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Dire no alla guerra e non pietrificare la memoria

22 novembre 2016

Ercole Ongaro è autore di un libro bello e importante – “Resistenza nonviolenta 1943-45″(I libri di Emil editore) –  una lettura della “guerra civile”e della Resistenza nell’ottica della nonviolenza. E’ un filone storiografico poco frequentato, anche se nel corso del tempo sono usciti volumi importanti sulla resistenza delle donne (spesso non armata) e su varie forme di non-collaborazione, disobbedienza civile o sostegno a disertori e fuggiaschi, tutti modi di opporsi al dominio altrui e alla logica spietata della guerra.

Ongaro nel suo libro affronta il non detto, il non raccontato, secondo una prospettiva che spinge in una direzione quasi inesplorata, rispetto a un orizzonte storiografico e politico per decenni dominato dalla resistenza armata al fascismo e al nazismo. Resistenza armata che è stata certamente un’esperienza fondativa della democrazia post bellica – un riscatto morale e politico dal ventennio fascista e dall’alleanza dell’Italia col nazismo – ma che non esaurisce ciò che la società italiana ha espresso e testimoniato negli anni cruciali della guerra combattuta nel territorio nazionale.

2013_28_8Ongaro.jpgIl libro mette in primo piano i renitenti alla leva e i disertori, le donne che non obbediscono e la lotta degli internati militari, le proteste degli operai e i boicottaggi, le lotte contadine e nella scuola e così via: l’indice del libro è esso stesso una mappa delle resistenze possibili, oppure, per dirla con altre parole, di un popolo che si fece resiliente.

“Era un giorno qualsiasi” ha fatto tesoro di questa prospettiva e cerca di collegarla al senso e all’utilizzo della memoria delle stragi nazifasciste, a sua volta sottoposta per decenni alla visione dominante – la possiamo riassumere nella triade guerra–fascismo–resistenza – e quindi limitata rispetto al suo potenziale espressivo, in senso politico ma anche più semplicemente umano e sociale.

Il 2 settembre 2016 abbiamo presentato “Era un giorno qualsiasi” ad Avenza (Carrara), luogo natale di Elena Guadagnucci, mettendo in parallelo la storia e la fine di questa donna semplice quanto coraggiosa, con la storia e la fine di un suo coetaneo e concittadino, Gino Menconi, figlio di famiglia benestante, laureato, militante antifascista, infine partigiano comunista ucciso anche lui nel ’44 (in un agguato dell’esercito tedesco durante una riunione clandestina).

Possiamo considerare Elena e Gino come personaggi esemplari di due modi diversi, ma complementari, di affrontare e vivere a testa alta gli anni difficili della dittatura e della guerra. Gino Menconi era un uomo di valore e di grandi risorse culturali, un leader politico che si impegnò nella lotta armata; Elena era una donna del popolo, con meno strumenti e con meno opportunità e tuttavia fece anche lei scelte importanti, come rifiutare l’aborto e tenere il figlio concepito fuori dal matrimonio, a costo di subire l’ostracismo della famiglia, o come garantire a suo figlio una vita serena nonostante la guerra, fino alla fuga a Sant’Anna di Stazzema.

In questi anni abbiamo parlato dei Gino Menconi – e dovremo continuare a farlo – ma meritano più spazio le Elena Guadagnucci. Uomini e donne come lei, persone che non sono salite in montagna, ma hanno sofferto e lottato restando al loro posto, sono parte della nostra storia e ci consegnano – con il loro sforzo di sfuggire alla brutalità, di proteggere i propri familiari, con la loro stessa fine – una prospettiva che non dev’essere più emarginata, ossia il rifiuto pieno, istintivo, popolare, per la violenza e la guerra. Nasce da queste considerazioni l’idea che luoghi come Sant’Anna di Stazzema debbano essere laboratori permanenti di un pensiero alternativo alla violenza e alla guerra. Oggi non è così, o lo è solo in minima parte.

Si ricordano e si celebrano le Sant’Anna (la geografia italiana delle stragi è impressionante per la sua estensione) per ribadire le radici antifasciste e resistenziali della nostra democrazia – e questo va certamente bene – ma il rischio incombente, in buona parte già realtà, è che la memoria sia pietrificata e in qualche modo disinnescata di tutto il suo potenziale di liberazione e di apertura a una visione della società più vicina al rifiuto della violenza e della guerra implicito nelle scelte compiute e nella sorte toccata alle migliaia di Elena Guadagnucci.

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