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Politiche Disumane

4 settembre 2017

Dunque bisognerebbe credere al primo ministro Gentiloni e al ministro Minniti quando dicono – lo stanno facendo in questi giorni in ogni occasione pubblica – di avere arrestato “i flussi” (li chiamano così) dalla Libia con umanità e nel rispetto dei diritti fondamentali delle migliaia di persone bloccate in Libia e impossibilitate a proseguire il loro viaggio. Ma su quali basi dovremmo credere loro? Quali fatti?  Quali documenti?

minniti-225x149A leggere i rapporti e le dichiarazioni di Amnesty International, le affermazioni delle Ong e delle istituzioni internazionali che conoscono bene la Libia, i reportage dei giornalisti italiani e stranieri che hanno visitato i campi di detenzione e intervistato operatori libici del business dell’emigrazione (e dello stop all’emigrazione), sembra proprio il contrario.

Si possono leggere ad esempio i servizi di Avvenire o dell’Espresso (settimanale, quest’ultimo, che fa parte di un gruppo editoriale molto vicino al principale partito di governo): vi si parla di stupri, di campi di detenzione sotto il controllo di milizie e bande varie, di migliaia e migliaia di persone private di assistenza medica e dei diritti più elementari e ora anche della speranza di poter partire ed essere accolto in Europa (per non parlare chi ai campi di detenzione perché muore prima).

Si parla apertamente – anche – dei pagamenti che il nostro governo, tramite i servizi segreti, avrebbe garantito alle varie milizie e ai vari capi bastone (eufemisticamente chiamati sindaci dai nostri governanti). In merito ai pagamenti il governo ha naturalmente smentito e bisognerebbe credergli sulla fiducia; idem sull’umanità dell’operazione e sulla grande attenzione ai diritti fondamentali, il che comporterebbe che Ong, enti internazionali, giornalisti d’ogni nazionalità e tendenza non dicono il vero.

Dunque bisognerebbe credere a Gentiloni e Minniti?

 

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Un’estate infame e l’antifascismo vivo

1 settembre 2017

Sta per finire un’estate infame, che ricorderemo a lungo.
L’estate in cui la guerra alle navi delle Ong impegnate nel Mediterraneo, avviata qualche mese fa nella sorpresa generale, è arrivata a compimento con una violenta campagna denigratoria (complici come al solito i media mainstream), l’imposizione di un codice volto a limitarne e condizionarne il campo d’azione e infine affidando al governo fantoccio libico del signor Al Serraj il compito di pattugliare le coste e di riportare i migranti intercettati nei campi di detenzione libici, noti a tutti come regno della violenza, dello stupro, della violazione sistematica dei diritti fondamentali della persona.
15-0-286836171-kifh-u433506276835620dc-1224x916corriere-web-sezioni-593x443Secondo il ministro Minniti, il premier Gentiloni e l’intera (o quasi) classe politica italiana, si tratta di una brillante operazione di “controllo dei flussi”, in realtà è una militarizzazione delle frontiere che implica almeno due enormi prezzi da pagare: il sacrificio di un numero imprecisabile di vite umane; la violazione di molti princìpi sanciti nella Carta dei diritti dell’uomo firmata all’indomani dell’ecatombe chiamata Seconda guerra mondiale.
Si è arrivati a questo risultato al culmine di almeno un ventennio di campagne di avversione – a volte di odio – contro gli stranieri, all’inizio sostenute da sparuti gruppi della destra leghista e dintorni, oggi patrimonio condiviso dell’intero arco politico (e mediatico), con poche eccezioni. Queste campagne hanno reso senso comune il sospetto e l’ostilità per chi viene da fuori e anche per certe categorie di persone che vivono da lungo tempo nel nostro paese, come i figli di immigrati (tuttora privati di diritti civili fondamentali) e le comunità rom.

Stiamo vivendo, in virtù di queste scellerate campagne, un’ossessione collettiva: probabilmente milioni di italiani credono davvero che il nostro paese sia oggetto di “un’invasione” e che di fronte a un’emergenza simile qualsiasi strumento d’intervento sia da considerare accettabile. Infatti, l’attacco alle Ong – accusate sostanzialmente di salvare in mare troppe persone e d’essere quindi un motivo di attrazione verso l’Italia di aspiranti all’emigrazione dall’Africa – è stato condotto si può dire a furor di popolo e solo pochissime voci sono riuscite a segnalare la semplice verità e cioè che si stava mettendo a punto – a forza di esposti, denunce e decreti – un incredibile reato di solidarietà.
E’ stata l’estate dei sindaci che non vogliono gli stranieri nel proprio territorio e delle cariche di polizia – è successo nella capitale davanti a innumerevoli telecamere – contro intere famiglie di rifugiati, colpevoli di avere occupato uno stabile abbandonato per avere un tetto sotto il quale cercare di campare. Violenti getti d’acqua, manganellate, un uso assurdo e sproporzionato della violenza mentre la prefetta della città giustificava e spiegava l’operazione usando un termine inglese – “cleaning” – per l’imbarazzo che procura parlare di “pulizia” visto che l’aggettivo sottinteso è “etnica”.
lapr0130_mgthumb-internaE’ stata l’estate che ha scolpito, attraverso i fatti e le parole, una concezione astratta e deterministica di legalità, disgiunta da qualsiasi aspirazione alla giustizia sociale, e quindi impugnata come una clava contro i poveri, i diversi e gli esclusi, i diversi da “noi”, un “noi” che sembra non avere bisogno di qualificazioni e che pretenderebbe di includere italiani di pelle bianca residenti nel paese da generazioni, in una visione paranoica e irrealistica della popolazione residente e anche del principio normativo di cittadinanza, che da fondamento della convivenza e base costituzionale dei diritti fondamentali, sta diventando uno strumento di esclusione e divisione.
Sul tappeto restano macerie. Si stanno sgretolando, pezzo per pezzo, lo stato di diritto, le convenzioni internazionali sulla tutela dei diritti umani, l’idea di Europa intesa come superamento dei nazionalismi, causa primaria di infiniti disastri nel corso del ‘900 (e anche prima). Sta scomparendo dall’orizzonte il maggiore contributo portato dallo spirito costituente che guidò la compilazione della nostra carta costituzionale, ossia la preminenza della persona sulla ragion di stato.
Per tutte queste ragioni, danno molto da pensare i discorsi ascoltati il 12 agosto scorso a Sant’Anna di Stazzema, uno dei luoghi simbolo degli orrori della Seconda guerra mondiale e quindi anche della rinascita dopo la Liberazione: si è parlato molto di antifascismo, ma in un’accezione formalistica e legalistica, tutta concentrata su simboli e gadget del regime (e della legge che vuole metterli al bando) e sulla crescente visibilità dei gruppi neofascisti, i quali – in questa retorica – sembrano dei funghi del male spuntati da un misterioso sottobosco, mentre sono – più semplicemente – gruppi entrati in sintonia con il mutato discorso corrente: quante parole d’ordine della destra anche estrema, un tempo respinte, sono oggi pratica amministrativa e politica corrente… In sostanza, prima si opera sul terreno d’elezione della destra, poi si propone una visione dell’antifascismo del tutto disanimata, senza più linfa vitale, mero feticcio da esibire come richiamo, per quelli della propria parte, a ciò in cui credevamo (o in cui credevamo di credere).
La cruciale fase storica ’43-’45 è tuttora fonte di ispirazione per molte persone, che trovano nella rivoluzione morale che animò molti italiani (non solo i partigiani combattenti) l’esempio e la guida da seguire. A qualcuno può sembrare poca e consunta cosa, e invece rivolgere il pensiero a quel periodo storico può essere motivo di orientamento e di guida personale e politica, in un periodo di così diffuse, volgari e violente manipolazioni della realtà.

A quell’epoca chi aiutava ebrei, ex prigionieri o renitenti e disertori a nascondersi, rischiava moltissimo, anche la vita, perché infrangeva leggi dello stato che punivano in modo draconiano il reato di solidarietà, un crimine tornato all’improvviso d’attualità, con i codici imposti alle navi delle Ong o le ordinanze e le inchieste per il sostegno fornito ai profughi di Ventimiglia. Ecco l’antifascismo vivo del quale sarebbe bene parlare.
Bisognerebbe pensare al periodo della resistenza (e della resilienza) volgendo lo sguardo ai nostri giorni con onestà e senza autocensure: potremmo scoprire nei volti di chi tenta di arrivare a Lampedusa o dei rifiugiati riparati alla meglio in una palazzina abbandonata, le nuove vittime di un’oppressione ingiusta, della quale chi si dichiara antifascista non dovrebbe in alcun modo farsi complice.

Il 12 agosto, a piedi a Sant’Anna e teatro a Seravezza

5 agosto 2017

SeravezzaDoppio appuntamento sabato 12 agosto, anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema. Alle 8 appuntamento a Valdicastello (Pietrasanta) per chi vorrà salire a Sant’Anna attraverso la mulattiera (ci sarà anche Claudia Buratti). Alle 21 a Seravezza debutta lo spettacolo che la cooperativa teatrale Giolli ha tratto da “Era un giormo qualsiasi”. E’ la prima volta che l’autore, Massimiliano Filoni, si confronta con il pubblico, che peraltro non avrà un ruolo meramente passico. Vanja Buzzini curerà la musica dal vivo. Da non perdere.

 

LA LOCANDINA IN PDF

La polizia volta pagina, anzi no

29 luglio 2017

Prima l’approvazione di una legge sulla tortura, poi le dichiarazioni del capo della polizia Franco Gabrielli al quotidiano la Repubblica: nell’arco di venti giorni, il luglio 2017 sembra segnare un punto di svolta nella difficile relazione intercorsa dal 2001 in poi fra forze di polizia, regole democratiche e cittadinanza. Le violenze, i falsi, le menzogne durante il G8 di Genova e poi la copertura garantita negli anni successivi ai responsabili degli abusi hanno minato la credibilità degli apparati e fatto vacillare – è il meno che si possa dire – il rapporto di fiducia non solo fra i corpi di polizia e la cittadinanza, ma anche fra gli stessi corpi di polizia e il resto delle istituzioni.

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Ora ci sarebbe un cambio di passo, ma come spesso accade l’apparenza supera di gran lunga la sostanza e i nodi più critici sono stati affrontati in modo superficiale e malizioso. Della legge sulla tortura abbiamo detto più volte, con la sfortunata campagna che ha tentato di bloccare un testo truffaldino ma che è stato proposto all’opinione pubblica come “una riforma tanto attesa”. Si tratta in realtà di una legge che nega se stessa, per dirla con Donatella Di Cesare, e apre più problemi di quanti non ne risolva, visto che sarà pressoché inapplicabile e rischia di inserire il nostro paese fra quelli che scelgono, anziché la via del divieto assoluto di tortura, quella della sua ammissione e regolamentazione.

 

Il parlamento, votando quel testo, si è deliberatamente messo in antagonismo con la Convenzione contro la tortura sottoscritta (anche dall’Italia) in sede di Nazioni Unite e contro la giurisprudenza della Corte per i diritti umani di Strasburgo, organo giudiziario sovranazionale istituito al fine di applicare la Convenzione europea per i diritti umani e le libertà fondamentali, quella carta firmata nel 1950 che all’articolo 3 prevede – appunto – il divieto assoluto di tortura.

 

C’è poi l’intervista-monologo a Franco Gabrielli, accolta dal giornale la Repubblica con un entusiasmo quanto meno precipitoso: “Le parole di Gabrielli sono liberatorie, oltre che coraggiose – ha scritto Carlo Bonini in un editoriale in prima pagina del 21 luglio – Raccolgono la sintonia del ministro dell’Interno Minniti e segnano un punto di non ritorno”. Ma che cosa ha detto di tanto straordinario Gabrielli? E in che modo le sue parole cambiano lo status quo dentro la polizia e nei suoi rapporti con il potere politico da un lato, la cittadinanza dall’altro?

 

de-gennaro-gianni-sole24-672Gabrielli, nella conversazione  con la Repubblica (priva purtroppo delle domande più scomode per lui), dice sostanzialmente tre cose: 1)il G8 di Genova fu una catastrofe; 2) Gianni De Gennaro, all’epoca capo della polizia, avrebbe dovuto dimettersi; 3) nella caserma di Bolzaneto fu praticata la tortura. Sono parole considerate “coraggiose”  perché comparate alla condotta reticente e negazionista seguita dai predecessori di Gabrielli, ma il nuovo capo della polizia per il primo e terzo punto non fa che recepire giudizi consegnati alla storia (anche giudiziaria) del nostro paese ormai da qualche anno.

 

Il secondo punto – il giudizio su De Gennaro, attuale presidente di Leonardo-Finmeccanica, l’azienda pubblica forse più potente e più strategica del momento – è il vero succo dell’intervista-monologo, un intervento che sembra rivolto soprattutto a chi opera dentro gli apparati e a chi occupa i palazzi del potere. Gabrielli intende insomma chiudere la lunga stagione dei “De Gennaro boys”,  che hanno dominato e tenuto in scacco la polizia italiana per quasi vent’anni. Lo stesso Gabrielli, del resto, è il primo capo della polizia che non appartiene alla catena di potere legata a De Gennaro, uscito dalla polizia nel 2007 ma rimasto come nume tutelare dei suoi successori, che infatti non hanno osato compiere gesti di rottura rispetto alla gestione del “capo”, detto anche “lo squalo”. Siamo dunque a un momento di svolta? Probabilmente sì, se ragioniamo in termini di puro potere: finisce, o si appresta a finire, l’era De Gennaro, e comincia una fase nuova in termini di uomini al comando e catene gerarchiche. Il discorso cambia se proviamo a guardare alla sostanza delle cose, perché sotto questo profilo l’intervento di Gabrielli non incide  sulle principali questioni aperte.

 

In questa intervista ho segnalato le varie omissioni e incongruenze dell’intervento di Gabrielli, che riconosce come tortura Bolzaneto ma non menziona la Diaz; che parla impropriamente di “condanne esemplari” nel processo Diaz e manda velati messaggi di solidarietà e comprensione ai condannati; che cita come una fatalità il rientro in polizia di alcuni dei condannati alla scadenza dell’interdizione giudiziaria, senza nulla dire dei mancati procedimenti disciplinari; che infine afferma – in modo un po’ surreale ma rivelatore – che “la polizia del 2017 è sana come era sana nel 2001”.

 

o-marco-mattana-570L’uscita di Gabrielli non comporta alcun suo atto concreto. Non ha chiesto scusa per le violenze, i falsi, l’ostacolo alla giustizia opera della polizia di stato, riparandosi dietro alla leggenda che già Antonio Manganelli a suo tempo lo fece (in realtà si limitò a dire “è arrivato il tempo delle scuse” all’indomani delle condanne in Cassazione nel processo Diaz, senza poi farlo davvero e senza prendere alcun provvedimento, a cominciare dalla sue necessarie dimissioni)  e non ha proferito parola sugli agenti condannati in via di reintegro. Quest’ultimo argomento,  del resto, è particolarmente imbarazzante, visto che la giurisprudenza della Corte di Strasburgo richiede la radiazione dei condannati in via definitiva per reati così gravi, mentre la polizia di stato, per giustificare la sua inerzia, ha tentato in passato di accampare ragioni normative in realtà inesistenti, ma riprese per eccesso di entusiasmo dal giornale la Repubblica e prontamente smentite, con una lettera allo stesso quotidiano, dalla procuratrice generale di Genova Valeria Fazio.

In un passaggio dell’intervista-monologo Gabrielli afferma che la polizia italiana non ha nulla da temere da una legge sulla tortura “buona o cattiva che sia” e nemmeno dall’eventuale introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise degli agenti. Sul primo punto, l’intervento di Gabrielli è fin troppo comodo, visto che la non-legge è ormai approvata e buona non è: perché il capo della polizia non è intervenuto nel pieno della discussione, quando il commissario europeo, i giudici genovesi, numerosi e qualificati giuristi e addetti ai lavori spingevano sul parlamento affinché fosse approvata una vera legge sulla tortura? Forse perché avrebbe rischiato di essere ascoltato?

 

Quanto ai codici, per ora siamo fermi alla beffarda promessa del ministro Marco Minniti, che vorrebbe codici di reparto anziché personali; staremo a vedere se l’apparente apertura di Gabrielli spingerà il ministro a uscire dalla burla e tornare nella realtà: ora che la minaccia d’essere incriminati per tortura è pressoché sventata, potrebbe anche essere possibile allineare l’Italia, almeno sul punto dei codici di riconoscimento personali, ai migliori standard democratici.

 

Per il resto, tutti continuano a ritenere – il governo, il parlamento, il capo della polizia, i media mainstream, perfino le organizzazioni specializzate nella tutela dei diritti fondamentali – che le forze di polizia del nostro paese non possano agire nello stesso quadro normativo e con gli stessi limiti previsti per paesi simili al nostro. Ma finché non avremo queste regole e questi limiti, le nostre forze di polizia rimarranno nel loro limbo di opacità e arretratezza.

Diaz, il rientro degli agenti non sorprende, semmai avvilisce

18 luglio 2017

Non siamo sorpresi, semmai avviliti per lo stato di salute della democrazia italiana. Il possibile rientro in polizia di alcuni agenti e funzionari condannati per le violenze e i falsi nella scuola Diaz, ci fa venire in mente due passaggi della sentenza con la quale la Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia nel 2015, qualificando le operazioni di polizia alla scuola Diaz come un caso di tortura:ITALY G8 INVESTIGATION

1)“Per quanto riguarda le misure disciplinari, la Corte ha dichiarato più volte che, quando degli agenti dello Stato sono imputati per reati che implicano dei maltrattamenti, è importante che siano sospesi dalle loro funzioni durante l’istruzione o il processo e che, in caso di condanna, ne siano rimossi”;

2) “La Corte si rammarica che la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria all’identificazione degli agenti che potevano essere coinvolti negli atti di tortura”.

La rimozione degli agenti condannati non c’è stata e infatti oggi è possibile il loro rientro in servizio, ma non possiamo sorprenderci di questo, visto che stiamo parlando di un corpo di polizia che si  è “rifiutato impunemente” di collaborare con i magistrati. Le ferita aperta col G8 di Genova è dunque ancora aperta e la notizia di oggi non aiuta certo la polizia di stato a recuperare la credibilità perduta.

I responsabili politici di questa penosa condizione sono ben conosciuti: portano i nomi e cognomi dei ministri degli Interni e dei capi di governo che si sono succeduti dal 2001 a oggi.

Lorenzo Guadagnucci e Vittorio Agnoletto

Il diritto di migrare, il reato di migrare

17 luglio 2017

Si può tenere come promemoria questa frase di Luigi Ferrajoli, giurista (da un’intervista al Manifesto del 14 luglio). Magari aiuta a mantenere la giusta distanza dai discorsi correnti e a capire un po’ meglio quel che sta davvero accadendo intorno a noi, con la nostra indifferenza e complicità.

“Vorrei ricordare che il diritto di migrare è il più antico diritto naturale teorizzato nel 500 da Francisco de Vitoria per giustificare la colonizzazione spagnola e lo sfruttamento dei popoli. Da allora è rimasto una norma del diritto internazionale che ha giustificato le rapine che l’Occidente ha fatto in tutto il mondo. Il diritto di migrare è stato un diritto universale riconosciuto a tutti, ma asimmetrico. Nel senso che solo gli europei potevano di fatto esercitarlo e non certo i popoli colonizzati. Oggi che il flusso migratorio si è ribaltato e sono gli altri popoli a migrare, questo antico diritto è stato rimosso e il suo esercizio è stato convertito nel suo opposto, in un reato. Le leggi odierne sull’immigrazione esibiscono questa eredità razzista”.

La legge sulla tortura e un certo clima di desistenza

11 luglio 2017

Ho tra le mani, recuperato fra le mie disordinate carte, un volantino vecchio di una dozzina d’anni, forse più. Promuove una petizione, denominata “Mai più come al G8”, promossa da due piccoli soggetti – il Comitato Verità e Giustizia per Genova che ho contribuito a fondare e il Comitato Piazza Carlo Giuliani – insieme con una grande organizzazione, l’Arci. Era un’altra stagione politica. L’indignazione per quanto avvenuto a Genova nel 2001 era ancora grande e coinvolgeva un’ampia fetta di popolazione e anche una parte significativa del ceto politico.

comitato_manifestazioneLa petizione intendeva sostenere cinque interventi che parevano necessari per far compiere un passo avanti al nostro paese dopo quel disastro umano, sociale, politico, giuridico che fu la gestione istituzionale delle contestazioni al G8 di Genova, chiuso con l’uccisione di un ragazzo e una serie infinita di abusi e violenze da parte di cittadini in divisa, fino alla tortura, su altri cittadini. Era un progetto di riforme possibili. La petizione chiedeva: l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta; i codici identificativi sulle divise degli agenti in servizio d’ordine pubblico; nuovi criteri di formazione degli agenti, con specifica attenzione alla prevenzione e alle tecniche nonviolente; l’esclusione di sostanze chimiche e incapacitanti (e in particolare il gas CS) dalle dotazioni delle forze di polizia; l’introduzione del crimine di  tortura nell’ordinamento.

Oggi sappiamo com’è andata a finire. La commissione fu affossata a suo tempo da una parte della stessa maggioranza parlamentare che la proponeva; le divise degli agenti sono come allora; la formazione invece ora si fa sostanzialmente nelle missioni militari, visto che nel frattempo è stata introdotta una norma che riserva l’impiego nelle forze dell’ordine a chi abbia prestato servizio militare volontario; le dotazioni chimiche e non chimiche sono state probabilmente incrementate e infine – unico risultato positivo apparente – abbiamo davvero una legge sulla tortura, ma siamo qui a domandarci se sia una legge anche contro la tortura e la risposta prevalente è decisamente no. 

Il confronto fra il vecchio volantino e la condizione attuale è desolante ma non per questo poco istruttivo. Se ci proponevamo di  affermare la prevalenza dei diritti fondamentali della persona sulla pretesa del potere e dei suoi apparati di avere “mani libere” sui corpi dei cittadini, dobbiamo riconoscere la sconfitta. Una sconfitta rovinosa, con due sole deputate di maggioranza (Giuditta Pini e Michela Marzano) che hanno preso la parola contro  una legge che pure era stata contestata, ma potremmo dire demolita, nei suoi fondamenti giuridici da organismi istituzionali al di sopra di ogni sospetto come il commissario per i diritti umani del consiglio d’Europa Nils Muižnieks e  undici magistrati del tribunale di Genova, impegnati a suo tempo nei processi per le torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

Solo due voci dissonanti ma nessun voto contrario in ambito democratico-progressista, solo mancate partecipazioni al voto e la via di mezzo dell’astensione (scelta anche dall’opposizione di sinistra), complici probabilmente un dibattito mai davvero decollato e un certo clima di desistenza che si è formato attorno allo slogan “meglio una cattiva legge che niente”.

diaz-3Credo che questo sia il punto da discutere oggi. E’ davvero preferibile una legge che lascerà impuniti quasi tutti i casi di tortura a un vuoto legislativo che spingerebbe a lottare per una vera legge contro la tortura? E’ davvero saggia, equilibrata a adeguata ai tempi la strategia del meglio poco che niente applicata a qualsiasi campo, compreso quello delicatissimo del rapporto fra cittadini e potere coercitivo degli apparati? 

Personalmente, come alcuni altri compagni di strada, riuniti in un comitato di fatto contro la “legge truffa” sulla tortura che ha promosso appelli e lottato fino all’ultimo, sono persuaso che sui temi chiave del nostro tempo, cioè i diritti e le libertà fondamentali messi continuamente in discussione, sia necessario battersi fino in fondo e dire no ogni volta che occorre dire no.

Accettare di raccogliere le briciole lasciate da chi sostiene che certe richieste sono esagerate e non fanno i conti con la realpolitik, a me sembra la via maestra per passare di rinuncia in rinuncia, di disastro in disastro. Finisce che nessuno dice più la verità, che nessuno crede più nell’importanza del proprio impegno.

E’ la china nella quale ci troviamo, con il commissario europeo e i giudici di Genova che – inascoltati – scavalcano per rigore e intransigenza le organizzazioni specializzate nei diritti umani, e con gente come me o Arnaldo Cestaro e Ilaria Cucchi, per non dire dei giuristi, attivisti e professori con i quali abbiamo condiviso le ultime settimane di lotta contro la legge, relegati al ruolo di patetiche cassandre e guardati con la sufficienza che si riserva agli esagitati, sospettati di massimalismo e di eccessiva distanza dallo spirito dei tempi.

Può darsi che mi sbagli,  ma ho la sensazione che la piccola storia di questa vicenda, cominciata con la vecchia petizione “Mai più come al G8” e chiusa con una legge-non legge sulla tortura, sia la fotografia di un declino morale, civile e politico che riguarda ciascuno di noi e non solo il ceto parlamentare o le oligarchie che detengono il potere reale nel nostro paese. La mia speranza –  non ancora la mia convinzione – è che siamo in tempo a cambiare rotta, dobbiamo però riscoprire l’importanza di dire no quando i no vanno detti; l’importanza di lottare anche quando la realpolitik spingerebbe ad accettare quel che passa il convento; l’importanza di dire tutte le verità nelle quali ci imbattiamo.

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