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Una legge sulla tortura. Ma quale legge? Ne serve una vera

8 marzo 2017

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che in questo periodo è in corsa per la segreteria del suo partito, ha di recente indicato fra i suoi obiettivi di fine legislatura l’approvazione in una legge sulla tortura. Una legge, appunto, che colmi un vuoto legislativo lungo quasi trent’anni (la Convenzione Onu contro la tortura  è del 1988), ma quale legge? Con quali contenuti?

Il ministro non si è sbilanciato e abbiamo dunque ragione di temere che non usciremo dallo schema visto negli ultimi mesi, anzi ultimi anni (ammesso e tutt’altro che concesso che l’attuale maggioranza parlamentare voglia davvero approvare una legge sulla tortura). E’ uno schema che ci impedisce ormai di sostenere che vogliamo una legge sulla tortura, senza specificare che tipo di legge vogliamo, visto che i testi finora approvati in parlamento si discostano in punti fondamentali dalla formula concordata a suo tempo in sede di Nazioni Unite.

Nel 2015 alla Camera e nel 2016 al Senato (in commissione) sono stati approvati testi normativi  gravemente carenti, privi di elementi che sono considerati pilastri giuridici nella punizione e prevenzione di quell’odioso abuso di potere che chiamiamo tortura. Sono carenze tutt’altro che innocenti. Non hanno a che fare con chissà quale dibattito delle idee o con modi diversi di valutare le misure più efficaci. Non si tratta di questo.

diazSono stati approvati testi inconcepibili in altri ordinamenti democratici per effetto di due principali ragioni, che poi si riuniscono in una: il potere d’interdizione riconosciuto ai vertici delle forze dell’ordine (avverse si può dire per principio alla Convenzione Onu) e l’assenza di volontà politica nelle maggiori forze politiche (compreso il partito del ministro Orlando), le quali preferiscono blandire le gerarchie degli apparati di sicurezza anziché impegnarsi per aiutare le nostre forze dell’ordine ad uscire da quella subcultura a-democratica e autoreferenziale che spinge personaggi di grande rilievo – ad esempio capi della polizia, oltre che funzionari e sindacalisti – a sostenere tesi ardite come l’idea che l’esistenza di una legge sulla tortura impedirebbe lo svolgimento delle normali attività istituzionali.

Abbiamo bisogno di una legge, purché sia una vera legge per la prevenzione e la punizione degli atti di tortura. In queste settimane il dibattito è fra piano A (l’inaccettabile e paradossale versione del Senato) e piano B (la pessima versione della Camera) e ci si domanda quale strada intende intraprendere il ministro (sempre che la volontà di approvare una legge non sia che una semplice dichiarazione di bandiera).

In verità dovrebbe esistere un unico piano Onu, ossia un testo di legge che ricalchi la definizione concordata nel 1988 e ratificata anche dall’Italia, mai tradotta in legge nonostante l’impegno preso. Qualcuno dice però che bisogna mediare con chi si oppone e che attestarsi sulla versione Onu è posizione massimalista e quindi da respingere perché il meglio, come dice quell’adagio, sarebbe nemico del bene.

Siamo al gioco di parole, perché in verità non c’è nulla di più estremistico e poco responsabile che pretendere una legge sulla tortura svuotata dall’interno e fatta su misura per forze di polizie che su questo punto mostrano una grande (e grave) arretratezza culturale.

Il parlamento dovrebbe prendersi la responsabilità di aiutare le nostre forze di polizia ad uscire dal vicolo cieco nel quale sono finite, in modo da favorire la loro evoluzione democratica. Non servono – a questo fine – né piani A né piani B, frutto di uno stato d’eccezione italiano del tutto ingiustificato, o almeno ingiustificato secondo i canoni di una democrazia accettabile.

Con persone impegnate e competenti (Enrico Zucca, Roberto Settembre, Vittorio Agnoletto, Enrica Bartesaghi, Adriano Zamperini, Marialuisa Menegatto, Marina Lalatta Costerbosa, Michele Passione) abbiamo scritto un appello-manifesto PER UNA VERA LEGGE SULLA TORTURA che altro non è se non un pro memoria rivolto al nostro parlamento, affinché si assuma le sue responsabilità. Altrimenti passi la mano.

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