora un potente strumento politico di cambiamento, grazie alla dimostrata capacità di portare alla ribalta temi ignorati dalla politica ufficiale, dai media mainstream, da opinioni pubbliche assuefatte all’agenda imposta dal sistema economico-finanziario che domina il mondo.

Di recente, in Afghanistan, un paese in apparenza impossibile, devastato da guerre infinite, annichilito dai lutti e dall’occupazione militare, è stato attraversato da una straordinaria marcia della pace. Sono così venute alla luce risorse sociali inaspettate. La marcia ha mostrato che c’è un Afghanistan in lotta, che vuole dire la sua, che non accetta d’essere preda e vittima di interessi altrui; è un Afghanistan che non si accontenta della democrazia formale, diciamo pure fasulla, calata dal cielo insieme con gli ordigni dei bombardieri. La storia del paese è già cambiata; i cittadini afghani che si sono messi in marcia, c’è da scommetterci, saranno protagonisti della vita pubblica anche nei mesi e anni a venire.

marciaa.jpgUn’altra marcia è in corso, stavolta nel continente americano: migliaia di persone sono partite dall’Honduras dirette negli Stati Uniti; aspirano a una vita migliore, a un’opportunità da cogliere nel ricco paese nordamericano, storica meta dei migranti di tutto il mondo. Marciano intere famiglie, cercano lavoro e l’occasione di condurre vite normali, come quelle dei cittadini statunitensi, eppure sono descritti dai media, e dalla politica mainstream, con un lessico preso dal mondo militare: si parla di un esercito di migranti, di un’armata. I camminanti vengono additati come una minaccia per i sacri confini della più grande potenza militare del mondo.

Il presidente Trump ha già messo in campo una risposta delle sue, schierando 5000 marines e descrivendo il popolo in cammino come un’accozzaglia di indesiderabili che mette a rischio la sicurezza del paese, in un’escalation verbale ormai collaudata, tutta spesa sul mercato elettorale della paura. Da questo punto di vista la marcia è un toccasana propagandistico: permette al presidente, alla vigilia di una scadenza elettorale, di esasperare i toni,  agitare lo spauracchio dell’invasione e proporsi come comandante in capo pronto a difendere, costi quel che costi, il popolo statunitense.

Non sappiamo come andrà a finire questa storia. I camminanti saranno probabilmente bloccati alla frontiera e dovranno accomodarsi nella tendopoli in allestimento, ma di certo la marcia non sarà un fallimento, qualunque cosa avvenga: che sia la dispersione delle persone o la trasformazione del cammino in un inedito sit-in di massa. Non sarà un fallimento perché le immagini della marcia hanno già fatto il giro del mondo e messo in allarme le cancellerie di numerosi paesi (non solo centro e nordamericani), portando sulla scena pubblica quello che potrebbe diventare un principio ordinatore delle lotte di liberazione di questo inizio di millennio: il diritto di emigrare (e quindi il corrispondente diritto di immigrazione).

E’ un diritto che ha radici storiche antiche, come ci ricorda Luigi Ferrajoli, e che è servito per affermare il capitalismo nel mondo, nonché, per l’appunto, ciò che intendiamo per civiltà occidentale: il diritto di occupare nuove terre, impiantarvi attività e più tardi cercarvi lavoro, è stato una prerogativa implicita, considerata naturale, per chi sia nato e vissuto nella nostra parte di mondo.

Oggi il diritto di migrare è rivendicato dall’altra parte di mondo e si tenta quindi di trasformarlo in delitto. E’ quanto avviene negli Stati Uniti di Trump, ma anche in quell’Europa che il diritto di emigrare lo ha esercitato per secoli, sia nelle sue élite sia nelle sue masse popolari.

La marcia in Centro America ricorda al mondo che il diritto di emigrare è uno dei diritti fondamentali del nostro tempo, in un mondo segnato da diseguaglianze mai viste prima, da un’inedità facilità di spostamento e da minacce incombenti di natura politica, sociale, ambientale. Donatella Di Cesare afferma con argomenti persuasivi che lo “jus migrandi” è il diritto di questo millennio, tutto da conquistare.

Non basteranno i marines per fermare il movimento di liberazione incarnato oggi dagli honduregni, salvadoregni, guatemaltechi in cammino: queste persone sono testimoni e protagoniste di un processo di trasformazione che va oltre la lotta del momento.

E’ una lotta che ci riguarda, perché il diritto di emigrare è il traguardo che dovrebbe oggi ispirare chi si batte in difesa della democrazia e del principio di giustizia sociale. La libertà di movimento è oggi l’utopia concreta da coltivare per opporsi con la mente e con i corpi a chi sta sfruttando la cosiddetta emergenza immigrazione per trasformare in senso autoritario le già carenti democrazie occidentali.

Quella marcia è la nostra marcia.

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