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Se Gaza scegliesse la nonviolenza

30 settembre 2014

Giovedì 2 ottobre è la Giornata internazionale della nonviolenza, proclamata dall’Onu a partire dal 2007 nell’anniversario della nascita di Gandhi. Per l’occasione, ecco un intervento riguardante il conflitto in Palestina e le guerre in corso nel vicino Oriente.

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Recentemente Giuliana Sgrena, scrivendo sul Manifesto a proposito della “guerra all’Isis“, la formazione islamista che vagheggia la nascita di un califfato nel Vicino Oriente, ha indicato la soluzione “non violenta” con “l’interposizione di forze non armate” come unica via d’uscita dall’ennesima catena di orrori e sangue, catena peraltro destinata a non risolvere i nodi geopolitici del momento.

Da tempo l’opzione nonviolenta – da scrivere tutto attaccato, come insegnava Aldo Capitini, perché non si tratta di semplice assenza di violenza, ma di una proposta politica e morale di vasto respiro – non compariva nela discussione, nonostante i disastri bellici compiuti nell’ultimo decennio nel vicino e medio Oriente, dall’Afghanistan all’Iraq alla Libia per non parlare di Gaza e della Palestina. Quegli interventi militari sono stati condotti con tale determinazione e supponenza, e con un così vasto sostegno dell’establishment politico e mediatico occidentale, da fiaccare l’opposizione pacifista e nonviolenta, producendo il singolare risultato di lasciare campo aperto all’iperattivismo militare delle potenze occidentali e delle loro alleanze, proprio mentre simile strategia bellicista mostra tutti i suoi limiti, passando di fallimento in fallimento.

Un gruppo militare islamista

Al disastro afgano è seguito quello iracheno e mentre la Siria esplodeva si è riusciti a lanciare una spedizione in Libia che ha mancato tutti i suoi obiettivi (tranne l’eliminazione fisica del dittatore ex amico). Si è ottenuto il risultato di moltiplicare le cause di instabilità nella regione. Israele, poi, ha radicalizzato la sua prospettiva prevaricatrice e non ha incontrato ostacoli significativi a livello diplomatico e politico nella sua nuova, crudele campagna militare contro gli assediati di Gaza.

Ormai molti anni fa Joahn Galtung, uno dei pensatori e attivisti più noti e impegnati in ambito nonviolento, espose in un libro oggi introvabile (lo pubblicò Sonda) la sua proposta di “soluzione nonviolenta” per Israele e Palestina. Era un progetto articolato, che prevedeva alcune reciproche concessioni fra le parti, un ruolo attivo dei paesi confinanti, nuove forme di legami fra stati, uno sguardo attento per le condizioni materiali di vita delle popolazioni e così via. Sarebbe un progetto da riprendere in mano, visto che poggia su un presupposto che dovrebbe interessare, oltre che i cittadini e gli stati di tutto il mondo, in primo luogo chi vive e soffre in quell’area, da entrambi i lati del muro: persone – gli israeliani – al momento private della possibilità di immaginare un futuro personale che non preveda la militarizzazione permanente della società, oppure – dal lato palestinese – costrette in una condizione di oppressione che pare senza fine.

Oggi il sistema politico di Israele sembra bloccato e chiuso in se stesso, vittima del suo oltranzismo militarista. Si continua a parlare di quel paese come dell’unica democrazia dell’area, ma i suoi ministri sembrano assuefatti anche alla prassi di decidere i cosiddetti “omicidi mirati”, cioè condanne a morte senza processo estese ai familiari delle vittime designate oltre che a chiunque si trovi nei paraggi al momento dell’arrivo del missile mortale. Israele ha sicuramente un assetto democratico, vi sussiste un pluralismo politico, la libertà d’opinione è ancora garantita, ma la sua “democrazia di guerra” è una democrazia menomata, con ben poca dignità.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Qualche tempo fa esisteva una dialettica interna destra/sinistra sulla questione palestinese che ormai è quasi scomparsa: la logica bellica ha travolto dissensi e speranze. Sia alcuni sondaggi sia quel che scrivono commentatori, intellettuali e attivisti del posto, fanno capire che le scelte estremistiche del governo Netanyahu hanno un alto tasso di consenso. Se ne deduce che la società israeliana si sta rassegnando a una condizione di guerra permanente per questa e per le prossime generazioni, visto che l’opzione militare, con l’assedio di Gaza, la colonizzazione della Cisgiordania, la costruzione del muro, comportano una militarizzazione continua della società. Un incubo anche per chi vive al di qua del confine e del muro, in una condizione privilegiata rispetto a chi è sottoposto all’occupazione militare o all’assedio.

Sul versante palestinese lo scenario politico non è meno critico. La divisione fra Al Fatah e Hamas non ha portato alcun miglioramento per le già debolissime prospettive di “liberazione”. Le trattative di pace più o meno dirette con lo stato israeliano, nelle condizioni attuali, hanno un infimo tasso di credibilità, né possono suscitare grandi speranze, in chi ancora creda nell’opzione violenta, i lanci di razzi verso il Sud di Israele o l’avvio di eventuali altre azioni in “territorio nemico”. E anzi possiamo dire che l’estremismo del governo israeliano ha un importante puntello proprio nella possibilità di sostenere che gli interventi militari, ancorché sproporzionati, sono necessari per la sicurezza del paese a fronte dei gruppi armati presenti a Gaza e del pericolo di azioni terroristiche.

Va dunque cercata un’altra via. Sappiamo che nello stato di Israele, così come nei territori palestinesi, esistono minoranze che hanno tenuto viva la fiammella dell’opzione nonviolenta. Pensiamo agli obiettori di coscienza israeliani o agli attivisti riuniti davanti al muro di Bil’in, per citare le esperienze più conosciute. Parliamo di minoranze che non si sono omologate alle scelte compiute dalle rispettive classi dirigenti e che hanno resistito alla rassegnazione e allo scetticismo che ha circondato in questi anni la loro azione. E’ una fiammella preziosa e sarebbe opportuno averne cura, perché da questa fiammella – forse solo da questa fiammella – può derivare una via d’uscita credibile e desiderabile rispetto a un’impasse che induce disperazione.

Distruzione a Gaza

Il radicalismo dell’attuale governo israeliano sarebbe spiazzato da una stagione di resistenza nonviolenta di massa a Gaza, nei territori occupati e per quanto possibile anche all’interno di Israele. Se poi una simile strategia godesse di un articolato appoggio internazionale, con forme di interposizione, azioni di boicotaggio e campagne d’informazione a vasto raggio, è possibile immaginare l’apertura di una nuova fase politica nel vicino Oriente. Il cieco militarismo israeliano apparirebbe per quel che è: un sistema di potere e di governo autoreferenziale, che tiene sotto assedio la popolazione palestinese e sotto ricatto – un ricatto artefatto – i cittadini israeliani.

Più in generale e allargando lo sguardo oltre la Palestina, stiamo assistento a una paurosa estensione dei fronti di guerra e alla banalizzazione degli interventi armati, decisi ormai nei cosiddetti paesi democratici (compreso il nostro) senza nemmeno passare per un serio dibattito politico e parlamentare. E allora domandiamoci se la “risposta pacifista” non debba passare in primo luogo per un sostegno serio e concreto all’opzione nonviolenta per Israele e Palestina, una vicenda che resta il cuore delle tensioni nel vicino oriente.

Proviamo a immaginare uno scenario nel quale in Europa prenda forma una larga azione di sostegno a chi già sta agendo in questa direzione in Israele e Palestina, magari con la preparazione, in alternativa agli inutili vertici diplomatici, di una conferenza internazionale di nonviolenza e di pace promossa dalle associazioni e dai movimenti che già sono in relazione con organizzazioni e gruppi d’opposizione in Israele e Palestina: ong, reti di commercio equo-solidale, network pacifisti e così via. Sarebbe forse l’occasione per ragionare seriamente di un possibile ruolo strategico dei corpi civili di pace.

Si tratta, in breve, di aprire una finestra che sia al tempo stesso mentale, sociale e politica in un ambiente viziato da troppi anni di pensieri e di azioni tossiche.
Oggi il movimento pacifista è accusato d’inerzia. Vengono additate le piazze vuote per dire: vedete che non c’è altra scelta se non quella militare? Più che di piazze piene, c’è però bisogno di proposte serie e concrete. E’ urgente mostrare e dimostrare che un’alternativa alla distruzione delle vite e delle speranze esiste ancora. Che c’è sempre un’alternativa, anche in una fase disperata e cinica come l’attuale, nella quale nemmeno si sente più il bisogno di menzionare l’Onu, un’organizzazione indebolita dai suoi insuccessi e dalle logiche imperiali e micro-imperiali che hanno preso il sopravvento in molti paesi, ma anche l’unica che sia stata pensata in alternativa alle guerre. Si tratterebbe allora di ripensare e rifondare su nuove basi le Nazioni Unite, non di liquidarle per passare ai cannoni senza troppi intralci.

Marcia nonviolenta a Bil’in

La proposta nonviolenta non è mai stata presa in seria considerazione in tutti questi anni: fin dai tempi di Aldo Capitini, anche la sinistra italiana ha osservato con sospetto questa prospettiva politica, cresciuta in ambiti ideali e culturali considerati eterodossi. Ma non è mai troppo tardi e tutto è ancora possibile, oltre che necessario.
Giuliana Sgrena accennava alla nonviolenza come unica via percorribile per contrastare i progetti dell’Isis e per dare senso alle prospettive di liberazione e di autonomia dei popoli nell’area irachena. Ma per essere davvero presa in considerazione, questa prospettiva deve prima prendere forma, a partire proprio da Israele e Palestina – protagonisti di un conflitto all’origine dell’instabilità della regione – per allargarsi all’intera area che va dalla Libia alla Siria all’Iraq, una spicchio di mondo che oggi è una polveriera sfuggita al controllo degli apprendisti stregoni che hanno pensato di dominarla.

La nonviolenza è una pratica che si costruisce sul campo, con pazienza e determinazione; richiede tempo e dedizione. Comporta una revisione profonda dei modi correnti di pensare la politica e le relazioni col potere. E’ una rivoluzione sociale. Ma oggi è un’opzione solo teorica. Richiamarsi ad essa, mentre i bombardieri agiscono, mentre le armi per l’esercito curdo iracheno sono in viaggio e mentre giornali e telegiornali denunciano i crimini compiuti dall’Isis sulle minoranze religiose, può sembrare un comodo quanto irrealistico esercizio retorico.

Se vogliamo che questa opzione torni sul tappeto, è necessario darle concretezza e così rispondere al dubbio che assale chiunque osservi lo spaventoso scenario presente: esiste o non esiste una via diversa dalla spirale di guerra in corso?

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