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Fratelli insetti, oltre i confini di specie

3 gennaio 2020

E poi ci sono gli insetti. I grandi dimenticati di un’epoca, come l’attuale, che sta riscoprendo finalmente la varietà delle forme di vite a la loro intrinseca importanza. E’ una visione che si sta facendo largo nella cultura occidentale, pur dovendo combattere contro secoli e secoli di antropocentrismo, con l’uomo e le sue esigenze metro e misura del mondo.

insetto-510x340-1Da qualche tempo si sta finalmente aprendo lo sguardo anche alle piante, gli esseri viventi più diffusi sul pianeta, grazie a un’attenzione dovuta a due principali fattori: l’angoscia per la catastrofe climatica in corso, legata, fra le altre cose, agli irresponsabili massicci disboscamenti, e poi agli studi più recenti sulla sensibilità delle piante, la cosiddetta neurobiologia, la disciplina che ha sottratto i vegetali all’ingiusto destino d’essere considerati esseri minori, vicini alle cose.
Poi, appunto, ci sono gli insetti, esseri viventi presenti sulla Terra da ben prima di Homo sapiens, sopravvissuti alle cinque estinzioni di massa già avvenute e destinati, con ogni probabilità, a superare anche la sesta prossima ventura, legata al collasso climatico del pianeta. E’ un insediamento sul pianeta, il loro, a dir poco di successo.

Eppure sappiamo così poco degli insetti. Li trattiamo spesso con sufficienza, se non disgusto, ma quanta ignoranza c’è dietro tale atteggiamento; e che leggerezza. Anne Sverdrup-Thygeson è un’entomologa norvegese di cui è stato da poco tradotto un libro, Terra insecta (Bur Rizzoli), che possiamo considerare un ottimo vademecum per entrare nel magico mondo degli insetti. Un mondo pieno di meraviglie e di sorprese.
Meraviglie morfologiche, riproduttive, comportamentali. Charles Darwin, per dire, ammirava il cervello delle formiche: «Uno dei più meravigliosi atomi di materia del mondo – scrisse – forse ancor più meraviglioso dell’uomo». D’altra parte la condotta di certi insetti, in questo caso una vespa parassita, lo fece dubitare del buon cuore del Creatore: «Non riesco a capacitarmi del fatto – scrisse Darwin a un amico – che un Dio benefico e onnipotente, creando gli icneumonidi (vespe parassite, ndr), abbia espressamente inteso che dovessero nutrirsi divorando dall’interno il corpo vivo dei bruchi». E c’è molto di peggio fra gli insetti, chiosa divertita Sverdrup-Thygeson, citando altre vespe che riescono a impadronirsi non solo del corpo ma anche della volontà delle blatte nelle quali insediano le proprie uova per la riproduzione. D’altronde l’evoluzione non avviene certo all’insegna dell’amore per il prossimo, semmai di una spietata industriosità.

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Osservare gli insetti con supponenza è da sciocchi e ormai anche da irresponsabili, vista l’interdipendenza fra tutti gli esseri viventi negli ecosistemi. Oggi la vita degli insetti è minacciata dalla chimica e dalla monocoltura in agricoltura, dalla perdita progressiva di boschi naturali (gli alberi vecchi e i fusti morti sono l’habitat di innumerevoli specie di insetti), dall’inquinamento luminoso, dal riscaldamento globale (con il fenomeno delle “false primavere“).

Secondo un test eseguito in Germania, negli ultimi trent’anni la popolazione di insetti è scesa del 75%. E si stima che un quarto di tutti gli insetti del pianeta corra il rischio di estinguersi. È una situazione drammatica. Anne Sverdrup-Thygeson dà vari consigli per correre ai ripari. Alle persone comuni suggerisce d’essere curiose, di studiare gli insetti e di raccontare ai più piccoli tutte le cose strabilianti e utili che sanno fare, invece di parlarne sempre in termini negativi (a proposito, anche mosche e zanzare svolgono funzioni positive). Anche agli amministratori pubblici l’entomologa chiede apertura mentale: quando disponete piani urbanistici, cantieri, interventi in agricoltura, insomma sempre, tenete conto degli insetti che vivono con noi.

Magari pensando alle parole di Edward O. Wilson, professore ad Harvard: «La verità è che abbiamo bisogno degli invertebrati, mentre gli invertebrati non hanno bisogno di noi. Se l’umanità si estinguesse nel giro di 24 ore il mondo andrebbe avanti senza neppure farci caso (…) Se a scomparire fossero gli invertebrati, invece, dubito che il genere umano resisterebbe più di qualche mese».

Il nazismo e il fascismo dentro le nostre famiglie

27 novembre 2019

La Germania sì, che ha fatto i conti con il nazismo, non come noi in Italia. Questa battuta, questo luogo comune, per molti anni è stato usato per rimarcare la continuità fascismo-democrazia nel corpo vero delle nostre istituzioni (la magistratura, le forze di polizia, l’esercito, la burocrazia) e alla fine ha creato il mito della Germania ripulita dal nazismo (Germania Ovest naturalmente, perché alla Germania Est nemmeno di pensava e lì, d’altronde, prevaleva un atteggiamento negazionista, come se i responsabili e sostenitori del nazismo si fossero miracolosamente concentrati nella parte occidentale).
Non è stato realmente così e infatti si è poi affermata una seconda più credibile lettura, secondo la quale è stata la generazione del ’68, i ragazzi nati durante o subito dopo la guerra, a chiedere conto a padri e nonni del proprio comportamento nei dodici anni del Terzo Reich, argomento tabù in tutta la Germania, nella dimensione pubblica come in quella privata. Un film di qualche anno fa, “Lo Stato contro Fritz Bauer”, ha offerto uno spaccato della mancata transizione fra nazismo e democrazia nel cuore delle istituzioni della Germania Ovest, raccontando la vicenda del magistrato che si trovò a gestire l’arresto in Argentina del criminale di guerra Adolf Heichmann ma si trovò costretto a “passarlo” ai servizi segreti israeliani di fronte all’ostilità incontrata in patria nella magistratura, nelle forze di polizia e nel mondo politico fino alla cancelleria, tutti apparati massicciamente presidiati da funzionari e dirigenti che al nazismo avevano aderito con convinzione e che mantenevano la nuova Germania sotto scacco (lo stesso capo staff del premier democristiano Adenauer, Hans Globke, era stato un qualificato collaboratore come giurista del regime nazista). Eichmann, come noto, fu poi imputato in un clamoroso processo a Gerusalemme e infine impiccato.
Ebbene, la Germania ha fatto i propri conti con il nazismo in maniera così farraginosa e così incerta che nelle famiglie tedesche certe domande, le stesse domande, continuano a circolare, rivolte – ormai – ai propri nonni e bisnonni. E’ il caso per esempio di Nora Krug, classe 1977, autrice di romanzi a fumetti dalla doppia anima nazionale: tedesca e statunitense. Krug ha raccontato nell’avvincente “Heimat” (Einaudi) la sua tenace indagine sulla condotta dei propri zii e nonni all’epoca del nazismo, a partire da una casuale conversazione, avvenuta a New York, sul tetto di un palazzo. Nora era appena arrivata negli Usa per studiare. “Da dove vieni? – mi chiese. – Dalla Germania. – Mi sembrava. – Lei è mai stata in Germania?, chiesi. – Sì. Tanto tempo fa. Evitava di guardarmi negli occhi. Allora capii. Mi raccontò che era sopravvissuta al campo di concentramento perché una delle guardie, una donna, per sedici volte l’aveva salvata all’ultimo momento dalla camera a gas. (…) Un calore familiare cominciava a formarsi alla bocca dello stomaco. Come reagisci, da tedesca, davanti a un essere umano che ti rivela questo ricordo? Rimasi in silenzio. – E’ successo tanto tempo fa, disse lei alla fine. Sono sicura che le cose sono cambiate. Tu devi avere dei genitori affettuosi. Annuii”.

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Parte da qui l’inquietudine di Nora: il passare del tempo, i grandi cambiamenti avvenuti, l’affetto sincero dei genitori non sono abbastanza, la ragazza appena approdata negli Usa sente il bisogno di sapere di più. Capisce, cioè, che il silenzio ha coperto nella sua famiglia aspetti di un passato troppo scomodo e difficile per essere messo davvero in luce. Il mito dei conti fatti con il nazismo e le incomplete risposte alle domande poste dalla generazione del ’68 sono la prima constatazione del romanzo a fumetti. Nora scava nei ricordi, recupera vecchie fotografie, interroga i parenti, a cominciare dai genitori, e scandaglia archivi, recupera vecchi giornali, insomma si impegna in un’inchiesta seria, documentata passo dopo passo, scoperta dopo scoperta.

Ogni volta che incrocia un comportamento sospetto di uno dei suoi avi – la foto di uno zio in divisa, un prestito ricevuto da un nonno, la condotta tenuta di fronte agli attacchi e alla deportazione dei concittadini ebrei – cerca spiegazioni e giustificazioni, ma il tarlo del dubbio lavora e corrode. Scopre che il nonno Willi si era iscritto al partito nazista già nel ’33 e che sfiorò la classificazione come “criminale” nel processo di “denazificazione” voluto a guerra finita dali Alleati. Alla fine il nonno, grazie ad alcune testimonianze favorevoli, sarà qualificato come “gregario”: un sollievo per Nora, ma all’interno di un quadro oscuro. L’adesione al nazismo, la compromissione col Terzo Reich hanno riguardato anche la sua famiglia: così Nora – che pure studiava la Shoah sui libri delle scuole medie in Germania – prende contatto con una verità e una realtà rimasti fra parentesi durante la sua adolescenza e giovinezza in Germania.
“Heimat” ci ricorda che i conti con la storia non sono mai definitivi. I fantasmi che tornano a insidiare la Germania e il resto dell’Europa provengono da quell’area del non detto, da quei silenzi che hanno condizionato il rapporto dei tedeschi (ma il discorso vale anche per gli italiani) con il proprio passato. Un passato che non è chiuso: gli anni del nazismo e del fascismo non sono stati un accidente della storia, una parentesi chiusa per sempe, e vanno riletti e studiati ancora perché ci trasmettono un segnale d’allarme. Ci dicono che viviamo in società permeabili ai messaggi più estremi, alle soluzioni più radicali e più violente; ci dicono che abbiamo un rapporto ambiguo, spesso di sottomissione, con il potere.

Estrattivismo vs futuro, l’esempio dei nativi in Alaska

21 novembre 2019

Il documentario “Il petrolio degli eschimesi” pubblicato sul sito di Internazionale, dedicato all’industria petrolifera in Alaska, è esemplare della lotta politica in corso nel pianeta. Da un lato la logica estrattivista, rappresentata qui da un’azienda “locale” di sfruttamento petrolifero con annesse attività di lobbying, dall’altro la parte dei nativi che rifiuta lo sfruttamento petrolifero in nome della protezione dell’habitat.

orsi-polari-scioglimento-ghiacciL’industria del petrolio ha dalla sua argomenti forti: il denaro per investire in infrastrutture locali – strade, scuole, rete elettrica eccetera – e l’inerzia del capitalismo neoliberale. Usa argomenti noti per rassicurare: trivellazioni sì, ma in sicurezza; petrolio sì, ma senza compromettere la vita animale; profitto sì, ma rispettando la cultura locale. Parole che stendono una sottile patina di ambientalismo sulla realtà dei fatti: si sacrifica il territorio in cambio di un maggiore benessere immediato, magari sospirando: è il progresso e non possiamo farci niente. Metà della popolazione, dice il documentario, accetta lo scambio.

L’altra metà sta dicendo no. Vuole mantenere il modello di vita tradizionale e soprattutto vede gli orsi polari  che si avvicinano ai villaggi perché il loro habitat si sta trasformando; vede i ghiacci che si sciolgono; vede i disastri causati nel Golfo del Messico dalle fuoriuscite di petrolio dalle piattaforme e intuisce che non esistono garanzie possibili di sicurezza assoluta.

Questa parte della popolazione osserva e non nega a sé stessa gli effetti della crisi climatica in corso; l’altra parte ascolta e annuisce quando i dirigenti d’azienda e i lobbisti mettono in dubbio l’origine umana dei cambiamenti climatici. I “negazionisti” non sono patetiche macchiette, come a volte pensiamo, ma personaggi molto influenti con ruoli strategici sul campo. Vedere il documentario per credere.

Uno degli intervistati che parteggia per il no si domanda se non  si debba puntare sulle energie rinnovabili, anziché sul petrolio che inquina, peggiora la crisi climatica, impedisce agli animali di condurre la loro vita e  alle comunità locali altrettanto. Viene dai nativi, i nativi del no, derisi dai ricchi cavalieri del “progresso”, la posizione più seria e più avanzata nella materia politicamente più delicata del momento. Come dice un altro degli intervistati: “Siamo quelli seduti in prima linea”. Quelli che assistono in diretta al disastro, quelli che provano a rallentarlo, se non fermarlo.

L’estrattivismo è incompatibile – nel lungo periodo – con la prosecuzione della vita sulla Terra e nel breve periodo con il mantenimento degli habitat naturali dei luoghi in cui opera. Tutto il resto è lobbying.

Cucchi, il delitto dell’indifferenza

16 novembre 2019

Un tribunale, dopo dieci anni, condanna due carabinieri come responsabili delle percosse che furono all’origine della morte, da detenuto, di Stefano Cucchi. Dopo tante menzogne, reticenze, depistaggi, la verità storica si fa strada nelle aule di giustizia. Ma tanti dubbi restano, considerando anche i molti casi simili: sulla cultura che si respira dentro le forze dell’ordine, sull’attitudine a mentire, sulla scarsa considerazione per i corpi altrui. La sentenza di condanna potrà essere utile davvero, se sarà un punto di partenza

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Libero discorso d’odio in declinante democrazia

31 ottobre 2019

Lo spettacolo offerto dal Senato della repubblica al momento del voto sulla commissione contro odio e razzismo proposta da Liliana Segre non va sottovalutato. Tutti i senatori della destra si sono astenuti e hanno anche platealmente evitato di applaudire la senatrice a vita, rimanendo seduti mentre gli altri senatori si alzavano in piedi come forma di apprezzamento per la Segre, finita ad Auschwitz da ragazzina e fra le poche sopravvissute ancora in vita. Una donna che con la sua sola presenza dà lustro allo screditato parlamento italiano.
Il gesto dei senatori della destra non risponde a una banale logica parlamentare – il no, anzi l’astensione rispetto a una proposta della maggioranza – ma serve a rendere evidente, addirittura clamorosa la scelta di campo compiuta dalla destra. Il messaggio è che non ci sono più tabù: non il razzismo, non l’antisemitismo, non i discorsi d’odio. Di questo si tratta e non c’è da scrollare le spalle come se tutto fosse già noto, perché la certificazione con un voto parlamentare e l’aggiunta dello sgarbo plateale alla senatrice Segre segnano una linea di demarcazione che va oltre l’ammiccamento, lo sproloquio, la violenza verbale in rete.
SegreSenato1200-1050x551.jpgNegli ambienti della destra da tempo si coltiva una mitologica narrazione secondo la quale la libertà d’opinione sarebbe compressa dall’ideologia del politicamente corretto, imposta – secondo questa teoria – da una dittatura culturale che fa capo a una generica sinistra intellettuale. Dal rifiuto di questa dittatura, deriverebbe la natura libertaria (e liberatrice) del gergo estremo e scurrile caro ai quotidiani vicini alla destra e ai politici, militanti e simpatizzanti della destra-destra. In questo brodo di coltura hanno preso piede i discorsi d’odio, molte fake news di stampo razzista e – non ultima – la deriva antiprofessionale di alcuni quotidiani e singoli giornalisti.
Ora tutto ciò viene rivendicato con il gesto compiuto al Senato. Gli sforzi per frenare la violenza verbale dominante nei social network e ampiamente accettata nel dibattito politico (se ancora vogliamo chiamarlo così) diventano una semplice azione politica di parte, da respingere senza esitazioni (in questo caso con una benevola astensione per addolcire un po’ la pillola rispetto all’estremismo della posizione assunta).
Sappiamo che il discorso d’odio, il ricorso agli stereotipi discriminatori, il lessico razzista, l’avversione per lo straniero sono in questi anni circolati ben oltre i confini della destra politica, trovando spazio – per dire – anche nei mezzi d’informazione considerati progressisti (da leggere e rileggere “Lessico del razzismo democratico” di Giuseppe Faso).
A maggior ragione è urgente cercare strumenti capaci di denunciare questa prassi e richiamare chi ha facolta di parola in pubblico al senso della misura e della responsabilità, anche alla luce dei mezzi fallimenti registrati in ambito giornalistico (altro che dittatura del politicamente corretto!).

La Commissione Segre, potenzialmente, è uno di questi strumenti, ma intanto la sua istituzione è stata un’occasione per spostare ancora più avanti la linea dell’impossibile – dell’insopportabile – che diventa lecito. Quei senatori rimasti seduti mentre gli altri applaudivano Liliana Segre sono il sintomo (ma anche i protagonisti) di un degrado politico, culturale e morale che dura da tempo e che rischia di aggravarsi ulteriormente. Proprio come sostiene la senatrice Segre, espulsa bambina dalle scuole italiane e spedita nel lager, oggi testimone incompresa – o forse compresa fin troppo bene – di un pericoloso declino della nostra vita democratica.

Il calcio di Erdogan alle (im)potenze europee

16 ottobre 2019

In questi giorni di guerra – guerra turca contro i turchi siriani, ma anche guerra contro l’idea che si possano affrontare le questioni politiche e diplomatiche con strumenti pacifici e democratici – succede che i templi europei della fede calcistica siano utilizzati dai calciatori turchi come quinta teatrale dove esibire lealtà patriottica e spirito bellicista. E’ successo due volte in pochi giorni, coi giocatori a mimare il gesto dell’attenti, con il chiaro intento di manifestare il proprio appoggio alla missione militare avviata da Istanbul, nel disprezzo del diritto internazionale e nell’intento di compiere stragi nel Nord della Siria.
gettyimages-1175359247.jpgIl saluto militare dei calciatori turchi è una chiara provocazione che mette a nudo le infinite ipocrisie del mondo del calcio e la sua intima natura. Per il primo aspetto, si tenta ancora di rivendicare l’autonomia dello sport dalla politica, la totale separazione dell’uno dall’altra, secondo una vecchia retorica più volte smentita e del tutto irrealistica, specie nel caso del calcio, terreno d’elezione per capitani d’industria e aspiranti alla scalata del potere. E’ una pretesa fasulla, ma si tenta di opporla alle richieste di sanzionare gli atleti protagonisti delle sceneggiate e di sospendere tutte le attività delle squadre nazionali turche e di giocare altrove – non ad Istanbul come previsto – la finale della Champions League.

Il gotha del calcio è chiamato alla prova: se non fa niente, finisce per rendersi complice del nazionalismo e del militarismo turco; se vuole difendere la propria vera autonomia e agire, dovrà sanzionare atleti e federazioni. Nell’uno come nell’altro caso, la separatezza fra sport e politica si rivelerà ovviamente una finzione. Una terza possibilità non c’è.
Quanto all’altro aspetto, l’intima natura del calcio, religione civile – per molti aspetti in verità incivile – del nostro tempo, la sua commistione col potere finanziario, spesso il peggior potere finanziario, è così ampia e profonda che risulta ormai impossibile considerarlo solo uno sport. E’ anche uno sport, ma forse non soprattutto uno sport; non più. Il calcio è principalmente un business, un veicolo della manipolazione di massa, un catalizzatore di attenzioni totalizzanti (il tifo). E’ un potente strumento di controllo e di dominio, un acceleratore della sedazione di ogni velleità di rivolta sociale e di cambiamento dello status quo.

Ai signori del pallone tutto è concesso, nei microcosmi cittadini (vedi la costruzione di ingombranti stadi e cittadelle spesso a dispetto delle regole e del buon senso, ma a furor di popolo) e nei macrocosmi sovranazionali, coi capitali finanziari che fanno shopping di campionato in campionato, acquistando club, drogando di denaro mal guadagnato il mondo dei calciatori e degli allenatori. Corrompendo lo spirito sportivo nel profondo, a tutti i livelli.
C’è poco da salvare nel calcio moderno. E il caso turco ne è l’ennesima dimostrazione. Il presidente Erdogan riderà sotto i baffi: è riuscito a sbeffeggiare, per interposti calciatori, le (im)potenze europee e lo ha fatto proprio negli stadi, i luoghi di culto più politici del nostro tempo.

Ribellarsi alla cultura oppio del popolo

20 agosto 2019

Goffredo Fofi è un maestro. Le sue recensioni settimanali su Avvenire e Internazionale, la sua rivista Gli asini e ovviamente i suoi libri sono letture imprescindibili per chi voglia orientarsi nella produzione culturale a partire da un assunto molto preciso: la necessità di non accettare il presente così com’è. Viviamo in una società profondamente ingiusta, siamo una specie addirittura in via di estinzione a causa della catastrofe climatica in corso e tuttavia prevale nel mondo, nel nostro mondo, una sorta di rassegnata assuefazione. Siamo come anestetizzati. Perché non si intravedono fronti di lotta e di impegno adeguati alla gravità del momento?

Nel suo nuovo libro “L’oppio del popolo” (Elèuthera, 166 pagine) Fofi sostiene una tesi radicale: si è affermato nella società un sistema culturale, cui Fofi stesso appartiene, sia pure da refrattario, che svolge una precisa funzione: manipolare le coscienze, “imponendo il consumo di beni e modelli, di merci e di idee-merce”. E ancora: “Senso di colpa e vergogna per come va il mondo e per la nostra incapacità di reagire dovrebbero essere un dato di fatto collettivo, di massa”. Così non è, sostiene Fofi, perché la cultura ha smesso d’essere pensiero critico e strumento di conoscenza e azione. E’ semmai l’opposto, un enorme apparato al servizio del potere economico-finanziario e politico, formato da migliaia e migliaia di funzionari e operai arruolati da un’industria in continua espansione, tutti impegnati a parlare, scrivere, filmare, cantare, reclamizzare in un festival infinito di supposta creatività con il preciso scopo di “farci accettare l’inaccettabile, tollerare l’intollerabile, dimenticare la realtà”.

La cultura, dice Fofi, è un crocevia ambiguo: da un lato strumento del potere, usato per illudere la gente di pensare con la propria testa e per fiaccare sul nascere qualsiasi ipotesi di ribellione, dall’altra premessa necessaria – la cultura autentica, formatrice di spirito critico e veicolo di conoscenza – per ipotizzare la necessaria, non più rinviabile rivolta.

Fofi, capitolo dopo capitolo, mette in guardia contro i “tranquillizzatori sociali” che si nascondono dietro scrittori, registi, intellettuali vari e non risparmia critiche sferzanti al decadente cinema italiano, alla classe degli insegnanti e dei pedagogisti un tempo palestra della ricerca e dell’apertura, ai troppi e narcisisti scrittori (anzi scriventi, secondo la definizione di Elsa Morante) che pubblicano troppi libri, per lo più inutili.

E tuttavia Fofi è un maestro, un non-rassegnato e non-complice, e riconosce che nonostante tutto, in questo paese del conformismo e dell’accettazione, della sottomissione al potere e al mercato, “si scoprono continuamente persone belle, generose, attive e in vario modo responsabili di fronte al contesto in cui si muovono. Piccoli gruppi, che si occupano in modo sensibile e tollerante del prossimo che non ce la fa, del bene davvero comune…” Fofi fa alcuni nomi di registi, scrittori, giornalisti non assorbiti dal sistema: Marcello, Minervini, Rohrwacher e altri per il cinema; Mattotti, Negrin, Zerocalcare e altri ancora nel romanzo a fumetti; Lagioia, Cognetti, Terranova, Siti, Mari, Giacopini e altri fra i narratori; il compianto Alessandro Leogrande e Benedetta Tobagi fra gli autori di inchieste destinate a durare. Sono indicazioni di rotta, guide utili al lettore e spettatore esigente, preziose come ben sa chi segua gli interventi settimanali su Avvenire e Internazionale.

Ma la questione chiave è un’altra e Fofi l’affronta lungo tutto il libro per poi approfondirla nell’ultimo capitolo: “Che fare?”. Per Fofi la conoscenza, il sapere, la cultura autentica hanno senso se conducono all’azione e alla tensione verso il cambiamento di questo mondo insopportabile che siamo chiamati a vivere. La sua risposta al “che fare?” è la disobbedienza civile, nella migliore tradizione della nonviolenza, fra Gandhi e Capitini e Dolci.

Disobbedienza civile intesa come ricerca dei nuovi, essenziali fronti di impegno, come formazione di “gruppi o movimenti” in grado di “accogliere e indirizzare ques giovani intenzionati e essere fino in fondo positivamente attivi nelle novità dell’epoca”. Si tratta, dice Fofi, di “entrare in un mondo nuovo rifiutandone le ingiustizie e le prepotenze“, d’essere “avanguardie (ebbene sì!) di una nuova umanità e di una nuova convivenza, tra gli uomini e con le creature, tra l’ideale cristiano e quello socialista (che per me sono assai vicini), e quello, infine, ecologico!”

Fofi si rivolge ai persuasi (per usare un termine di Aldo Capitini) oggi smarriti e disuniti e li invita a non temere d’essere minoranza, perché questa è la condizione di partenza; li sfida anzi a pensare in grande, a un nuovo sistema di “economia austera e solidale”, all’attenzione per gli “umiliati e offesi”, al bisogno di verità e di ribellione che cova sotto la cenere. Un bisogno che va dissotterato e declinato nella forma del “noi”, seguendo la dimenticata lezione dell’amato Albert Camus: “Mi rivolto, dunque siamo”.

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