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Anacronistico e neoliberista, il Pnrr imbocca la strada sbagliata

24 Maggio 2021

L’attuale governo italiano, solo pochi mesi fa, osò presentarsi definendosi ambientalista e si capisce il motivo di tale insolita qualificazione (insolita sia per il profilo del presidente del consiglio sia per la natura delle forze politiche chiamate a sostenerlo). In piena emergenza sanitaria, con l’intero pianeta ostaggio di un coronavirus arrivato alla specie umana a causa dell’attacco sferrato alla Terra e ai suoi equilibri da un “modello di sviluppo” vorace e distruttivo, era necessario tenere conto del disastro in corso e dare almeno l’impressione d’essere decisi a prendere provvedimenti adeguati, di essere cioè presenti al proprio tempo.

Un tempo che richiede un allentamento drastico e rapido della pressione sugli elementi naturali, perché la sensazione generale – confermata in questi giorni da un esplicito ma poco considerato appello di qualificati scienziati – è che siamo entrati nell’era delle pandemie. Il Covid-19 non è dunque una parentesi, per cui la “nuova normalità”, come si diceva all’inizio dell’emergenza, dovrebbe essere assai diversa dallo status quo precedente la pandemia. Da queste considerazioni di buon senso nasceva dunque la necessità di qualificarsi come ambientalisti, una “vocazione” segnalata dal governo Draghi anche con un paio di soluzioni lessicali inedite: il vecchio ministero dell’ambiente ribattezzato “della transizione ecologica”, il vecchio ministero delle infrastrutture e dei trasporti rinominato con l’aggiunta di un aggettivo: “sostenibili”.


Molti accolsero le novità con una punta di scetticismo, nonostante gli osanna a reti, giornali e opinioni unificate. Oggi lo scetticismo di cento giorni fa è divenuto un’evidente certezza: sotto gli aggettivi e i nuovi nomi dei ministeri non c’è praticamente niente. Il progetto di “ripartenza” dell’economia, cioè la “nuova normalità”, per come è immaginata nel cosiddetto Piano di ripresa e resilienza appena presentato, non è affatto coerente con i tempi.

Non si misura né con l’emergenza climatica, né con l’era delle pandemie: l’obiettivo – dichiarato apertamente, quasi dimenticando le verniciate di verde degli inizi – è la crescita, cioè l’aumento immediato delle produzioni e dei consumi. Né più né meno che business ad usual. Con una serie di misure di accompagnamento, chiamiamole così, che vanno nella direzione della deregulation (negli appalti, nei controlli, addirittura nelle Valutazioni di impatto ambientale), tanto che il Pnrr, a ben vedere, può essere visto come un “piano di aggiustamento strutturale” di nuova generazione: le “riforme” e le “semplificazioni” chieste all’Italia in cambio del denaro somigliano assai alle “riforme” imposte a vari paesi dell’America Latina a cavallo fra XX e XXI secolo e alla Grecia più recentemente. Il dominio dell’ideologia e della prassi neoliberista non viene nemmeno scalfito; i suoi sacerdoti, nonostante i fatti, cioè lo sfacelo in corso, sono ancora più dogmatici e accaniti.


Nel clamore e negli osanna che hanno accompagnato l’ascesa di Draghi e le azioni (a dir poco opache) del suo governo non c’è stato spazio per un’analisi seria del piano di “ripresa e resilienza”, ma i primi problemi cominciano a emergere: le “semplificazioni” sugli appalti e sulle valutazioni ambientali prefigurano un attacco diretto ai diritti dei lavoratori e alla tutela del paesaggio, come sindacati, associazioni e alcuni sparuti osservatori indipendenti hanno fatto notare.


Siamo di fronte a un governo che pensa, ragiona e opera in un’altra epoca, come se non fosse contemporaneo dei terrestri alle prese con minacce incombenti di degrado climatico, ambientale, esistenziale. Basta scorrere i progetti inseriti nel Piano e ragionare sulla sua filosofia: grandi opere e consumo di suolo as usual; incentivi alle imprese e investimenti finalizzati all’incremento delle produzioni e dei consumi (non importa quali); concorrenza, competizione e crescita del Pil come obiettivi di fondo.

Il messaggio che ci arriva dal pianeta – sia sottoforma di pandemia, sia con gli effetti del collasso climatico in corso – dovrebbe spingere in direzione opposta: preservare la vita naturale, ridurre drasticamente i consumi e l’estrazione di materie prime, impedire il consumo di suoli coltivabili, riprogrammare le produzioni in un’ottica di riduzione dei consumi inutili, ragionare su scala globale per prevenire nuove pandemie e intanto attrezzarsi per affrontare quella presente.


Certo, tutto ciò implica un cambiamento radicale di rotta e l’immaginazione – anzi l’avvio della costruzione – di un nuovo, diverso modello di sviluppo, da concepire mettendo in soffitta proprio ciò che finora abbiamo definito sviluppo (industrializzazione, consumismo). Occorre ripensare le produzioni, i consumi, il lavoro: serve un’organizzazione nuova dell’economia e della società. E’ complicato, ma necessario.

Non sarà certo l’attuale classe dirigente italiana, europea e occidentale – che al massimo potrà impegnarsi nella ricerca di aggettivi e nuove etichette come Green new deal, capitalismo verde, transizione ecologica e così via – a realizzare il mutamento di cui abbiamo bisogno. E’ una classe dirigente che vive nel passato, di cui è prigioniera. Per ipotizzare un futuro che non somigli all’incubo che abbiamo di fronte – un’era delle pandemie affrontata con gli strumenti tipici della superata era dello “sviluppo” – dobbiamo volgere lo sguardo altrove.

Il cambio di rotta potrà venire – se mai verrà – dal basso e dai margini del sistema: da chi vive il proprio tempo e ha voglia di immaginare un futuro credibile, da chi si batte per la giustizia climatica, da chi ha letto l’enciclica Laudato si’ prendendola sul serio, dai movimenti che si sentono vicini a Madre Terra, da chi ha capito che il progresso non coincide più con lo sviluppo. Ci sarà da lottare, cominciando con il dire la verità: il Piano di ripresa e resilienza del governo italiano è anacronistico, sbagliato, ingiusto; un attacco al diritto di immaginare un futuro e di cominciare a costruirlo.

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