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Il giornalismo non può essere megafono delle campagne d’odio

11 luglio 2018

Nel 2008 nasceva Giornalisti contro il razzismo, gruppo informale dal nome altisonante, promotore di un appello intitolato “I media rispettino il popolo rom”. Erano i giorni di un violento attacco politico e mediatico a rom e sinti sull’onda della cosiddetta emergenza sicurezza; i giorni del pogrom al campo rom di Ponticelli a Napoli, dell’aggressione mediatica agli immigrati dalla Romania dopo il cosiddetto stupro della Caffarella a Roma.

Eravamo quattro giornalisti e mediattivisti sconvolti dalla violenza dei toni e dalla superficialità delle ricostruzioni e delle analisi e quell’appello – di richiamo ai fatti, alla deontologia, al rispetto delle minoranze e delle vite altrui – era più che altro uno sfogo. Ricevemmo – inattese – decine, centinaia di adesioni. Spuntò a quel punto l’idea di “fare qualcosa”, sotto forma di un codice di autodisciplina sull’uso del linguaggio: la campagna “Mettiamo al bando la parola clandestino (e non solo quella)”.

f844dd150f61e63a8ec2f8e4f68a0e6a-koyh-835x437ilsole24ore-webSono passati dieci anni e molte cose sono cambiate, sia nel paese sia nel mondo dell’informazione. L’emergenza sicurezzac’è ancora (mediaticamente parlando, perché nei fatti non c’era allora come non c’è oggi) e si è aggiunta una virulenta emergenza immigrazione (anche questa tutta mediatica), tanto che ci siamo ormai tutti abituati a considerare il “governare con la paura” come un’ovvietà. I giornalisti nel frattempo si sono dotati di strumenti come la Carta di Roma (il documento deontologico su rifugiati e richiedenti asilo) e l’associazione omonima che ne sostiene la diffusione;  altre iniziative simili sono nate fuori dal mondo istituzionale.

Giornalisti contro il razzismo negli ultimi anni è rimasto dormiente, considerando pressoché esaurita la sua funzione; ma oggi ci rimettiamo in gioco con un nuovo appello, che nasce dall’angoscia suscitata dall’ondata di odio che imperversa nella politica, nei media e nella società.

Il testo è qui sotto e mette in discussione una certa idea di neutralità: la convinzione  che compito  dei giornalisti sia riportare quel che accade e quel che viene detto, qualunque cosa accada e qualunque cosa venga detta.

In certi casi una neutralità intesa così diventa complicità e infine tradimento dei compiti professionali e dell’etica civile. Ecco l’appello (da sottoscrivere e diffondere QUI IL LINK)

 

IL GIORNALISMO NON SIA AL SERVIZIO DELL’ODIO E DELLA PROPAGANDA

A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e la vita democratica

Dieci anni fa  abbiamo lanciato un appello – “I media rispettino il popolo Rom” – e una proposta di autodisciplina del linguaggio – “Mettiamo al bando la parola clandestino” – con il proposito di contribuire a una discussione aperta sul modo di fare informazione in un periodo di campagne politiche sulla sicurezza spesso condotte sul filo dell’emotività e della paura. Da allora molte cose sono cambiate, alcune anche in meglio, ma stanno emergendo nuovi motivi di forte preoccupazione.

Negli ultimi mesi di cronache politiche abbiamo assistito a un’allarmante accelerazione di un processo che da anni indebolisce il diritto dei cittadini a un’informazione onesta, approfondita e indipendente, che serva a migliorare la vita dei cittadini e non a generare paure, odio e tensioni sociali.

In particolare, si registra una diffusa tendenza giornalistica – anche nella stampa cosiddetta indipendente – a riportare acriticamente affermazioni di esponenti politici palesemente menzognere e fuorvianti. Espressioni che utilizzano un lessico costantemente sopra le righe – quando non propriamente rabbioso, violento e istigatore di violenza – per propagandare uno specifico punto di vista e per continuare a rimettere in cima alle priorità italiane una sola questione: lo stigma e il pre-giudizio contro le persone in fuga verso l’Europa.

È evidente, per esempio, l’intento di propaganda politica e non certo di riportare la verità quando i massimi rappresentanti istituzionali parlano di naufraghi in crociera, Ong al soldo delle mafie dei barconi, aree di guerra “inesistenti”, fantomatici e vaghi complotti di “sostituzione etnica”, ruspe per spianare campi nomadi, rom italiani “purtroppo non espatriabili”, migranti che non viaggerebbero in aereo perché sulle navi umanitarie si godono “la pacchia”. Alle garanzie costituzionali e alla tutela dei diritti umani fondamentali si sostituiscono interpretazioni e costruzioni capziose e strumentali prive di fondamento.

È obbligo civile prima ancora che deontologico del giornalista, contestualizzare affermazioni politiche di simile tenore e gravità in una cornice adeguata, fornendo al lettore chiavi di interpretazione o altri elementi utili a minimizzare i rischi di manipolazione sociale e di deformazione della realtà percepita dall’opinione pubblica. A maggior ragione se la fonte è un ministro che ha prestato giuramento sulla Costituzione repubblicana e se è circondato dal silenzio istituzionale di fronte a parole che si stanno ora tramutando in fatti.

Un’informazione onesta, approfondita e indipendente dovrebbe passare le esternazioni estemporanee al vaglio dei dati di realtà, delle rilevazioni sul campo e delle statistiche ufficiali fornite. Istituzioni nazionali e internazionali come Unar, Istat, Iom, Unhcr tracciano un quadro dell’immigrazione ben diverso dalla retorica dell’invasione e proprio per questo vengono spesso ignorate o relegate ai margini del discorso.

Il nostro sistema dell’informazione rischia di rendersi complice del disegno di chi abusa della credulità popolare e cerca di estendere via via l’area dell’assuefazione a uno spietato cinismo verbale ora tradotto in azione istituzionale.

La professione giornalistica è normata dalle leggi dello Stato (dunque in prima istanza dalla Costituzione), richiede una specifica abilitazione con iscrizione all’Albo, è regolamentata da una serie di norme deontologiche (fra le quali la Carta di Roma, riguardante l’informazione sui fenomeni migratori).

L’eventuale dissenso relegato nell’angolo dei commenti non basta.

Contrasta con tali norme, e dunque con il pieno esercizio della libertà di informazione in uno stato di diritto, il ridursi a megafono asettico (e talvolta zelante) di politici senza scrupoli lasciati liberi di imporre l’agenda delle priorità e delle supposte emergenze nazionali, di praticare un linguaggio che semina odio, di disinformare sistematicamente i cittadini, di mistificare la realtà agitando azioni istituzionali per nulla risolutive ma a elevato impatto mediatico, utilizzando delle vite umane per primeggiare nel marketing del consenso.

Ci appelliamo all’Ordine dei giornalisti e ai colleghi affinché i rappresentanti istituzionali e quant’altri contribuiscono a questa spirale di violenza si trovino sistematicamente a confrontarsi con un’informazione critica e non asservita, che non si limiti a registrare e ripetere le frasi del giorno, ma al contrario fornisca gli strumenti e le conoscenze necessarie per analizzarle e confutarle quando necessario.

A nessuno dev’essere permesso di ingannare e tradire l’opinione pubblica e dunque la vita democratica.

Silvia Berruto
Giuseppe Faso
Lorenzo Guadagnucci
Carlo Gubitosa
Beatrice Montini
Zenone Sovilla

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