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La sala teatrale “Arnaldo Cestaro”

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Arnaldo Cestaro e la “sua” sala teatrale

Il 9 ottobre 2015, allo SPAM! di Porcari, in provincia di Lucca, la sala teatrale del Centro per le arti contemporanee è stata dedicata ad Arnaldo Cestaro, il cittadino che nell’aprile 2015 ha vinto alla Corte europea per i diritti umani un ricorso contro lo stato italiano, che gli ha negato giustizia per le torture subite alla scuola Diaz, nella notte fra il 21 e il 22 luglio 2001, durante il G8 di Genova.

L’intervento di ROBERTO CASTELLO, direttore di SPAM!

LA TRAGEDIA SI TRASFORMA IN MOTIVO DI SPERANZA
Di solito le sale teatrali vengono intitolate a grandi personalità della cultura. E’ evidente che invece quella di cui stiamo parlando oggi è una cosa del tutto diversa: una cerimonia che ha lo scopo di ricordare la complessa bellezza di una vicenda umana che si incrocia con un momento – breve, ma davvero vergognoso – della storia del nostro paese.

Il nome di una sala teatrale appare in tutte le comunicazioni degli spettacoli che vi vengono rappresentati e queste comunicazioni vengono a loro volta riportate innumerevoli volte nel web e sulla stampa. Tutti gli artisti e gli spettatori che entreranno nella sala Arnaldo Cestaro, ogni volta che lo faranno, leggeranno il suo nome. Saranno quindi tantissimi, e speriamo per tanto tempo, quelli che lo leggeranno. Questo vuole essere il nostro omaggio, non tanto e non soltanto ad Arnaldo Cestaro per la sua tenacia e il suo coraggio civile, ma a ciò che lui rappresenta, a tutti quelli che, senza essere – né voler essere – personalità di spicco, ogni giorno nel loro quotidiano combattono la violenza in tutte le sue forme: fisica, legale, culturale, economica.

Con Roberto Castello

Con Roberto Castello

Quella di  un tranquillo, mite e umile pensionato che pacificamente e civilmente riesce a fare valere i suoi diritti contro uno Stato protervo, che si ostina a difendere l’impunità di alcuni dei suoi servitori più assurdamente brutali, sembra una favola, e invece è la realtà.
Spesso la realtà è spiacevole, ma proprio per questo quando è bella va festeggiata, e questa è sicuramente una di quelle occasioni. Quella di Arnaldo Cestaro è sostanzialmente la storia di Davide e Golia, ma in una versione molto più bella: perché Cestaro  è, contrariamente a Davide, una persona assolutamente pacifica e normale che tenacemente da sempre combatte per un mondo più giusto.
La vergogna della “macelleria messicana” gettata sul nostro paese nei giorni del G8 da uno Stato nelle mani di irresponsabili tutt’ora impuniti, grazie ad Arnaldo, da tragedia si trasforma quindi inaspettatamente in motivo di speranza. Speranza nel fatto che un giorno ci potrà forse essere davvero una giustizia giusta e uguale per tutti.

Nelle sue drammatiche e complesse vicissitudini – nelle quali il fato sembra giocare un ruolo tutt’altro che secondario – la vicenda di Arnaldo ha l’oscura complessità di una tragedia, ma una fine abbastanza lieta da farla quasi sembrare una commedia. Anche per questo una sala teatrale ci sembra un luogo adatto a ricordare il suo nome, a mantenere vivo il ricordo della sua vicenda emblematica.20151009_225028(1)

Intitolando ad Arnaldo Cestaro la nostra sala teatrale intendiamo però anche sottolineare la necessità che in questo momento storico di profondi cambiamenti nel modo di pensare delle persone la distanza fra l’arte di oggi e la società, fra gli artisti e la vita reale, si riduca fino ad annullarsi. L’arte non può e non deve limitarsi ad essere una merce, un bene di consumo, un lusso da collezionare o, peggio ancora, non può essere qualcosa che si rivolge solo a pochi eletti. L’arte è pensiero, idee, deve appartenere a tutti e deve dare il suo insostituibile contributo al dibattito civile.

I luoghi dell’arte dovrebbero essere vivi, accoglienti e coinvolgenti, qualcosa con cui tutti possano e siano invogliati ad entrare in relazione. L’arte deve insomma tornare ad essere una funzione sociale apprezzata e capita da una platea molto, molto più vasta di quella attuale.
Solo non avendo timore di sporcarsi le mani con la banalità della realtà l’arte può sperare di ritrovare l’attenzione e il rispetto che merita e tornare così ad essere un luogo di ritrovo e confronto per tutti quelli che per le più diverse ragioni ritengono giusto chiedersi cosa siano il giusto e il bello.
L’auspicio è che lo spirito di Arnaldo sappia guidare questo spazio e i suoi frequentatori nella giusta direzione.

Roberto Castello, direttore di SPAM!

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L’intervento di LORENZO GUADAGNUCCI, dal Manifesto di venerdì 9 ottobre 2015

SI’, C’E’ DELLA POESIA NELLA VICENDA DI ARNALDO

Succede a Porcari, piccolo comune nei dintorni di Lucca, che il locale Centro per le arti contemporanee – denominato Spam! – inaugura la nuova stagione con un gesto molto speciale e inaspettato, l’intitolazione della sala teatrale ad Arnaldo Cestaro.

Arnaldo è il cittadino che nell’aprile scorso ha vinto un importante ricorso contro lo stato italiano alla Corte europea per i diritti umani. I giudici di Strasburgo hanno detto che il cittadino Cestaro, umiliato, picchiato e arrestato ingiustamente alla scuola Diaz nel luglio del 2001, non ha ottenuto giustizia: lo stato italiano deve risarcirlo e rimediare alle gravi carenze che hanno impedito di assicurare tutti i colpevoli alla giustizia e anche di agire con sospensioni, rimozioni e riforme (una legge sulla tortura, i codici sulle divise) al fine di prevenire ulteriori abusi.

Roberto Castello, coreografo e direttore artistico del centro Spam!, non è un attivista politico ma una persona attenta a quel che gli accade intorno. Quando mi ha chiamato per invitarmi a partecipare alla cerimonia di inaugurazione, venerdì 9 ottobre, mi ha detto che “c’è qualcosa di poetico” nella vicenda di Arnaldo e nella sua lotta per la giustizia. Un cittadino comune, una persona perbene, un “uomo del popolo”, ha indicato lo stato italiano, i suoi avvocati, i suoi capi della polizia, i suoi ministri, e ha mostrato a tutti che sono nudi, coperti solo di una protervia che non si può più fingere di non vedere.

Luglio 2001

Ho conosciuto Arnaldo il 22 luglio del 2001, a Genova, quando ci siamo trovati insieme in una camera dell’ospedale Galliera, entrambi feriti e arrestati. Avevamo in stanza con noi quattro agenti, due a testa, mandati lì per controllarci nella nostra condizione di detenuti per reati gravissimi come il porto d’armi da guerra, la resistenza aggravata a pubblico ufficiale, l’associazione a delinquere finalizzata a devastazione e saccheggio.

Fa ridere, ma secondo la polizia che ci aveva arrestato, io e Arnaldo, ignoti fino a quel momento l’uno all’altro, insieme con qualche decina di sconosciuti, formavamo una combriccola che si era distinta nei giorni precedenti negli attacchi a banche, agenzie interinali, supermercati e altre azioni del genere. Eravamo parte, forse addirittura il cuore del famigerato Black Bloc.

In ospedale Arnaldo era chiamato “il vecchino”, perché gli agenti di custodia -furono loro a usare per primi quell’epiteto- non si capacitavano di trovarsi di fronte una persona come lui: si aspettavano un “facinoroso” –giovane, forte e irragionevole-
corrispondente allo stereotipo dell’”antagonista violento”. E invece Arnaldo con i suoi 62 anni, una carica di umanità e di empatia senza uguali, con un braccio al collo e una gamba ingessata, concionava in ospedale, in mezzo agli altri malati, sull’enorme manifestazione del giorno prima, sulla forza del movimento nato fra Seattle e Porto Alegre, sul grande cambiamento sociale in arrivo grazie alla rete globale in via di formazione, nonostante la repressione poliziesca.

Arnaldo aveva un’energia, uno slancio, un ottimismo che stridevano con la nostra condizione del momento e col mio senso d’angoscia. Io ero come paralizzato, lui guardava avanti senza paura. Parlava con gli agenti di custodia, spiegava loro le ragioni del movimento – la democrazia, la remissione del debito, l’acqua pubblica, la libertà di  movimento dei migranti – e quelli lo guardavano sconcertati. Arnaldo scherzava, con quegli agenti e con me (“ma che ci fai te qui, che lavori in un giornale borghese?”) e io dovevo trattenere il riso, in quelle ore cupe, perché ogni risata era una fitta all’addome, coperto di ematomi.

Oggi Arnaldo, a 76 anni, è ancora un promotore di cambiamenti, un uomo che lotta con il sorriso sulle labbra. Molti lo  guardano con sufficienza, per via dell’estrazione popolare, perché di mestiere fa il rottamaio, perché crede nel socialismo, perché ha studiato, come dice lui con autoironia, alle “scuole alte” (“le elementari al mio paese erano al primo piano, non al pianterreno”).

Ma Arnaldo ha molto da insegnare. Ad esempio che la lotta, anche la più dura, non deve mai portare alla mancanza di rispetto: l’ha dimostrato, fra le tante volte, quando si è avvicinato in aula, con gentile fermezza, a uno dei massimi dirigenti imputati nel processo Diaz, chiedendogli perché non si assumesse le sue responsabilità.

Arnaldo insegna la centralità dell’empatia e della fiducia nell’altro. Chi lo osserva da lontano, pensa di solito che il personaggio, col suo fazzoletto rosso al collo, con la sua fiducia nel futuro, sia troppo naif per avere un ruolo credibile in questa società, ma Arnaldo è una persona in grado di dialogare con chiunque: con l’intellettuale (è uno che legge, si informa e si aggiorna su tutto ciò che gli sta a cuore) e con l’uomo della strada; col militante di sinistra e col prete del paese; con l’avvocato e con la gente comune che lavora duro, come gli immigrati del suo paese che spesso chiama a lavorare con sé.

Arnaldo ha vinto per tutti noi la sua battaglia di giustizia davanti alla Corte di Strasburgo e Roberto Castello è forse il primo a
mostrare con un gesto concreto d’aver capito quanto è stata importante questa sua e nostra vittoria. La sentenza di  Strasburgo indica all’Italia, ai suoi governanti come ai suoi cittadini, un’enorme questione aperta in materia di diritti umani e di gestione democratica delle forze di polizia.

La vittoria di Arnaldo indica anche un’altra cosa: che è possibile lottare, che non tutto è perduto, che l’ostinazione alle volte paga, anche in tempi di rassegnata apatia, anche dentro un sistema che concentra i poteri e relega i cittadini al ruolo di comparse.

Sì, c’è della poesia nella vicenda di Arnaldo. Le arti contemporanee, allo Spam di Porcari, avranno nella Sala Arnaldo Cestaro un luogo degno per esprimersi.

Lorenzo Guadagnucci (Comitato Verità e Giustizia per Genova)

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