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Politiche Disumane / 2 – La lettera di Msf e le spiegazioni che non spiegano

8 settembre 2017

Medici senza frontiere rivolge a Paolo Gentiloni e altri capi di governo europei un’accorata, dettagliata, drammatica lettera aperta sul trattamento violento e inumano riservato ai detenuti nei campi di prigionia libici, chiedendo di salvare vite, anziché di aumentare – con le politiche di respingimento – il numero delle vittime e, con esso, il business dei mercanti di uomini, che lucrano sulla sorte inflitta ai mancati-migranti (qui c’è domandarsi se i mercanti di uomini siano solo i trafficanti, che peraltro si giovani dell’assenza di canali legali di ingresso in Europa…)

Msf: “I governi europei alimentano il business della sofferenza in Libia”libia.jpg

A questa lettera Paolo Gentiloni risponde con toni curiali e parole di rassicurazione che di fatto ignorano la denuncia di Msf; parole utili solo a salvare la coscienza di chi è disposto ad accettare le acrobazie verbali e le vacue spiegazioni che nulla spiegano e nulla dicono su ciò che Msf denuncia.

Il blocco degli arrivi dalla Libia e il ruolo di controllo del mare affidato alla guardia costiera  di quello stato-non stato comportano un aumento delle sofferenze per migliaia e migliaia di persone, cui vengono negati – nella piena consapevolezza di tutti – i più elementari diritti umani.

Siamo di fronte a una guerra ai migranti che si pretenderebbe di mascherare come “contrasto ai trafficanti di esseri umani”.

«L’allarme umanitario non solo lo condividiamo ma è uno dei nostri impegni maggiori da molto tempo», ha affermato da Praga il premier Paolo Gentiloni. «Mi auguro – ha aggiunto – che gli sviluppi che abbiamo avuto in queste settimane con le autorità libiche ci consentano di chiedere e forse anche ottenere condizioni umanitarie che sei mesi fa neanche ci sognavamo di chiedere». Il premier ha tuttavia esortato ad evitare di «mettere in contraddizione l’impegno per le condizioni umanitarie con l’impegno che quotidianamente portiamo avanti per contrastare i trafficanti di esseri umani e ridurre i flussi»: chi lo fa, ha ammonito Gentiloni, «non va nella direzione giusta».

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Politiche Disumane

4 settembre 2017

Dunque bisognerebbe credere al primo ministro Gentiloni e al ministro Minniti quando dicono – lo stanno facendo in questi giorni in ogni occasione pubblica – di avere arrestato “i flussi” (li chiamano così) dalla Libia con umanità e nel rispetto dei diritti fondamentali delle migliaia di persone bloccate in Libia e impossibilitate a proseguire il loro viaggio. Ma su quali basi dovremmo credere loro? Quali fatti?  Quali documenti?

minniti-225x149A leggere i rapporti e le dichiarazioni di Amnesty International, le affermazioni delle Ong e delle istituzioni internazionali che conoscono bene la Libia, i reportage dei giornalisti italiani e stranieri che hanno visitato i campi di detenzione e intervistato operatori libici del business dell’emigrazione (e dello stop all’emigrazione), sembra proprio il contrario.

Si possono leggere ad esempio i servizi di Avvenire o dell’Espresso (settimanale, quest’ultimo, che fa parte di un gruppo editoriale molto vicino al principale partito di governo): vi si parla di stupri, di campi di detenzione sotto il controllo di milizie e bande varie, di migliaia e migliaia di persone private di assistenza medica e dei diritti più elementari e ora anche della speranza di poter partire ed essere accolto in Europa (per non parlare chi ai campi di detenzione perché muore prima).

Si parla apertamente – anche – dei pagamenti che il nostro governo, tramite i servizi segreti, avrebbe garantito alle varie milizie e ai vari capi bastone (eufemisticamente chiamati sindaci dai nostri governanti). In merito ai pagamenti il governo ha naturalmente smentito e bisognerebbe credergli sulla fiducia; idem sull’umanità dell’operazione e sulla grande attenzione ai diritti fondamentali, il che comporterebbe che Ong, enti internazionali, giornalisti d’ogni nazionalità e tendenza non dicono il vero.

Dunque bisognerebbe credere a Gentiloni e Minniti?

 

Un’estate infame e l’antifascismo vivo

1 settembre 2017

Sta per finire un’estate infame, che ricorderemo a lungo.
L’estate in cui la guerra alle navi delle Ong impegnate nel Mediterraneo, avviata qualche mese fa nella sorpresa generale, è arrivata a compimento con una violenta campagna denigratoria (complici come al solito i media mainstream), l’imposizione di un codice volto a limitarne e condizionarne il campo d’azione e infine affidando al governo fantoccio libico del signor Al Serraj il compito di pattugliare le coste e di riportare i migranti intercettati nei campi di detenzione libici, noti a tutti come regno della violenza, dello stupro, della violazione sistematica dei diritti fondamentali della persona.
15-0-286836171-kifh-u433506276835620dc-1224x916corriere-web-sezioni-593x443Secondo il ministro Minniti, il premier Gentiloni e l’intera (o quasi) classe politica italiana, si tratta di una brillante operazione di “controllo dei flussi”, in realtà è una militarizzazione delle frontiere che implica almeno due enormi prezzi da pagare: il sacrificio di un numero imprecisabile di vite umane; la violazione di molti princìpi sanciti nella Carta dei diritti dell’uomo firmata all’indomani dell’ecatombe chiamata Seconda guerra mondiale.
Si è arrivati a questo risultato al culmine di almeno un ventennio di campagne di avversione – a volte di odio – contro gli stranieri, all’inizio sostenute da sparuti gruppi della destra leghista e dintorni, oggi patrimonio condiviso dell’intero arco politico (e mediatico), con poche eccezioni. Queste campagne hanno reso senso comune il sospetto e l’ostilità per chi viene da fuori e anche per certe categorie di persone che vivono da lungo tempo nel nostro paese, come i figli di immigrati (tuttora privati di diritti civili fondamentali) e le comunità rom.

Stiamo vivendo, in virtù di queste scellerate campagne, un’ossessione collettiva: probabilmente milioni di italiani credono davvero che il nostro paese sia oggetto di “un’invasione” e che di fronte a un’emergenza simile qualsiasi strumento d’intervento sia da considerare accettabile. Infatti, l’attacco alle Ong – accusate sostanzialmente di salvare in mare troppe persone e d’essere quindi un motivo di attrazione verso l’Italia di aspiranti all’emigrazione dall’Africa – è stato condotto si può dire a furor di popolo e solo pochissime voci sono riuscite a segnalare la semplice verità e cioè che si stava mettendo a punto – a forza di esposti, denunce e decreti – un incredibile reato di solidarietà.
E’ stata l’estate dei sindaci che non vogliono gli stranieri nel proprio territorio e delle cariche di polizia – è successo nella capitale davanti a innumerevoli telecamere – contro intere famiglie di rifugiati, colpevoli di avere occupato uno stabile abbandonato per avere un tetto sotto il quale cercare di campare. Violenti getti d’acqua, manganellate, un uso assurdo e sproporzionato della violenza mentre la prefetta della città giustificava e spiegava l’operazione usando un termine inglese – “cleaning” – per l’imbarazzo che procura parlare di “pulizia” visto che l’aggettivo sottinteso è “etnica”.
lapr0130_mgthumb-internaE’ stata l’estate che ha scolpito, attraverso i fatti e le parole, una concezione astratta e deterministica di legalità, disgiunta da qualsiasi aspirazione alla giustizia sociale, e quindi impugnata come una clava contro i poveri, i diversi e gli esclusi, i diversi da “noi”, un “noi” che sembra non avere bisogno di qualificazioni e che pretenderebbe di includere italiani di pelle bianca residenti nel paese da generazioni, in una visione paranoica e irrealistica della popolazione residente e anche del principio normativo di cittadinanza, che da fondamento della convivenza e base costituzionale dei diritti fondamentali, sta diventando uno strumento di esclusione e divisione.
Sul tappeto restano macerie. Si stanno sgretolando, pezzo per pezzo, lo stato di diritto, le convenzioni internazionali sulla tutela dei diritti umani, l’idea di Europa intesa come superamento dei nazionalismi, causa primaria di infiniti disastri nel corso del ‘900 (e anche prima). Sta scomparendo dall’orizzonte il maggiore contributo portato dallo spirito costituente che guidò la compilazione della nostra carta costituzionale, ossia la preminenza della persona sulla ragion di stato.
Per tutte queste ragioni, danno molto da pensare i discorsi ascoltati il 12 agosto scorso a Sant’Anna di Stazzema, uno dei luoghi simbolo degli orrori della Seconda guerra mondiale e quindi anche della rinascita dopo la Liberazione: si è parlato molto di antifascismo, ma in un’accezione formalistica e legalistica, tutta concentrata su simboli e gadget del regime (e della legge che vuole metterli al bando) e sulla crescente visibilità dei gruppi neofascisti, i quali – in questa retorica – sembrano dei funghi del male spuntati da un misterioso sottobosco, mentre sono – più semplicemente – gruppi entrati in sintonia con il mutato discorso corrente: quante parole d’ordine della destra anche estrema, un tempo respinte, sono oggi pratica amministrativa e politica corrente… In sostanza, prima si opera sul terreno d’elezione della destra, poi si propone una visione dell’antifascismo del tutto disanimata, senza più linfa vitale, mero feticcio da esibire come richiamo, per quelli della propria parte, a ciò in cui credevamo (o in cui credevamo di credere).
La cruciale fase storica ’43-’45 è tuttora fonte di ispirazione per molte persone, che trovano nella rivoluzione morale che animò molti italiani (non solo i partigiani combattenti) l’esempio e la guida da seguire. A qualcuno può sembrare poca e consunta cosa, e invece rivolgere il pensiero a quel periodo storico può essere motivo di orientamento e di guida personale e politica, in un periodo di così diffuse, volgari e violente manipolazioni della realtà.

A quell’epoca chi aiutava ebrei, ex prigionieri o renitenti e disertori a nascondersi, rischiava moltissimo, anche la vita, perché infrangeva leggi dello stato che punivano in modo draconiano il reato di solidarietà, un crimine tornato all’improvviso d’attualità, con i codici imposti alle navi delle Ong o le ordinanze e le inchieste per il sostegno fornito ai profughi di Ventimiglia. Ecco l’antifascismo vivo del quale sarebbe bene parlare.
Bisognerebbe pensare al periodo della resistenza (e della resilienza) volgendo lo sguardo ai nostri giorni con onestà e senza autocensure: potremmo scoprire nei volti di chi tenta di arrivare a Lampedusa o dei rifiugiati riparati alla meglio in una palazzina abbandonata, le nuove vittime di un’oppressione ingiusta, della quale chi si dichiara antifascista non dovrebbe in alcun modo farsi complice.

Il 12 agosto, a piedi a Sant’Anna e teatro a Seravezza

5 agosto 2017

SeravezzaDoppio appuntamento sabato 12 agosto, anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema. Alle 8 appuntamento a Valdicastello (Pietrasanta) per chi vorrà salire a Sant’Anna attraverso la mulattiera (ci sarà anche Claudia Buratti). Alle 21 a Seravezza debutta lo spettacolo che la cooperativa teatrale Giolli ha tratto da “Era un giormo qualsiasi”. E’ la prima volta che l’autore, Massimiliano Filoni, si confronta con il pubblico, che peraltro non avrà un ruolo meramente passico. Vanja Buzzini curerà la musica dal vivo. Da non perdere.

 

LA LOCANDINA IN PDF

La polizia volta pagina, anzi no

29 luglio 2017

Prima l’approvazione di una legge sulla tortura, poi le dichiarazioni del capo della polizia Franco Gabrielli al quotidiano la Repubblica: nell’arco di venti giorni, il luglio 2017 sembra segnare un punto di svolta nella difficile relazione intercorsa dal 2001 in poi fra forze di polizia, regole democratiche e cittadinanza. Le violenze, i falsi, le menzogne durante il G8 di Genova e poi la copertura garantita negli anni successivi ai responsabili degli abusi hanno minato la credibilità degli apparati e fatto vacillare – è il meno che si possa dire – il rapporto di fiducia non solo fra i corpi di polizia e la cittadinanza, ma anche fra gli stessi corpi di polizia e il resto delle istituzioni.

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Ora ci sarebbe un cambio di passo, ma come spesso accade l’apparenza supera di gran lunga la sostanza e i nodi più critici sono stati affrontati in modo superficiale e malizioso. Della legge sulla tortura abbiamo detto più volte, con la sfortunata campagna che ha tentato di bloccare un testo truffaldino ma che è stato proposto all’opinione pubblica come “una riforma tanto attesa”. Si tratta in realtà di una legge che nega se stessa, per dirla con Donatella Di Cesare, e apre più problemi di quanti non ne risolva, visto che sarà pressoché inapplicabile e rischia di inserire il nostro paese fra quelli che scelgono, anziché la via del divieto assoluto di tortura, quella della sua ammissione e regolamentazione.

 

Il parlamento, votando quel testo, si è deliberatamente messo in antagonismo con la Convenzione contro la tortura sottoscritta (anche dall’Italia) in sede di Nazioni Unite e contro la giurisprudenza della Corte per i diritti umani di Strasburgo, organo giudiziario sovranazionale istituito al fine di applicare la Convenzione europea per i diritti umani e le libertà fondamentali, quella carta firmata nel 1950 che all’articolo 3 prevede – appunto – il divieto assoluto di tortura.

 

C’è poi l’intervista-monologo a Franco Gabrielli, accolta dal giornale la Repubblica con un entusiasmo quanto meno precipitoso: “Le parole di Gabrielli sono liberatorie, oltre che coraggiose – ha scritto Carlo Bonini in un editoriale in prima pagina del 21 luglio – Raccolgono la sintonia del ministro dell’Interno Minniti e segnano un punto di non ritorno”. Ma che cosa ha detto di tanto straordinario Gabrielli? E in che modo le sue parole cambiano lo status quo dentro la polizia e nei suoi rapporti con il potere politico da un lato, la cittadinanza dall’altro?

 

de-gennaro-gianni-sole24-672Gabrielli, nella conversazione  con la Repubblica (priva purtroppo delle domande più scomode per lui), dice sostanzialmente tre cose: 1)il G8 di Genova fu una catastrofe; 2) Gianni De Gennaro, all’epoca capo della polizia, avrebbe dovuto dimettersi; 3) nella caserma di Bolzaneto fu praticata la tortura. Sono parole considerate “coraggiose”  perché comparate alla condotta reticente e negazionista seguita dai predecessori di Gabrielli, ma il nuovo capo della polizia per il primo e terzo punto non fa che recepire giudizi consegnati alla storia (anche giudiziaria) del nostro paese ormai da qualche anno.

 

Il secondo punto – il giudizio su De Gennaro, attuale presidente di Leonardo-Finmeccanica, l’azienda pubblica forse più potente e più strategica del momento – è il vero succo dell’intervista-monologo, un intervento che sembra rivolto soprattutto a chi opera dentro gli apparati e a chi occupa i palazzi del potere. Gabrielli intende insomma chiudere la lunga stagione dei “De Gennaro boys”,  che hanno dominato e tenuto in scacco la polizia italiana per quasi vent’anni. Lo stesso Gabrielli, del resto, è il primo capo della polizia che non appartiene alla catena di potere legata a De Gennaro, uscito dalla polizia nel 2007 ma rimasto come nume tutelare dei suoi successori, che infatti non hanno osato compiere gesti di rottura rispetto alla gestione del “capo”, detto anche “lo squalo”. Siamo dunque a un momento di svolta? Probabilmente sì, se ragioniamo in termini di puro potere: finisce, o si appresta a finire, l’era De Gennaro, e comincia una fase nuova in termini di uomini al comando e catene gerarchiche. Il discorso cambia se proviamo a guardare alla sostanza delle cose, perché sotto questo profilo l’intervento di Gabrielli non incide  sulle principali questioni aperte.

 

In questa intervista ho segnalato le varie omissioni e incongruenze dell’intervento di Gabrielli, che riconosce come tortura Bolzaneto ma non menziona la Diaz; che parla impropriamente di “condanne esemplari” nel processo Diaz e manda velati messaggi di solidarietà e comprensione ai condannati; che cita come una fatalità il rientro in polizia di alcuni dei condannati alla scadenza dell’interdizione giudiziaria, senza nulla dire dei mancati procedimenti disciplinari; che infine afferma – in modo un po’ surreale ma rivelatore – che “la polizia del 2017 è sana come era sana nel 2001”.

 

o-marco-mattana-570L’uscita di Gabrielli non comporta alcun suo atto concreto. Non ha chiesto scusa per le violenze, i falsi, l’ostacolo alla giustizia opera della polizia di stato, riparandosi dietro alla leggenda che già Antonio Manganelli a suo tempo lo fece (in realtà si limitò a dire “è arrivato il tempo delle scuse” all’indomani delle condanne in Cassazione nel processo Diaz, senza poi farlo davvero e senza prendere alcun provvedimento, a cominciare dalla sue necessarie dimissioni)  e non ha proferito parola sugli agenti condannati in via di reintegro. Quest’ultimo argomento,  del resto, è particolarmente imbarazzante, visto che la giurisprudenza della Corte di Strasburgo richiede la radiazione dei condannati in via definitiva per reati così gravi, mentre la polizia di stato, per giustificare la sua inerzia, ha tentato in passato di accampare ragioni normative in realtà inesistenti, ma riprese per eccesso di entusiasmo dal giornale la Repubblica e prontamente smentite, con una lettera allo stesso quotidiano, dalla procuratrice generale di Genova Valeria Fazio.

In un passaggio dell’intervista-monologo Gabrielli afferma che la polizia italiana non ha nulla da temere da una legge sulla tortura “buona o cattiva che sia” e nemmeno dall’eventuale introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise degli agenti. Sul primo punto, l’intervento di Gabrielli è fin troppo comodo, visto che la non-legge è ormai approvata e buona non è: perché il capo della polizia non è intervenuto nel pieno della discussione, quando il commissario europeo, i giudici genovesi, numerosi e qualificati giuristi e addetti ai lavori spingevano sul parlamento affinché fosse approvata una vera legge sulla tortura? Forse perché avrebbe rischiato di essere ascoltato?

 

Quanto ai codici, per ora siamo fermi alla beffarda promessa del ministro Marco Minniti, che vorrebbe codici di reparto anziché personali; staremo a vedere se l’apparente apertura di Gabrielli spingerà il ministro a uscire dalla burla e tornare nella realtà: ora che la minaccia d’essere incriminati per tortura è pressoché sventata, potrebbe anche essere possibile allineare l’Italia, almeno sul punto dei codici di riconoscimento personali, ai migliori standard democratici.

 

Per il resto, tutti continuano a ritenere – il governo, il parlamento, il capo della polizia, i media mainstream, perfino le organizzazioni specializzate nella tutela dei diritti fondamentali – che le forze di polizia del nostro paese non possano agire nello stesso quadro normativo e con gli stessi limiti previsti per paesi simili al nostro. Ma finché non avremo queste regole e questi limiti, le nostre forze di polizia rimarranno nel loro limbo di opacità e arretratezza.

Diaz, il rientro degli agenti non sorprende, semmai avvilisce

18 luglio 2017

Non siamo sorpresi, semmai avviliti per lo stato di salute della democrazia italiana. Il possibile rientro in polizia di alcuni agenti e funzionari condannati per le violenze e i falsi nella scuola Diaz, ci fa venire in mente due passaggi della sentenza con la quale la Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia nel 2015, qualificando le operazioni di polizia alla scuola Diaz come un caso di tortura:ITALY G8 INVESTIGATION

1)“Per quanto riguarda le misure disciplinari, la Corte ha dichiarato più volte che, quando degli agenti dello Stato sono imputati per reati che implicano dei maltrattamenti, è importante che siano sospesi dalle loro funzioni durante l’istruzione o il processo e che, in caso di condanna, ne siano rimossi”;

2) “La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”.

La rimozione degli agenti condannati non c’è stata e infatti oggi è possibile il loro rientro in servizio, ma non possiamo sorprenderci di questo, visto che stiamo parlando di un corpo di polizia che si  è “rifiutato impunemente” di collaborare con i magistrati. Le ferita aperta col G8 di Genova è dunque ancora aperta e la notizia di oggi non aiuta certo la polizia di stato a recuperare la credibilità perduta.

I responsabili politici di questa penosa condizione sono ben conosciuti: portano i nomi e cognomi dei ministri degli Interni e dei capi di governo che si sono succeduti dal 2001 a oggi.

Lorenzo Guadagnucci e Vittorio Agnoletto

Il diritto di migrare, il reato di migrare

17 luglio 2017

Si può tenere come promemoria questa frase di Luigi Ferrajoli, giurista (da un’intervista al Manifesto del 14 luglio). Magari aiuta a mantenere la giusta distanza dai discorsi correnti e a capire un po’ meglio quel che sta davvero accadendo intorno a noi, con la nostra indifferenza e complicità.

“Vorrei ricordare che il diritto di migrare è il più antico diritto naturale teorizzato nel 500 da Francisco de Vitoria per giustificare la colonizzazione spagnola e lo sfruttamento dei popoli. Da allora è rimasto una norma del diritto internazionale che ha giustificato le rapine che l’Occidente ha fatto in tutto il mondo. Il diritto di migrare è stato un diritto universale riconosciuto a tutti, ma asimmetrico. Nel senso che solo gli europei potevano di fatto esercitarlo e non certo i popoli colonizzati. Oggi che il flusso migratorio si è ribaltato e sono gli altri popoli a migrare, questo antico diritto è stato rimosso e il suo esercizio è stato convertito nel suo opposto, in un reato. Le leggi odierne sull’immigrazione esibiscono questa eredità razzista”.
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