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La polizia volta pagina, anzi no

29 luglio 2017

Prima l’approvazione di una legge sulla tortura, poi le dichiarazioni del capo della polizia Franco Gabrielli al quotidiano la Repubblica: nell’arco di venti giorni, il luglio 2017 sembra segnare un punto di svolta nella difficile relazione intercorsa dal 2001 in poi fra forze di polizia, regole democratiche e cittadinanza. Le violenze, i falsi, le menzogne durante il G8 di Genova e poi la copertura garantita negli anni successivi ai responsabili degli abusi hanno minato la credibilità degli apparati e fatto vacillare – è il meno che si possa dire – il rapporto di fiducia non solo fra i corpi di polizia e la cittadinanza, ma anche fra gli stessi corpi di polizia e il resto delle istituzioni.

o-franco-gabrielli-facebook

Ora ci sarebbe un cambio di passo, ma come spesso accade l’apparenza supera di gran lunga la sostanza e i nodi più critici sono stati affrontati in modo superficiale e malizioso. Della legge sulla tortura abbiamo detto più volte, con la sfortunata campagna che ha tentato di bloccare un testo truffaldino ma che è stato proposto all’opinione pubblica come “una riforma tanto attesa”. Si tratta in realtà di una legge che nega se stessa, per dirla con Donatella Di Cesare, e apre più problemi di quanti non ne risolva, visto che sarà pressoché inapplicabile e rischia di inserire il nostro paese fra quelli che scelgono, anziché la via del divieto assoluto di tortura, quella della sua ammissione e regolamentazione.

 

Il parlamento, votando quel testo, si è deliberatamente messo in antagonismo con la Convenzione contro la tortura sottoscritta (anche dall’Italia) in sede di Nazioni Unite e contro la giurisprudenza della Corte per i diritti umani di Strasburgo, organo giudiziario sovranazionale istituito al fine di applicare la Convenzione europea per i diritti umani e le libertà fondamentali, quella carta firmata nel 1950 che all’articolo 3 prevede – appunto – il divieto assoluto di tortura.

 

C’è poi l’intervista-monologo a Franco Gabrielli, accolta dal giornale la Repubblica con un entusiasmo quanto meno precipitoso: “Le parole di Gabrielli sono liberatorie, oltre che coraggiose – ha scritto Carlo Bonini in un editoriale in prima pagina del 21 luglio – Raccolgono la sintonia del ministro dell’Interno Minniti e segnano un punto di non ritorno”. Ma che cosa ha detto di tanto straordinario Gabrielli? E in che modo le sue parole cambiano lo status quo dentro la polizia e nei suoi rapporti con il potere politico da un lato, la cittadinanza dall’altro?

 

de-gennaro-gianni-sole24-672Gabrielli, nella conversazione  con la Repubblica (priva purtroppo delle domande più scomode per lui), dice sostanzialmente tre cose: 1)il G8 di Genova fu una catastrofe; 2) Gianni De Gennaro, all’epoca capo della polizia, avrebbe dovuto dimettersi; 3) nella caserma di Bolzaneto fu praticata la tortura. Sono parole considerate “coraggiose”  perché comparate alla condotta reticente e negazionista seguita dai predecessori di Gabrielli, ma il nuovo capo della polizia per il primo e terzo punto non fa che recepire giudizi consegnati alla storia (anche giudiziaria) del nostro paese ormai da qualche anno.

 

Il secondo punto – il giudizio su De Gennaro, attuale presidente di Leonardo-Finmeccanica, l’azienda pubblica forse più potente e più strategica del momento – è il vero succo dell’intervista-monologo, un intervento che sembra rivolto soprattutto a chi opera dentro gli apparati e a chi occupa i palazzi del potere. Gabrielli intende insomma chiudere la lunga stagione dei “De Gennaro boys”,  che hanno dominato e tenuto in scacco la polizia italiana per quasi vent’anni. Lo stesso Gabrielli, del resto, è il primo capo della polizia che non appartiene alla catena di potere legata a De Gennaro, uscito dalla polizia nel 2007 ma rimasto come nume tutelare dei suoi successori, che infatti non hanno osato compiere gesti di rottura rispetto alla gestione del “capo”, detto anche “lo squalo”. Siamo dunque a un momento di svolta? Probabilmente sì, se ragioniamo in termini di puro potere: finisce, o si appresta a finire, l’era De Gennaro, e comincia una fase nuova in termini di uomini al comando e catene gerarchiche. Il discorso cambia se proviamo a guardare alla sostanza delle cose, perché sotto questo profilo l’intervento di Gabrielli non incide  sulle principali questioni aperte.

 

In questa intervista ho segnalato le varie omissioni e incongruenze dell’intervento di Gabrielli, che riconosce come tortura Bolzaneto ma non menziona la Diaz; che parla impropriamente di “condanne esemplari” nel processo Diaz e manda velati messaggi di solidarietà e comprensione ai condannati; che cita come una fatalità il rientro in polizia di alcuni dei condannati alla scadenza dell’interdizione giudiziaria, senza nulla dire dei mancati procedimenti disciplinari; che infine afferma – in modo un po’ surreale ma rivelatore – che “la polizia del 2017 è sana come era sana nel 2001”.

 

o-marco-mattana-570L’uscita di Gabrielli non comporta alcun suo atto concreto. Non ha chiesto scusa per le violenze, i falsi, l’ostacolo alla giustizia opera della polizia di stato, riparandosi dietro alla leggenda che già Antonio Manganelli a suo tempo lo fece (in realtà si limitò a dire “è arrivato il tempo delle scuse” all’indomani delle condanne in Cassazione nel processo Diaz, senza poi farlo davvero e senza prendere alcun provvedimento, a cominciare dalla sue necessarie dimissioni)  e non ha proferito parola sugli agenti condannati in via di reintegro. Quest’ultimo argomento,  del resto, è particolarmente imbarazzante, visto che la giurisprudenza della Corte di Strasburgo richiede la radiazione dei condannati in via definitiva per reati così gravi, mentre la polizia di stato, per giustificare la sua inerzia, ha tentato in passato di accampare ragioni normative in realtà inesistenti, ma riprese per eccesso di entusiasmo dal giornale la Repubblica e prontamente smentite, con una lettera allo stesso quotidiano, dalla procuratrice generale di Genova Valeria Fazio.

In un passaggio dell’intervista-monologo Gabrielli afferma che la polizia italiana non ha nulla da temere da una legge sulla tortura “buona o cattiva che sia” e nemmeno dall’eventuale introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise degli agenti. Sul primo punto, l’intervento di Gabrielli è fin troppo comodo, visto che la non-legge è ormai approvata e buona non è: perché il capo della polizia non è intervenuto nel pieno della discussione, quando il commissario europeo, i giudici genovesi, numerosi e qualificati giuristi e addetti ai lavori spingevano sul parlamento affinché fosse approvata una vera legge sulla tortura? Forse perché avrebbe rischiato di essere ascoltato?

 

Quanto ai codici, per ora siamo fermi alla beffarda promessa del ministro Marco Minniti, che vorrebbe codici di reparto anziché personali; staremo a vedere se l’apparente apertura di Gabrielli spingerà il ministro a uscire dalla burla e tornare nella realtà: ora che la minaccia d’essere incriminati per tortura è pressoché sventata, potrebbe anche essere possibile allineare l’Italia, almeno sul punto dei codici di riconoscimento personali, ai migliori standard democratici.

 

Per il resto, tutti continuano a ritenere – il governo, il parlamento, il capo della polizia, i media mainstream, perfino le organizzazioni specializzate nella tutela dei diritti fondamentali – che le forze di polizia del nostro paese non possano agire nello stesso quadro normativo e con gli stessi limiti previsti per paesi simili al nostro. Ma finché non avremo queste regole e questi limiti, le nostre forze di polizia rimarranno nel loro limbo di opacità e arretratezza.

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