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Il Ceta e l’ammirevole resistenza della Vallonia

24 ottobre 2016

La piccola Vallonia, stato federale francofono del Belgio, sta bloccando l’approvazione definitiva del trattato commerciale Ceta fra Unione europea e Canada. Il no vallone è vissuto con un certo disagio, a volte addirittura con scandalo, nelle cancellerie del continente: come si permette un governo locale così piccolo di imporre il veto a un trattato sottoscritto da tanti governi nazionali?

Sul piano formale, naturalmente, la Vallonia ha tutto il diritto di fare ciò che fa, perché così stabiliscono le regole che disciplinano la vita istituzionale in Belgio (poi qualcuno dirà che è un modo non efficiente e non veloce di agire, ma è certamente democratico). Sul piano sostanziale le ragioni sono ancora maggiori e c’è semmai da chiedersi come sia possibile che tutti gli altri governi e parlamenti abbiano aderito a un trattato che somiglia molto – quasi un gemello – al famigerato Ttip, il patto di libero scambio con gli Usa, accantonato dopo lunghe e pressoché segrete trattative grazie soprattutto al governo francese e all’opinione pubblica tedesca.

unknownIl governo vallone ha fermato il Ceta per due principali motivi: il desiderio di proteggere il suo sistema agricolo; i dubbi (per usare un eufemismo) sulla clausola che consente alle multinazionali di citare in causa davanti a un collegio arbitrale un governo nazionale che con le proprie leggi rechi danno alle iniziative imprenditoriali, cioè lo stesso snodo che ha portato alla rinuncia (almeno per il momento) al Ttip.

I sacerdoti dell’economia neoliberale – cioè la quasi totalità del ceto degli economisti e i politici che ai dogmi neoliberali si rifanno, per non dire dei commentatori dei maggiori media – naturalmente cantano i benefici che il Ceta (come il Ttip, del resto) porterebbe all’economia europea: più commerci, prezzi più bassi al consumo, crescita del Pil, eccetera, tutto bello, utile e buono, senza controindicazioni. E’ la stessa canzone che inneggia alla deregulation dagli anni d’oro di Thatcher e Reagan, ma col tempo le note hanno cominciato a parere stonate a fasce sempre più larghe di cittadini.

L’idea di proteggere la propria economia, o meglio alcuni settori della propria economa, è vissuta da Reagan e Thatcher in poi come una bestemmia: porta all’autarchia e all’impoverimento; è la premessa di ogni dittatura; ferma lo sviluppo e così via. In realtà, ora che l’ubriacatura neoliberale sta passando sotto i colpi della cosiddetta crisi (la quale sta per festeggiare i dieci anni, dimostrando d’essere una condizione strutturale e non passeggera), si comincia a riconoscere che un sistema di sane relazione commerciali internazionali non può che essere un mix di liberismo e protezionismo, poiché la totale deregulation, in un mondo fatto di ineguaglianze e disequilibri di potere, corrisponde al motto coniato da chissà chi per definire il vero spirito dell’ideologia neoliberale: “Libera volpe in libero pollaio”.

La protezione dell’agricoltura locale, in particolare, è un principio sacrosanto, poiché il consumo sul posto dei prodotti agricoli è una regola che fa bene alla salute delle persone e dell’ambiente, alla cura del territorio e della biodiversità. A forza di apertura dei commerci, siamo arrivati all’assurdo di consumare in Italia i pomodori cinesi o di dover lasciare – per la prima volta dopo secoli – le olive sugli alberi perché il prezzo dell’olio non copre i costi di produzione… Per non parlare della diffusione ormai totalizzante di cibo industriale e confezionato di mediocre qualità.

cvdstm-xeaekhk5-e1476922982687La protezione delle agricolture locali non è un’eresia, ma uno strumento di cui i governi possono e devono disporre nell’interesse generale; alla liberalizzazione indiscriminata dei prodotti agricoli, va preferito il concetto di sovranità alimentare, che ha a che fare col sostegno alle economie locali, alle vocazioni dei territori, alla coesione sociale, alla tutela dei cittadini e dei loro bisogni rispetto alle intemperie dei mercati di capitali.

La finanziarizzazione del cibo – si veda l’ultimo libro di Stefano Liberti “I signori del cibo” (Minimum Fax, 2016) – è stato ed è un attacco alla salute dei cittadini, per via della bassa qualità degli alimenti e la diseducazione alimentare cui si accompagna,  e al principio di autogoverno dei territori, oltre che uno dei principali fattori di inquinamento dei terreni, delle acque e dell’aria, per non parlare della sorte infame inflitta agli animali. La Vallonia, insomma, non sta esercitando una resistenza antimoderna, ma sta prendendo atto – come avrebbero dovuto fare gli altri paesi europei – che una stagione dev’essere chiusa: la deregulation commerciale, specialmente in agricoltura e nella produzione del cibo, è un danno per tutti, tranne per chi si trova nella condizione di incamerare smodati profitti, disinteressandosi di tutto il resto, ossia gli oligarchi dell’economia finanziaria globale.

L’altro punto dell’opposizione della Vallonia è la questione degli arbitrati, uno dei  cardini dei trattati Ttip e Ceta: per le multinazionali che ancora dominano l’economia mondiale, raggiungere simile traguardo, sarebbe la classica quadratura del cerchio, ossia la formale certificazione che i profitti e gli interessi economici devono prevalere sul bene comune; l’egoismo di pochi potenti sull’interesse generale; le oligarchie finanziarie sulle democrazie. E’ un tema cruciale e stupisce che un “colpo finale” del genere, cioè la facoltà concessa alle imprese di citare in giudizio governi he compiano scelte politiche contrarie ai loro interessi, arrivi in una fase come l’attuale, quando il fallimento dell’ideologia neoliberale si mostra agli occhi del mondo e in particolare dell’Europa, con processi di precarizzazione, impoverimento, destrutturazione dello stato sociale che stanno peggiorando di anno in anno la vita di moltitudini di cittadini.

Unknown-1.jpegLa Vallonia è oggi spesso rappresentata come Dinamite Bla nelle strisce di Paperone e Paperino:  un eccentrico personaggio che col suo schioppo autarchico si oppone – anacronisticamente – alle ovvie ragioni del progresso. In realtà quest’immagine è fasulla, quanto la pretesa dell’ideologia neoliberale d’essere l’unico e definitivo modello di economia e società. E’ vero semmai l’opposto, ma decenni di egemonia politica e culturale, decenni di colonizzazione delle facoltà di economia, decenni di sopravvalutazione del peso sociale da attribuire agli economisti, rendono oggi difficile percepire le cose per quello che sono e immaginare che si possa  uscire dal perimetro del pensiero neoliberale –  e invece questo passaggio liberatorio è ormai una necessità vitale.

La clausola degli arbitrati è un attacco diretto alla sovranità democratica e fa male pensare che ci voleva il governo della Vallonia per ricordarcelo. In questo momento quel piccolo governo locale sta subendo la pressione politica, economica, finanziaria, personale delle oligarchie globali e c’è da sperare che dalla Vallonia cominci il risveglio delle cittadinanze europee.

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