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La polizia volta pagina, anzi no

29 luglio 2017

Prima l’approvazione di una legge sulla tortura, poi le dichiarazioni del capo della polizia Franco Gabrielli al quotidiano la Repubblica: nell’arco di venti giorni, il luglio 2017 sembra segnare un punto di svolta nella difficile relazione intercorsa dal 2001 in poi fra forze di polizia, regole democratiche e cittadinanza. Le violenze, i falsi, le menzogne durante il G8 di Genova e poi la copertura garantita negli anni successivi ai responsabili degli abusi hanno minato la credibilità degli apparati e fatto vacillare – è il meno che si possa dire – il rapporto di fiducia non solo fra i corpi di polizia e la cittadinanza, ma anche fra gli stessi corpi di polizia e il resto delle istituzioni.

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Ora ci sarebbe un cambio di passo, ma come spesso accade l’apparenza supera di gran lunga la sostanza e i nodi più critici sono stati affrontati in modo superficiale e malizioso. Della legge sulla tortura abbiamo detto più volte, con la sfortunata campagna che ha tentato di bloccare un testo truffaldino ma che è stato proposto all’opinione pubblica come “una riforma tanto attesa”. Si tratta in realtà di una legge che nega se stessa, per dirla con Donatella Di Cesare, e apre più problemi di quanti non ne risolva, visto che sarà pressoché inapplicabile e rischia di inserire il nostro paese fra quelli che scelgono, anziché la via del divieto assoluto di tortura, quella della sua ammissione e regolamentazione.

 

Il parlamento, votando quel testo, si è deliberatamente messo in antagonismo con la Convenzione contro la tortura sottoscritta (anche dall’Italia) in sede di Nazioni Unite e contro la giurisprudenza della Corte per i diritti umani di Strasburgo, organo giudiziario sovranazionale istituito al fine di applicare la Convenzione europea per i diritti umani e le libertà fondamentali, quella carta firmata nel 1950 che all’articolo 3 prevede – appunto – il divieto assoluto di tortura.

 

C’è poi l’intervista-monologo a Franco Gabrielli, accolta dal giornale la Repubblica con un entusiasmo quanto meno precipitoso: “Le parole di Gabrielli sono liberatorie, oltre che coraggiose – ha scritto Carlo Bonini in un editoriale in prima pagina del 21 luglio – Raccolgono la sintonia del ministro dell’Interno Minniti e segnano un punto di non ritorno”. Ma che cosa ha detto di tanto straordinario Gabrielli? E in che modo le sue parole cambiano lo status quo dentro la polizia e nei suoi rapporti con il potere politico da un lato, la cittadinanza dall’altro?

 

de-gennaro-gianni-sole24-672Gabrielli, nella conversazione  con la Repubblica (priva purtroppo delle domande più scomode per lui), dice sostanzialmente tre cose: 1)il G8 di Genova fu una catastrofe; 2) Gianni De Gennaro, all’epoca capo della polizia, avrebbe dovuto dimettersi; 3) nella caserma di Bolzaneto fu praticata la tortura. Sono parole considerate “coraggiose”  perché comparate alla condotta reticente e negazionista seguita dai predecessori di Gabrielli, ma il nuovo capo della polizia per il primo e terzo punto non fa che recepire giudizi consegnati alla storia (anche giudiziaria) del nostro paese ormai da qualche anno.

 

Il secondo punto – il giudizio su De Gennaro, attuale presidente di Leonardo-Finmeccanica, l’azienda pubblica forse più potente e più strategica del momento – è il vero succo dell’intervista-monologo, un intervento che sembra rivolto soprattutto a chi opera dentro gli apparati e a chi occupa i palazzi del potere. Gabrielli intende insomma chiudere la lunga stagione dei “De Gennaro boys”,  che hanno dominato e tenuto in scacco la polizia italiana per quasi vent’anni. Lo stesso Gabrielli, del resto, è il primo capo della polizia che non appartiene alla catena di potere legata a De Gennaro, uscito dalla polizia nel 2007 ma rimasto come nume tutelare dei suoi successori, che infatti non hanno osato compiere gesti di rottura rispetto alla gestione del “capo”, detto anche “lo squalo”. Siamo dunque a un momento di svolta? Probabilmente sì, se ragioniamo in termini di puro potere: finisce, o si appresta a finire, l’era De Gennaro, e comincia una fase nuova in termini di uomini al comando e catene gerarchiche. Il discorso cambia se proviamo a guardare alla sostanza delle cose, perché sotto questo profilo l’intervento di Gabrielli non incide  sulle principali questioni aperte.

 

In questa intervista ho segnalato le varie omissioni e incongruenze dell’intervento di Gabrielli, che riconosce come tortura Bolzaneto ma non menziona la Diaz; che parla impropriamente di “condanne esemplari” nel processo Diaz e manda velati messaggi di solidarietà e comprensione ai condannati; che cita come una fatalità il rientro in polizia di alcuni dei condannati alla scadenza dell’interdizione giudiziaria, senza nulla dire dei mancati procedimenti disciplinari; che infine afferma – in modo un po’ surreale ma rivelatore – che “la polizia del 2017 è sana come era sana nel 2001”.

 

o-marco-mattana-570L’uscita di Gabrielli non comporta alcun suo atto concreto. Non ha chiesto scusa per le violenze, i falsi, l’ostacolo alla giustizia opera della polizia di stato, riparandosi dietro alla leggenda che già Antonio Manganelli a suo tempo lo fece (in realtà si limitò a dire “è arrivato il tempo delle scuse” all’indomani delle condanne in Cassazione nel processo Diaz, senza poi farlo davvero e senza prendere alcun provvedimento, a cominciare dalla sue necessarie dimissioni)  e non ha proferito parola sugli agenti condannati in via di reintegro. Quest’ultimo argomento,  del resto, è particolarmente imbarazzante, visto che la giurisprudenza della Corte di Strasburgo richiede la radiazione dei condannati in via definitiva per reati così gravi, mentre la polizia di stato, per giustificare la sua inerzia, ha tentato in passato di accampare ragioni normative in realtà inesistenti, ma riprese per eccesso di entusiasmo dal giornale la Repubblica e prontamente smentite, con una lettera allo stesso quotidiano, dalla procuratrice generale di Genova Valeria Fazio.

In un passaggio dell’intervista-monologo Gabrielli afferma che la polizia italiana non ha nulla da temere da una legge sulla tortura “buona o cattiva che sia” e nemmeno dall’eventuale introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise degli agenti. Sul primo punto, l’intervento di Gabrielli è fin troppo comodo, visto che la non-legge è ormai approvata e buona non è: perché il capo della polizia non è intervenuto nel pieno della discussione, quando il commissario europeo, i giudici genovesi, numerosi e qualificati giuristi e addetti ai lavori spingevano sul parlamento affinché fosse approvata una vera legge sulla tortura? Forse perché avrebbe rischiato di essere ascoltato?

 

Quanto ai codici, per ora siamo fermi alla beffarda promessa del ministro Marco Minniti, che vorrebbe codici di reparto anziché personali; staremo a vedere se l’apparente apertura di Gabrielli spingerà il ministro a uscire dalla burla e tornare nella realtà: ora che la minaccia d’essere incriminati per tortura è pressoché sventata, potrebbe anche essere possibile allineare l’Italia, almeno sul punto dei codici di riconoscimento personali, ai migliori standard democratici.

 

Per il resto, tutti continuano a ritenere – il governo, il parlamento, il capo della polizia, i media mainstream, perfino le organizzazioni specializzate nella tutela dei diritti fondamentali – che le forze di polizia del nostro paese non possano agire nello stesso quadro normativo e con gli stessi limiti previsti per paesi simili al nostro. Ma finché non avremo queste regole e questi limiti, le nostre forze di polizia rimarranno nel loro limbo di opacità e arretratezza.

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Diaz, il rientro degli agenti non sorprende, semmai avvilisce

18 luglio 2017

Non siamo sorpresi, semmai avviliti per lo stato di salute della democrazia italiana. Il possibile rientro in polizia di alcuni agenti e funzionari condannati per le violenze e i falsi nella scuola Diaz, ci fa venire in mente due passaggi della sentenza con la quale la Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia nel 2015, qualificando le operazioni di polizia alla scuola Diaz come un caso di tortura:ITALY G8 INVESTIGATION

1)“Per quanto riguarda le misure disciplinari, la Corte ha dichiarato più volte che, quando degli agenti dello Stato sono imputati per reati che implicano dei maltrattamenti, è importante che siano sospesi dalle loro funzioni durante l’istruzione o il processo e che, in caso di condanna, ne siano rimossi”;

2) “La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”.

La rimozione degli agenti condannati non c’è stata e infatti oggi è possibile il loro rientro in servizio, ma non possiamo sorprenderci di questo, visto che stiamo parlando di un corpo di polizia che si  è “rifiutato impunemente” di collaborare con i magistrati. Le ferita aperta col G8 di Genova è dunque ancora aperta e la notizia di oggi non aiuta certo la polizia di stato a recuperare la credibilità perduta.

I responsabili politici di questa penosa condizione sono ben conosciuti: portano i nomi e cognomi dei ministri degli Interni e dei capi di governo che si sono succeduti dal 2001 a oggi.

Lorenzo Guadagnucci e Vittorio Agnoletto

Il diritto di migrare, il reato di migrare

17 luglio 2017

Si può tenere come promemoria questa frase di Luigi Ferrajoli, giurista (da un’intervista al Manifesto del 14 luglio). Magari aiuta a mantenere la giusta distanza dai discorsi correnti e a capire un po’ meglio quel che sta davvero accadendo intorno a noi, con la nostra indifferenza e complicità.

“Vorrei ricordare che il diritto di migrare è il più antico diritto naturale teorizzato nel 500 da Francisco de Vitoria per giustificare la colonizzazione spagnola e lo sfruttamento dei popoli. Da allora è rimasto una norma del diritto internazionale che ha giustificato le rapine che l’Occidente ha fatto in tutto il mondo. Il diritto di migrare è stato un diritto universale riconosciuto a tutti, ma asimmetrico. Nel senso che solo gli europei potevano di fatto esercitarlo e non certo i popoli colonizzati. Oggi che il flusso migratorio si è ribaltato e sono gli altri popoli a migrare, questo antico diritto è stato rimosso e il suo esercizio è stato convertito nel suo opposto, in un reato. Le leggi odierne sull’immigrazione esibiscono questa eredità razzista”.

La legge sulla tortura e un certo clima di desistenza

11 luglio 2017

Ho tra le mani, recuperato fra le mie disordinate carte, un volantino vecchio di una dozzina d’anni, forse più. Promuove una petizione, denominata “Mai più come al G8”, promossa da due piccoli soggetti – il Comitato Verità e Giustizia per Genova che ho contribuito a fondare e il Comitato Piazza Carlo Giuliani – insieme con una grande organizzazione, l’Arci. Era un’altra stagione politica. L’indignazione per quanto avvenuto a Genova nel 2001 era ancora grande e coinvolgeva un’ampia fetta di popolazione e anche una parte significativa del ceto politico.

comitato_manifestazioneLa petizione intendeva sostenere cinque interventi che parevano necessari per far compiere un passo avanti al nostro paese dopo quel disastro umano, sociale, politico, giuridico che fu la gestione istituzionale delle contestazioni al G8 di Genova, chiuso con l’uccisione di un ragazzo e una serie infinita di abusi e violenze da parte di cittadini in divisa, fino alla tortura, su altri cittadini. Era un progetto di riforme possibili. La petizione chiedeva: l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta; i codici identificativi sulle divise degli agenti in servizio d’ordine pubblico; nuovi criteri di formazione degli agenti, con specifica attenzione alla prevenzione e alle tecniche nonviolente; l’esclusione di sostanze chimiche e incapacitanti (e in particolare il gas CS) dalle dotazioni delle forze di polizia; l’introduzione del crimine di  tortura nell’ordinamento.

Oggi sappiamo com’è andata a finire. La commissione fu affossata a suo tempo da una parte della stessa maggioranza parlamentare che la proponeva; le divise degli agenti sono come allora; la formazione invece ora si fa sostanzialmente nelle missioni militari, visto che nel frattempo è stata introdotta una norma che riserva l’impiego nelle forze dell’ordine a chi abbia prestato servizio militare volontario; le dotazioni chimiche e non chimiche sono state probabilmente incrementate e infine – unico risultato positivo apparente – abbiamo davvero una legge sulla tortura, ma siamo qui a domandarci se sia una legge anche contro la tortura e la risposta prevalente è decisamente no. 

Il confronto fra il vecchio volantino e la condizione attuale è desolante ma non per questo poco istruttivo. Se ci proponevamo di  affermare la prevalenza dei diritti fondamentali della persona sulla pretesa del potere e dei suoi apparati di avere “mani libere” sui corpi dei cittadini, dobbiamo riconoscere la sconfitta. Una sconfitta rovinosa, con due sole deputate di maggioranza (Giuditta Pini e Michela Marzano) che hanno preso la parola contro  una legge che pure era stata contestata, ma potremmo dire demolita, nei suoi fondamenti giuridici da organismi istituzionali al di sopra di ogni sospetto come il commissario per i diritti umani del consiglio d’Europa Nils Muižnieks e  undici magistrati del tribunale di Genova, impegnati a suo tempo nei processi per le torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

Solo due voci dissonanti ma nessun voto contrario in ambito democratico-progressista, solo mancate partecipazioni al voto e la via di mezzo dell’astensione (scelta anche dall’opposizione di sinistra), complici probabilmente un dibattito mai davvero decollato e un certo clima di desistenza che si è formato attorno allo slogan “meglio una cattiva legge che niente”.

diaz-3Credo che questo sia il punto da discutere oggi. E’ davvero preferibile una legge che lascerà impuniti quasi tutti i casi di tortura a un vuoto legislativo che spingerebbe a lottare per una vera legge contro la tortura? E’ davvero saggia, equilibrata a adeguata ai tempi la strategia del meglio poco che niente applicata a qualsiasi campo, compreso quello delicatissimo del rapporto fra cittadini e potere coercitivo degli apparati? 

Personalmente, come alcuni altri compagni di strada, riuniti in un comitato di fatto contro la “legge truffa” sulla tortura che ha promosso appelli e lottato fino all’ultimo, sono persuaso che sui temi chiave del nostro tempo, cioè i diritti e le libertà fondamentali messi continuamente in discussione, sia necessario battersi fino in fondo e dire no ogni volta che occorre dire no.

Accettare di raccogliere le briciole lasciate da chi sostiene che certe richieste sono esagerate e non fanno i conti con la realpolitik, a me sembra la via maestra per passare di rinuncia in rinuncia, di disastro in disastro. Finisce che nessuno dice più la verità, che nessuno crede più nell’importanza del proprio impegno.

E’ la china nella quale ci troviamo, con il commissario europeo e i giudici di Genova che – inascoltati – scavalcano per rigore e intransigenza le organizzazioni specializzate nei diritti umani, e con gente come me o Arnaldo Cestaro e Ilaria Cucchi, per non dire dei giuristi, attivisti e professori con i quali abbiamo condiviso le ultime settimane di lotta contro la legge, relegati al ruolo di patetiche cassandre e guardati con la sufficienza che si riserva agli esagitati, sospettati di massimalismo e di eccessiva distanza dallo spirito dei tempi.

Può darsi che mi sbagli,  ma ho la sensazione che la piccola storia di questa vicenda, cominciata con la vecchia petizione “Mai più come al G8” e chiusa con una legge-non legge sulla tortura, sia la fotografia di un declino morale, civile e politico che riguarda ciascuno di noi e non solo il ceto parlamentare o le oligarchie che detengono il potere reale nel nostro paese. La mia speranza –  non ancora la mia convinzione – è che siamo in tempo a cambiare rotta, dobbiamo però riscoprire l’importanza di dire no quando i no vanno detti; l’importanza di lottare anche quando la realpolitik spingerebbe ad accettare quel che passa il convento; l’importanza di dire tutte le verità nelle quali ci imbattiamo.

Legge sulla tortura, un brutto passo falso

3 luglio 2017

Martedì 4 luglio ricomincia alla Camera la discussione che dovrebbe portare nell’arco di pochi giorni all’approvazione di una legge sulla tortura. Una pessima legge, della quale – secondo alcuni – dovremmo accontentarci perché meglio di niente… purtroppo non è così. Una legge che nega se stessa e non colpisce i casi concreti di tortura (come hanno fatto notare i magistrati di Genova impegnati nei processi Diaz e Bolzaneto, il commissario europeo che ha parlato di “scappatoie per l’impunità” e numerosi altri) è semplicemente una legge indegna, perché sortisce l’effetto opposto a quello dichiarato: lascia impuniti, legalmente impuniti, i torturatori.

left-tortura-1.pngE’ un esito paradossale del percorso legislativo ma non è affatto casuale, anzi corrisponde alle reali intenzioni del legislatore: approvare una legge, per   aderire finalmente agli obblighi internazionali e  (non) rispondere al diluvio di condanne davanti alla Corte europea di Strasburgo, ma al tempo stesso non cambiare niente, in modo che arrivi a chi lavori nelle forze dell’ordine un messaggio di continuità.

Questa legge andava contrastata, specie di fronte a pronunciamenti dei giudici genovesi e del commissario europeo e alla condanna dell’altro giorno dell’Italia alla Corte di Strasburgo.  Non abbiamo saputo reagire ed è prevalsa anche nel mondo associativo (non solo Amnesty International Italia) una strategia minimalista, che ha spinto ad accettare quel che passa il convento-parlamento. Non possiamo che prenderne atto ma è una conclusione piuttosto desolante di un impegno durato molto anni. Qui sotto la presa di posizione dei partecipanti al convegno di Roma del 14 giugno scorso.

LEGGE SULLA TORTURA, UN BRUTTO PASSO FALSO

Nei prossimi giorni  la Camera dei deputati discuterà e probabilmente approverà una nuova legge sulla tortura. Il 14 giugno scorso, al termine di un importante convegno a Roma dal titolo “Legittimare la tortura?”, avevamo firmato e diffuso un appello ai parlamentari, per invitarli a non votare il testo uscito dal Senato (e sconfessato dal primo firmatario della versione iniziale, Luigi Manconi), perché confuso, inapplicabile e controproducente. Invitavamo i deputati a tornare alla definizione del crimine scritta nella Convenzione Onu contro la tortura, cioè la versione più seria, equilibrata e condivisa al momento disponibile.  

Il nostro appello non è stato preso in considerazione e sono  stati anche ignorati, ed è ben più grave, il preciso e pressante invito – reso noto il 21 giugno – del commissario europeo per i diritti umani, Nils Muižnieks, a cambiare il testo di legge, nonché le prescrizioni della Corte europea dei diritti umani contenute nella sentenza Cestaro contro Italia (sul caso Diaz) dell’aprile 2015 e ribadite con la nuova condanna inflitta all’Italia dalla Corte il 22 giugno scorso. E’ stato ignorato anche l’appello di undici giudici e magistrati del tribunale di Genova coinvolti negli scorsi anni nei processi per le torture nella scuola Diaz e nella caserma di polizia di Bolzaneto: il testo in esame – hanno scritto il 26 giugno alla presidente della Camera – non sarebbe applicabile alla maggior parte dei casi che abbiamo esaminato e  che la Corte europea qualifica come tortura.

download.jpgSi profila un esito legislativo disastroso e siamo perciò rammaricati che in queste settimane gli autorevoli appelli appena citati siano caduti del vuoto; se fossero stati sostenuti da una decisa azione della cittadinanza attiva e da un’adeguata attenzione dei mezzi di comunicazione, forse il parlamento li avrebbe presi in considerazione, riportando così il nostro paese lungo la via maestra della tutela effettiva dei diritti fondamentali.

Non è accaduto e ne portiamo tutti la responsabilità: si è purtroppo creato nel paese  un clima di desistenza e rassegnazione al peggio che non può portare niente di buono. I deputati stanno per approvare una norma-feticcio, che porta il titolo “legge sulla tortura” ma non ne ha la sostanza: davvero basta la parola, come sostiene ad esempio la sezione italiana di Amnesty International? 

Noi non crediamo che sia così e anzi spiace e amareggia che un’organizzazione come Amnesty International si attesti su posizioni tanto arrendevoli e così in contrasto con le importanti e coraggiose prese di posizione italiane e internazionali degli ultimi giorni. Noi, come il commissario Muižnieks, come la Corte di Strasburgo, come i giudici genovesi e molti altri, pensiamo che la prevenzione e la punizione degli abusi di potere siano questioni troppo importanti per essere ridotte a giochi di parole e a compromessi al ribasso che svuotano di senso provvedimenti normativi attesi da trent’anni. 

Il parlamento si appresta a compiere un passo falso che non farà certo avanzare la tutela dei diritti fondamentali e la qualità della nostra democrazia.

3 luglio 2017

Lorenzo Guadagnucci, Arnaldo Cestaro, Enrica Bartesaghi, Comitato Verità e giustizia per Genova

Enrico Zucca, sostituto procuratore generale a Genova, già pm nel processo “Diaz”

Roberto Settembre, già giudice nel processo d’appello per i fatti di Bolzaneto

Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo, associazione Stefano Cucchi

Michele Passione, avvocato del foro di Firenze

Adriano Zamperini, università di Padova, autore di “Violenza e democrazia”

Marialuisa Menegatto, università di Padova, autrice di “Violenza e democrazia”

Marina Lalatta Costerbosa, università di Bologna, autrice di “Il silenzio della tortura”

Donatella Di Cesare, università di Roma La Sapienza, autrice di “Tortura”

Tomaso Montanari, presidente Libertà e Giustizia

Riccardo De Vito e Mariarosaria Guglielmi, presidente e segretaria generale di Magistratura Democratica

Vittorio Agnoletto, già portavoce del Genova Social Forum

Pietro Raitano, direttore, e la redazione della rivista Altreconomia

La legge sulla tortura, i suoi paradossi e il degrado civile che l’accompagna

27 giugno 2017

Il paradosso principale del testo di legge sulla tortura in discussione alla Camera dei deputati è nella sua relazione coi fatti del G8 di Genova nel 2001. La maggiore spinta ad approvare una legge – una legge purchessia, viene da dire – arriva proprio da quelle vicende, per effetto delle condanne che l’Italia sta subendo davanti alla Corte europea per i diritti umani. Nell’aprile 2015 c’è stata la sentenza Cestaro, pochi giorni fa la condanna su altri 29 casi analoghi (compreso il sottoscritto). Per l’Italia è una pessima figura e governo e parlamento avvertono la pressione dei giudici di Strasburgo (cono attese altre condanne per le torture nella caserma di Bolzaneto).

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Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, pm nel processo Diaz

Ebbene, il paradosso è che il testo di legge uscito dal Senato, secondo undici pm e giudici del tribunale di Genova che sono stati impegnati a vario titolo nei processi Diaz e Bolzaneto, non sarebbe applicabile a casi analoghi, come hanno spiegato dettagliatamente in una dirompente e importante  lettera-appello inviata alla presidente della Camera Laura Boldrini. Dunque si definisce e si approva una legge sulla tortura sull’onda della vergogna per il caso Genova, ma si è spinti da motivazioni così fasulle e contraddittorie che alla fine il testo sarebbe inefficace a punire proprio quel caso.

Il relatore Franco Vazio nel suo intervento alla Camera e la ministra Anna Finocchiaro in un intervento sul quotidiano la Repubblica hanno cercato di correre ai ripari, ma la loro difesa  del testo è davvero poco convincente: sostengono in sostanza che nonostante il testo sia stato scritto in un certo modo (le “violenze e minacce gravi”, le “condotte plurime”, il “trauma psichico verificabile” e così via), è da leggersi come se coincidesse con il testo della Convenzione Onu, che mette la violenza e la minaccia al singolare e non parla di traumi “verificabili” (per non dire delle altre mancanze: il crimine tipico del pubblico ufficiale, la imprescrittibilità  del reato, il fondo per il sostegno delle vittime). Sul piano politico sono posizioni comprensibili (ci cerca di “portare a casa” la legge nonostante tutto) ma sul piano tecnico soccombono di fronte ai pareri dei vari giuristi e dei giudici genovesi.

E’ davvero difficile, in questo contesto, accontentarsi, come chiede ad esempio Amnesty International, della presenza della parola tortura nell’ordinamento e quindi accettare una legge che finirebbe per non punire, e quindi legittimare indirettamente, molte forme di tortura.

Ci sarebbe semmai, sull’onda delle recenti notizie e prese di posizione – la richiesta del commissario europeo per i diritti umani di cambiare il testo della legge; le nuove condanne a Strasburgo per il caso Diaz; la lettera-appello dei giudici genovesi –  da organizzare una mobilitazione civile per chiedere/imporre al parlamento di seguire le indicazioni della Corte e del commissario, invece di rifiutarle e porsi in esplicito antagonismo con le convenzioni e le regole internazionali.

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Genova, luglio 2001

Niente del genere è pensabile visto lo spirito di desistenza prevalente, ma c’è da chiedersi  se ci sia una ragione profonda che possa spiegare un arretramento così evidente e così grave sul piano giuridico come su quello sociale e culturale. Perché l’Italia si candida ad avere la peggiore legge sulla tortura in Europa? Perché risponde così goffamente agli appunti della Corte europea di Strasburgo, che nella sentenza Cestaro del 2015 ha parlato di “deficit strutturale” nel sistema di tutela dei diritti fondamentali?

Si dice che l’opinione pubblica non si sente toccata dalla questione tortura e quindi i politici sono più sensibili alle esigenze delle forze di polizia – contrarie nei loro vertici e nei loro sindacati a una vera legge sulla tortura – sia per una storica ragione di sudditanza psicologica (è la tesi di Luigi Manconi), sia per una debolezza di fondo della politica rispetto agli apparati (è la tesi fra gli altri di Luigi Notari, storica  anima della sinistra sindacale nel Siulp).

In verità proprio le vicende del G8 di Genova, come vari altri tragici casi successivi (Cucchi, Aldrovandi, Magherini per citarne alcuni), hanno dimostrato che la qualità delle relazioni fra cittadini e forze dell’ordine è uno snodo centrale nelle dinamiche della vita pubblica: le chiusure corporative, la mancata o l’insufficiente giustizia, il rifiuto di riconoscere i propri errori e le proprie responsabilità hanno via via deteriorato la posizione e la credibilità delle forze dell’ordine, contribuendo a minare la fiducia nelle istituzioni e negli stessi principi della cittadinanza democratica.

Ancora più a fondo, è legittimo il dubbio che un testo di legge così contorto e così poco applicabile a casi concreti di tortura contemporanea, serva in realtà ad assecondare quegli slogan –  “così ci impedite di lavorare”, “ci esponete a denunce e quindi non potremo agire contro terroristi e malavitosi” – che si sono sentiti durante le manifestazioni di protesta di alcuni sindacati di polizia e anche nelle audizioni parlamentari di alti esponenti dei vari corpi di sicurezza. E’ una richiesta di mantenimento dello status quo, a prescindere dai fatti e dalla lacune evidenziate dai tribunali italiani e dalle Corti europee,  che la dice lunga su quanto, invece, le forze di polizia italiana avrebbero bisogno di norme e indirizzi politici saldamente ancorati ai princìpi dello stato di diritto e alla primaria funzione di tutela dei diritti fondamentali del cittadino.

A chi lavora in polizia dovrebbe arrivare un messaggio di profonda innovazione e cambiamento, non un provvedimento confuso e incerto, frutto di trattative al ribasso, destinato a lasciare le cose come sono.

La legge in discussione alla Camera sembra il frutto della convinzione  che le forze di sicurezza italiane non possano agire secondo le regole e i limiti tipici delle democrazie affini alla nostra.

Ma perché dovremmo accettare questa degradante visione del nostro paese?

 

Tre torturati a Grasso e Boldrini: cambiate quella legge

26 giugno 2017

All’onorevole Laura Boldrini, al senatore Pietro Grasso

Gentili presidenti,

siamo tre cittadini che hanno subito abusi di polizia la notte del 21 luglio 2001 alla scuola Diaz di Genova  (in un caso anche nei giorni successivi dentro la caserma di Bolzaneto). Uscimmo dalla scuola umiliati nella nostra dignità di persone e da allora ci siamo impegnati nei tribunali e nella società per recuperare la fiducia nelle istituzioni che perdemmo sotto i colpi degli agenti.

g8-scuola-diaz-675Nei giorni scorsi la Corte europea per i diritti umani ha nuovamente condannato l’Italia nell’ambito di un ricorso proposto anche da noi e vi scriviamo per esprimervi la nostra amarezza e il nostro sconcerto di fronte alla prospettiva che il parlamento approvi la legge sulla tortura così come licenziata dal Senato il 17 maggio scorso.

Non più tardi di mercoledì scorso il commissario ai diritti umani del consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, ha chiesto ai parlamentari italiani di cambiare il testo in tutti i suoi elementi chiave – la definizione di che cos’è tortura, la previsione della tortura psichica, l’introduzione di un fondo per il sostegno delle vittime e del principio di imprescrittibilità –  al fine di rendere la norma applicabile ai concreti casi di abusi ed efficace ai fini della prevenzione.

Per chi, come noi, è stato vittima e testimone di tortura e si è battuto in questi 16 anni al fine di creare le condizioni necessarie a prevenire e se possibile impedire nuovi analoghi abusi, l’approvazione di un testo simile sarebbe uno schiaffo e una nuova umiliazione. Ci tormenta il pensiero che eventuali future torture non sarebbero punite e la constatazione che la formulazione votata dal Senato sarebbe un incentivo a non denunciare gli abusi all’autorità giudiziaria, vista l’evidente difficoltà – se non impossibilità – di riconoscere in giudizio i crimini per quel che sono.

Non riusciamo a capire per quale motivo l’Italia non possa avere una legge sulla tortura in linea con gli standard internazionali, come non riusciamo a capire perché gli agenti non debbano indossare sulle divise quei codici di riconoscimento che sono garanzia di lealtà, responsabilità e trasparenza (e che avrebbero forse evitato i pestaggi che abbiamo subito alla scuola Diaz).

E’ difficile per noi soffocare la sensazione che il legislatore si preoccupi più dei timori – a nostro avviso ingiustificati – delle forze dell’ordine, che dei cittadini sottoposti ad abusi da parte di funzionari pubblici. E’ emblematica, in proposito, la cancellazione dal testo di legge del fondo per il sostegno delle vittime. Per tutto ciò, avvertiamo un senso di solitudine che ci amareggia.

diaz-3Le forze di polizia non hanno niente da temere – e anzi solo da guadagnare, in termini di credibilità – da norme che rispettino i principi stabiliti dal diritto internazionale. Norme farraginose e inapplicabili come quelle approvate dal Senato rischiano di sortire l’effetto opposto: suggeriscono l’idea che le forze di polizia italiane non siano in grado di agire nell’ambito delle regole accettate nel resto d’Europa, come se ci fosse un’incompatibilità con gli standard internazionali in materia di tutela dei diritti fondamentali.

Gentili presidenti, da cittadini che non vogliono retrocedere alla condizione di sudditi, vi chiediamo di intervenire e di richiamare la Camera dei deputati e il Senato della repubblica ad attenersi – come ci pare che sia dovuto, oltre che necessario – alle indicazioni contenute nella Convenzione Onu contro la tortura, nelle sentenze della Corte di Strasburgo e nell’appello del commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa.

Da cittadini – e non da sudditi – ci aspettiamo che lo stato italiano agisca al fine di prevenire gli abusi di polizia, di garantire il rispetto dei diritti fondamentali, di tutelare i cittadini che sono stati o saranno vittime e testimoni di tortura. Contiamo sul vostro personale impegno nell’interesse della collettività.

Sara Bartesaghi Gallo

Arnaldo Cestaro

Lorenzo Guadagnucci

26 giugno 2017, Giornata internazionale contro la tortura

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