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Chi arma le mani dei “pazzi”

6 marzo 2018

Il procuratore capo Giuseppe Creazzo dice che l’omicida, Roberto Pirrone, non ha agito spinto da razzismo, ma gli amici e connazionali di Idy Diene, assassinato a Firenze sul ponte Amerigo Vespucci a mezzogiorno di lunedì, sanno che le parole del magistrato non sono sufficienti a rassicurare chi vive la condizione del possibile bersaglio dell’odio xenofobo e razzista.

Non bastano, se anche corrispondessero all’imperscrutabile animo dell’assassino, perché la dinamica dell’omicidio offre indizi contraddittori: una donna (bianca) con un bambino in braccio è stata risparmiata prima che Pirrone prendesse di mira Idy Diene e non sappiamo se altri possibili obiettivi sono stati scartati, se davvero Idy sia stato il primo bersaglio possibile, se al suo posto un cittadino di pelle non nera avrebbe conosciuto la stessa sorte.

Non bastano, quelle parole, perché amici e connazionali di Idy Diene, scendendo il strada, bloccando il traffico, protestando sotto Palazzo Vecchio hanno manifestato non solo rabbia, ma anche paura. Sentono di essere potenziali bersagli dell’odio xenofobo e razzista che circola copioso nel discorso pubblico corrente; sentono d’essere stati, con decine, centinaia di migliaia di altri stranieri, l’involontario cardine di una feroce campagna elettorale chiusa con il trionfo dei più spregiudicati imprenditori politici della xenofobia.

1043766-corteo_iNon bastano, quelle parole, perché Idy Diene era legato alla vedova di Samb Madou, ucciso con Diop Mor il 13 dicembre 2011 in piazza Dalmazia da Gianluca Casseri, militante dell’estrema destra, morto suicida al termine di un raid che ricorda da vicino l’impresa compiuta a Macerata da Luca Traini, salvo l’esito meno drammatico di quest’ultima. Sanno, gli amici e connazionali di Idy Diene, che la strage del 13 dicembre non è servita a cambiare l’ordine delle cose: i potenziali bersagli delle campagne di odio continuano a sentirsi in pericolo, anzi la paura è cresciuta, di pari passo con la legittimazione pubblica del discorso d’odio, che nel frattempo è dilagato nei talk show, nei mezzi d’informazione, nelle campagne elettorali e si appresta a entrare in forze fin dentro il parlamento.

Sanno, gli amici e connazionali di Idy Diene, che l’omicidio del Ponte Amerigo Vespucci non è stato e non sarà considerato come un segnale del moto di violenza che cova sotto la superficie delle campagne d’odio; sanno che la stessa impresa di Traini a Macerata è stata sostanzialmente giustificata dall’opinione pubblica locale e nazionale come l’eccesso di “un pazzo” legato però a un problema considerato vero – “l’immigrazione fuori controllo”, i “clandestini”, i “nigeriani spacciatori”, “l’omicidio efferato di una ragazza” e così via – con il risultato di declassare la furia terroristica di un militante politico al rango di episodio deprecabile ma in fondo comprensibile.

Pape Diaw, fiorentino nato in Senegal, primo (e apprezzato) consigliere comunale di pelle nera a Palazzo Vecchio un’era politica fa, ieri ha detto parole che andrebbero meditate: “Ha sparato a un nero e non crediamo al gesto di un pazzo. Non ci piace che questa cosa sia avvenuta in questo momento politico dell’Italia”.

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