Fanno paura
La pubblicazione dei redditi e dei patrimoni del premier e di alcuni ministri sta facendo aprire gli occhi a molte persone. I “tecnici” chiamati a guidare il paese sono persone assai più che benestanti, dotate di cospicui patrimoni immobiliari e in alcuni casi di strabilianti riccchezze finanziarie. A dire il vero c’era poco da scoprire, se consideriamo che i tre “pezzi forti” del governo, le autentiche guide dell’esecutivo – cioè il premier Monti e i ministri Passera e Fornero – sono parte integrante dell’establishment finanziario italiano e internazionale (il primo è stato addirittura un importante consulente per l’Europa di Goldman Sachs, istituto privato votato alla massimizzazione della rendita finanziartia che ha gravi responsabilità sul disastro in corso della finanza internazionale; gli altri due provengono nientemeno che dai piani alti di Banca Intesa).
Ora si comincia a discutere se la ricchezza sia criticabile o meno, e la cosa a dire il vero stupisce, se si considera che un requisito essenziale della democrazia liberale è il mantenimento di un accettabile equilibrio nella distribuzione delle ricchezze, con un occhio di riguardo a chi sta più in basso nella scala sociale. Insomma, certo che la ricchezza è criticabile, in particolare l’eccesso di ricchezza, perché diseguaglianze troppo forti minano i regimi democratici, che tendono così a trasformarsi in oligarchie. E’ il processo in corso non solo in Italia, ma in tutta Europa. Lo dimostrazione più eclatante è nella composizione del governo greco e di quello italiano, che sono espressione dei poteri reali (bancari, finanziari, burocratici), ma la dimostrazione socialmente più rilevante è nella trasformazione della distribuzione della ricchezza.
Negli ultimi venti-trenta anni c’è stato un enorme spostamento della ricchezza dal monte salari al monte profitti e rendite, grazie all’ideologia liberista che consigliava di abbassare le tasse e comprimere il costo del lavoro, cioè i salari, col fine – dichiarato – di favorire gli investimenti, quindi lo sviluppo, la creazione di posti di lavoro e infine più ricchezza per tutti. La realtà è che la deregulation, presto estesa ai più vari comparti, a cominciare da quello finanziario, ha portato a un’enorme concentrazione della ricchezza negli strati alti della società, a un impoverimento di un numero sempre più cospicuo di persone, avendo come corollari un peggioramento generalizzato delle condizioni di lavoro, il saccheggio dell’ambiente (il patrimonio paesaggistico italiano è stato massacrato e molte città e paesaggi oggi fanno letteralmente schifo) e un’esplosione della finanza, finita assolutamente fuori controllo.
I ceti dirigenti hanno beneficiato di trattamenti fiscali che gridano vendetta (ancora all’inizio degli anni ’80 le aliquote più alte erano giustiamente superiori al 70%, ora siamo al 43%) e si sono così trasformati in sacerdoti del nuovo credo neoliberista, che in quanto religione non è sottoponibile a critiche di tipo razionale: è perciò che si è arrivati a radicalizzare (vedi governo Monti) quelle misure che hanno causato la crisi economica, proponendo simili disastrosi interventi come cura per la malattia. E’ l’attaccamento fideistico alla propria dottrina, oltre a una dose ragguardevole di impudenza, che spinge ministri e premier ad accanirsi contro l’articolo 18, definendo un privilegio – loro, dall’alto delle decine di appartamenti, dei milioni di euro in titoli che posseggono – la tutela dei lavoratori contro licenziamenti ingiusti.
Siamo guidati da un gruppo di ideologi (peraltro di non alto livello: la Bocconi, per dire, è una mediocre succursale dei “pensatoi” della destra neoliberista statunitense) che stanno vivendo questa stagione di crisi della democrazia e di fallimento del loro sistema meccanico di riferimento (il cosiddetto libero mercato) con l’ardore fideistico di chi combatte l’ultima battaglia e non ha il tempo, né gli strumenti, per un’analisi critica di ciò che lo circonda.
Fanno paura.
Precari e sfruttati, tocca anche ai giornalisti
I grandi media hanno accompagnato in questi anni l’affermazione dell’ideologia neoliberista e in particolare la tesi secondo la quale è necessario rendere flessibili i rapporti di lavoro, rinunciando alle garanzie e ai diritti che si sono stabilizzati a partire dagli anni del boom economico. La categoria dei giornalisti, del resto, ha sempre goduto di un buon trattamento, sia normativo sia economico e previdenziale, per quanto in termini di orari di lavoro e tempi di vita si tratti di una professione un po’ complicata.
Il successo delle idee neoliberiste, l’indebolimento dei sindacati, i cambiamenti tecnologici hanno ora introdotto anche nel giornalismo quelle corpose dosi di flessibilità, o meglio precarietà, che per anni sono state predicate come una necessità per gli altri (nell’interesse, evidentemente, delle imprese più che dei lavoratori). I giornalisti hanno risposto a questo cambiamento con la più classica delle mosse: mantenimento delle tutele per chi era già dentro, indebolimento di quelle per i nuovi entrati. E’ così che oggi nella stessa redazione, a parità di compiti e di livello, esistono stipendi molto squilibrati fra loro, in ragione della data di assunzione (prima o dopo le “innovazioni”).
Ma la novità più grossa nella professione è un’altra ancora: è cioè la dimensione assunta dalla precarietà e dallo sfruttamento della manodopera. Quotidiani, radio, tv, siti web utilizzano quotidianamente un’enorme massa di lavoratori precari, privi di tutele contrattuali: succede anche nelle testate più prestigiose. I compensi, nella maggioranza dei casi, sono risibili: pochi euro ad articolo. Un coordinamento di giornalisti precari – “erroridistampa” – ha appena pubblicato un dossier, una sorta di autocensimento, che mette a nudo la dura realtà della professione.
Il degrado dell’informazione, alla luce di queste informazioni, risulterà meglio comprensibile, fermo restando che per spiegare la bassa qualità – e la scarsa autonomia – del giornalismo italiano, bisogna sempre considerare che il giornalismo italiano ha una tradizione di non autonomia dal potere politico e una soggezione strutturale ai poteri economici finanziari (basta vedere chi controlla le varie testate).
Il professor Monti ha compiuto nei giorni scorsi una visita negli Stati Uniti che è stata lodata a reti unificate. Grande apprezzamento dei media, quasi ammirazione da parte del presidente Obama, e una trionfale incursione a Wall Street per spiegare ai mitici “mercati” che l’Italia è affidabile e i suoi titoli di stato sono più che sicuri. “Credo di averli convinti”, ha commentato sobriamente il professore all’uscita dall’incontro con gli investitori nel tempio della finanza internazionale. Quotidiani, radio e tv hanno cantanto un coro di lodi al professore degno delle migliori performance del marketing moderno (il giornalismo, onestamente, è un’altra cosa, ma in Italia di questi tempi è introvabile).
Ora succede, a pochi giorni di distanza, che una delle rinomate agenzie di rating che guidano le scelte dei “mercati” – Moody’s – declassa l’Italia e il suo debito, ed ecco che il re è nudo: la sezione stampa e propaganda ha lavorato al meglio, ma la posizione dell’Italia nel confronto coi “mercati” evidentemente non è quella descritta in occasione del viaggio nel cuore del potere globale. Quei mercati che il professor Monti, ligio all’ideologia neoliberista, reputa come una sorta di tribunale unico incaricato di giudicare ciò che è buono e ciò che non lo è, non sono stati affatto convinti dal nostro premier e la situazione del debito italiano è quella che gli osservatori non accecati dall’ideologia dei mercati ben sanno: si tratta cioè di un debito che non è ripagabile per intero, per cui la lotta politica verte interamente su chi dovrà subire i danni della sua ristrutturazione.
I “mercati” (e il professor Monti, Confinustria, le banche, le maggiori forze politiche parlamentari) ritengono che i creditori (finanziarie, banche, grandi capitalisti) debbano guidare la ristrutturazione, accaparrandosi quanta più ricchezza possibile, sotto forma di rimborso degli interessi, della quota più alta possibile di capitale e di altri beni pubblici: da qui le privatizzazioni, le cosiddette liberalizzazioni, la vendita di terreni demaniali, lo smantellamento del sistema di sicurezza sociale che succhia denari che possono essere dirottati verso le casse di banche, fondi e capitalisti.
Dall’altra parte c’è l’interesse dei cittadini – al momento poco e mal rappresentato – a ripagare solo il debito che è giusto ripagare, escludendo quello che si è formato grazie alla speculazione, all’evasione fiscale, alle grandi opere inutili, a politiche fiscali regressive (la Costituzione parla di tassazione progressiva), insomma ripudiando quello che viene definito “debito odioso”, causato nell’interesse dei “mercati” e non delle popolazioni.
Questa seconda via, che passa per la strada del congelamento del debito e di un’auditoria o (cioè un’idagine sulla sua formazione) è certo complicata, lunga e dolorosa, ma solo la propaganda che accompagna le imprese (a volte un po’ grottesche) del governo dei professori può far credere che la via del risanamento, del rigore, dei tagli allo stato sociale e dell’utopia della crescita in arrivo, sia un modo per cavarsela senza troppe sofferenze. Lo sanno bene in Grecia, ce lo dicono anche quelli di Moody’s, ma a noi piace credere che va tutto bene, che abbiamo convinto i “mercati” e che smantellando i diritti dei lavoratori, svendendo il patrimonio pubblico e affossando il sistema di tutele sociali costruito in alcuni decenni, avremo un nuovo “stile di vita” più libero, più felice, più mobile, più ricco, come buffamente predica il professor Monti.
Diaz, la vera questione
Oggi a Berlino proiettano il film “Diaz” di Daniele Vicari, nel quale si parlerà della mia vicenda. Non ho visto il film, né sono stato coinvolto nella sua realizzazione. Qui sotto il comunicato stampa diffuso dal Comitato Verità e Giustizia per Genova.
Stiamo facendo come la Grecia e finiremo come la Grecia
Ora che la Grecia è tornata sotto pressione con la Troika che pretende nuovi provvedimenti – tagli degli stipendi, delle pensioni, licenziamenti di massa, svendita del patrimonio pubblico – da aggiungere a quelli che hanno già immiserito il paese, prospettando un futuro di grandi sofferenze e di crescenti iniquità, in Italia si ammonisce a rispettare le aspettative dei mitici mercati, “altrimenti – si dice – finiremo come la Grecia”.
Siamo al paradosso. In Italia si stanno applicando misure di rigore, fortemente recessive, che molto somigliano a quelle introdotte in Grcie negli ultimi due-tre anni, e d’altronde non potrebbe essere diverso, visto che a dettarle sono gli stessi soggetti attivi in Grecia – Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale, Commissione europea -, con il governo dei professori nel ruolo di fedele esecutore. La logica ci dice che è proprio compiendo gli stessi passi fatti in Grecia, si finirà per ripercorrerne la sorte, in termini di recessione, disoccupazione, immiserimento di massa, oltre che ampliamento delle già grandi diseguaglianze sociali, con grande gioia però della finanza e dei grandi capitalisti, che avranno la possibilità di mettere le mani, e a buon mercato, sul patrimonio ancora pubblico.
Nel mondo alla rovescia descritto dai professori e dai media che ne amplificano supinamente il messaggio, invece, proprio facendo come in Grecia, cioè adottando le politiche della Troika, non finiremo come la Grecia. Non è logico, ma nel mondo dell’utopia neoliberista, nel quale dando pieno sfogo agli spiriti animali del mercato, tutti ci guadagnano: la storia del trentennio neoliberista dimostra esattamente il contrario, ma la razionalità non ha molta circolazione fra gli economisti, i finanzieri e i “tecnici”, che conoscendo un’unica lingua non possono che parlare quella, anche se nessuno attorno li intende.
In Grecia si coltiva il ricatto indicando la necessità di ripagare il debito pubblico, senza mai domandarsi come si è formato (cioè per tutelare quali interessi), e lo si fa pur sapendo benissimo che il debito non potrà essere ripagato se non in minima parte: basti dire che in questi anni di politiche di rigore il Pil greco è sceso di diversi punti e con esso le entrate fiscali, mentre i tassi d’interesse sono cresciuti, per cui il debito è aumentato. La verità è che la Grecia (e così l’Italia) non potrà che ripagare solo una parte del debito. I professori stanno lavorando per fare in modo che siano i grandi creditori (banche, fondi, assicurazioni, insomma gli artefici dell’ipertrofia finanziaria di questi anni) a decidere chi deve essere ripagato e chi no, e stanno anche aprendo le porte del patrimonio pubblico agli stessi capitalisti; i cittadini comuni avrebbero interesse a far pagare il prezzo del fallimento a chi l’ha pagato.
Perciò è corretto dire che il governo dei tecnici (e gli omologhi nel resto d’Europa) stanno attuando una feroce lotta di classe.
Fascismo finanziario e nuove tecniche di colpo di stato
Mentre i membri del governo tecnico non perdono occasione per lasciarsi andare a infelici e odiose espressioni su chi sia responsabile per l’assenza di lavoro, per il precariato, per il deficit di prospettive per i giovani – vedi la ministra Fornero che liquida il “posto fisso” come inattuale e la ministra Cancellieri che apostrofa i giovani e dice che cercano sistemazioni comode vicino a casa (quali giovani, quanti giovani? faccia i casi e i nomi, signora ministra) -, meritano un’attenzione per perle offerte dal libro dell’ex ministro Giulio Tremonti, che una volta uscito dal governo sta vuotando il sacco, dicendo alcune verità finora per lui impronunciabili.
Il suo Uscita di sicurezza, almeno per alcune parti e in particolare per come rimarca la questione democratica come nodo centrale nella ricerca di un’uscita accettabile dalla recessione, fa venire in mente Tecnica del colpo di stato di Curzio Malaparte, che nel 1931 fece un’analisi piuttosto irriguardosa, ma non sbagliata, della rivoluzione bolscevica come di quella fascista…
Tremonti, com’è noto, teme l’avvento di un “fascismo finanziario”, e come lui la pensano molti studiosi, e anche molti cittadini abituati a pensare con la propria testa. Siamo in una fase di svuotamento delle democrazie : vedi, tanto per fare degli esempi, i diktat della Troika al governo greco; la lettera del 5 agosto 2011 inviata da Bce e Bankitalia al governo italiano con l’indicazione dei provvedimenti da inserire nella manovra; l’avvento al potere di uomini che sono diretta espressione del sistema finanziario (Monti, Passera e altri da noi; il nuovo premier greco); il dominio esercitato da Angela Merkel sulle scelte dei governi europei; il progetto di introdurre nelle costituzioni una teoria economica (il monetarismo neoliberista) e così via.
Dunque, Tremonti vede così le prospettive, in assenza di una forte virata nelle politiche recessive in corso: “Una volta”, scrive l’ex ministro, “il pronunciamento lo facevano i militari. Occupavano la radio-tv, imponevano il coprifuoco di notte eccetera. Oggi lo si fa con l’argomento della tenuta sistemica dell’euro, [...] lo si fa condizionando e commissariando governi e parlamenti; sperimentando al cosiddetta nuova governance europea rafforzata. Ed è la finanza a farlo, il pronunciamento, impondendo il proprio governo, fatto quasi sempre da gente con la sua stessa uniforme, da tecnocrati apostoli cultori delle loro utopie; ingegneri applicati all’economia, come era nel Politburo prima del crollo; replicanti totalitaristi dalla Saint-Simon”.
I nostri “democratici” sembrano assai più timidi e assai meno lucidi dell’ex ministro, che pure resta saldamente collocato nella destra politica e nell’alveo di un temperato liberismo. La bancarotta dei centrosinistra europei sui temi economici e la loro omologazione all’utopia mercatista, come la chiama Tremonti, è uno dei paradossi che avvelenano questa stagione storica, allontanando la possibilità di non soccombere di fronte alla lotta di classe che i ceti dirigenti, guidati dal capitale finanziario, hanno scatenato come risposta alla crisi esplosa nel 2008.
L’ideologia del mercato non tollera sale d’attesa
E’ ora di cominciare a tradurre in italiano corrente la neolingua dell’ideologia neoliberista, visto che di questi tempi l’ossequio verso i “tecnici” ha paralizzato la capacità di comprendere e spiegare che i media dovrebbero esercitare (siamo a una versione da italietta del pensiero unico, vedi le non-interviste al premier Monti, che compare di continuo in tv e sui giornali senza che gli venga mai posta una domanda vera).
Un buon esempio di che cosa si intende con il combinato composto liberalizzazioni-valorizzazioni lo si incontra frequentando le ferrovie. In queste settimanesono state chiuse definitivamente tutte le sale d’attesa delle maggiori stazioni – tranne, al momento, quelle di Bologna e Roma – in modo da mettere sul mercato, e quindi “valorizzare”, le superfici che altrimenti – secondo la dottrina del profitto – sarebbero sprecate, in quanto dedicate al conforto e al servizio dei cittadini.
I cittadini, ovviamente, nella religione neoliberista, sono considerati meri clienti, perciò si toglie un servizio essenziale, esistente fin dalla nascita delle ferrovie per consentire a chi viaggia di aspettare il proprio treno in condizioni dignitose e senza mettere a repentaglio la propria salute (specie d’inverno), per spingerli verso bar e negozi, insomma verso l’esercizio di quella che è considerata la funzione precipua dell’uomo: consumare.
Tale aberrazione discende dall’idelogia del primato assoluto del mercato, che non tollera nemmeno quelli che nei vecchi manuali di economia – prima che l’ideologia neoliberista prendesse il sopravvento anche nelle università – erano definiti “monopoli naturali”, da riservare allos tato. E’ lo stato che ha messo le rotaie con investimenti pluridecennali, è lo stato che assicura il servizio di trasporto collettivo.
Nel mondo del neoliberisto, governato dal denaro, tutto ciò è inconcepibile, perciò la vecchia azienda Ferrovie dello Stato è stata smembrata in più società, ciascuna separata dalle altre. C’è una direttirce – la Milano-Roma – che coi treni ad alta velocità permette di lucrare buoni guadagni. Si potrebbe pensare che quei guadagni, frutto di un servizio destinato prevalentemente a un pubblico business, potrebbero essere utilizzati per compensare i deficit di tratte economicamente poco redditizie ma di alto valore sociale, cioè la vasta rete di collegamenti locali dedicati prevalentemente al pendolarismo per motivi di lavoro e di frequenza scolastica.
Troppo semplice e troppo giusto. I “tecnici”, i sacerdoti della religione del profitto, spiegano che si è più efficienti con la concorrenza e perciò si impone che sulle rotaie poggiate dallo stato italiano negli ultimi 150 anni debbano viaggiare i treni di imprenditori privati, con finalità esclusive di lucro, i quali quindi condividono i guadagni che potrebbero essere per intero dello stato.
Così ci sono meno risorse per il trasporto pubblico locale, che infatti viene tagliato, e alla società chiamata a gestire le stazioni, sulla base dei princìpi contenuti nei manuali di gestione aziendale neoliberisti, viene affidata la missione di “valorizzare” gli immobili-stazioni. Così i cittadini diventano clienti, le sale d’attesa vengono cancellate, e i signori dell’impresa e della finanza passano all’incasso.
Questo è il neoliberismo, questa è la società governata dai tecnici. Tutto il resto è chiacchiera.
Le brioches del professor Monti
Alla faccia della sobrietà. L’ultima uscita del professor Monti – secondo il quale i giovani devono dimenticarsi l’idea di un lavoro stabile e dovrebbero anche esserne contenti, così non si annoiano – è parente stretta della famosa affermazione della regina di Francia sui tumulti rivoluzionari: “Se non hanno pane, perché non mangiano brioches?“. Il professor Monti, con questa sua infelice sortita, mostra il suo volto più autentico, di alfiere del neoliberismo, di fiduciario di un sistema finanziario che sta causando un crac globale e cerca di gestirlo guidando i governi – nel caso italiano e greco con propri uomini – verso un’esasperazione di deregulation e attacco ai beni e servizi pubblici.
Il professor Monti, nel marasma che viviamo, vive di ampio credito nel paese, complice la resa della sinistra politica, la debolezza del sindacato e l’assoluta assenza di discussione pubblica sui temi cruciali: il debito, i diritti dei lavoratori, la effettiva democraticità delle scelte che si compiono. Il sistema mediatico italiano, servile per tradizione, controllato dai potentati economico-finanziari per evidenza oggettiva, ha grandi responsabilità sui silenzi che circondano le scelte del governo Monti e dell’Unione europea, che sta agendo sotto la ferrea guida di Angela Merkel.
Il risultato sono politiche da ultrà del neoliberismo: l’assenza di una controparte, di una proposta politica alternativa, rende possibili scelte estreme, che compromettono la stessa autonomia nazionale e la possibilità, anche in futuro, di immaginare scelte politiche diverse. Diventa anche possibile sostenere in pubblico, senza conseguenze, le scempiaggini dette dal professor Monti l’altra sera.
Il professore dovrebbe fare un bagno di umiltà e pensare alla monotonia del lavoro in fabbrica, o anche in molti uffici, o in innumerevoli situazioni di lavoro concreto, e rendersi conto che aggiungervi precarietà, o flessibilità come la chiama lui, non ha nulla di avvincente, di seducente, ma comporta un aggravio di sofferenza. Ma il professore vive e pensa su altri pianeti, nel mondo dei milionari e circondato da altri sacerdoti e adepti della sua stessa, feroce religione, il neoliberismo.
Partito unico all’italiana
Francois Hollande, candidato socialista alla presidenza francese, nel suo discorso programmatico, ha detto che il suo vero avversario è la finanza.
Nel nostro paese, la ex maggioranza e la ex opposizione, che oggi governano insieme (compiendo, a ben vedere, un gesto di chiarezza), dicono che la crisi va affrontata con misure – privatizzazioni, taglio allo stato sociale, deregulation sistematica – che permettano all’Italia di recuperare la fiducia dei mercati, cioè di quella finanza che Hollande indica come suo principale e concreto avversario.
Ecco un efficace ritratto della democrazia italiana, guidata da uno sgangherato partito unico neoliberista.
Tremonti teme il “fascismo finanziario” e rifiuta il debito
Stavolta Giulio Tremonti è anche più chiaro che nel suo precedente libro La paura e la speranza. Era il 2007 e da ministro dell’economia metteva in dubbio l’esaltazione della globalizzazione, discuteva il fervore di chi vedeva nei “mercati” un concentrato di virtù salvifiche. Ora che non è più ministro, il professore Tremonti pubblica un volume, Uscita di sicurezza, che si spinge più in là e riconosce il rovescio subito dall’ideologia neoliberista, e soprattutto dalle classi dirigenti che con dogmatica furia ne hanno applicato per troppi anni i precetti.
Tremonti giudica assai poco credibili gli interventi in corso e parla di un sistema finanziario che invoca uno “stato d’eccezione” per superare la crisi globale, “quando è evidente”, scrive Tremonti, “che questo processo, essendo basato sulle stesse meccaniche che hanno causato la crisi, non la interrompe ma all’opposto la prolunga e la aggrava“. Il timore dell’ex ministro è che la crisi sfoci in un “fascismo finanziario”, con uno svuotamento delle istituzioni democratiche. Verrebbe da chiedersi se il Tremonti che è stato ministro fino a due mesi fa, non sia solo un omonimo dell’autore di questo libro, ma sarebbe tempo perso.
L’ex ministro scrive il suo libro per indicare una via d’uscita, ponendo come atto preliminare al suo progetto, la neutralizzazione della “bisca finanziaria”, “pianificandone”, scrive, “una lunghissima moratoria, come nel biblico sabbatico, o avviandola verso un’ordinata procedura fallimentare, in modo che perda o paghi solo chi deve perdere o pagare e non noi”.
A parte l’opinabile diritto di Giulio Tremonti, con il suo curriculum, a collocarsi fra “i noi”, cioè i cittadini comuni, siamo di fronte a un eloquente e interessante avallo alle posizioni di chi propone di mettere in discussione il debito pubblico accumulato in questi anni, con il congelamento dei pagamenti e procedure di audit (cioè di indagine sulla formazione di tale debito).
L'eclisse della democrazia
Giornalisti contro il razzismo