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La Scala e le nostre peggiori tradizioni

8 dicembre 2018

La senatrice a vita Liliana Segre era in sala alla prima della Scala, tempio internazionale della lirica, luogo sacro della cultura italiana e lì ha portato, si può dire, la sua storia di ebrea perseguitata dal fascismo e di reduce dal campo di Auschwitz: “Attila l’ho guardato negli occhi”, ha detto, alludendo all’opera di Verdi messa in scena e alla sua esperienza di internata, “e non è riuscito a fulminarmi. Con questo spirito vengo a sentire il mio amato Verdi”.
4345-0-1085856617-kurg-u3070200847008rah-1224x916corriere-web-bergamo-593x443Con spirito simile può essere utile ricordare un po’ di storia della Scala e tornare a ottant’anni fa quando la piccola Liliana Segre, appena otto anni, fu obbligata a lasciare la scuola per effetto delle leggi razziste contro gli ebrei. Si è tanto discusso e ancora si discute se le leggi antisemite avessero o meno consenso popolare: un dubbio che riguarda anche gli ambienti dell’alta cultura, quindi la lirica.

Fabio Isman, nel suo libro “1938, l’Italia razzista” (il Mulino 2018), ricorda un episodio significativo. Alla fine del ’38 è vietato agli ebrei anche di mettere piede alla Scala e l’amministrazione comunica che rimborserà gli abbonati censiti come ebrei. Si indigna l’Osservatore Romano, ma non si registrano reazioni significative nel mondo della lirica, salvo la clamorosa decisione del direttore d’orchestra austriaco Erich Kleiber (non ebreo) che disdice tutti gli impegni con il teatro milanese, proprio durante le prove del Fidelio, opera di Beethoven e inno contro ogni forma di totalitarismo.
Il maestro Kleiber scrive agli amministratori del teatro una lettera esemplare:

“Apprendo in questo momento che il teatro della Scala ha chiuso le sue porte ai vostri compatrioti israeliti. La musica è fatta per tutti, come il sole e l’aria. Là dove si nega a degli esseri umani questa fonte di consolazione, così necessaria in questi tempi duri – e questo soltanto perché essi appartengono a un’altra stirpe o un’altra religione – io non posso collaborare né come cristiano, né come artista. Debbo di conseguenza pregarvi di considerare nullo il mio contratto, malgrado il piacere che avrei avuto a dirigere in questo magnifico teatro, che rammenta le più nobili tradizioni italiane”.

Va detto che dopo il ’38 e l’inerzia al cospetto delle leggi razziste (fu anche licenziato il maestro del coro, Vittore Veneziani, in quanto ebreo), la Scala rammenta anche le peggiori tradizioni italiane. Liliana Segre, l’altra sera, ce lo ha ricordato con la sua autorevole e ingombrante presenza in sala.

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