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Mujica, la Libia, la tortura fra noi (e ne siamo complici)

24 febbraio 2019

Uno dei momenti chiave del film Una notte di dodici anni di Alvaro Brechner è un incontro in carcere fra Pepe Mujica e sua madre. Il futuro presidente dell’Uruguay, a quel punto in galera già da qualche anno, dà evidenti segni di cedimento. Dice di sentire delle voci, appare sofferente e smarrito: è stremato dalle torture, dalla brutalità, dall’isolamento in luoghi insopportabili.

Il Pepe davanti alla madre cerca complicità più che conforto: sembra chiedere l’autorizzazione ad arrendersi, a cadere in uno stato permanente di semi coscienza, senza più lottare, senza più pensare a un possibile dopo. La madre intuisce lo stato d’animo del figlio e reagisce con forza: «Mamma un cazzo», dice a muso duro, e scuote il prigioniero: non devi mollare, non devi dargliela vinta.

È andata proprio così: il Pepe resterà in piedi, lucido e determinato, come i suoi otto compagni di prigionia (nel film se ne vedono due), militanti Tupamaros tenuti in ostaggio dai militari golpisti, che minacciavano di ucciderli in caso di attentati o altre azioni della resistenza armata. Il Pepe, al crepuscolo del regime, rivedrà sua madre fuori dal carcere.

pepe-mujicaL’incontro in parlatorio è importante perché documenta un aspetto decisivo nella dinamica della tortura (Una notte di dodici anni è un film sulla tortura, come non se ne vedevano da tempo). Mostra che la tortura si combatte attraverso il contatto umano, con la forza dell’empatia. Il Pepe e i suoi compagni resistono agli abusi e all’isolamento perché riescono, sia pure saltuariamente e fra spaventose difficoltà, a comunicare fra loro (a piccoli colpi sui muri) o con altre persone, a volte carcerieri disposti a dismettere per qualche ragione la maschera imposta dal ruolo, a volte familiari ammessi a rari colloqui.

Come i vampiri non sopportano la luce del sole, così la tortura può essere sconfitta quando è sottoposta al vaglio delle relazioni sociali, al calore del contatto umano. Vale per l’individuo che deve affrontarla e trae dagli altri l’energia per non soccombere; vale per la società nel suo insieme.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato da due agenzie dell’Onu (Unsmil e Ohrhc) un drammatico rapporto su quanto davvero avviene nei centri di detenzione per migranti in Libia. Sono testimonianze angoscianti: stupri seriali, abusi innominabili, violenze continuate, torture in diretta telefonica per estorcere denaro ai parenti, vendite al mercato degli schiavi.

Si potrebbe dire: niente di nuovo. Da tempo sappiamo, o crediamo di sapere, che la Libia è il non-Stato canaglia per eccellenza, un Paese dilaniato da signori e signorotti della guerra. Lo hanno documentato giornalisti, registi, ong, la stessa Onu in passato. Ma queste verità non hanno mai fatto breccia: non nelle istituzioni e nemmeno nell’opinione pubblica.

Si sono stretti accordi con sedicenti “governi”, “sindaci” e “guardie costiere” della Libia fingendo di non sapere degli stupri, degli abusi, delle torture. Abbiamo chiuso occhi, mente e cuore pur di portare a casa l’unico risultato ambito: poter dichiarare a microfoni aperti «flussi ridotti», «porti chiusi», «basta coi trafficanti d’uomini».

Parole false, consapevoli menzogne, ma ripetute così spesso, così a lungo, che alla fine ci troviamo a vivere in una società che non riesce più a comprendere e capire chi sono i 49 della Sea Watch lasciati a vagare in mare per giorni e giorni o che cosa nascondono le cifre sulla riduzione dei flussi (cinica espressione presa dal linguaggio tecnico, tanto orribile quanto indicativa della disumanizzazione in corso).

I segregati nei campi in Libia sono come Pepe Mujica: umiliati e torturati, prossimi a cedere, in balìa di carcerieri protetti – di fatto – da chi pretende di “governare” l’immigrazione a prescindere dalle persone, ignorando le loro sofferenze, oltre che le loro aspirazioni.

La tortura è fra noi, ne siamo complici, e tutto sta per crollare: il nostro senso di civiltà, la dottrina dei diritti umani, ciò che da tempo intendiamo per “democrazia”. L’indifferenza per la negata dignità della persona, di ogni persona, sta diventando strutturale. Ci vorrebbe qualcuno, come la madre di Pepe Mujica, capace di urlarci: «Democrazia un cazzo».

Articolo uscito su Left n. 8 / 2019

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