Skip to content

Per la natura e contro la guerra, la lezione di Rigoni Stern

18 giugno 2018

Dieci anni fa – il 16 giugno 2008 – moriva Mario Rigoni Stern, uno scrittore che seppe trattare nei suoi romanzi due temi chiave del tempo presente: la distruzione della natura attraverso la civiltà dei consumi e la distruzione della vita umana tramite la guerra. Non era un teorico, Rigoni Stern, e nemmeno uno scrittore di montagna, come tante volte è stato definito, semmai uno scrittore montanaro, che leggeva il monto attorno a sé con lo sguardo lucido e acuto di chi vive ai margini della grande società.

giuseppe-mendicinoBasta pensare a “Il sergente nella neve”, il suo libro più noto, uno dei grandi romanzi italiani sulla seconda guerra mondiale – da accostare a pochi altri: “La storia” di Elsa Morante, “Se questo è un uomo” di Primo Levi, “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio -: un racconto della guerra, in particolare della drammatica ritirata degli alpini dal Don nell’inverno del ’43, che trasmette qualcosa di autentico e profondo; il lettore si sente preso per mano dal montanaro in divisa – lo scrittore stesso – nell’esplorazione drammatica ma non retorica della guerra vista da vicino, nei suoi aspetti più atroci come in quelli più ricchi di empatia e solidarietà.

Negli ultimi anni della sua vita, negli interventi e nelle interviste, Rigoni Stern esprimeva tutta la sua amarezza nel vedere che la lezione della guerra, ossia il suo rifiuto, non era stata appresa. Sul balcone di casa ad Asiago, come tanti altri, aveva appeso la bandiera arcobaleno della pace, a testimoniare il suo no di montanaro e di alpino, il suo no di persona passata attraverso la guerra con un rafforzato senso di umanità e di apertura all’altro.

La video intervista di Marco Paolini con Mario Rigoni Stern (1999)

Non si faceva illusioni Rigoni Stern, come non se ne fanno i persuasi della nonviolenza, tutti coscienti che l’espulsione della guerra dalla storia è un traguardo per un avvenire indeterminato, quindi non per l’oggi e nemmeno per il domani, e tuttavia è un traguardo, un obiettivo, se si vuole un’utopia, che alimenta l’impegno sociale e politico di tutti i giorni. E già quest’impegno è uncambiamento rispetto allo status quo.

C’è un passaggio de “Il sergente della neve” che merita d’essere tenuto a mente. E’ quando il sergente-narratore entra in un’isba in cerca di riparo e cibo e trova, seduti a tavola, alcuni soldati russi. Resta impietrito: i nemici sono di fronte a lui; c’è uno scambio di sguardi, i soldati smettono per un attimo di mangiare e intanto una donna porta un piatto di latte caldo e miglio al soldato italiano. L’alpino mette il fucile in spalla e mangia, i soldati lo guardano e non si muovono.

“Così è successo questo fatto – si legge nel “Sergente nella neve” – Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata fra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano con me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini”.

E’ un pensiero, questo, da scrittore montanaro che osserva il bosco e gli animali e intuisce che nel profondo delle relazioni umane alberga un sentimento di empatia che la società presente cerca di negare e soffocare. Ma quel sentimento c’è ed è la forza morale che può alimentare il cambiamento dell’ordine delle cose.

da azionenonviolenta.it

Annunci

L’Europa “orbanizzata” e il lusso della democrazia transnazionale

13 giugno 2018

Qualche anno fa, quando si affacciò sulla scena politica europea, l’ungherese Viktor Orbán fu indicato come un reietto, un uomo politico estremista e “populista” che spingeva il suo paese verso i lidi di un anacronistico nazionalismo, ai margini dell’Unione europea civile e democratica. Orbán tuonava contro le burocrazie europee, cavalcava le campagne contro la minoranza rom dell’estrema destra ungherese (forte – anche – di formazioni paramilitari) e annunciava l’innalzamento di muri contro l’”invasione” in corso dall’Africa e dall’Asia verso l’Europa bianca e cristiana. 

Unknown.jpegSono passati anni e Orbán, per quanto sia tuttora osservato con formale diffidenza  dalle élite politiche, ha finito per fare scuola, diventando un forte ispiratore delle politiche europee quanto meno in materia di immigrazione.

I muri contro i migranti non sono più un eccesso massimalista agitato da politici populisti – come si diceva all’inizio guardando all’Ungheria – bensì la regola: i fili spinati corrono lungo i confini orientali dell’Unione europea, verso la Grecia e fra Ungheria e Serbia, fra Slovenia e Croazia, a Ceuta e Melilla e così via;  muri immateriali cercano di separare l’Unione europea dal resto del mondo nel mar Mediterraneo: sono muri che assumono la forma di accordi con la Turchia e la Libia per la detenzione delocalizzata dei migranti, di pattugliamenti navali congiunti fra Italia e Libia, di provvedimenti che cancellano missioni di recupero e soccorso come Mare Nostrum o che criminalizzano le navi di soccorso delle Ong.

Altri muri sono sorti fra Italia e Francia, prima a Ventimiglia poi lungo le rotte alpine, le vie in passato percorse da fuggiaschi ebrei e antifascisti e ora calpestate dai sandali e dalle inadatte scarpe di persone giunte via mare in Italia e dirette Oltralpe, persone cercate, inseguite nei boschi e respinte dai gendarmi.

La vicenda della nave Aquarius è sconvolgente per il cinismo e la disinvoltura con la quale si usano i corpi di qualche centinaio di persone per condurre una campagna mediatica e politica xenofoba da un lato e di lotta di potere fra Italia e Bruxelles, ma va anche detto che ai tecnocrati dell’Unione – con buona pace di Matteo Salvini –   non dispiace affatto l’attivismo del governo Conte nel Mediterraneo: il respingimento,  l’ostilità verso i migranti, l’idea dell’Europa Fortezza stanno diventando la linea politica dell’intera Unione.

E’ possibile che su questa linea vi sia un largo consenso popolare nei vari paesi europei: la paura, l’avversione per l’immigrazione, la chiusura sostanziale dei confini sembrano il presente e il futuro di un continente i cui cittadini sembrano credere sempre meno ai princìpi scritti nelle carte fondative dell’Unione.

Nel Manifesto di Ventotene e  nelle intenzioni dei padri fondatori si immaginava una democrazia transnazionale fondata sulla tutela dei diritti umani: pensieri e progetti germinati in un’Europa trasformata nella prima metà del ’900 in terreno di battaglia e luogo di un’immane carneficina, figlia diretta e legittima dell’ideologia nazionalista.

images.jpegQuesti pensieri non sembrano più attuali e l’Europa di sta orbanizzando: si preferiscono i muri  e il sovranismo (vocabolo pudicamente utilizzato al posto di nazionalismo) ai rischi e ai cambiamenti impliciti  nei movimenti demografici e nei percorsi di democratizzazione transnazionale delle istituzioni. 

L’Europa che oggi si guarda allo specchio, a più di settant’anni dallo slancio che ne determinò la nascita, non riconosce più se stessa.  Gli Altiero Spinelli e gli Eugenio Colorni, ma anche i De Gasperi e gli Schumann, hanno lasciato il posto a Viktor Orbán e ai suoi seguaci e non dichiarati sostenitori.  

Questo è il punto in cui siamo e tocca domandarsi come possa sopravvivere l’Europa unita a simili tendenze; dovremmo chiederci, noi cittadini europei, se la democrazia transnazionale e la dottrina dei diritti umani siano un lusso che non possiamo più permetterci, come sembrano credere gli Orbán, i Salvini e sotto sotto anche le oligarchie europee, oppure un progetto tuttora irrinunciabile e per il quale vale la pena battersi, qui e ora. 

#Balotellicapitano

6 giugno 2018

Qualche mese fa un giornale dedicò la sua copertina al notevole aumento di turisti stranieri lungo la costa toscana e illustrò la notizia con una fotografia di tre ragazze sorridenti e dall’aspetto in apparenza esotico: due di pelle più o meno scura, la terza con gli occhi di taglio orientale.

 

Il giorno dopo arrivò in redazione una garbata letterina delle tre ragazze, che ringraziavano il giornale per la scelta della foto e precisavano d’essere tutte e tre italiane. Un errore innocente, quello del giornale, ma rivelatore di una resistenza ad accettare una realtà ormai consolidata: il popolo italiano è multicolore, multireligioso, multiculturale, così come tutti i popoli europei.

Insomma, persiste in molti ambienti un’immagine anacronistica di noi stessi, alimentata da venti xenofobi sempre più forti, e perciò ha ragione Mario Balotelli, campione del calcio mai davvero accettato nel suo stesso ambiente, a dire che la fascia di capitano della Nazionale, se fosse affidata a lui, sarebbe un bel segnale sia per il paese (che deve “svegliarsi”, secondo il centravanti nato a Palermo da genitori ghanesi) sia per gli immigrati e i migranti africani che vivono o arrivano nel nostro paese.

132948103-ab9f37ce-0cee-4273-a7e1-85ef877e6c8dBalotelli ha “rischiato” d’essere il primo capitano di pelle nera della nostra Nazionale nella partita amichevole giocata il primo giugno a Nizza fra Italia e Francia: la ventilata assenza del capitano titolare Bonucci poi non c’è stata e l’appuntamento è saltato (forse solo rinviato). Peccato, perché la partita coincideva con la nascita del nuovo governo giallo-verde che include fra gli altri  Matteo Salvini, leader della Lega, alfiere del no all’immigrazione, entrato di recente in polemica proprio con Balotelli. Sarebbe stato un bel contrasto: mentre l’onda xenofoba portava al cambio di governo, un “italiano nero” rappresentava il paese nell’ambito più denso di significati simbolici, il calcio.

Oltretutto nel marzo scorso, all’indomani delle elezioni, Balotelli  aveva reagito con un intervento a gamba tesa – “non gliel’hanno detto ancora che è un nero? – alla notizia dell’arrivo in Senato di un esponente leghista immigrato dalla Nigeria (il senatore Toni Iwobi) e Salvini aveva replicato: “Balotelli non mi piaceva in campo, ancora meno fuori”, aggiungendo il suo nome agli innumerevoli detrattori del centravanti, un ragazzo protagonista a volte di comportamenti eccessivi (come altri suoi colleghi, peraltro) ma bersagliato come nessuno negli stadi italiani lungo tutta la sua carriera (frequenti gli striscioni con lo slogan “Non esistono italiani negri”).

Balotelli ha sempre reagito a insulti, sfottò e anche aggressioni rivendicando il suo senso di appartenenza alla comunità nera, senza tuttavia nascondere la sofferenza patita negli stadi e fuori. L’avversione per Balotelli è solitamente mascherata: si sostiene che si tratta di un’antipatia dovuta a certi comportamenti superbi o capricciosi del giocatore e non alla sua richiesta d’essere considerato per quel che è, un “italiano nero”.

Balotelli da qualche anno è un emigrato del pallone e la sua scelta di giocare all’estero non è probabilmente estranea al clima di ostilità che ha sempre incontrato in Italia; per quattro anni è stato escluso dalla Nazionale, ma ora che è tornato, chiamato dal nuovo commissario tecnico Roberto Mancini, potrebbe aprirsi una fase nuova – sportiva, sociale e politica.

In fondo Balotelli è il più famoso dei tanti ragazzi  relegati a un cittadinanza di serie B (anche lui ha dovuto attendere la maggiore età per essere dichiarato italiano) da quella xenofobia strisciante che ha indotto fra l’altro il nostro parlamento a non approvare la pur moderatissima legge sul cosiddetto “jus soli”: perciò il suo messaggio ha uno spessore civile e politico diretto e andrebbe quindi raccolto e rilanciato. Insomma, forse è arrivato il momento di condividere un hashtag: #Balotellicapitano.

(da azionenonviolenta.it)

Leggi speciali per rom e sinti? C’è una senatrice che non tace

5 giugno 2018

E’ noto che rom e sinti costituiscono in questo momento storico la minoranza più discriminata e perseguitata d’Europa (e anche d’Italia); è noto che il neonato governo ha inserito nel suo “contratto” un equivoco progetto di “superamento dei campi nomadi”, esito diretto della campagna elettorale (permanente) condotta dalla Lega sbandierando la minaccia-simbolo delle ruspe.

Nell’accordo di governo fra Movimento 5 Stelle e Lega si specifica naturalmente  che il superamento dei campi deve avvenire “in coerenza con l’ordinamento dell’Unione Europea”, ma lo spirito del progetto non è certo in linea con le politiche sociali e di emancipazione che mirano a coinvolgere chi oggi vive recluso nei campi; anzi, all’opposto, la premessa enunciata è il supposto “aumento esponenziale dei reati commessi dai loro abitanti” (si intende gli abitanti dei campi) e il conseguente “grave problema sociale con manifestazioni esasperate soprattutto nelle periferie urbane coinvolte”.

liliana-segre-790x431Chi oggi vive nei campi e in generale chi appartiene alla minoranza rom e sinta si sente (ed effettivamente si trova) nel mirino come non mai, ma questo stato d’animo non ha alcuna legittimazione sociale e politica. L’ansia è vissuta nell’indifferenza generale, lontano da qualsivoglia discussione pubblica. Eppure è  inquietante – molto inquietante – leggere in un programma di governo un paragrafo dedicato a una specifica minoranza con propositi – viste le premesse politiche e propagandistiche – tutt’altro che amichevoli.

Conforta sapere, allora, che durante la discussione seguita alla presentazione in parlamento del nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, c’è stata una senatrice che ha trasgredito la consegna del silenzio fin qui osservata da tutti o quasi tutti. Liliana Segre ha prima ringraziato il presidente Mattarella  per avere “deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali, razziste, facendo una scelta sorprendente, nominando senatrice a vita una vecchia signora che sul braccio porta i numeri di Auschwitz tatuati sul braccio”.

E poi ha aggiunto: “Mi rifiuto  di pensare che la nostra civiltà democratica sia sporcata da leggi speciali nei confronti di rom e sinti: se accadrà mi opporrò con tutte le forze. Ho conosciuto la condizione di clandestinità e richiedente asilo, il carcere e il lavoro operaio, essendo stata schiava minorile. Per questo svolgerò l’attività di senatrice senza legami politici, ma seguendo la mia coscienza”.

C’è una senatrice a Roma che non tace, non finge, non minimizza.

 

L’indigesta lezione di Genova

27 maggio 2018

Il Molise è una piccola regione e sconta la sua ridotta dimensione con la scarsa attenzione dei media nazionali, eppure la curiosa conferenza tenuta l’altro giorno all’Università di Campobasso dal cosiddetto “Comandante Alfa” avrebbe meritato maggiore attenzione. L’oratore – chiamato dall’Ateneo e dall’Ordine dei giornalisti per un incontro dal titolo “Missioni di pace in contesti internazionali” – è un carabiniere dei corpi speciali e si è presentato in aula incappucciato per svolgere il suo intervento, durante il quale si è lasciato andare a una rivelatrice interpretazione dei cosiddetti “fatti di Genova” del 2001, passati alla storia (anche giudiziaria, sia italiana sia sovranazionale) per i gravissimi abusi compiuti dalle forze dell’ordine.

Marinella Ciamarra, giornalista presente alla conferenza, ha riferito (con un misto di imbarazzo e indignazione)  che secondo il “Comandante Alfa” le “giornate di Genova” non sono state la caporetto dello stato di diritto ormai registrata nei manuali di storia contemporanea, ma una vicenda nella quale violenza (dei manifestanti) ha chiamato violenza (di agenti e carabinieri) senza che le forze dell’ordine abbiano granché da rimproverarsi, nonostante – per dire – le torture praticate alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto o le decine e decine di arresti arbitrari compiuti nelle strade della città. Ciamarra parla anche di “toni spregiativi e denigratori” usati dal “Comandante Alfa” per Carlo Giuliani e la sua famiglia e riferisce che di fronte alle ragionevoli e informate obiezioni di un giornalista il co-fondatore del Gis (Gruppo di intervento speciale dei carabinieri) ha reagito intimandogli di vergognarsi.comandante-alfa-1[1].jpg

La disinvolta performance del relatore ha naturalmente suscitato reazioni sdegnate di addetti ai lavori e cittadini informati sui fatti, nonché la presa di distanza della stessa Università del Molise, ma non dev’essere liquidata come un’incresciosa quanto circoscritta gaffe, perché offre un’ulteriore spia di come il caso Genova sia stato vissuto ed elaborato in seno alle forze di sicurezza. Tre anni fa suscitò un putiferio il post su Facebook firmato da uno sconosciuto agente di polizia, Fabio Tortosa, che rivendicava la propria partecipazione al sanguinoso blitz alla Diaz al grido virtuale “Io ci rientrerei mille e mille volte”.

Stavolta si esprime un carabiniere di prima linea, chiamato a parlare in ateneo per le sue esperienze di frontiera e il prestigio che ne deriva in certi ambienti. L’esito della conferenza, diciamo così, non è stato pari alle attese, ma si conferma una sensazione che si è consolidata nel tempo e cioè che all’interno delle forze dell’ordine non ci sia mai stata una vera presa di coscienza sulla gravità delle condotte tenute da una fetta consistente degli agenti impegnati a Genova nel luglio del 2001.

A parziale discolpa degli agenti Tortosa e dei Comandanti Alfa va riconosciuto che compiere un autentico percorso di autocritica è assai difficile se le strutture di appartenenza, a cominciare dai vertici istituzionali, mantengono una linea di sostanziale rigetto delle proprie colpe, arrivando a sfidare non solo la verità storica ma anche l’azione dell’autorità giudiziaria.

Nell’estate scorsa suscitò grande attenzione un’intervista con il nuovo capo della polizia Franco Gabrielli (non coinvolto a suo tempo in alcun modo nei fatti di Genova) uscita sul quotidiano la Repubblica. Le parole di Gabrielli sulla tortura praticata a Genova da numerosi agenti su cittadini inermi furono accolte come una specie di rivoluzione (in realtà erano limitate a Bolzaneto, escludendo inopinatamente la Diaz) . Al sottoscritto quell’intervista sembrò parziale e piuttosto reticente, ma il consenso per Gabrielli fu generalizzato, come se una grande svolta fosse in arrivo o addirittura già compiuta.

DIAZ-3[1].jpgIl caso del “Comandante Alfa” ci riporta alla realtà: la sensazione è che le sue opinioni siano ampiamente condivise in seno alle forze dell’ordine e che vicende recenti, come il rientro in polizia e in posizioni di prestigio di alcuni dei condannati nel processo Diaz, siano per chi lavora nei vari corpi di sicurezza una conferma della scelta compiuta fin dal 2001 dai vertici degli apparati, una scelta di sostanziale rifiuto dell’autocritica e dello stesso esame di legalità spettante alla magistratura.

La polizia di stato, di fronte a critiche e obiezioni, ha giustificato il rientro e le nomine dei condannati nel processo Diaz come una sorta di obbligo di legge dovuto all’impossibilità tecnica di avviare provvedimenti disciplinari, poiché la procura di Genova avrebbe sottratto alla stessa polizia il compito di stabilire sospensioni e radiazioni, ma si tratta di un’interpretazione – in realtà una diceria sotto forma di cavillo  fatta circolare nei media – sempre smentita dai magistrati (vedi per tutte la precisazione firmata dalla procuratrice capo di Genova Valeria Fazio su la Repubblica del 23 luglio 2017), oltre che dal buon senso e soprattutto dal dispositivo delle condanne subite dall’Italia davanti alla Corte europea per i diritti umani.

La verità vera è che il nostro paese ha scelto di non eseguire per intero le sentenze della Corte europea, sapendo che i giudici di Strasburgo non dispongono del potere d’intervento all’interno dei singoli stati per imporre alcunché. L’Italia ha deciso d’essere inadempiente, almeno per la parte riguardante la sorte professionale dei condannati, e il prezzo da pagare è un’ulteriore caduta di credibilità: non bastano in questo campo le interviste e le promesse per recuperare terreno; a parlare sono i fatti.

La triste vicenda molisana è dunque figlia legittima di una cultura istituzionale impantanata in un miscuglio di autoreferenzialità e di sostanziale sfiducia nella prassi democratica: è una miscela che paralizza.

A Gaza c’è un varco per la nonviolenza. Sarebbe una rivoluzione

18 maggio 2018

La scrittrice palestinese Suad Amiry in un’intervista uscita sul Manifesto ha evocato finalmente il tema della nonviolenza con riguardo a a quel che sta avvenendo a Gaza e in generale alla lotta in corso da decenni in Palestina. Amiry dice che la Marcia del ritorno e le proteste in corso ai confini della Striscia sono una forma di “resistenza non violenta e popolare. Famiglie, donne, ragazzi preoccupano Israele perché è una resistenza che non può battere”.

16desk1-riaperura-piccola-suad-amiry.jpgSi è detto spesso, negli anni passati, che ai palestinesi è mancato un Gandhi o un  Martin Luther King, e tuttora, a dire il vero, non si intravedono guide politiche di simile spessore, ma soprattutto è mancata quella che Aldo Capitini chiamava persuasione: la convinzione personale, civile e politica della forza della nonviolenza, da scrivere appunto in unica parola, per non confonderla con la semplice assenza di violenza. La nonviolenza di Capitini (e Gandhi e King e molti altri) è una strategia politica di liberazione, è lotta politica in grado di sovvertire l’ordine delle cose verso più libertà, più democrazia, più giustizia sociale.  La politica palestinese non ha mai sposato questa visione, per  quanto non manchino in Palestina movimenti d’azione nonviolenta.

Le proteste in corso a Gaza sono “popolari e non violente” come dice Amiry, ma non sono ancora, a quel che sembra, parte di un’autentica strategia di lotta nonviolenta. Non c’è ancora un chiaro indirizzo politico collettivo e le stesse azioni di protesta potrebbero avere connotati nonviolenti più limpidi, più evidenti, più coinvolgenti, con le mille forme che l’azione diretta può assumere.

Lo stato di Israele – ha ragione Amiry – è messo in difficoltà dalla protesta popolare e non armata in corso a Gaza: l’esercito preferisce confrontarsi con azioni violente, magari condotte con esplosivi e armi da fuoco, perché è cosciente della propria superiorità militare e perché gli interventi contro le “azioni terroristiche” sono facilmente giustificabili nel discorso pubblico. Nelle settimane scorse a Gaza l’esercito israeliano ha scelto comunque  la via della carneficina, alzando per l’ennesima volta la posta, ma potrebbe aver compiuto un errore esiziale, perché Israele si è esposto al biasimo interno e internazionale.

La reazione delle cancellerie, si dirà,  è stata debole, ma intanto c’è stata, e le incerte giustificazioni portate dal governo israeliano (le decine di vittime indicate come terroristi, il pericolo di una violazione dei confini, la responsabilità attribuita ad Hamas di manipolare  i propri cittadini) non hanno convinto e non reggeranno a un’eventuale inchiesta internazionale sui massacri. L’opinione pubblica israeliana è stata condotta dal governo  Netanyahu lungo un binario sempre più fosco di militarizzazione e isolamento. Quanto potrà reggere, in Israele, tanta tensione?

Gaza-scontri__Twitter-845x458C’è un’occasione da cogliere. Se a Gaza si riuscirà a sviluppare la protesta popolare in corso verso un’autentica strategia nonviolenta che punti a coinvolgere l’opinione pubblica israeliana e internazionale, la vicenda palestinese potrebbe giungere davvero a un punto di svolta. L’esercito israeliano è in difficoltà e fatica sempre più a sostenere, come è costretto a fare da decenni, d’essere l’esercito “più morale” al mondo: una retorica necessaria a giustificare agli occhi dei suoi stessi soldati la guerra asimmetrica che conduce, con militari di leva ben armati che affrontano civili, ragazzi, persone comuni in un’evidente disparità di forze. Non c’è niente di morale nel massacrare decine di persone disarmate e tutti lo sanno, i governanti israeliani, come i soldati e i cittadini: c’è quindi un varco che si apre, nonostante le roboanti dichiarazioni di ministri e generali.

 

Israele, nonostante tutto, è ancora una società pluralista e una lotta nonviolenta del popolo palestinese troverebbe appoggi e consensi in un’opinione pubblica che si ricompatta quando esercito e governo possono alzare la bandiera della difesa dei confini e del contrasto al terrorismo. Il passato, in questo senso, pesa molto.  Un radicale,  convinto ed evidente cambio di rotta nella politica palestinese provocherebbe alla lunga un terremoto nella società e nella politica israeliana.  

 

Ha ragione Amiry: Israele non può sconfiggere la resistenza popolare disarmata. A Gaza non c’è un Gandhi, ma forse non c’è bisogno di un Gandhi per aprire una stagione nuova e scommettere finalmente, senza riserve, sulla forza rivoluzionaria della nonviolenza.    Non è facile, perché una svolta del genere implica grande maturità politica e una forte coesione sociale, mentre a Gaza la rabbia cresce, la vita è impossibile, la situazione sul terreno improba,  eppure, se ha ragione Suad Amiry, qualcosa di nuovo è forse già in costruzione

Vite che non contano

15 maggio 2018

Quando un esercito regolare spara con regolarità su manifestanti disarmati (o armati al più di fionde) e compie ripetute stragi, cercando il massimo e non il minimo danno, il Wounded Palestinian demonstrator is evacuated during a protest in the southern Gaza Stripmeno che si possa dire, prima ancora di qualsiasi analisi politica, è che le vite di quei manifestanti non contano niente. Le vite degli abitanti di Gaza non contano niente.
E’ quindi l’idea della dignità della vita umana che va  in bancarotta e siamo tutti trascinati – per il nostro silenzio, la nostra impotenza, la nostra assuefazione – dentro un tunnel oscuro che non conduce a niente.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: