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Tortura, Regeni, Abu Omar: la tomba dei diritti umani

1 marzo 2017

Il presidente Sergio Mattarella ha dunque evitato il carcere a Sabrina de Sousa, una dei 23 agenti della Cia condannati per la extraordinary rendition dell’ex imam milanese Abu Omar, rapito e trasferito illegalmente in Egitto nel 2003, dove fu seviziato e torturato. La concessione della grazia presidenziale non è stata tanto una premura verso la persona, quanto l’ennesima dimostrazione di sudditanza del nostro paese alla potenza statunitense, visto che il provvedimento ne segue altri analoghi firmati sia da Mattarella sia dal predecessore Giorgio Napolitano.

Le “extraordinary renditionsg  sono state (e probabilmente sono ancora, per quanto poco se ne sappia) uno degli strumenti più odiosi e più avvelenati utilizzati nella scellerata “guerra al terrorismo” avviata nel 2001 da George W. Bush.

FO/Milan-Cleric

Un’immagine di Abu Omar scattata dalla Cia durante la preparazione del rapimento a Milano (da Wikipedia)

Si tratta, in buona sostanza, di una forma di outsourcing della tortura, con il prelievo da parte degli agenti statunitensi di individui considerati sospetti o nemici, con immediata consegna a paesi in grado, per via dei loro regimi autoritari, di sottoporre i malcapitati a trattamenti inumani e degradanti, insomma a torture, al fine di estorcere informazioni, punirli o semplicemente toglierli di mezzo. Il tutto con il sostegno e la complicità di numerosi paesi alleati, compresa l’Italia e altri membri della Ue (il parlamento europeo qualche anno fa ha prodotto und dettagliato rapporto in materia).

Le extraordinary renditionsg, è quasi superfluo ricordarlo, sono stati la tomba dei diritti umani e hanno provocato una perdita di credibilità per i regimi “liberi e democratici” dell’occidente che sarà difficilmente recuperabile anche nei decenni a venire.

Il caso italiano è particolarmente penoso per il legame che tocca stabilire fra il caso Abu Omar e la tragica vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore rapito e ucciso dopo orribili torture al Cairo, quindi  proprio in Egitto, lo stesso paese cui fu consegnato l’imam per le torture delocalizzate (all’epoca era ancora al potere Hosni Mubarak, poi spazzato via dalle primavere arabe, dal successo elettorale della Fratellanza musulmana  e infine sostituito da un nuovo presidente-dittatore, il generale golpista Al Sisi).

In Italia la mobilitazione popolare in favore di verità e giustizia per Giulio Regeni è stata ed è ancora forte, mentre è sembrato spesso incerto e piuttosto ambiguo il rapporto fra il nostro paese e il regime egiziano, sia prima sia dopo il caso Regeni (l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi arrivò a definire il generale Al Sisi “grande statista”, aggiungendo d’essere “orgoglioso della nostra amicizia”).

C’è da chiedersi in che modo il governo del generale egiziano abbia davvero considerato le richieste di “verità e giustizia” provenienti dall’Italia. Quanto abbia giudicato credibile l’indignazione manifestata per la sorte toccata a Regeni, pensando alla condotta tenuta dall’Italia nel caso Abu Omar, ossia alla complicità con l’azione della Cia, al segreto di stato pervicacemente opposto ai magistrati che indagavano sul caso e infine alla serie di provvedimenti di grazia concessi agli agenti statunitensi condannati.

C’è poi da chiedersi se i governanti egiziani non abbiano pensato (e non stiano tuttora pensando) all’ipocrisia di un paese che chiede giustizia per un concittadino torturato e ucciso all’estero ma non vuole approvare al proprio interno una legge che punisca il crimine di tortura, a causa della tenace opposizione degli apparati di polizia.

La triste verità è che i diritti umani, tanto sbandierati, in realtà contano sempre meno e che  le nostre democrazie somigliano sempre più alle autocrazie che a parole tanto deprechiamo.

 

 

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