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Il nostro “ghetto di benessere” e le vite degli altri. Il reportage di Navid Kermani

8 maggio 2017

Navid Kermani è un intellettuale tedesco di famiglia iraniana e alla fine del 2015 si è messo in viaggio – a ritroso – lungo la “rotta balcanica” percorsa da migliaia e migliaia di migranti, spinto dalla decisa e sorprendente strategia dell’accoglienza decisa quasi d’improvviso da Angela Merkel (tutto poi è cambiato e la rotta è stata chiusa in virtù di un cinico accordo fra Unione europea e  Turchia, ma questa è un’altra storia).

L’editore Keller ha tradotto il suo reportage dai Balcani e dalla Grecia con il titolo “L’impeto della realtà”(corredato dalle fotografie di Moises Samas): il viaggio serve all’autore per mettersi faccia a faccia con quell’entità – i migranti – solitamente percepita come soggetto indistinto e collettivo, rappresentato di solito in numeri, e valutato senza mai mettersi nei panni delle persone in carne e ossa che lasciano al propria casa, il proprio paese, in fuga da guerre e privazioni o in cerca – come si è sempre detto e come è sempre stato – di fortuna.

Kermani incontra migranti, trafficanti, semplici cittadini. Resta stupito dall’efficiente ospitalità garantita da piccole e grandi città tedesche e annota a Belgrado, tappa verso l’agognata Germania, una possibile opzione di relazione fra autoctoni e migranti: “Non demonizzarli né fornire loro assistenza, makerm.jpg abbandonarli semplicemente al loro destino”.

In Grecia è sorpreso dai toni tutto sommato amichevoli della gente di una cittadina di mare nonostante il declino del turismo causato dagli sbarchi; in Turchia incontra un mediatore e finge di cercare un passaggio su uno dei barconi: “Il mio interlocutore dimostra competenza (…) non sminuisce né la durata né i pericoli della traversata”.

Quando incontra persone fuggite da Afghanistan e Siria capisce che niente potrebbe fermarle e in più passaggi esprime valutazioni politiche interessanti, radicate per una volta nella realtà.

Sulla relazione fra l’Unione europea, l’Est e il Vicino Oriente: “La guerra dilaga ai confini meridionali e orientali del nostro ghetto di benessere e ogni singolo rifugiato ne è l’ambasciatore: i rifugiati sono la realtà che irrompe nelle nostre coscienze”.

Sulle politiche europee per l’immigrazione: “I rifugiati non hanno nessun’altra possibilità di richiedere asilo in Europa se non quella di entrare illegalmente. Gli accordi europei in materia di asilo non sono nient’altro che una corposa sovvenzione statale all’industria degli scafisti“.

Meno convincente la “proposta pratica”: “La separazione fra immigrazione e asilo politico”. Kermani pensa che si potrebbero ampliare, legalizzare e localizzare nei paesi di partenza le procedure d’asilo, mentre si dovrebbe chiudere la porta a tutti gli altri.

“Accettare il respingimento o l’espulsione di persone”, scrive, “quando non sono né minacciate né hanno una prospettiva di trovare lavoro, resta difficile soprattutto per un figlio di immigrati come me, ma è forse anche parte di una politica realistica”.

Questa politica, però, manterrebbe intatto il rischio principale che la società europea sta correndo e che lo stesso Kermani segnala nel suo libro-reportage: “Se un tempo a dividere gli uomini erano le appartenenze ai diversi ceti sociali, oggi sono le cittadinanze e i permessi di soggiorno che generano persone di prima, seconda e terza classe – è difficile per un occidentale europeo capire veramente che cosa significhino i confini per un cittadino di uno Stato senza risorse o proscritto, men che meno per un apolide o un rifugiato”.

Sull’esclusione dei migranti – richiedenti asilo o no che siano – l’Europa sta mettendo a repentaglio princìpi cardine della sua costituzione formale e morale: il principio di uguaglianza, l’universalità dei diritti, la libertà di movimento. La categoria dei “migranti economici”, come i limiti al diritto di asilo, creano categorie di persone di seconda e terza classe che fanno cadere le ragioni dei democratici e legittimano le posizione degli Orban, delle Le Pen, dei Salvini, dei Wilders e così via – posizioni che peraltro stanno tracimando ben oltre i confini dell’estrema destra.

La libertà d’asilo e di movimento è quindi meno irrealistica e meno irresponsabile di quel che si dice, specie se consideriamo che gli arrivi dei “migranti economici” in qualsiasi zona del pianeta sono sempre proporzionati rispetto alle reali possibilità di trovare lavoro e sistemazione: basta pensare agli allarmi, rimasti tali, sulle “invasioni” di sloveni, croati, bulgari, romeni, polacchi lanciati quando si parlava di allargamento delle frontiere dell’Unione europea; o anche alle cospicue riduzioni dei flussi  in coincidenza con le fasi di recessione economica.

Kermani chiude il libro con una bella nota d’ottimismo, frutto anch’esso dell’osservazione sul campo, a dispetto della furiosa avversione per l’altro che circola nei mezzi d’informazione e nei luoghi della politica di tutta Europa: “Anche a Colonia”, scrive, “come in tutte le stazioni lungo la rotta, sono soprattutto i giovani a offrire il loro aiuto su base volontaria, giovani di venti-venticinque anni, di così tante culture, competenze e lingue diverse come se tutti insieme incarnassero l’idea di Europa. Se questa è la realtà, saranno loro a preservare e riavviare l’Europa, quell’Europa che la nostra generazione, non più segnata da guerra e fascismo, sta rischiando di giocarsi“.

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