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Perché non ci ribelliamo alla dittatura del debito? Il caso Monte dei Paschi

7 gennaio 2017

Anno nuovo, tempo di buoni propositi, ossia aggiornamenti quasi quotidiani di questo blog, con interventi, articoli e commenti, ma anche semplici segnalazioni

Cominciamo con un consiglio di lettura, un articolo di Francesco Gesualdi sulla questione del debito pubblico e nello specifico sull’incredibile caso del Monte del Paschi di Siena, la banca finita in bancarotta, ma salvata (nel senso che vengono salvati i creditori) con un impressionante intervento pubblico, ossia l’incremento del debito pubblico – così, d’emblée – di venti miliardi di euro, destinato al salvataggio della banca senese e di altre vicine al dissesto. Venti miliardi!

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La protesta dei cittadini islandesi contro il ricatto del debito pubblico da ripagare dopo il crac del sistema bancario

Mentre da anni si oppone a tutte le richieste e proposte di intervento per le enormi questioni sociali e ambientali aperte nel paese (dalla crisi della scuola pubblica all’urgente necessità di interventi contro il dissesto idrogeologico, dall’emergenza ambientale di Taranto a quella della Terra dei fuochi, dall’erosione del sistema di welfare state al bisogno di modernizzazione del trasporto pubblico), di fronte a tutto ciò da anni si oppone un severo e contrito “non si può, non ci sono soldi, il debito pubblico è troppo alto”.

Obiezione che non vale, evidentemente, per il Monte dei Paschi, banca notoriamente vicina ai centri di potere politico del centrosinistra, gestita – anche qui evidentemente – in modo scellerato e poi oggetto di un tentativo di salvataggio a dir poco maldestro ma forse anche malizioso, con la pretesa di provvedere con fantomatici denari di investitori privati (che avrebbero dovuto sborsare miliardi per un istituto decotto, mah), fino all’epilogo dell’intervento pubblico, che pure i sacerdoti della religione del mercato aborriscono quando si tratta di questioni sociali e ambientali.

Gesualdi si chiede se non dovremmo fare come in Islanda, dove la ribellione popolare portò al ripudio del debito contratto da classi dirigenti inette se non corrotte. Già, perché non ci ribelliamo a tanta manipolazione, a tanta arroganza. Perché non denunciamo la dittatura del debito? Gli effetti perversi dell’idolatria del mercato abbinata al vecchio sistema della privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite?

Qui sotto l’articolo di Francesco Gesualdi, fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo, autore di un libro da studiare, “Le catene del debito”(Feltrinelli)

AL DIAVOLO LE BANCHE, SALVIAMO I CITTADINI

QUI UN DOSSIER che spiega come si è davvero formato il debito pubblico

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