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La lunga storia che porta a Gorino

25 ottobre 2016

«Mi vergogno molto di quello che è successo a Ferrara, credo si debbano vergognare quelle persone che hanno impedito la sistemazione di donne e bambini»: sono parole insolite, raramente ascoltate a fronte di episodi simili, e le ha pronunciate nientemeno che il prefetto Mario Morcone, responsabile del Dipartimento immigrazione. Un intervento dissonante rispetto alle cautele – o, all’opposto, al plauso – che anche stavolta hanno accompagnato la bravata di un gruppo di cittadini di Gorino, nel ferrarese.

La loro azione – barricate lungo la strada per impedire l’arrivo del pulmino con un gruppo di donne richiedenti asilo – e le loro parole, di rifiuto e autogiusticazione (“non siamo razzisti”, “non ci sono risorse”, “non vogliamo essere invasi” eccetera), sono una specie di riassunto, potremmo dire l‘esito di decenni di politiche che hanno assecondato (e alimentato) paure irrazionali e strumentalizzazioni politiche smaccate.
gorino-675Perciò le parole di Morcone colpiscono: raramente si sono sentite parole così chiare e così sdegnate a fronte di proteste e sommosse di piazza contro gli immigrati. Siamo reduci da almeno un decennio (ma tutto è cominciato moto prima) di piena legittimazione politica, culturale e mediatica del discorso neorazzista o – ­se l’epiteto razzista disturba – delle politiche dell’egoismo e dell’esclusione. E’ un discorso che 15-20 anni fa era impossibile fare in pubblico e meno che mai in televisione o in parlamento. Oggi l’avversione per l’immigrazione, il rifiuto di profughi e richiedenti asilo, è divenuto discorso corrente e piattaforma politica che garantisce buoni esiti elettorali.
Il cambiamento di senso comune è stato certamente progressivo ed è andato di pari passo col crescente uso politico, sul mercato elettorale della paura, del fenomeno migratorio. E’ stata una trasformazione pilotata politicamente e con la complicità del sistema mediatico, che ha reso accettabile anche un lessico del tutto improprio: dal “clandestino” usato come clava discriminatoria contro chiunque venisse da fuori in fuga o in cerca di fortuna, al vocabolario di guerra associato agli spostamenti di persone da un paese all’altro: “invasione”, “esodo biblico”, “assalto alle coste” e così via.
Se vogliamo indicare un momento di svolta politico e culturale, cioè il punto di rottura che ha legittimato il discorso egoista e dell’esclusione, lo possiamo collocare nell’anno 2007, quando l’intellighenzia e il ceto politico di centrosinistra decisero di seguire la destra sul suo terreno e di accettare il confronto attorno alla presunta triade immigrazione – emergenza – sicurezza, con la prima che determina la seconda e con la questione della sicurezza (“gli immigrati portano delinquenza” era l’assioma sostanzialmente condiviso) che diventa tema forte delle campagne elettorali locali e nazionali.
Nel 2007 nell’arco di pochi mesi si passò dalla svolta culturale-mediatica, con la coppia Augias-Veltroni che accoglie e asseconda il grido di dolore di un lettore (in prima pagina su Repubblica!) sotto il titolo “Aiuto, sono di sinistra e sto diventando razzista”, alla messa in atto amministrativa con la famosa delibera contro i lavavetri firmata dal sindaco fiorentino Domenici e dal suo assessore-sceriffo Cioni. Il dado era tratto e dopo è stata una slavina. Chi si è opposto a questa logica opportunista e regressiva, è stato tacciato di “anima bella”, “buonista”, “ingenuo” e il clima culturale del paese, come le concrete condizioni di vita degli immigrati, sono decisamente peggiorati.

 

Oggi anche il turpiloquio leghista, un tempo respinto con sdegno, ha fatto scuola ed è ammesso senza troppo disagio anche nei talk show politici televisivi (del segretario leghista Salvini si dice tranquillamente che “buca lo schermo” e tanto basta).
La protesta di Gorino non è la prima e non sarà l’ultima, ma sarebbe arrivato il momento di invertire l’ordine del discorso e di riportare, dopo tanto tempo, la questione dell’emigrazione, dei profughi, del cambiamento demografico dentro i suoi contorni razionali, umani e democratici.

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