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La Carta è salva, ma la sinistra dov’è?

7 dicembre 2016

Dunque l’abbiamo scampata. L’attacco alla Costituzione è stato sventato e la Carta resta quella che è, un punto di riferimento comune nel quale gli italiani possono continuare a riconoscersi. E’ stata sventata una modifica sbagliata e raffazzonata, ma è stata soprattutto respinta l’idea – implicita nel progetto renziano – che la Costituzione possa essere cambiata per ragioni di parte, connesse a stagioni politiche contingenti e in modo da risultare più congeniale al leader di turno.
Ora parte una nuova fase, con Matteo Renzi che lascia la carica di presidente del consiglio pur disponendo di una maggioranza parlamentare e a costo di interrompere un’esperienza di governo finora descritta – nello storytelling gridato da palazzo Chigi – come la più originale ed efficace degli ultimi anni, forse dell’intero dopoguerra. Questo esito paradossale, raggiunto a colpi di forzature e alzate di capo (ultimo il voto di fiducia chiesto da un governo dimissionario), fa parte del malessere profondo delle istituzioni italiane.
no-sign-610x350A quanto pare si pensa di curarlo appellandosi a uno slogan in apparenza coraggioso – “al voto subito”, intonato da quasi tutti – ma in verità vuoto di contenuti. Non si dice nulla – sul piano istituzionale – sull’urgenza di restituire dignità e centralità al parlamento, mai come oggi distante dai cittadini; mancano – ed è la cosa più grave – visioni politiche compiute e capaci di convincere, attirare consensi e indicare la via per affrontare le vere questioni del nostro tempo: un sistema economico ad alta disoccupazione strutturale; l’impoverimento e la precarizzazione di milioni di persone; un collasso ambientale incipiente; un moltiplicarsi di conflitti armati che genera morte, instabilità e flussi di profughi che poi vengono respinti.
Vecchie e nuove famiglie politiche – in Italia come in Europa – evitano di affrontare questi temi cruciali, o perché non sono percepiti come tali (alle élite dirigenti, ad esempio, un sistema iniquo e ad alta disoccupazione può anche andare bene se la pace sociale è in qualche modo garantita) , oppure perché mancano o sono stati perduti gli strumenti culturali per inquadrare e interpretare i tempi che corrono.
La famiglia del socialismo europeo, isterilita dal blairismo e dalla conseguente accettazione dell’ideologia neoliberale, ha perso la sua storica ragione d’essere, senza trovarne un’altra, se non la superflua concorrenza/alternanza con il polo conservatore nell’ambito dello stesso sistema di pensiero (cioè mercato, finanza, meno stato); non è un caso se sempre più spesso socialisti e conservatori governano insieme, in grandi coalizioni che non hanno dunque nulla di scandaloso e costituiscono anzi momenti di chiarificazione dello scenario politico.

D’altronde una nuova sinistra non riesce a nascere, anche perché dovrebbe assumere come architrave visioni e proposte che solo in parte le sono familiari: la priorità della questione ecologica; la redistribuzione e non la crescita dei posti di lavoro; la convivenza con la prossima società della robotica.
Il pensiero unico neoliberale, d’altronde, si è diffuso in ogni dove, relegando opzioni e pensieri diversi ai margini del discorso pubblico e perfino del mondo accademico e culturale. Eppure è da lì, dove il dogmatismo neoliberale non è mai entrato, che dovranno spuntare le idee guida per la società di domani.

La Costituzione è salva, ma ora è il momento di cambiare rotta politica. Non sarà un percorso facile né breve, ma ogni ipotesi, ogni proposta, ogni progetto andrà valutato secondo la sua capacità di abbandonare la via fin qui percorsa, ossia la governabilità all’interno di un assetto neoliberale che ha mostrato di ammettere deviazioni solo al fine di soddisfare (e neutralizzare) le deboli dissidenze che incontra, in modo da mantenere la propria integrità.

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