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#perchéno / 3. Tecnocrazie e accentramento vs partecipazione

29 novembre 2016

Sul numero di novembre di Altreconomia Luca Martinelli racconta la storia di un progetto di estrazione petrolifera a Carpignano Sesia, nel novarese. L’Eni vorrebbe scavare un pozzo perché si stima che nel sottosuolo (a quattromila metri!) vi sia una discreta quantità di greggio , circa 80 milioni di barili, l’equivalente del fabbisogno italiano di soli due mesi, ma con un valore di mercato valutabile quattro miliardi: quanto basta per avvertire l’inebriante odore di profitto.

Il pozzo, tuttavia, avrebbe un forte impatto sul paesaggio e metterebbe a rischio falde acquifere vitali, per cui sono nati comitati di cittadini che si oppongono al progetto, avversato anche da amministrazioni locali. Ma l’iter è partito e le procedure, con il cosiddetto decreto Sblocca-Italia, tendono ormai a favorire chi vuole realizzare opere del genere, a scapito delle opzione di tutela dell’ambiente, del paesaggio e della salute pubblica.

Comitati e Comuni nel novarese sanno dunque di dover lottare per sventare il progetto dell’Eni, a loro avviso dannoso (nel senso che i ricavi previsti non valgono il danno permanente arrecato), ma ora devono temere anche l’esito del referendum del 4 dicembre, poiché la riforma costituzionale Renzi-Boschi prevede un forte accentramento dei poteri decisionali in capo al governo a discapito delle Regioni. E’ la parte della riforma denominata con un beffardo eufemismo “riordino delle competenze”.

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Luigi XIV di Borbone, il Re Sole

Le Regioni, se la riforma entrerà in vigore, perderanno alcune importanti competenze e in aggiunta ci sarà da fare i conti – il punto che riguarda casi come quello di Carpignano Sesia – con la cosiddetta “clausola di supremazia”, cioè la facoltà concessa al governo centrale di avocare a sé le competenze spettanti alle Regioni quando lo richieda la “tutela dell’interesse nazionale” e va da sé che sarebbe il governo stesso a decidere se sussistano o meno tali estremi.

La “clausola di supremazia” è un grimaldello preteso in nome di un’idea di “governance” – giusto per usare un termine caro alle tecnocrazie – che permetta allo stato di agire come farebbe un’azienda, saltando le fastidiose ingerenze di soggetti terzi, come i cittadini riuniti in comitati – anzi “comitatini” come qualcuno, sprezzantemente, li chiama – o come Regioni e Comuni.

Si ritrova in quest’idea aziendalista dello stato una derivazione diretta dell’ideologia neoliberale, che teorizza la necessità di avere apparati statali snelli e capaci di decidere in fretta e in favore delle attività economiche e del mercato.

L’idea dell’accentramento dei poteri nell’autorità statale è tipica – da sempre – della cultura politica della destra ma col tempo – nel trionfo del neoliberismo – si è imposta come luogo comune del pensiero unico coltivato e condiviso dalle élite dirigenti dei paesi occidentali e dunque non sorprende più di tanto che la supremazia del governo nazionale sugli enti locali (e sul parlamento) sia stata inclusa nella riforma Renzi-Boschi, che al pensiero (unico) corrente si sipira dichiaratamente.

E tuttavia si tratterebbe – una volta approvata – di un’involuzione del nostro sistema istituzionale e più ancora dell’abbandono di un’idea di democrazia fondata sul decentramento e la distribuzione del potere, in modo da favorire la partecipazione dei cittadini. E in fondo proprio questo è il punto: siamo di fronte a una riforma che ha per parole d’ordine governabilità, efficienza, rapidità, termini mutuati dal lessico dell’impresa, e non vede di buon occhio la partecipazione dei cittadini e la condivisione del potere pubblico.

La cultura del dominio e il culto della violenza: memoria storica e polemica col presente

25 novembre 2016

Quello che segue è l’intervento di Valdemaro Baldi –  avvocato versiliese, studioso di diritto costituzionale ed esperto di amministrazione pubblica (ha avuto come maestri Massimo Severo Giannini, Carlo Lavagna e Ugo Natoli) – durante l’incontro di presentazione di “Era un giorno qualsiasi”, organizzato a Forte dei Marmi il 22 novembre 2016 dall’associazione Spazio libero e dal Comitato del No – Versilia storica. 

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di VALDEMARO BALDI

Quando ho finito di leggere questo libro di Lorenzo Guadagnucci mi sono domandato se potesse essere considerato una biografia.  Certamente è una narrazione biografica nel senso che è la storia di una vita attraversata all’età di dieci anni dalla esperienza drammatica della strage di S.Anna, il 12 Agosto del 1944, nel corso della quale il piccolo Alberto, il futuro padre dell’autore, perde la madre e con lei ogni riferimento certo di vita, materiale ed affettivo. E resta solo, con i suoi fantasmi, con i suoi rimorsi, con le sue paure, ma anche con la forte volontà di costruirsi una vita normale. Ci riesce: frequenta la scuola, l’Università, si laurea e diventa insegnante di scuola media, si sposa e forma la sua famiglia.

Ma il libro è molto altro perché gli avvenimenti narrati sono sempre accompagnati da una riflessione profonda e vasta che cerca di capirne la portata, gli sviluppi e le prospettive. Allora gli avvenimenti non sono un amarcord ,seppure di sofferenza, ma stimoli a capire il senso del vivere dal dopoguerra ad oggi, a comprendere il perché di quanto avvenuto prima, durante e dopo S. Anna.

Come è stato possibile che quei fatti terribili siano stati sottovalutati, non indagati, nascosti in quegli armadi d’archivio, aperti quasi per caso, dai quali è potuta uscire almeno una parte di verità ed incardinarsi un processo penale a carico di pochi ex appartenenti alle SS tedesche che fu possibile rintracciare molti anni, troppi, dopo la strage ?

Quali interessi politici, diplomatici e militari fecero sì che S.Anna col suo carico di violenza rischiasse di rifluire nell’oblio o nella rassegnazione?

Noi dobbiamo riconoscenza a coloro, che non furono molti, superstiti o figli di superstiti , e qui stasera abbiamo con noi Lorenzo Guadagnucci e Claudia Buratti, a un magistrato valoroso e a suoi collaboratori se la giustizia militare italiana ha trovato la forza di rompere il cerchio del disinteresse e questo è stato importante per cercare di dare risposta a quegli interrogativi, ma è stato ancor più importante per almeno due altre ragioni. La prima è che, al di là della ricerca delle responsabilità personali degli autori della strage, il processo ha investito la responsabilità della “struttura gerarchica” che concepì e realizzò l’operazione; la seconda è che il processo ha contestato e respinto le ragioni che usualmente vengono addotte dai militari per le azioni criminose compiute “abbiamo eseguito gli ordini” e “la guerra è guerra”.

Il processo ha detto NO! 

Il militare di fronte ad un ordine criminale ha il dovere della disobbedienza.

E ha detto NO! alla guerra stessa che è sempre crimine pianificato.

Il libro allora ci parla di ieri ed allo stesso tempo di oggi. La cultura della guerra non si è spenta nel 1945. E’ ancor oggi viva nel consorzio umano. Diversamente non si spiegherebbe Hiroshima con l’annientamento in un solo attimo di centinaia di migliaia di persone, non si spiegherebbe il Vietnam con la strage di My Lai, non si spiegrebbe la strage di Srebrenica in Bosnia e neppure i bombardamenti in Irak, le torture di massa di Abu Ghraib, ed ancora nel presente le uccisioni e gli attentati dell’Isis.

Il culto della violenza, la cultura del dominio dell’uomo sull’uomo, sono alla base dell’ideologia della guerra e noi non dobbiamo in ogni momento dimenticare o sottovalutare i segnali aperti o criptici che ci giungono da quella ideologia.

E’ questo il messaggio del libro.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali”, recita così il primo capoverso dell’articolo 11 della nostra Costituzione. Il verbo “ripudiare” contiene insieme il significato di rifiuto e di definitività , il ripudio è cioè un rifiuto definitivo ed allora l’espressione contenuta in quel capoverso non è che la dichiarazione solenne di non partecipare mai più ad una guerra.

In quella espressione costituzionale è sottesa una polemica con la nostra storia che ha visto l’ Italia dall’Unità ad oggi trascinata dalle sue classi dirigenti in guerre coloniali disastrose e feroci e in due conflitti mondiali che hanno devastato i popoli coinvolti. Ma c’è anche una polemica con il presente dove l’Italia è coinvolta in tanti conflitti.

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Si è tentato di nobilitare in vari modi la partecipazione dell’Italia alle guerre negli ultimi 50 anni e si è dispiegata una massiccia opera di propaganda per far credere che la guerra che si combatteva era giusta. Si è così introdotta nel linguaggio la categoria della “missione militare per portare la democrazia” e si è inventata la “missione umanitaria” per giustificare l’intervento armato.

Chi usa queste espressioni è un bugiardo e chi ci crede è uno sciocco.

Le missioni umanitarie sono quelle che alleviano le sofferenze. Le armi, le bombe, le mine,le pallottole e i razzi dal cielo e dalla terra non hanno mai alleviato le sofferenze, anzi le hanno sempre inferte od aggravate. Le missioni che portano democrazia sono quelle dove uomini armati solo della propria intelligenza e di spirito di solidarietà, portano insieme agli aiuti concreti contro la fame e la miseria anche l’insegnamento, le conoscenze scientifiche e la cultura.

La guerra è la forma assoluta della violenza, fisica e morale, e la violenza ha la medesima natura in tutte le circostanze si esplichi ed in tutte le forme venga esercitata.

Ne sa qualcosa Lorenzo che l’ha vista e subita alla scuola Diaz a Genova durante i fatti del 2001. Nel libro Lorenzo ne parla con un parallelo con S.Anna che lui stesso definisce ardito ( e lo è! ), ma quando leggerete il libro vi accorgerete che ha ragione.

E però, nell’avviarmi al termine di queste note necessariamente brevi per il tempo a me consentito, io vorrei cennare ad una violenza dell’oggi, subdola, impercettibile a prima vista, ma non meno reale, che è contenuta in questa legge di modifica costituzionale che andremo a confermare con un si o a respingere con un no il 4 Dicembre prossimo.

La libertà- disse un giorno Piero Calamandrei parlando agli studenti milanesi durante una conferenza sulla Costituzione- è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare…

Voleva dire che bisogna vigilare sempre sulla libertà che la Costituzione garantisce affinché non venga mai a mancare. Anche i diritti dei cittadini subiscono spesso la stessa sorte. Le classi dirigenti spesso te li tolgono piano piano e se per caso ti distrai un momento rischi di perderli .

Allora la mia riflessione è questa. Fino ad oggi ciascuno di noi cittadini ed elettori di questa Repubblica Italiana eleggeva nelle elezioni politiche i senatori e con quella elezione li facevamo nostri rappresentanti nella funzione legislativa della camera senatoriale.

E’ un diritto nostro che discende dall’articolo 1 della Costituzione che recita: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” e l’ atto che compiamo nell’eleggere i senatori (e i deputati!) costituisce l’esercizio concreto della nostra sovranità.

Ebbene la riforma che siamo chiamati ad approvare o respingere il 4 Dicembre non sopprime il Senato che, pur ridotto, resta, ma viene soppressa l’elezione diretta da parte dei cittadini elettori e cioè a ciascuno di noi vien tolto il diritto di eleggere la nostra rappresentanza parlamentareE questa è una violenza!

Il governo ed i sostenitori della riforma negano questo nostro ragionamento e dicono: i nuovi senatori saranno eletti dai consigli regionali fra i propri componenti ed un senatore, per ogni singola regione sarà eletto, sempre dai consiglieri regionali, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori. Ma non è mica la stessa cosa. Nell’elezione diretta decidiamo noi, nell’elezione indiretta decidono le segreterie dei partiti, e qualche volta le conventicole malavitose o corruttrici.

Allora perché questa espropriazione verso i cittadini del diritto di elezioneLa domanda è inquietante e forse la risposta la troviamo in un articolo che Lorenzo Guadagnucci ha pubblicato lo scorso 17 Ottobre col titolo “La fascinazione del Capo” laddove dice:

La promozione della democrazia del Capo al rango costituzionale è il vero cuore della riforma , che intende affrontare la crisi delle culture politiche dei maggiori partiti e la disaffezione dei cittadini puntando tutto sulla governabilità, un concetto che viene tradotto in una vistosa concentrazione di poteri.”

E più sotto aggiunge:

La fascinazione per la democrazia del capo ha una lunga storia nel nostro come in altri paesi, e ha vissuto un potente rilancio dove la politica si è più decisamente avvicinata alle metodologie del marketing,che privilegiano personalizzazione,linguaggi pubblicitari, relazione diretta col popolo-consumatore, abbandono delle ideologie politiche. Ha senso modellare una Costituzione,cioè la legge delle leggi, su questo modo-peraltro invecchiato e dai limiti sempre più evidenti- di intendere la politica e la democrazia? Non dovrebbe svolgere, la Carta, una funzione di garanzia rispetto all’invadenza dei capi presenti e futuri? Qualcuno ha dato un’occhiata a quel che accade in giro per l’Europa col risorgere dei nazionalismi e leaderismi d’altri tempi? Davvero vogliamo lubrificare e agevolare simile tendenza? In una fase di così grave crisi, sarebbe più saggio dare fiducia ai cittadini, restituire loro sovranità, favorire nuove forme di partecipazione.”

Sarebbe più saggio, come tu dici Lorenzo, ma noi purtroppo non avvertiamo questa saggezza, anzi vediamo che quello che la riforma vuol limitare, e al fine distruggere, è proprio la partecipazione alle scelte ed il controllo popolare sul potere politico.

Decide tutto il governo del capo ed i potentati economi e finanziari che lo sorreggono.

Se così dovesse succedere in quel momento in Italia non vi sarebbero più cittadini, ma sudditi. E questa è una prospettiva che non accettiamo.

Dire no alla guerra e non pietrificare la memoria

22 novembre 2016

Ercole Ongaro è autore di un libro bello e importante – “Resistenza nonviolenta 1943-45″(I libri di Emil editore) –  una lettura della “guerra civile”e della Resistenza nell’ottica della nonviolenza. E’ un filone storiografico poco frequentato, anche se nel corso del tempo sono usciti volumi importanti sulla resistenza delle donne (spesso non armata) e su varie forme di non-collaborazione, disobbedienza civile o sostegno a disertori e fuggiaschi, tutti modi di opporsi al dominio altrui e alla logica spietata della guerra.

Ongaro nel suo libro affronta il non detto, il non raccontato, secondo una prospettiva che spinge in una direzione quasi inesplorata, rispetto a un orizzonte storiografico e politico per decenni dominato dalla resistenza armata al fascismo e al nazismo. Resistenza armata che è stata certamente un’esperienza fondativa della democrazia post bellica – un riscatto morale e politico dal ventennio fascista e dall’alleanza dell’Italia col nazismo – ma che non esaurisce ciò che la società italiana ha espresso e testimoniato negli anni cruciali della guerra combattuta nel territorio nazionale.

2013_28_8Ongaro.jpgIl libro mette in primo piano i renitenti alla leva e i disertori, le donne che non obbediscono e la lotta degli internati militari, le proteste degli operai e i boicottaggi, le lotte contadine e nella scuola e così via: l’indice del libro è esso stesso una mappa delle resistenze possibili, oppure, per dirla con altre parole, di un popolo che si fece resiliente.

“Era un giorno qualsiasi” ha fatto tesoro di questa prospettiva e cerca di collegarla al senso e all’utilizzo della memoria delle stragi nazifasciste, a sua volta sottoposta per decenni alla visione dominante – la possiamo riassumere nella triade guerra–fascismo–resistenza – e quindi limitata rispetto al suo potenziale espressivo, in senso politico ma anche più semplicemente umano e sociale.

Il 2 settembre 2016 abbiamo presentato “Era un giorno qualsiasi” ad Avenza (Carrara), luogo natale di Elena Guadagnucci, mettendo in parallelo la storia e la fine di questa donna semplice quanto coraggiosa, con la storia e la fine di un suo coetaneo e concittadino, Gino Menconi, figlio di famiglia benestante, laureato, militante antifascista, infine partigiano comunista ucciso anche lui nel ’44 (in un agguato dell’esercito tedesco durante una riunione clandestina).

Possiamo considerare Elena e Gino come personaggi esemplari di due modi diversi, ma complementari, di affrontare e vivere a testa alta gli anni difficili della dittatura e della guerra. Gino Menconi era un uomo di valore e di grandi risorse culturali, un leader politico che si impegnò nella lotta armata; Elena era una donna del popolo, con meno strumenti e con meno opportunità e tuttavia fece anche lei scelte importanti, come rifiutare l’aborto e tenere il figlio concepito fuori dal matrimonio, a costo di subire l’ostracismo della famiglia, o come garantire a suo figlio una vita serena nonostante la guerra, fino alla fuga a Sant’Anna di Stazzema.

In questi anni abbiamo parlato dei Gino Menconi – e dovremo continuare a farlo – ma meritano più spazio le Elena Guadagnucci. Uomini e donne come lei, persone che non sono salite in montagna, ma hanno sofferto e lottato restando al loro posto, sono parte della nostra storia e ci consegnano – con il loro sforzo di sfuggire alla brutalità, di proteggere i propri familiari, con la loro stessa fine – una prospettiva che non dev’essere più emarginata, ossia il rifiuto pieno, istintivo, popolare, per la violenza e la guerra. Nasce da queste considerazioni l’idea che luoghi come Sant’Anna di Stazzema debbano essere laboratori permanenti di un pensiero alternativo alla violenza e alla guerra. Oggi non è così, o lo è solo in minima parte.

Si ricordano e si celebrano le Sant’Anna (la geografia italiana delle stragi è impressionante per la sua estensione) per ribadire le radici antifasciste e resistenziali della nostra democrazia – e questo va certamente bene – ma il rischio incombente, in buona parte già realtà, è che la memoria sia pietrificata e in qualche modo disinnescata di tutto il suo potenziale di liberazione e di apertura a una visione della società più vicina al rifiuto della violenza e della guerra implicito nelle scelte compiute e nella sorte toccata alle migliaia di Elena Guadagnucci.

La denuncia di Amnesty va presa sul serio. E sui manganelli elettrici…

3 novembre 2016

Amnesty International, in un suo specifico rapporto, ha denunciato abusi, violenze, umiliazioni inflitti da esponenti delle nostre forze dell’ordine ad alcuni migranti e richiedenti asilo nel cosiddetto “sistema hotspot”. I media hanno riportato la notizia, visto il credito di cui gode l’organizzazione, ma la reazione è stata  a senso unico, con un deciso rifiuto delle denunce. “Siamo un paese democratico”, “i nostri agenti non fanno certe cose”, “non siamo il paese della tortura” e così via: le frasi e l’indignazione di facciata sono le stesse ascoltate tante volte, dal G8 di Genova in poi. Si accusa magari Amnesty di esagerare, si mette in dubbio la veridicità delle denunce e il caso è chiuso, senza scendere nello specifico, senza dubitare di nulla.
schienaQuest’attitudine a minimizzare, se non a negare, abusi, falsi e vessazioni, in qualche caso anche di fronte all’evidenza (vedi i casi Diaz e Bolzaneto del 2001 a Genova) ha avuto esiti catastrofici per la credibilità delle nostre forze dell’ordine.

Sugli abusi commessi durante il G8 genovese si è cercato di soffocare le inchieste e far dimenticare tutto, garantendo una granitica copertura politica ai vertici delle forze di polizia (e in qualche caso agli stessi imputati), ottenendo risultati disastrosi: la magistratura è riuscita a concludere le sue inchieste e i tribunali hanno scritto parole pesantissime sulle torture inflitte a cittadini inermi e sulle falsificazioni compiute per arrestare senza motivo decine di persone. Funzionari di altissimo livello sono stati condannati e sospesi dai pubblici uffici e i giudici hanno scritto chiaramente di dover infliggere pene lievi a causa dell’assenza nell’ordinamento di una specifica legge sulla tortura (legge peraltro avversata dalla forze dell’ordine e tuttora inesistente).
La già bassa credibilità del nostro sistema di sicurezza è stata ulteriormente minata dalla condanna inflitta nell’aprile 2015 all’Italia dalla Corte europea per i diritti umani, nel  caso Cestaro, relativo alla vicenda Diaz, esplicitamente definito dalla Corte “caso di tortura”. L’Italia è stata giudicata “strutturalmente incapace” di tutelare i diritti fondamentali e tuttavia, passato un anno e mezzo, nessuna delle misure consigliate dalla Corte a fini preventivi è stata presa: né l’allontanamento degli agenti condannati; né l’introduzione di una legge sulla tortura; né l’obbligo per gli agenti di avere sulle divise codici di riconoscimento personale.
Di fronte al caso hotspot, visti questi desolanti precedenti, sarebbe più saggio – e più utile alla credibilità delle nostre istituzioni – prendere sul serio le denunce e compiere le opportune verifiche in vista di eventuali provvedimenti, invece di respingere sdegnosamente il rapporto di Amnesty International.

E a chi indica indignato quanto sia poco credibile un dettaglio contenuto nel rapporto – l’uso di manganelli elettrici – consiglio di dare un’occhiata alla foto riprodotta qui accanto: raffigura la schiena del sottoscritto, in uno scatto di fine luglio 2001, dieci giorni dopo il pestaggio che mi capitò di subire alla scuola Diaz: oltre agli ematomi, sulla spalla sinistra si nota una crosticina perfettamente circolare, frutto, come certificato da un dermatologo, di una scossa elettrica, inflitta durante il pestaggio da uno degli agenti, munito, evidentemente, di un manganello elettrico, che non era nella dotazione ufficiale della polizia italiana, ma che, altrettanto evidentemente, veniva tollerato.

La lunga storia che porta a Gorino

25 ottobre 2016

«Mi vergogno molto di quello che è successo a Ferrara, credo si debbano vergognare quelle persone che hanno impedito la sistemazione di donne e bambini»: sono parole insolite, raramente ascoltate a fronte di episodi simili, e le ha pronunciate nientemeno che il prefetto Mario Morcone, responsabile del Dipartimento immigrazione. Un intervento dissonante rispetto alle cautele – o, all’opposto, al plauso – che anche stavolta hanno accompagnato la bravata di un gruppo di cittadini di Gorino, nel ferrarese.

La loro azione – barricate lungo la strada per impedire l’arrivo del pulmino con un gruppo di donne richiedenti asilo – e le loro parole, di rifiuto e autogiusticazione (“non siamo razzisti”, “non ci sono risorse”, “non vogliamo essere invasi” eccetera), sono una specie di riassunto, potremmo dire l‘esito di decenni di politiche che hanno assecondato (e alimentato) paure irrazionali e strumentalizzazioni politiche smaccate.
gorino-675Perciò le parole di Morcone colpiscono: raramente si sono sentite parole così chiare e così sdegnate a fronte di proteste e sommosse di piazza contro gli immigrati. Siamo reduci da almeno un decennio (ma tutto è cominciato moto prima) di piena legittimazione politica, culturale e mediatica del discorso neorazzista o – ­se l’epiteto razzista disturba – delle politiche dell’egoismo e dell’esclusione. E’ un discorso che 15-20 anni fa era impossibile fare in pubblico e meno che mai in televisione o in parlamento. Oggi l’avversione per l’immigrazione, il rifiuto di profughi e richiedenti asilo, è divenuto discorso corrente e piattaforma politica che garantisce buoni esiti elettorali.
Il cambiamento di senso comune è stato certamente progressivo ed è andato di pari passo col crescente uso politico, sul mercato elettorale della paura, del fenomeno migratorio. E’ stata una trasformazione pilotata politicamente e con la complicità del sistema mediatico, che ha reso accettabile anche un lessico del tutto improprio: dal “clandestino” usato come clava discriminatoria contro chiunque venisse da fuori in fuga o in cerca di fortuna, al vocabolario di guerra associato agli spostamenti di persone da un paese all’altro: “invasione”, “esodo biblico”, “assalto alle coste” e così via.
Se vogliamo indicare un momento di svolta politico e culturale, cioè il punto di rottura che ha legittimato il discorso egoista e dell’esclusione, lo possiamo collocare nell’anno 2007, quando l’intellighenzia e il ceto politico di centrosinistra decisero di seguire la destra sul suo terreno e di accettare il confronto attorno alla presunta triade immigrazione – emergenza – sicurezza, con la prima che determina la seconda e con la questione della sicurezza (“gli immigrati portano delinquenza” era l’assioma sostanzialmente condiviso) che diventa tema forte delle campagne elettorali locali e nazionali.
Nel 2007 nell’arco di pochi mesi si passò dalla svolta culturale-mediatica, con la coppia Augias-Veltroni che accoglie e asseconda il grido di dolore di un lettore (in prima pagina su Repubblica!) sotto il titolo “Aiuto, sono di sinistra e sto diventando razzista”, alla messa in atto amministrativa con la famosa delibera contro i lavavetri firmata dal sindaco fiorentino Domenici e dal suo assessore-sceriffo Cioni. Il dado era tratto e dopo è stata una slavina. Chi si è opposto a questa logica opportunista e regressiva, è stato tacciato di “anima bella”, “buonista”, “ingenuo” e il clima culturale del paese, come le concrete condizioni di vita degli immigrati, sono decisamente peggiorati.

 

Oggi anche il turpiloquio leghista, un tempo respinto con sdegno, ha fatto scuola ed è ammesso senza troppo disagio anche nei talk show politici televisivi (del segretario leghista Salvini si dice tranquillamente che “buca lo schermo” e tanto basta).
La protesta di Gorino non è la prima e non sarà l’ultima, ma sarebbe arrivato il momento di invertire l’ordine del discorso e di riportare, dopo tanto tempo, la questione dell’emigrazione, dei profughi, del cambiamento demografico dentro i suoi contorni razionali, umani e democratici.

Il Ceta e l’ammirevole resistenza della Vallonia

24 ottobre 2016

La piccola Vallonia, stato federale francofono del Belgio, sta bloccando l’approvazione definitiva del trattato commerciale Ceta fra Unione europea e Canada. Il no vallone è vissuto con un certo disagio, a volte addirittura con scandalo, nelle cancellerie del continente: come si permette un governo locale così piccolo di imporre il veto a un trattato sottoscritto da tanti governi nazionali?

Sul piano formale, naturalmente, la Vallonia ha tutto il diritto di fare ciò che fa, perché così stabiliscono le regole che disciplinano la vita istituzionale in Belgio (poi qualcuno dirà che è un modo non efficiente e non veloce di agire, ma è certamente democratico). Sul piano sostanziale le ragioni sono ancora maggiori e c’è semmai da chiedersi come sia possibile che tutti gli altri governi e parlamenti abbiano aderito a un trattato che somiglia molto – quasi un gemello – al famigerato Ttip, il patto di libero scambio con gli Usa, accantonato dopo lunghe e pressoché segrete trattative grazie soprattutto al governo francese e all’opinione pubblica tedesca.

unknownIl governo vallone ha fermato il Ceta per due principali motivi: il desiderio di proteggere il suo sistema agricolo; i dubbi (per usare un eufemismo) sulla clausola che consente alle multinazionali di citare in causa davanti a un collegio arbitrale un governo nazionale che con le proprie leggi rechi danno alle iniziative imprenditoriali, cioè lo stesso snodo che ha portato alla rinuncia (almeno per il momento) al Ttip.

I sacerdoti dell’economia neoliberale – cioè la quasi totalità del ceto degli economisti e i politici che ai dogmi neoliberali si rifanno, per non dire dei commentatori dei maggiori media – naturalmente cantano i benefici che il Ceta (come il Ttip, del resto) porterebbe all’economia europea: più commerci, prezzi più bassi al consumo, crescita del Pil, eccetera, tutto bello, utile e buono, senza controindicazioni. E’ la stessa canzone che inneggia alla deregulation dagli anni d’oro di Thatcher e Reagan, ma col tempo le note hanno cominciato a parere stonate a fasce sempre più larghe di cittadini.

L’idea di proteggere la propria economia, o meglio alcuni settori della propria economa, è vissuta da Reagan e Thatcher in poi come una bestemmia: porta all’autarchia e all’impoverimento; è la premessa di ogni dittatura; ferma lo sviluppo e così via. In realtà, ora che l’ubriacatura neoliberale sta passando sotto i colpi della cosiddetta crisi (la quale sta per festeggiare i dieci anni, dimostrando d’essere una condizione strutturale e non passeggera), si comincia a riconoscere che un sistema di sane relazione commerciali internazionali non può che essere un mix di liberismo e protezionismo, poiché la totale deregulation, in un mondo fatto di ineguaglianze e disequilibri di potere, corrisponde al motto coniato da chissà chi per definire il vero spirito dell’ideologia neoliberale: “Libera volpe in libero pollaio”.

La protezione dell’agricoltura locale, in particolare, è un principio sacrosanto, poiché il consumo sul posto dei prodotti agricoli è una regola che fa bene alla salute delle persone e dell’ambiente, alla cura del territorio e della biodiversità. A forza di apertura dei commerci, siamo arrivati all’assurdo di consumare in Italia i pomodori cinesi o di dover lasciare – per la prima volta dopo secoli – le olive sugli alberi perché il prezzo dell’olio non copre i costi di produzione… Per non parlare della diffusione ormai totalizzante di cibo industriale e confezionato di mediocre qualità.

cvdstm-xeaekhk5-e1476922982687La protezione delle agricolture locali non è un’eresia, ma uno strumento di cui i governi possono e devono disporre nell’interesse generale; alla liberalizzazione indiscriminata dei prodotti agricoli, va preferito il concetto di sovranità alimentare, che ha a che fare col sostegno alle economie locali, alle vocazioni dei territori, alla coesione sociale, alla tutela dei cittadini e dei loro bisogni rispetto alle intemperie dei mercati di capitali.

La finanziarizzazione del cibo – si veda l’ultimo libro di Stefano Liberti “I signori del cibo” (Minimum Fax, 2016) – è stato ed è un attacco alla salute dei cittadini, per via della bassa qualità degli alimenti e la diseducazione alimentare cui si accompagna,  e al principio di autogoverno dei territori, oltre che uno dei principali fattori di inquinamento dei terreni, delle acque e dell’aria, per non parlare della sorte infame inflitta agli animali. La Vallonia, insomma, non sta esercitando una resistenza antimoderna, ma sta prendendo atto – come avrebbero dovuto fare gli altri paesi europei – che una stagione dev’essere chiusa: la deregulation commerciale, specialmente in agricoltura e nella produzione del cibo, è un danno per tutti, tranne per chi si trova nella condizione di incamerare smodati profitti, disinteressandosi di tutto il resto, ossia gli oligarchi dell’economia finanziaria globale.

L’altro punto dell’opposizione della Vallonia è la questione degli arbitrati, uno dei  cardini dei trattati Ttip e Ceta: per le multinazionali che ancora dominano l’economia mondiale, raggiungere simile traguardo, sarebbe la classica quadratura del cerchio, ossia la formale certificazione che i profitti e gli interessi economici devono prevalere sul bene comune; l’egoismo di pochi potenti sull’interesse generale; le oligarchie finanziarie sulle democrazie. E’ un tema cruciale e stupisce che un “colpo finale” del genere, cioè la facoltà concessa alle imprese di citare in giudizio governi he compiano scelte politiche contrarie ai loro interessi, arrivi in una fase come l’attuale, quando il fallimento dell’ideologia neoliberale si mostra agli occhi del mondo e in particolare dell’Europa, con processi di precarizzazione, impoverimento, destrutturazione dello stato sociale che stanno peggiorando di anno in anno la vita di moltitudini di cittadini.

Unknown-1.jpegLa Vallonia è oggi spesso rappresentata come Dinamite Bla nelle strisce di Paperone e Paperino:  un eccentrico personaggio che col suo schioppo autarchico si oppone – anacronisticamente – alle ovvie ragioni del progresso. In realtà quest’immagine è fasulla, quanto la pretesa dell’ideologia neoliberale d’essere l’unico e definitivo modello di economia e società. E’ vero semmai l’opposto, ma decenni di egemonia politica e culturale, decenni di colonizzazione delle facoltà di economia, decenni di sopravvalutazione del peso sociale da attribuire agli economisti, rendono oggi difficile percepire le cose per quello che sono e immaginare che si possa  uscire dal perimetro del pensiero neoliberale –  e invece questo passaggio liberatorio è ormai una necessità vitale.

La clausola degli arbitrati è un attacco diretto alla sovranità democratica e fa male pensare che ci voleva il governo della Vallonia per ricordarcelo. In questo momento quel piccolo governo locale sta subendo la pressione politica, economica, finanziaria, personale delle oligarchie globali e c’è da sperare che dalla Vallonia cominci il risveglio delle cittadinanze europee.

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#perchéno / 2. La fascinazione per il capo

17 ottobre 2016

Ai tempi dell’università, al corso di Diritto costituzionale, il professore e gli assistenti non mancavano di soffermarsi sui vocaboli prescelti dai costituenti per qualificare alcuni punti salienti della nuova Carta. Spiegavano, ad esempio, che si parlava di “presidente del consiglio dei ministri”, con un duplice intento: da un lato rendere evidente la sua figura di “primum inter pares”, cioè una sorta di coordinatore e guida rispetto agli altri ministri; dall’altro c’era l’attenzione a non replicare il lessico del regime fascista che indicava il ruolo come “Capo del Governo” (posto che poi Mussolini aveva anche numerose altre qualifiche, a cominciare da quella di Duce, naturalmente).
Ora il termine “capo” ricompare nella legge elettorale detta Italicum ed è attorno alla sua figura – sagomata su quella dell’attuale presidente del consiglio nonché segretario del Pd – che si snoda la riforma costituzionale, anche se i sostenitori della Renzi-Boschi si stanno affannando a smentire, o almeno ridimensionare, questa evidenza (sanno anche loro che un Costituzione modellata sulla maggioranza e i dirigenti politici del momento non è una vera Costituzione).
silhouette-895681_640La promozione della “democrazia del capo” al rango costituzionale è il vero cuore della riforma, che intende affrontare la crisi delle culture politiche dei maggiori partiti e la disaffezione dei cittadini, puntando tutto sulla cosiddetta governabilità, un concetto che viene tradotto in una vistosa concentrazione di poteri.
Non cambia la definizione formale presente nella Costituzione: il “capo” eletto con l’Italicum (ritoccato o meno, non importa) resta nelle carte ufficiale il “presidente del consiglio dei ministri”; quel che cambia davvero è la realtà concreta.

Il potere oggi attribuito al presidente della Repubblica di scegliere la persona cui conferire l’incarico di formare un governo, viene di fatto revocato. E’ un potere di garanzia, pensato per raffreddare qualsiasi impulso o tentazione autoritaria. Ma come potrebbe, a riforma avvenuta,  il presidente scegliere una persona diversa da un “capo” di un partito uscito vincente dal primo o dal secondo turno elettorale? Per questa via – anche per questa via – la forma di governo da parlamentare diventa un premierato, che qualcuno ha definito assoluto, a causa di altri elementi, come il premio di maggioranza, il primato della Camera – saldamente in mano al partito vincitore – sul Senato nella formazione delle leggi, l’indebolimento di presidente e Corte costituzionale (dovuto all’abbassamento dei quorum per l’elezione dei membri), la facoltà concessa al governo (e quindi al suo “capo”) di imporsi sul parlamento, con la tecnica che “voto a data certa” che si aggiunge alla possibilità di utilizzare lo strumento del decreto legge, per non parlare della vistosa, per quanto confusa, riduzione del ruolo spettante alle Regioni.
Più governo ( e più “capo” del governo) e meno parlamento: questo è il motto della riforma, coerente con un’impostazione che privilegia il rapporto fra il “capo” e il popolo alla mediazione con le organizzazioni sociali e con i vari partiti che al momento convivono sulla scena politica. Siamo di fronte a una semplificazione – in questo caso sì – che però cozza brutalmente con le reali condizioni della nostra società e del nostro sistema politico: l’una è storicamente il luogo del pluralismo e della maggiore effervescenza creativa, ma si pretende di limitarne il ruolo riducendo il confronto; l’altro è trattato sulla base di un’astrazione, cioè come se fosse strutturalmente bipolare, mentre i poli maggiori sono tre e almeno un altro (la sinistra, se riuscisse a sortire dalla sua paralisi) potrebbe aggiungersi.
La fascinazione per la “democrazia del capo” ha una lunga storia, nel nostro come in altri paesi, e ha vissuto un potente rilancio dove la politica si è più decisamente avvicinata alle metodologie del marketing, che privilegiano personalizzazione, linguaggi pubblicitari, relazione diretta col popolo-consumatore, abbandono delle ideologie politiche.
Ha senso modellare una Costituzione, cioè la legge delle leggi, su questo modo – peraltro invecchiato e dai limiti sempre più evidenti – di intendere la politica e la democrazia? Non dovrebbe svolgere, la Carta, una funzione di garanzia rispetto all’invadenza di “capi” presenti e futuri? Qualcuno ha dato un’occhiata a quel che accade in giro per l’Europa col risorgere di nazionalismi e leaderismi d’altri tempi? Davvero vogliamo lubrificare e agevolare simile tendenza ?

In una fase di così grave crisi, sarebbe più saggio dare fiducia ai cittadini, restituire loro sovranità, favorire nuove forme di partecipazione.

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