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Genova G8, il filo rosso che manca alla sinistra

11 ottobre 2018

Più passa il tempo, più si manifesta la gravità della rottura politica, culturale, esistenziale causata dalle violenze poliziesche contro il movimento che si riunì a Genova nel luglio 2001. Le ragioni di quel movimento sono più valide oggi di allora, a crac finanziario avvenuto, mentre le diseguaglianze crescono e l’economia di predazione tipico del sistema neoliberale mostra tutta la sua ferocia distruttiva mettendo a repentaglio lo stesso futuro del pianeta, come ci hanno ricordtao pochi giorni fa gli scienziati dell’IPCC che studiano i cambiamenti climatici.
G8genova03La sinistra politica, in particolare, ha subito conseguenze rovinose dalla criminalizzazione di quel movimento e delle sue idee. Il disastro non ha colpito solo la sinistra radicale, rivelatasi incapace di gestire quel frangente storico, ma la stessa sinistra riformista, che in quegli anni cruciali scelse di adeguarsi ai dogmi neoliberali, sperando forse di moderare gli effetti sociali di un modello di economia e di società in verità insofferente a ogni controllo e vincolo, come si è ben visto negli anni seguenti.
Oggi la sinistra radicale è prigioniera delle sue sconfitte e frammentata in mille rivoli, ma non meno grave è la crisi della sinistra di governo, annichilita da una lunga stagione di spento (non) governo dell’esistente e che si è privata, rifiutando ogni dialogo col movimento per la giustizia globale, di un’elaborazione culturale che oggi sarebbe preziosa per comprendere il mondo, il passaggio storico che stiamo attraversando e magari mettere in campo qualche idea che faccia intravedere una via d’uscita che non sia l’annunciata rivincita del nazionalismo.
Senza una severa critica al sistema neoliberale, senza uno scontro col sistema finanziario globale e conseguenti riforme istituzionali – a cominciare dall’Unione europea – non possono oggi esistere un pensiero e una prassi di sinistra. Sarebbe quindi utile riprendere i fili del discorso avviato a cavallo del Millennio: dopo tutto è stata l’ultima stagione in cui è davvero esistito un popolo proteso verso la trasformazione democratica e radicale di un sistema sfuggito a ogni forma di controllo dal basso.
Le drammatiche giornate del luglio 2001 non smettono dunque di parlarci e di interrogarci, nonostante l’attuale sordità del mondo politico istituzionale; c’è un filo rosso che non si è mai spezzato, fatto di discussioni e dibattiti con le nuove generazioni (capita ancora spesso d’essere invitati nelle scuole a parlare di Genova G8), di azioni concrete nella costruzione di reti di economia solidale, di attivismo di base strettamente connesso alla visione del mondo che prese forma a suo tempo nel Forum sociale mondiale. E c’è una produzione culturale che non si è mai interrotta.

Ultimo esempio lo spettacolo teatrale allestito a Roma dal regista Emanuele Bilotta, “Genova 2001 – Una storia italiana”, che si ripromette di indagare “le dinamiche psicologiche avviate a seguito degli eventi di quei giorni”.

IL PROMO DI “GENOVA 2001 – UNA STORIA ITALIANA”

Il G8 genovese è stato un trauma personale per chi fu picchiato, inseguito, fermato, aggredito, spaventato – a seconda dei casi – da forze dell’ordine spedite a combattere un movimento indicato come nemico, ma è stato anche un “trauma psicopolitico”, come scrissero a suo tempo Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto in un libro, “Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico” (Liguori 2011), che non andrebbe dimenticato.

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