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Il Giorno della memoria deve farci aprire gli occhi

27 gennaio 2017

A che serve il Giorno della memoria? La risposta d’acchito è quasi ovvia: a spingere ogni cittadino a non dimenticare gli orrori compiuti nel corso del ‘900 e in particolare durante la Seconda guerra mondiale. Bene, ma è possibile, è giusto, ha senso limitarsi a questo? No, non ne ha, perché c’è il rischio incombente che l’omaggio alla memoria diventi un lenitivo e un diversivo rispetto ai mali e le ingiustizie del presente. C’è il rischio che gli orrori indicibili del periodo 1939-1945, gli anni della Seconda guerra mondiale, siano considerati una pagina dolorosa e inaccettabile, e tuttavia chiusa, della nostra storia.

Sappiamo che non è così ed è facile dimostrarlo. Gli orrori principali del periodo 1939-45 sono in fondo questi: – la guerra di aggressione praticata dall’Asse Germania-Giappone-Italia che ha provocato milioni di morti; – la creazione dei campi di sterminio con il massacro di milioni di ebrei, rom, Testimoni di Geova, oppositori politici; – il lancio di due bombe atomiche sul Giappone; – i bombardamenti indiscriminati sulle città; – i pogrom e le stragi di civili compiuti da milizie nazifasciste.

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Aleppo, Siria, 2016

Possiamo dire che si tratta di vicende eccezionali e irripetibili? Che dopo il ’45 tutto è cambiato e niente del genere è più avvenuto? No, non possiamo, perché abbiamo avuto, per citare fatti noti in ordine sparso limitandosi agli ultimi 25 anni:  l’assedio di Sarajevo; la strage di Srebrenica; il genocidio dei tutsi in Ruanda; l’assedio di Aleppo; la guerra civile in Siria; la distruzione Falluja; le torture a Guantanamo, Abu Ghraib, Bagram; le guerre in Afghanistan e in Iraq con migliaia e migliaia di “danni collaterali”, tutte vicende che hanno visto paesi dell’occidente democratico in qualche modo coinvolti, spesso da protagonisti.

Il Giorno della memoria non deve pacificare gli animi e neanche indurre a pensare che abbiamo davvero voltato pagina, mettendoci alle spalle il nazismo e i totalitarismi del ‘900. Stiamo vivendo la stagione dell’indifferenza e dell’ipocrisia. Parliamo ogni giorno, da anni, di emergenza immigrati ed emergenza terrorismo, stabilendo connessioni pericolose e fuorvianti, rifiutando di vedere che stiamo da anni e anni  – almeno dal 2001, dall’invasione dell’Afghanistan – combattendo una disastrosa guerra infinita al terrorismo; una guerra che ha destabilizzato il Medio Oriente, distrutto città e intere nazioni, spinto a compiere innumerevoli crimini contro l’umanità.

Tutto questo ci riguarda e invece facciamo finta di niente; la guerra è entrata nella routine quotidiana e al tempo stessa è rimossa quando si tratta di dare una spiegazione a ciò che avviene intorno a noi: dalle fughe di massa verso l’Europa alle azioni terroristiche che portano in casa nostra piccole porzioni di quella guerra che combattiamo in Iraq e Afghanistan, in Siria e in Libia.

C’è una sconnessione cognitiva che alimenta ignoranza e indifferenza. Il mar Mediterraneo è diventato un cimitero ma le coscienze dei cittadini europei sono quasi tacitate: si alzano muri, si stabiliscono alleanze con dittatori e signori della guerra,  si programmano missioni navali contro i barconi dei migranti, senza che vi siano reazioni indignate. Senza che si alzi il grido: non in nostro nome, non in nome di paesi europei che pochi decenni fa hanno attraversato e subito il nazismo, la seconda guerra mondiale, la Shoah.

Di questo dovremmo parlare nel Giorno della memoria.  

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