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Operai, partigiani e socialisti: una storia italiana

26 gennaio 2021

Un giorno, quando qualcuno scriverà una storia del popolo italiano, sul modello sperimentato da Howard Zinn per gli Stati Uniti (Storia del popolo americano, Saggiatore 2005), le vicende degli operai monfalconesi, e quelle dei partigiani “bisiachi” sulla frontiera orientale, ne faranno necessariamente parte. Come si dice in questi casi, con termine abusato, è un’epopea sociale e politica e in quanto tale degna di far parte della memoria collettiva. Non è chiaro se possiamo dire “memoria collettiva nazionale”, perché stiamo parlando, per l’appunto, di una vicenda di confine, dove l’italianità non è che un elemento, e nemmeno il più importante, dell’identità soggettiva e collettiva.


E’ nota, almeno al Nord-Est e fra gli storici del movimento operaio, la vicenda dei “monfalconesi”, qule gruppo di operai molto qualificati dei cantieri navali che scelse dopo il ’45 di spostarsi in Jugoslavia, nei cantieri di Fiume, per partecipare alla costruzione del socialismo sotto la guida più o meno illuminata del maresciallo Tito. Molti avevano sperato, specie i partigiani combattenti, che anche la “Bisiacaria”, “terra di mezzo fra il Friuli e Trieste”, entrasse a far parte della Jugoslavia socialista. Anche Tito, forse, per qualche tempo accarezzò tale disegno, ma l’occupazione di Trieste non durò che 40 giorni, poi la realpolitik e le complesse esigenze dalla diplomazia post bellica spinsero l’esercito con la stella rossa a fare marcia indietro e a ritirarsi al di là di Muggia.

Cantieri navali a Fiume (da Wikipedia)


Erano dunque dei rivoluzionari, quegli operai, e non si accontentavano della promessa democratica della nuova Italia. Partirono. Non andò bene. All’inizio sembrava quasi un idillio, gli “italiani” erano stati ben accolti, quasi ammirati per l’alta qualità del loro sapere, ma la politica internazionale – di nuovo – prese il sopravvento. La Jugoslavia di Tito ruppe con l’Urss e gli italiani, col Pci allineato sulle posizioni di Mosca, entrarono nella lista dei sospetti, dei possibili traditori. Fu una tragedia.

Persecuzioni, arresti, campi di concentramento, fughe, morte. Una storia evocata da nomi sinistri, come Goli Otok, l’isola calva prigione dei “politici”. Vicende che macchiano indelebilmente la storia del socialismo jugoslavo e della sinistra europea.


Sono storie che tornano nel romanzo-non romanzo La farina dei pertigiani pubblicato da Alegre nella collana Quinto tipo diretta da Wu Ming 1 e firmato da Piero Purich e Andrej Marini. Il primo è conosciuto per un importante libro sulle complesse vicende storiche del confine orientale (Metamorfosi etniche, Kappa Vu 2014), il secondo è per l’appunto un esponente – da più generazioni – dell’élite operaia di Monfalcone, nato non per caso a Fiume nel 1948. Proprio la famiglia di Marini (un tempo Marinig) è al centro del romanzo-non romanzo: La farina dei partigiani è un libro di storia, basato su fatti accertati e memorie personali e familiari, con i vuoti e le lacune colmati dall’immaginazione: un’immaginazione, diciamo così, storicamente fondata.


Sono storie di partigiani, di operai, di lotte politiche, di delusioni, di enormi slanci e di rovinose cadute. La vicenda della famiglia Marini è un manuale di storia, nel senso di Zinn. Storia sociale, storia politica, punto di vista sul mondo. Controstoria, o un altro modo di osservare la storia, rispetto alla narrazione consolidata.

Colpisce l’incredibile vicenda di Edi, il padre di Andrej, che fu letteralmente fucilato a Tarcento da un gruppo di cosacchi aggregati all’occupante nazista. Fu colpito da un proiettile anche alla testa, Edi, ma incredibilmente si salvò, grazie all’aiuto tempestivo di persone del posto, al silenzio di vicini di casa pur appartenenti al campo degli indolenti se non dei filofascisti e a una fibra straordinaeriamente forte. La sua lotta per la vita, per buona parte del libro, è l’ossatura del racconto, costruito abilmente per capitoli in flashback e flashforward, un avanti e indietro che copre un secolo.

Colpisce anche la storia del nonno Giobatta, artigiano arricchito, che tenta l’ascesa sociale, viene accolto grazie ai soldi che può prestare, per essere poi abbandonato nel momento della rovina economica. Rovina che diventa anche personale. Una storia, anche questa, esemplare di una lotta di classe che impone le sue regole sempre, senza risparmiare chi vorrebbe aggirarla.


I personaggi di questa lunga storia, ecco il succo della vicenda (o, almeno, uno dei punti più forti e più veri), vivono esistenze dure, intense, di lavoro e di passione per il lavoro, ma vivono anche la politica come parte essenziale della propria esistenza. Gli ideali, le utopie, se vogliamo anche le illusioni sono un aspetto decisivo della vita: una fonte inesauribile di energia, nonostante le sconfitte.

Non dovremmo dimenticare storie come queste, in un’epoca di cinismo e rassegnazione come l’attuale, sempre che davvero cinismo e rassegnazione siano il tratto dominante dei giorni nostri. Non sarà che ci stiamo (ci stanno) raccontando solo una parte della storia? Ci stiamo guardando bene intorno?

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