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Clandestini, migranti o rifugiati? Il lessico della colpa

13 novembre 2020

“Un’altra strage di rifugiati. Due naufragi davanti alla Libia”: questo titolo del quotidiano Avvenire è un’eccezione. Non si è (quasi) mai visto nel giornalismo italiano un linguaggio del genere: così vicino alla realtà, così utile alla comprensione di fatti drammatici.

Per anni tutti i giornali hanno scritto – e molti continuano a scrivere: clandestini. Clandestini per dire: gente che si nasconde, che ha qualcosa da nascondere, gente che non rispetta la legge, da cui prendere le distanze e trattare di conseguenza. Alcuni, da qualche tempo e dopo avere opposto una lunga resistenza al cambiamento, hanno abbandonato questo epiteto (almeno nei titoli), ma raramente nelle redazioni dei quotidiani – lo stesso vale per i tele e radiogiornali – si trova il coraggio (in realtà è solo onestà intellettuale e professionale) di definire le persone in viaggio a rischio della vita nel Mediterraneo per quello che sono: rifugiati, appunto.

Qualcuno eccepirà, in punta di diritto, che il termine è impreciso, perché nessuno dei passeggeri dei barconi – tanto meno gli affogati – ha in realtà ricevuto, per ovvie ragioni, risposta positiva alla propria domanda di asilo; giusto, la definizione precisa sarebbe richiedenti asilo politico o protezione umanitaria; anzi, ancora più precisamente, potenziali richiedenti asilo o protezione: e tuttavia, poiché i titoli impongono una sintesi, rifugiati è il termine giusto. Quello che fa capire la realtà delle cose, la vera condizione delle persone.

Si fugge dalla Libia e dai suoi campi di prigionia e tortura – tappa intermedia di viaggi più lunghi – per rifugiarsi in Europa e lì trovare riparo e un’occasione di vita. Né più né meno. Tecnicamente, una volta sbarcati, i fuggiaschi (spesso naufraghi) presentano domanda d’asilo e diventano, appunto, richiedenti asilo. Molti vedranno respinta la loro domanda ed entreranno in un tragico limbo – né rifugiati, né altro, magari formalmente espulsi, in qualche caso materialmente rimpatriati a forza – e solo alcuni otterranno l’ambita qualifica di rifugiato.

Quindi, sì, le persone che affrontanto i viaggi della morte nel Mediterraneo sono, dal nostro punto di vista, dei rifugiati: tutti o quasi tutti, per quanto ne sappiamo, chiederanno asilo e una parte di loro lo otterrà. Sono tutti potenzialmente dei rifugiati ed è bene definirli così, in modo che sia ben chiaro quanto è ingiusta la sorte che spesso viene loro inflitta – la morte invece dell’asilo – e quanta ipocrisia c’è nelle nostre parole.

A chiamarli rifugiati – figura nobile, alla quale sono appartenuti molti grandi della storia, presente nella nostra Costituzione all’articolo 12 – ci si capisce meglio. Si capisce che la nostra indifferenza è una forma di collaborazione al genocidio in corso nel Mediterraneo. Stanno affogando persone umiliate e violate nel corpo e nello spirito, persone che cercano da noi l’aria per respirare. Noi li ignoriamo, li respingiamo, fingiamo di non vcderli e da anni li chiamiamo clandestini – o migranti, termine che ormai ha il crisma dell’eufemismo e non aiuta alla comprensione di quel che avviene. Il lessico del cattivismo è la cifra dell’ipocrisia, il lubrificante dell’indifferenza. E’ il linguaggio della colpa.

C’è un vocabolario della politica e del giornalismo che nasconde la realtà e ne manipola la comprensione. Le cronache dal Mediterraneo, quasi immancabilmente (non succede però nell’articolo citato, a firma Nello Scavo), parlano con tranquillità di “guardia costiera libica”, in realtà varie polizie armate (da noi) e l’una contro l’altra, con un ruolo più che ambiguo nel traffico di esseri umani; di “sindaci libici”, ossia capiclan e signori della guerra coi quali si scende a patti per fermare i rifugiati; di “campi libici”, espressione che pudicamente dissimula l’esistenza di campi di detenzione arbitraria e tortura ampiamente descritti da reportage giornalistici e rapporti ufficiali; di “governo libico”, un modo per giocare a nascondino e lasciar intendere ciò che non è: la Libia è uno stato fallito e non ha un vero governo.

Fu il ministro dell’Interno Marco Minniti, al tempo dei primi accordi con i potentati libici e della prima guerra aperta alle navi delle Ong, a fare proprio questo lessico falso e fazioso: l’accordo era con i “sindaci” e con il “governo libico” per rafforzare la “guardia costiera” e riportare nei “campi” i “migranti”, persone che non avevano il “diritto” di entrare in Italia. Tutto pulito, tutto legale: un lindore linguistico che celava e cela l’orrore e precise responsabilità politiche, che la storia sta già giudicando e ancor meglio giudicherà in futuro.

La linea Minniti-Gentiloni è stata prima rafforzata dal duo Salvini-Conte e poi confermata dall’attuale gestione Lamorgese-Conte; il lessico, sui media, è rimasto nel frattempo più o meno lo stesso e questo la dice lunga sulla natura e l’indipendenza del giornalismo italiano. Con le dovute eccezioni, naturalmente: da una di queste siamo partiti, ma difficilmente farà scuola.

Aspettiamo con ansia di essere smentiti.

Covid, la guerra delle parole

29 ottobre 2020

Dimmi quale è il tuo lessico e ti dirò chi sei, o almeno gli obiettivi che vuoi raggiungere. Il virus Sars-Cov2 affligge da mesi l’intero pianeta e i vari governi nazionali sono stati chiamati ad affrontare una sfida imprevista: la prima pandemia del XXI secolo. C’è chi, con poca fantasia, ha definito questo impegno una guerra: da lì ha preso piede un lessico attinto dal gergo militare e ormai accettato dai mezzi di informazione.

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Flaiano vs. Montanelli: l’occasione perduta dagli italiani

23 ottobre 2020

Leggere Tempo di uccidere di Ennio Flaiano nel 2020 un po’ conforta un po’ amareggia. Il romanzo – appena ripubblicato da Adelphi – uscì subito dopo la guerra e vinse la prima edizione del Premio Strega nel 1947. Racconta una piccola vicenda personale di un soldato italiano durante la guerra d’Abissinia, una decina di anni prima: già questa scelta, affrontare la guerra coloniale fascista a conflitto mondiale appena finito, è un’idea di rottura e infatti il romanzo ha il merito di aprire un varco, un possibile ripensamento su una vicenda fino a quel momento narrata con la retorica del militarismo e dell’avventura esotica.

Tempo di uccidere mette invece a nudo l’insensatezza di quella guerra e lo fa concentrando lo sguardo sulle vicende quotidiane e le ossessioni di un ufficiale qualunque, catapultato all’improvviso, un anno dopo il matrimonio, sugli altipiani dell’Etiopia. La storia prende le mosse da un omicidio – involontario – commesso dal protagonista, vittima una giovane donna abissina. Ecco, il corpo delle donne entra subito in scena e il militare di Flaiano non sfugge alla tentazione: il rapporto erotico fra i due è descritto come inevitabile, inevitabile anche nel ruolo di sostanziale sopraffazione che spetta di fatto all’uomo, al maschio guerriero e colonialista. Ma non c’è compiacimento, tutt’altro: quanto siamo distanti dalla noncuranza per la dignità della persona, dal vile machismo di tanti racconti di quella guerra, in testa i reportage e le dichiarazioni – rese fino ad anni vicino a noi – di un Indro Montanelli.

In Tempo di uccidere c’è la dignità degli abissini, sconfitti ma non piegati, specie nella figura misteriosa e nobile di Johannes, il padre della ragazza uccisa; e c’è lo sconfinato senso di estraneità, la coscienza d’essere fuori posto, del soldato italiano. E’ un romanzo più filosofico che narrativo tout court, ma di alto valore civile, pur nei suoi toni in fondo surreali.


La guerra di Etiopia è uno dei buchi neri della nostra storia. Fu un’aggressione brutale, molti dei nostri generali e parte della truppa si macchiarono di spaventosi crimini di guerra e contro l’umanità. E’ una delle pagine più vergognose, forse la più vergognosa, del nostro ‘900, eppure è stata affrontata e tramandata con leggerezza, insistendo sugli aspetti esotici e romantici, nel quadro di un colonialismo vile e straccione, capace però di alimentare, anche nel dopoguerra, il mito degli italiani brava gente, smontato solo in tempi recenti grazie al lavoro coraggioso e pionieristico di alcuni storici.


Tempo di uccidere dunque conforta perché in parte riscatta il mondo intellettuale italiano, grazie a un outsider della letteratura come Flaiano – anche umorista, autore di teatro, sceneggiatore per Federico Fellini – e tuttavia amareggia, perché il suo messaggio di verità fu sì capito e premiato con lo Strega, ma in realtà ignorato e accantonato dall’Italia della ricostruzione. Un errore che stiamo pagando in questi anni segnati da un brusio xenofobo e razzista il cui volume si è via via alzato, fino a diventare senso comune. Potevamo essere il paese dei Flaiano, siamo il paese dei Montanelli.

Finché c’è ribellione… A proposito del libro di Raimo

1 ottobre 2020

Christian Raimo è uno scrittore, un insegnante, un attivista profondamente insoddisfatto per lo stato delle cose: in politica, nella scuola, nella cultura. E’ un uomo impegnato nel cambiamento, vive in prima persona la lotta contro le ingiustizie; la sua è una voce importante nel dibattito culturale, per quanto sia collocato ai confini del mainstream: nei maggiori giornali, nei programmi tv più influenti, negli incontri pubblici più importanti (nei vari festival e occasioni simili) uno come lui è considerato grossomodo un estraneo, un indesiderabile, forse un estremista. La sua colpa è avere delle idee – di solito, quando ci si discosta dalle convinzioni più consolidate e più condivise, si viene etichettati come “ideologici” – e d’essere politicizzato, nel senso di avvertire la necessità di un profondo cambiamento, un sovvertimento, dello status quo. Insomma, la sua è una voce preziosa.


Nell’ultimo libro, che porta un titolo ripreso da una frase di Alex Langer, forse il più originale uomo politico dagli anni Settanta in qua – “Riparare il mondo” (editore Laterza) – Raimo azzarda un’analisi generazionale. Sa di osare e adotta quindi le giuste cautele, ma senza rinunciare a sviluppare un discorso d’insieme. La domanda è: perché i trentenni e quarantenni di oggi non si sono uniti e rilbellati? Perché ancora non lo fanno? Perché hanno accettato d’essere schiacciati da un sistema che ha costretto gran parte di loro a esistenze segnate dalla precarietà, dall’insoddisfazione, dalla scomparsa del futuro? Costringendoli anche – dice Raimo citando Mark Fisher – a svolgere certe attività sgradevoli “come se ci piacesse svolgerle”.


In realtà dovremmo tutti domandarci – anche i meno giovani – perché la precarizzazione delle vite, lo sfruttamento del lavoro, la distruzione della natura siano stati possibili e perché stiano continuando nonostante tutto, anche dopo l’eplosione della pandemia, che pure ha costretto l’intera umanità a non uscire di casa per due mesi e a bloccare quelle attività produttive che parevano la vita stessa più che il modo di procurarsi da vivere (ed è stato uno stop benefico per le piante, gli animali, la qualità dell’aria, al prezzo però di accrescere le diseguaglianze e di condannare alla malattia e alla morte i più deboli e più distanti dal “diritto alle cure”, ormai divenuto un privilegio).


Non si è formata, dice in sostanza Raimo, una nuova coscienza di classe, per quanto lo stesso ceto intellettuale giovanile sia iper sfruttato: è questa l’altra faccia di un sistema che riduce i salari, reintroduce forme di schiavismo senza risparmiare categorie un tempo privilegiate, appunto gli “operatori” della conoscenza, dell’informazione, della cultura, che pure sono una massa enorme di persone, come ha rimarcato più volte Goffredo Fofi. In un passaggio del libro Raimo racconta di un convegno durante il quale uno dei relatori – un quarantenne – a un certo punto estrae una confezione di ansiolitici e dice: io vado avanti con questi. E gli altri relatori, suoi coetanei, ammettono di fare altrettanto. Invece della rivoluzione, lo sfruttamento e l’oppressione hanno portato alla sofferenza individuale, alla solitudine, alla ricerca di un riparo nella medicina anche nella classe dei colti.


Attenzione: Raimo è un attivista, non si piange addosso, non fa sfoggio da cinismo. Il suo libro è piuttosto un’indagine volta a capire l’origine dello stallo e a individuare possibili via di fuga. Fuga collettiva, s’intende, perché via via che procede Raimo mette a fuoco la questione chiave del nostro tempo: la depoliticizzazione. Siamo ancora, in fondo, dentro l’era segnata dal tragico motto di Margaret Thatcher – Tina, There is no alternative, non ci sono alternative – con tutto ciò che comporta, a cominciare dal suicidio della sinistra, che ha pensato con Blair di poter governare la globalizzazione neoliberale, rinunciando anche all’idea di cambiare lo stato delle cose.

Raimo individua in Genova 2001 un punto di frattura: quella volta un nuovo movimento stava prendendo il largo e quelli della sua generazione ne facevano parte. Sappiamo com’è finita. Nel sangue e nella menzogna. Anche il 2008 con il crac finanziario globale è stato un punto di svolta, o almeno di illuminazione sulla crisi profonda del preteso unico mondo possibile.


E tuttavia non esiste – tuttora – una risposta politica adeguata ai temi cruciali del nostro tempo: il collasso ecologico del pianeta, la violenza sociale del modello neoliberale, la presente e le prossime annunciate pandemie (annunciate dal momento che nessuno ipotizza di intervenire sulle origini delle zoonosi, il che peraltro comporterebbe un radicale cambio di rotta nelle produzioni, nei consumi, insomma in tutto).

Riusciranno le nuove generazioni, i ragazzi che si battono per una scuola migliore, quelli che seguono la via indicata da Greta Thunberg, a prendere possesso del loro stesso futuro e di quello collettivo? Sicuramente no se resteranno sul terreno della ricerca di soluzioni individuali a problemi che sono collettivi; forse sì, se sapranno proseguire i percorsi abbozzati con le mobilitazioni dell’ultimo ventennio (e non soo state poche).


Uno snodo chiave è nauralmente la scuola, che Raimo da insegnante conosce bene (alcuni suoi libri precedenti e moltissimi interventi sono dedicati alla scuola). Raimo dice che gli studenti di oggi sono migliori di come vengono dipinti. Dice che non è vera l’immagine costruita da quegli opinion laader – per lo più giornalisti, tutti conservatori e nostalgici dei tempi andati – che hanno affibbiato etichette a una generazione di giovani basandosi sulle loro esperienze di padri benestanti, cresciuti negli anni del boom economico e dei contrasti ideologici e infine approdati a comode posizioni centriste: i vari Polito, Battista, Serra, Cazzullo, per citare gli autori dei libri più conosciuti.


Raimo racconta un episodio sulla scuola-azienda creata in questi sciagurati anni (col contributo decisivo del cosiddetto centrosinistra, in realtà un’altra destra): durante una lezione di un “docente” esterno sulla performatività, un ragazzo prende la parola in aula per dire che a lui d’essere performativo non gli importa un cazzo… Finché c’è ribellione, finché qualcuno dice no, c’è ancora spazio per lottare e immaginare un futuro diverso.

Sulla rotta alpina dei migranti, una crisi di civiltà

3 settembre 2020

Ancora dodici chilometri (Bollati Boringhieri, 2019) si presenta come un reportage sui migranti che si avventurano verso la Francia lungo la rotta alpina, ma in realtà parla di noi italiani, di come viviamo e attraversiamo questi tempi infami. E’ a suo modo una guida per osservare noi stessi. L’autore, Maurizio Pagliassotti, condivide e racconta le imprese di migranti e passeur, si fa passeur lui stesso, ma non vuole impietosire, né alimentare sensi di colpa. Più semplicemente, ma più duramente, vuole mettere a fuoco l’ordine delle cose, il clima di indifferenza e rassegnazione che ci pervade.

Il suo è un libro a tratti rabbioso – giustamente rabbioso – e rimarca, fra le altre cose, un punto chiave del nostro presente: lo scarto che divide gli antirazzisti da tastiera, informati, indignati e furenti ma immobili davanti allo schermo, e gli antirazzisti sul campo, quelli che fra Ventimiglia e Claviere, fra Oulx e Briançon, sostengono, aiutano, indirizzano individui – i migranti – che Pagliassotti ci invita a osservare con ammirazione, non con pietà o semplice spirito di solidarietà.

Gli uomini e le donne che salgono in bus a Claviere da Torino e che vorrebbero mettersi in marcia subito, nonostante il freddo e la neve, e che vanno convinti a passare almeno la notte al rifugio allestito dai “solidali” e a indossare scarpe pesanti e cappotti, queste persone sono forse l’ultima speranza cui aggrapparsi per l’avvio di un nuovo corso nella stanca, frustrata e cinica Europa degli anni Duemila: “Come questi giovani non siano oggi i nostri eroi, esempi unici e inarrivabili“, scrive Pagliassotti, “è un mistero dietro il quale si nasconde il suicidio dell’Occidente”.


Ancora dodici chilometri è un reportage serrato e acuminato, che bandisce la retorica e scava nel nostro mondo, nei nostri cuori, con ardore sincero. C’è la gioia dopo il passaggio di frontiera in automobile con un “clandestino”a bordo, ma c’è anche la dolorosa constatazione che il sentimento generale, nell’Italia e nell’Europa degli anni Duemila, è una cinica insofferenza per gli uni e per gli altri, per chi tenta di passare la frontiera e per chi si prodiga in aiuto.

I “solidali” sono criminalizzati, colpiti da leggi e ordinanze, circondati dall’antipatia e Pagalissotti non se lo nasconde. E però si domanda, e domanda a tutti noi: “Che accadeva a chi aiutava i partigiani, o gli inglesi, durante i gloriosi anni del fascio e della guerra? A chi li nascondeva nei fienili, o li portava proprio nelle montagne dove oggi i migranti sono aiutati nella loro fuga? Proviamo a ricordarlo”.


Pagliassotti frequenta i bar e le trattorie, ascolta i discorsi che si fanno e ne esce sconvolto. Perciò nè cosciente di quanto sia drammatica la frattura fra “le ricche caffetterie del centro città dove tutti siamo d’accordo, dove regna l’altruismo”, e i bar di periferia e di provincia, ben più numerosi, dove sono anche lì d’accordo, ma in direzione opporta: “Lumpenproletariat che ha trovato un’inaspettata manna in grado di dare una prospettiva alla propria frustrazione: qualcuno ancora più disgraziato da odiare“.

C’è un’ulteriore frattura da mettere a fuoco: nella minoranza “altruista” antirazzista e antifascista, quelli che agiscono sul campo e mettono in pratica ciò che affermano e teorizzano sono a loro volta una minoranza e non sempre una minoranza compresa e considerata per quel che in verità è: un esempio, una guida, un’apertura a un futuro diverso.


Ancora dodici chilometri è una storia di vita, di morte, ma soprattutto di lotta. A ruoli, si badi bene, capovolti. La via del cambiamento e quindi della giustizia, dice Pagliassotti, non appartiene più a un variamente definibile “noi”, ma cammina nelle scarpe, nei muscoli e nella volontà di un popolo in marcia, inarrestabile: “Penso che l’unica speranza per queste comunità sia data proprio da quei giovani che stanno tentando di venire qui, a contrastare questa discesa verso un baratro fatto di nulla. L’invasione da parte dei migranti è la nostra unica speranza di salvezza da questo goduto, e inconsapevole, scivolo verso la morte”.


Stiamo vivendo una crisi di civiltà che fatichiamo a riconoscere come tale. Nel Mediterraneo (con propaggini sulla via alpina, visto che chi arriva a Claviere e Oulx passa generalmente per Lampedusa o Pozzallo) è in corso un genocidio, che avviene nell’indifferenza generale. Anche le Alpi sono costellate dei corpi di chi non ce l’ha fatta, ma chi si cura davvero di loro, a parte i pochi “solidali” che provvedono alla cura non solo dei corpi ma anche dei cadaveri?

Un giorno, se dovesse prevalere un principio di giustizia universale e sovranazionale, questa fase della nostra storia produrrebbe istruttorie legali e processi, con le politiche europee sull’immigrazione come sfondo di numerosi crimini contro l’umanità. Gli imputati sarebbero governanti e decisori pubblici di vario livello, ma pochi fra noi potrebbero davvero dirsi assolti, quanto meno dal peccato (sia pure non reato) di omissione.

Fra Monte Sole e Hiroshima, cercando un nuovo antifascismo

27 agosto 2020

Sadako Sasaki aveva due anni e mezzo quando riuscì a sopravvivere all’onda d’urto dell’esplosione atomica su Hiroshima, il 6 agosto 1945, settantacinque anni fa. Viveva a un paio di chilometri dall’epicentro della conflagrazione e stava giocando all’aperto col fratello; fu sbattuta lontano dal vento nucleare. Ma si salvò, come il fratello. Dieci anni più tardi Sadako scoprì d’essere malata di leucemia, anche lei quindi vittima tardiva di “Little boy”, ragazzino, come i soldati statunitensi chiamarono affettuosamente il più micidiale ordigno mai concepito dalla specie umana. Sadako morì nel 1955, a dodici anni. Fece in tempo a lasciare un segno di sé nel mondo, un segno molto conosciuto: gli origami a forma di gru divenuti simbolo di pace, di lotta contro il nucleare.

Sadako era venuta a conoscenza di un’antica leggenda giapponese, secondo la quale realizzando con le proprie mani, a partire da semplici fogli di carta, mille orizuru (le gru), diventa possibile realizzare un proprio desiderio. Da allora le gru di Sadako trasmettono un messaggio di pace nel mondo. Milioni di bambini hanno imparato a realizzarle, piegando e ripiegando foglietti, con meticolosa perizia. La storia di Sadako è raccontata in un famoso libro per ragazzi (e non solo) – Il gran sole di Hiroscima, di Karl Bruckner – e non smette di propagarsi nel mondo.

E’ arrivata anche a Maresca, piccolo centro sulla montagna pistoiese, dove il 9 agosto scorso – anniversario della seconda atomica statunitense sul Giappone, a Nagasaki, quella volta la bomba si chiamava “Fat man”, grassone – è stato scoperto un busto in bronzo di Sadako. E’ collocato nel giardino della Casa Famiglia per anziani San Gregorio Magno, rivolto verso l’esterno, a guardare il paese e la pianura lontana. Alla festa di inaugurazione c’eravamo anche noi, i dieci partecipanti alla Staffetta della pace partiti a piedi da Monte Sole e arrivati come tutti gli anni a Sant’Anna di Stazzema in tempo per l’anniversario della strage compiuta nel ’44 da reparti delle SS naziste, il 12 agosto.


Uno dei camminatori, Fabio Prati, è stato il principale artefice del progetto Sadako a Maresca, nato tempo addietro con gli anziani della casa di riposo e bambini del paese impegnati con gli origami e culminato con la posa della statua dedicata alla bambina giapponese. Ragionadoci sopra, ci siamo accorti del nesso profondo che lega eventi in apparenza incomparabili come le stragi di Monte Sole e Sant’Anna di Stazzema e le atomiche sul Giappone. Le differenze, certo, sono enormi: 770 e 400 le vittime sull’Appennino, circa duecetomila nelle città nipponiche; terrorismo di guerra opera di reparti militari di un regime totalitario in un caso, ordigni lanciati dal cielo dall’aviazione di una grande democrazia nell’altro. E tuttavia c’è un filo rosso che lega tali eventi. Il filo rosso è la guerra, che nel ‘900 è sempre una guerra – principalmente e oggigiorno quasi esclusivamente – contro i civili; e al cuore di questo filo rosso c’è l’idea che le vite degli altri, le vite dei “nemici”, per quanto non combattenti, siano sacrificabili senza rimorso. Questo è successo tre quarti di secolo fa e non dovremmo dimenticarlo.


La seconda guerra mondiale ci ha lasciato in eredità due fardelli insopportabili: la shoah e le atomiche. Sono pesi sconvolgenti, che tuttora fatichiamo a considerare per quel che sono: abiezioni e crimini contro l’umanità senza precedenti. Entrambi, pur nella diversa misura e nella diversa qualità degli eventi. Lo sterminio degli ebrei europei, con sei miliomi di vite cancellate, è un fatto incomparabile, come non ci stanchiamo di ripetere, e pesa sulla coscienza dei nazisti che lo concepirono e realizzarono, ma l’intera civiltà europea non può considerarsi assolta, se è vero come è vero che l’antisemitismo e il nazionalismo – premesse logiche e storiche della shoah – sono due dolorosi tratti della cultura europea dei secoli scorsi.

IL PODCAST CON LE CRONACHE QUOTIDIANE DELLA STAFFETTA SU RADIO FRANCIGENA QUI

Sulla cima di Monte Sole

Il lancio delle bombe nucleari ci è altrettanto familiare, in quanto frutto di un progetto che coinvolse i migliori fisici europei e statunitensi e fu l’esito di una scelta politica compiuta dal paese guida delle democrazie occidentali. In mezzo ci sono le stragi che hanno costellato in Italia la fase finale della guerra, eventi “minori” per quantità di persone colpite, ma della stessa specie dello sterminio degli ebrei, come sostenne a suo tempo Giuseppe Dossetti parlando di “delitti castali”, compiuti da militari fanatizzati convinti d’essere investiti da una sorta di missione sovranaturale e quindi esentati dai comuni metri di valutazione. E’ una valutazione opinabile, ma che non può essere ignorata.


In Giappone le bombe su Hiroshima e Nagasaki sono attribuite per intero al cinico calcolo geopolitico del presidente Truman, da noi circola ancora la giustificazione dell’azione decisa per mettere fine alla guerra e salvare più vite umane – i possibili caduti nelle settimane o mesi di combattimento con le truppe giapponesi – di quelle sacrificate sotto le bombe. Una tesi che non regge all’analisi storica e che tace sull’enorme esperimento politico-sociale compiuto il 6 e 9 agosto ’45, quando l’inimmaginabile – l’annientamento istantaneo di decine di migliaia di persone e la distruzione in un vasto raggio di territorio di tutte le altre forme di vita – è diventato realtà e monito diretto alle cancellerie e alle popolazioni di tutto il mondo. Fu un’affermazione di potenza senza precedenti. Da allora viviamo dentro l’incubo della possibile autodistruzione dell’umanità: potrebbe arrivare a causa di un’escalation bellica a colpi di armi nucleari o anche per errori tecnici compiuti nella gestione di una mole di armamenti esorbitante (e con nove paesi, non più solo uno, nel club atomico).


Camminando in Appennino e incontrando Sadako Sasaki a Maresca abbiamo riflettuto su un passaggio storico che tendiamo a trascurare, ossia la nostra piena appartenza all’era nucleare, e abbiamo avuto l’occasione di portare il messaggio della ragazzina giapponese e le sue gru della pace fino a Sant’Anna di Stazzema. Proprio lì abbiamo discusso insieme – noi camminatori – del nesso che unisce le stragi, la shoah, le atomiche, arrivando alla sconsolante constatazione che le atrocità di guerra non sono un’esclusiva di regimi fascisti o totalitari, ma riguardano anche le democrazie, e non solo per le bombe lanciate sul Giappone.


Le nostre Camminate della pace – quest’anno l’abbiamo chiamata Staffetta, perché è stata un’edizione diversa e ristretta, a misura di emergenza Covid, con sette ragazzi da poco maggiorenni e tre adulti – servono nelle nostre intenzioni a dare un senso concreto a ciò che chiamiamo memoria. Ci sforziamo, camminando, di entrare più profondamente nella storia e di interrogare fatti cruciali del nostro passato per illuminare il presente e afferrare un possibile filo di orientamento. Cerchiamo di costruire – conoscendo, studiando e ragionando – una memoria attiva, politicizzata e calata nel presente, fuori dalle trappole ormai stranote delle celebrazioni condotte sul filo dell’emozione e delle semplici dichiarazioni di indignazione e di antifascismo.

Inseguiamo un antifascismo nuovo, calato nel presente e denso di fatti, di comportamenti, oltre la retorica e oltre il consolante ma vacuo riferimento alle imprese e alle glorie del passato. L’anno scorso noi camminatori portammo a Sant’Anna la persuasione che il ricordo delle stragi deve indurci a sentirci responsabili del genocidio più vicino a noi, quello in corso nel Mediterraneo. Ne parlammo insieme all’alba del 12 agosto, davanti all’installazione artistica di Carlo Molinero HELP. Hommage aux frères migrants morts en mer e poi esibimmo durante la cerimonia ufficiale dei cartelli che rendevano esplicito il nesso fra Sant’Anna di Stazzema e il cimitero Mediterraneo. “#Bastastragi 1944-2019” diceva un cartello. Anche in quel caso erano le vite degli altri – annientate con noncuranza e osservate con indifferenza, in quanto vite poco importanti – a fare da nesso logico di congiunzione fra fatti storici distanti per qualità e contesto.

Quest’anno abbiamo portato a Sant’Anna la tragedia della bomba atomica, un crimine di guerra che ha cambiato la storia dell’umanità, e lo abbiamo fatto mettendoci nei panni di chi stava sotto le bombe, non in quelli di chi le lanciava.


Questo modo di intendere la memoria è difficile e richiede impegno, perché implica una piccola-grande ribellione. La ribellione all’insidiosa idea che non possiamo sentirci responsabili di eventi così grandi e che il nostro compito è solo custodire la memoria, ricordando i fatti, celebrando i caduti; ribellione rispetto alla depoliticizzazione dell’antifascismo e della coscienza storica.

Dobbiamo imparare a sentirci responsabili di quanto avviene attorno a noi e ad agire di conseguenza. I luoghi della memoria devono cioè diventare un motore per l’azione. Perché sappiamo che è sempre possibile agire, che c’è sempre un modo per rendere concrete le proprie persuasioni. Salire a Monte Sole e Sant’Anna, commuoversi per i morti, indignarsi per la ferocia dei carnefici, ripudiare i fascismi e proclamarsi amici dei partigiani non è sufficiente.

Se siamo persuasi che esista un nesso fra le stragi del ’44 e il genocidio nel Mediterraneo, occorre fare qualcosa per cambiare l’ordine delle cose, per esempio sostenere e finanziare il progetto Mediterranea, la ong Open Arms, la nascente ResQ, o impegnarsi a fianco dei rifugiati e richiedenti asilo; se vogliamo dare un senso al messaggio che ci ha trasmesso Sadako Sasaki, possiamo impegnarci nella campagna sul disarmo nucleare, vincitrice nel 2017 del premio Nobel per la Pace.

Camminare aiuta a comprendere il mondo e la storia, ma deve trattarsi di passi concreti verso il cambiamento.

L’orrore di Hiroshima annegato nelle ambiguità

6 agosto 2020

A Hiroshima tutti gli anni ricordano l’esplosione del 6 agosto 1945 con una cerimonia semplice e toccante. I giapponesi sanno d’essere stati vittime di un esperimento politico-sociale e di una cinica esibizione di forza, perciò non giustificano, non perdonano, non concedono scuse e attenuanti. Ogni anno il 6 agosto le autorità locali chiedono ai capi di stato e alle organizzazioni internazionali di mettere al bando le armi atomiche. Insomma parlano chiaro, dicono la verità, come non avviene in occidente.

Qui da noi le esplosioni del 6 e 9 agosto 1945 (la seconda su Nagasaki ancora più grave della prima, per la sua inutilità) sono giustificate dalla retorica ufficiale, secondo la quale il lancio delle due bombe era necessario per mettere fine alla guerra. La tesi è che si sacrificarono nel fuoco nucleare migliaia di persone residenti nelle due città per salvarne molte altre, quelle che sarebbero cadute se il conflitto fosse proseguito. Gli Usa, in verità, con i due micidiali ordigni mandarono un messaggio al mondo: fu un’affermazione di potenza, un gesto politico tout court.


Il lancio delle due bombe atomiche è una delle grandi atrocità del Novecento, un atto che ha cambiato la percezione della storia e della missione umana sulla terra. L’era nucleare, nella quale tuttora viviamo, è l’era dell’umanità che progetta e programma la propria autodistruzione. Dal 1945 sappiamo, un giorno dopo l’altro, che tutto potrebbe finire in caso di conflitto atomico, tale è la potenza di simili ordigni e tanto sono diffusi nel mondo. Eppure ancora oggi stentiamo a inquadrare il peso dei fatti del 6 e del 9 agosto nella storia. La scelta compiuta all’epoca dal presidente degli Stati Uniti è ancora avvolta da un alone di ambiguità. Il pensiero di quel che avvenne sconvolge, ma in fondo non scandalizza: la giustificazione ufficiale – mettere fine alla guerra – è stata in qualche modo recepita.


D’altronde l’ambiguità avvolge fin dall’inizio la vicenda intellettuale, umana e politica che portò alle due esplosioni. Si trattò di un’avventura a suo modo straordinaria. Fu un’impresa titanica dall’inizio alla fine: nella genialità di chi la ideò (un gruppo di fisici di irripetibile levatura); nella grandiosità di chi rese possibile il progetto, chiamato Manhattan (il governo degli Stati Uniti); nella rapidità e qualità dei risultati, frutto di una eccezionale combinazione di talento, impegno, capacità di visione.

Roberto Mercadini, uomo di teatro, ha raccontato questa formidabile e sconvolgente storia in un libro vivace e appassionante: “Bomba atomica”, Rizzoli 2020. Mercadini mette a fuoco i protagonisti del progetto Manhattan, tutti uomini di eccezionale valore, in testa l’italiano Enrico Fermi, e rende palpitante il senso della loro avventura intellettuale: concepire e realizzare in poco tempo la bomba atomica, sfidando e superando limiti conoscitivi, tecnologici, ideologici che parevano insuperabili.
E tuttavia un velo di ambiguità accompagnò tutto il percorso degli scienziati impegnati nel progetto Manhattan.

La spinta iniziale fu in apparenza chiara: gli scienziati di Hitler si erano messi al lavoro per realizzare un ordigno di straordinaria potenza, sfruttando le recenti conoscenze sulla scissione dell’atomo, perciò un gruppo di scienziati legati al mondo democratico chiesero al presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, di fare altrettanto e di farlo più in fretta dei tedeschi. Pensavano, forse, quegli scienziati, di un ipotetico impiego della bomba contro la Germania hitleriana, o forse – più probabilmente – non pensarono più di tanto a chi e come sarebbe finito vittima della prima esplosione nucleare della storia, se mai questa si fosse resa necessaria.

Mercadini riporta nel suo libro le parole di Laura Fermi, moglie di Enrico, all’indomani del collaudo che confermò la riuscita del progetto Manhattan; Laura descrive il marito: “Sembrava come rimpicciolito e invecchiato, incartapecorito, completamente prosciugato e brunito dal sole del deserto, e sfinito”. In quel momento – forse – Fermi realizzò davvero l’enormità dello strumento che aveva grandemente contribuito a costruire. Ma quanto Fermi e gli altri scienziati avevano riflettuto su quel che facevano e sull’esito finale del loro impegno?


Harry Truman, il presidente che prese la fatale decisione del doppio lancio della bomba, è descritto da Mercadini come un uomo e un politico di modesta levatura, capitato quasi per caso alla Casa Bianca. Una specie di macchietta. Una forzatura, questa descrizione? Un altro presidente, per esempio Roosevelt, morto improvvisamente nell’aprile del ’45, avrebbe rinunciato all’arma atomica di fronte al fallimento del progetto hitleriano? Nessuno può dirlo. Ma in fondo poco cambia: da 75 anni facciamo i conti con la scelta compiuta da Truman, sempre però in un clima di incertezza e di ambiguità. Il tema non fa più parte della discussione pubblica e non amiamo discutere sulle circostanze effettive e sulle motivazioni reali di quella scelta, per quanto oggi, nella corsa all’atomica di questo o quel paese, non si manchi di mettere in luce il rischio che l’umanità corre quando uno strumento così potente entra nella disponibilità di dittatori e regimi autoritari, dimenticando che la prima e per ora unica decisione di usare l’atomica è stata presa da un paese democratico…


Viviamo nell’era atomica e attorno a noi è dislocato (anche in Italia) un arsenale nucleare di dimensioni tali da sfuggire a qualsiasi comprensione razionale. Ogni anno il 6 agosto per qualche minuto mettiamo a fuoco questa condizione, che nell’insieme e nell’ottica degli interessi collettivi potremmo tranquillamente definire demenziale. Dovremmo invece pensarci tutti i giorni. Tre anni fa il Nobel per la Pace fu assegnato all’Organizzazione che si batte contro le armi nucleari (Ican): sorrisi, applausi e segni d’approvazione si sprecarono, ma niente è in verità cambiato.

Il trattato per la messa la bando delle armi nucleari continua a essere boicottato dai paesi che di tali ordigini dispongono e anche da quelli, come l’Italia, che li ospitano nel proprio territorio. La storia dell’arma atomica è nata sull’onda di grandi slanci intellettuali e tecnologici, ma resta una vicenda politicamente e umanamente rivoltante. Di questo parliamo (o dovremmo parlare) ogni 6 e 9 agosto.

Il tempo (e il governo) dell’anacronismo

8 luglio 2020

Durante i mesi del confinamento, in pieno choc esistenziale e collettivo da Coronavirus, si è pensato, parlato, scritto moltissimo su come sarebbe stato il “dopo”, sulla lezione impartita dal pianeta Terra alla specie umana, sull’urgenza di cambiare rotta al fine di prevenire future emergenze sanitarie, sul nesso fra la pandemia e l’incontrollato consumo di risorse naturali. Niente dev’essere più come prima, si diceva; non possiamo tornare alla normalità, perché la normalità è il problema. Il tutto, ovviamente, nella cornice di una crisi profonda, forse finale, della civiltà industriale, alle prese con un collasso climatico spaventoso e pressoché sfuggito a ogni controllo.

Ebbene, nel nostro piccolo paese, un paese che però si vanta ogni giorno dei suoi meriti nelle arti, nel pensiero, nella cultura attraverso i secoli, il “dopo” sembra essere un insieme di provvedimenti governativi detti di “semplificazione”. Si tratta, in buona sostanza, di vecchi, alle volte vecchissimi progetti “infrastrutturali”, concepiti in una logica “sviluppista” da anni Sessanta e Settanta: nuove strade, nuove autostrade, nuove grandi opere per lo più inutili (in testa, addirittura, la vetusta Tav Lione-Torino, ormai indifendibile sul piano tecnico-progettuale). In controluce, si intravede un progetto di società cristallizzato in quel mondo malato, letteralmente asfissiato dalle emissioni nocive, che è all’origine della pandemia.

Quest’idea così arretrata, così mortifera di sviluppo – uno sviluppo slegato da qualsiasi idea di bene pubblico e di benessere collettivo, uno sviluppo senza futuro – è la certificazione del fallimento irreversibile di un intero ceto politico e di una classe dirigente imprenditoriale del tutto inadeguata ai tempi presenti. Potremmo dire che stiamo vivendo una fase di anacronismo: tutti sappiamo che la via maestra ci spinge a battere strade nuove, lontano dalla cultura del consumo di beni inutili e dell’estrazione incontrollata di risorse non rinnovabili, ma chi comanda – in politica, nella finanza, nel ceto imprenditoriale, nei mezzi di comunicazione – vive nel passato ed è ancorato a un modello ormai incompatibile con il presente e il futuro delle popolazioni viventi.

La via d’uscita è un cambiamento profondo degli orizzonti collettivi, quindi del senso comune, e il punto di partenza non può essere che una mobilitazione vasta e prolungata dei cittadini più attivi e più consapevoli. Nuovi movimenti sociali dovranno prendere la scena, senza perdere altro tempo. Dobbiamo uscire dalla surreale “fase anacronistica” che stiamo vivendo.

Alex Langer, per esempio

2 luglio 2020

Venticinque anni fa, il 3 luglio 1995, Alexander Langer decideva di lasciare questo mondo. E’ stato l’uomo politico più visionario e più incisivo degli ultimi cinquanta anni, nel campo di chi non si adattava allo stato delle cose e anzi ambiva a un radicale cambiamento.

Viene di solito ricordato come il fondatore dei Verdi, e questa è una verità, ma Langer è stato molto di più. Come pochi altri, sapeva tenere insieme pensiero e azione, la seconda mai disgiunta dal primo. Uomo di confine e plurilingue, spirito europeo vicino al mondo tedesco, riuscì a connettere un paese stanco e distratto come il nostro con le nascenti correnti ambientaliste del centro e nord Europa. Fu un’enorme innovazione per la cultura politica italiana, ferma com’era agli schemi del dopoguerra.

Alexander Langer (1946-1995)


Langer era ecologista, pacifista e di sinistra, credeva nella necessità – e nella possibilità – di un radicale cambiamento dell’ordine delle cose; era un idealista, ma sapeva anche calarsi nella realtà e nelle miserie della lotta politica. Si batteva con straordinaria energia nella società e nella cultura, ma lottava anche in parlamento, sopportando le inevitabili delusioni.

La nozione che più lo rappresenta – e che gli era cara – è quella di “utopia concreta”, cioè l’idea di mettere in campo progetti ed esperienze capaci di prefigurare un’altra economia, un’altra società. Credeva nella sperimentazione, nel vivere già oggi gandhianamente la società del futuro. Perciò seguiva con entusiasmo le prime esperienze di economia alternativa e solidale, snobbate dai più perché considerate impolitiche.

Era un uomo saggio, Langer, pur nel suo spirito visionario: combatteva la società dei consumi, ma sapeva che il mondo nuovo si poteva costruire solo costruendo consenso attorno ai propri progetti, alle proprie idee.


“Lentius, profundius, suavius” – più lentamente, più profondamente, più dolcemente: con questo motto Langer sintetizzò la sua visione, da contrapporre alla velocità e alla violenza della società moderna. Questo motto è stato poco compreso, a volte anche deriso, eppure in un mondo sconvolto dalla logica distruttiva del sistema dominante, sull’orlo del collasso ecologico, traumatizzato dalla pandemia tuttora in corso, esprime ancora una possibile fonte di ispirazione, un orizzonte di cambiamento.


Langer lasciò un biglietto diretto ad amici e compagni. Diceva: “Continuate in ciò che era giusto”. Sono passati 25 anni e – collettivamente parlando – non siamo stati all’altezza del compito. Ma la direzione di marcia è ancora quella.

Neolingua e bispensiero, Orwell in Palestina

27 giugno 2020

George Orwell nel romanzo 1984, con le nozioni di neolingua e bispensiero, ci ha messi in guardia sulle insidie delle manipolazioni ideologiche e linguistiche. Parole che mutano di senso, concetti capovolti al fine di celare la reale natura delle cose, credenze che si basano su finzioni e autoinganni: gli strumenti del potere sono spesso sfuggenti quanto penetranti. In questi giorni, ascoltando i notiziari e sfogliando i giornali ne abbiamo un fulgido esempio. E’ il cosiddetto piano di pace del presidente Trump per risolvere la cosiddetta questione palestinese.

Si parla tranquillamente di piano di pace come se il progetto di annessione unilaterale da parte dello stato di Israele di una fetta consistente della Cisgiordania, a partire dagli insediamenti costruiti illegalmente, non fosse l’esatto contrario, ossia un piano potenzialmente di guerra. Come se la cosiddetta questione palestinese fosse un problema interno a Israele e non una questione geopolitica di prima grandezza, con i diritti fondamentali di un’intera popolazione messi in discussione o forse negati fino alla loro radice.


Il piano di pace è in realtà il preludio alla costruzione di un nuovo apartheid, nemmeno troppo lontano da quello sperimentato per qualche decennio in Sudafrica, come denunciano molti osservatori anche all’interno di Israele: uno per tutti lo scrittore Abraham Yehoshua, tradotto e letto in tutto il mondo. Lo chiamano piano di pace dimenticando il suo preludio e le conseguenze che provocò: lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, nonostante questa città non sia per il diritto internazionale la legittima capitale di Israele. Alla mossa del presidente Trump replicarono le marce di protesta palestinesi all’interno della Striscia di Gaza, affrontate dall’esercito israeliano con i cecchini e una serie di ingiustificabili omicidi.

Amin Maalouf, scrittore d’origine libanese, nel suo libro Il naufragio delle civiltà (La nave di Teseo 2019) scrive che stiamo assistendo, in Israele come nel mondo arabo, “a un crollo morale e politico particolarmente angosciante. E un po’ disperato. Quando gli eredi delle più grandi civiltà e i portatori dei sogni più universali si trasformano in tribù furiose e vendicative, come possiamo non aspettarci il peggio per il prosieguo dell’avventura umana?”

E’ impossibile ignorare questa cruda verità. Lo stato di Israele è preda di un estremismo nazionalista e militarista sempre più cupo, mentre la componente palestinese è divisa e sembra tramortita, incapace di proposta politica, chiusa in un’impasse di lungo periodo. Così il Vicino Oriente è sempre più vicino al disastro, un disastro potenzialmente contagioso.

Lo stallo, nell’area, dura da troppo tempo; il futuro è incerto e denso di pericoli. Ma una via d’uscita, come in tutte le cose, deve pur esserci e merita d’essere cercata. Dovranno e potranno farlo persone dotate di buona volontà e di spirito democratico, sia israeliane sia palestinesi, sia ebree che musulmane e cristiane. Queste persone esistono e dovranno uscire allo scoperto e discutere, studiare, aprire strade nuove, finché una soluzione equa, civile e democratica non sia individuata e infine sostenuta dalla maggioranza della popolazione.

Ma niente sarà possibile senza definire le cose con il loro nome, mettendo da parte la neolingua e il bispensiero. La democrazia è un regime nel quale ogni persona ha gli stessi diritti e la stessa dignità di tutte le altre; un piano di pace è un progetto che tiene conto di tutti gli interessi e di tutte le prospettive in campo, sforzandosi di trovare una sintesi per un bene comune più alto. Oggi non è così.


Non si dice la verità e anzi la si trasfigura. Nei media di mezzo mondo, con l’intento di non disturbare lo stato forte israeliano e il suo potente alleato, si definisce “di pace” il progetto più incendiario degli ultimi decenni e si evita di evocare la nozione di “apartheid”. Si finge di non vedere che oggi le vite dei palestinesi non contano nulla e vengono sovente annientate con crudele noncuranza da un esercito che sembra a proprio agio nella distopia orwelliana, visto che definisce sé stesso, nonostante l’evidenza, come “il più morale del mondo”.

Ma non è così che si aiuta lo stato di Israele a uscire dalle sue ossessioni; non è così che si costruisce il contesto adatto a uno sviluppo democratico del processo di pacificazione. Il bispensiero sta spingendo il Vicino Oriente in un vicolo cieco e la neolingua è il suo mezzo d’espressione.

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