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#perchéno / 2. La fascinazione per il capo

17 ottobre 2016

Ai tempi dell’università, al corso di Diritto costituzionale, il professore e gli assistenti non mancavano di soffermarsi sui vocaboli prescelti dai costituenti per qualificare alcuni punti salienti della nuova Carta. Spiegavano, ad esempio, che si parlava di “presidente del consiglio dei ministri”, con un duplice intento: da un lato rendere evidente la sua figura di “primum inter pares”, cioè una sorta di coordinatore e guida rispetto agli altri ministri; dall’altro c’era l’attenzione a non replicare il lessico del regime fascista che indicava il ruolo come “Capo del Governo” (posto che poi Mussolini aveva anche numerose altre qualifiche, a cominciare da quella di Duce, naturalmente).
Ora il termine “capo” ricompare nella legge elettorale detta Italicum ed è attorno alla sua figura – sagomata su quella dell’attuale presidente del consiglio nonché segretario del Pd – che si snoda la riforma costituzionale, anche se i sostenitori della Renzi-Boschi si stanno affannando a smentire, o almeno ridimensionare, questa evidenza (sanno anche loro che un Costituzione modellata sulla maggioranza e i dirigenti politici del momento non è una vera Costituzione).
silhouette-895681_640La promozione della “democrazia del capo” al rango costituzionale è il vero cuore della riforma, che intende affrontare la crisi delle culture politiche dei maggiori partiti e la disaffezione dei cittadini, puntando tutto sulla cosiddetta governabilità, un concetto che viene tradotto in una vistosa concentrazione di poteri.
Non cambia la definizione formale presente nella Costituzione: il “capo” eletto con l’Italicum (ritoccato o meno, non importa) resta nelle carte ufficiale il “presidente del consiglio dei ministri”; quel che cambia davvero è la realtà concreta.

Il potere oggi attribuito al presidente della Repubblica di scegliere la persona cui conferire l’incarico di formare un governo, viene di fatto revocato. E’ un potere di garanzia, pensato per raffreddare qualsiasi impulso o tentazione autoritaria. Ma come potrebbe, a riforma avvenuta,  il presidente scegliere una persona diversa da un “capo” di un partito uscito vincente dal primo o dal secondo turno elettorale? Per questa via – anche per questa via – la forma di governo da parlamentare diventa un premierato, che qualcuno ha definito assoluto, a causa di altri elementi, come il premio di maggioranza, il primato della Camera – saldamente in mano al partito vincitore – sul Senato nella formazione delle leggi, l’indebolimento di presidente e Corte costituzionale (dovuto all’abbassamento dei quorum per l’elezione dei membri), la facoltà concessa al governo (e quindi al suo “capo”) di imporsi sul parlamento, con la tecnica che “voto a data certa” che si aggiunge alla possibilità di utilizzare lo strumento del decreto legge, per non parlare della vistosa, per quanto confusa, riduzione del ruolo spettante alle Regioni.
Più governo ( e più “capo” del governo) e meno parlamento: questo è il motto della riforma, coerente con un’impostazione che privilegia il rapporto fra il “capo” e il popolo alla mediazione con le organizzazioni sociali e con i vari partiti che al momento convivono sulla scena politica. Siamo di fronte a una semplificazione – in questo caso sì – che però cozza brutalmente con le reali condizioni della nostra società e del nostro sistema politico: l’una è storicamente il luogo del pluralismo e della maggiore effervescenza creativa, ma si pretende di limitarne il ruolo riducendo il confronto; l’altro è trattato sulla base di un’astrazione, cioè come se fosse strutturalmente bipolare, mentre i poli maggiori sono tre e almeno un altro (la sinistra, se riuscisse a sortire dalla sua paralisi) potrebbe aggiungersi.
La fascinazione per la “democrazia del capo” ha una lunga storia, nel nostro come in altri paesi, e ha vissuto un potente rilancio dove la politica si è più decisamente avvicinata alle metodologie del marketing, che privilegiano personalizzazione, linguaggi pubblicitari, relazione diretta col popolo-consumatore, abbandono delle ideologie politiche.
Ha senso modellare una Costituzione, cioè la legge delle leggi, su questo modo – peraltro invecchiato e dai limiti sempre più evidenti – di intendere la politica e la democrazia? Non dovrebbe svolgere, la Carta, una funzione di garanzia rispetto all’invadenza di “capi” presenti e futuri? Qualcuno ha dato un’occhiata a quel che accade in giro per l’Europa col risorgere di nazionalismi e leaderismi d’altri tempi? Davvero vogliamo lubrificare e agevolare simile tendenza ?

In una fase di così grave crisi, sarebbe più saggio dare fiducia ai cittadini, restituire loro sovranità, favorire nuove forme di partecipazione.

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