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Leggere la città (e la società) attraverso i “suoi” animali: l’esplorazione di Annamaria Rivera

6 maggio 2016
Ahmad Safi  è il fondatore della Palestinian Animal League (Pal), la prima associazione animalista nata nei territori occupati da Israele. Quando si presentò alle autorità locali (palestinesi) per la dovuta registrazione, si trovò a rispondere alla più prevedibile delle domande: “Con tutti i guai che hanno le persone a Gaza e in Cisgiordania, voi vi occupate di animali?” Ahmad diede una risposta che può essere considerata quasi un manifesto del moderno antispecismo: “La Palestina non può essere solo la gente, deve essere di più. Deve essere la terra, gli alberi, l’aria, l’ambiente, gli uccelli e gli altri animali. Tutte queste cose sono elementi che formano la Palestina. La Palestina è incompleta senza tutte queste componenti e quindi il lavoro da fare per proteggere ognuna di queste è contribuire a proteggere tutto”.
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Banksy a Gaza

 

La vicenda di Pal viene in mente a leggere il nuovo libro di Annamaria Rivera “La città dei gatti. Antropologia animalista di Essaouira” (Dedalo 2016, 197 pagine, 16,50 euro). Rivera è un’antropologa rigorosa, oltre che un’attivista di lungo corso nel campo dell’antiriazzismo e della lotta alle discriminazioni di genere, e stavolta si è cimentata in un’impresa unica: un’etnografia dell’anomala città marocchina includendo nello sguardo la componente animale e in particolare l’interazione di cani, gatti e gabbiani fra loro e rispetto agli abitanti umani.

 Rivera frequenta Essaouria da molto tempo e vi soggiorna una-due volte l’anno, un tempo sufficiente per accumulare materiali  e conoscenze di prima mano, oltre che per intrattenere personalmente rapporti di attenzione, di cura e in qualche caso anche di “amicizia” con alcuni individui non umani (è il caso, in particolare, della coppia di gabbiani Jamel e Fatima).
“La città dei gatti” è dunque un reportage non convenzionale su un luogo a sua volta non convenzionale. Essaouira (chiamata in passato anche Mogador) è una città portuale affacciata sull’Oceano Atlantico, oggi ha circa 78 mila abitanti e alle spalle una storia come importante snodo commerciale. E’  una città plurale, a vocazione cosmopolita. Nel definire il “mosaico culturale”  di Essaouira hanno avuto e hanno tuttora un peso importante la componente berbera e quella ebraica, entrambe di antichissimo insediamento e di altrettanto antico intreccio con la cultura arabo-musulmana.
Essaouira ha nel tempo ospitato residenti portoghesi, italiani, spagnoli, olandesi, francesi e oggi è ancora luogo di immigrazione, soprattutto dal Senegal. Non è mancata, negli anni ’70, una mitizzazione della città nell’ambito della controcultura giovanile: vi sono passati personaggi come Frank Zappa e Leonard Coen; vi soggiornarono per alcuni mesi Julian Beck, Judith Malina e la troupe del Living Theatre; Orson Wells vi girò “Otello”; si favoleggia  che Jimi Hendrix compose qui la famosa canzone “Castles made of sands”.
riveraDa questo “mosaico” di storie e di relazioni, nasce ciò che più interessa all’antropologa Rivera: la possibilità di cogliere nel corpo vivo del tessuto urbano, la multiformità di ciò che in occidente viene omologato sotto la dizione “cultura araba” o “società islamica”. Essaouira è “uno spaccato della varietà del mondo”, per citare il titolo di uno dei capitoli del libro. Rivera si inoltra nell’esame dei precetti islamici e  mostra quanto siano variabili le interpretazioni e quanto  diverse fra loro le opportunità concrete di applicazione.
 Il disprezzo per i cani e in generale per gli animali non umani, considerato tipico dell’islam, ammette eccezioni così ampie da giungere fino al pieno ribaltamento. I “frammenti di etnografia sperimentale”, come Rivera chiama cautamente la sua certosina e pluriennale compilazione di taccuini di ricerca, smentiscono uno dopo l’altro numerosi luoghi comuni. Riversa mostra come  l’attenzione per cani e gatti non sia un’eredità lasciata da turisti e soggiornanti europei abituali ma un’attitudine coltivata dalla popolazione locale, in sintonia con gli obblighi di compassione e aiuto ai bisognosi derivanti fra l’altro dal Corano.
L’attenzione e la cura per cani e gatti non sono poi prerogativa del ceto benestante locale ed anzi emergono come pratica diffusa fra poveri e poverissimi; in aggiunta, la relazione con i non umani non è connessa a figure stereotipate come quella della “gattara”  tradizionale – un’anziana signora isolata e priva di legami sociali e affettivi soddisfacenti -:  è semmai un allargamento, per le molte persone che si prendono cura di cani e gatti, della sfera della convivialità.  Rivera in sostanza documenta l’esistenza di un vincolo di “solidarietà transpecifica” che è l’altra faccia, potremmo dire l’estensione di un’idea di convivenza che ha le sue radici proprio nell’identità plurale della città.
Essaouria, naturalmente, non è il paradiso degli animali, né una città di vegetariani o vegani e Rivera non manca di soffermarsi sul tema della macellazione rituale, ossia delle “carneficine su larga scala” legate alla tradizione religiosa. La possibile lettura antispecista di questa realtà, porta però Rivera a mettere in dubbio la classica spiegazione antropologica del sacrificio rituale come strumento di garanzia o ripristino dell’equilibrio sociale. Questa “spiegazione”, dice Rivera, è tutta interna a un approccio  che non “vede” gli animali, non li considera per quel che sono: esseri morali, con propri affetti e sentimenti.
essa Ecco lo snodo chiave dell’opera pionieristica di Annamaria Rivera: “Penso che all’antropologa/o”, scrive, “spetti non già rimuovere, ma includere nel proprio campo di ricerca la presenza, la sofferenza, la morte degli animali e nel contempo integrare i dilemmi, renderli espliciti, mantenerli aperti come parte della propria stessa ricerca”. Oltre i confini dell’antropologia, è lo stesso compito, o la stessa opportunità, che tocca a chi voglia leggere la nostra società e il suo futuro fuori dagli steccati cristallizzati attorno a un sistema di pensiero che rifiuta di “vedere”, come gli antropologi convenzionali, gli “altri animali” con i quali condividiamo l’avventura della vita sul pianeta e che sono assoggettati a un sistema di sfruttamento e annientamento che dice molto sul tipo di società in cui viviamo.
 L’inclusione del loro punto di vista nel nostro stesso sguardo, è un’occasione di apertura al mondo; un’opportunità tanto più importante in un’epoca come la nostra, segnata dal predominio della violenza istituzionale, da forme sempre più radicali di diseguaglianza, dalla guerra all’empatia condotta in nome dell’ideologia della competizione e della concorrenza.
Rivera chiude il suo libro pensando alle persone più povere di Essaouira, che attraverso la sollecitudine per i non umani “si sottraggono alla ragione economica e utilitaria che le ha condannate, spezzano la catena dell’obbligata dipendenza dal bisogno cui la società le ha legate, e le immagina schiave. Riconquistano così il loro spazio di autonomia e dignità, valore e libertà, ove esse sono partner di una relazione con le altre creature che prescinde da differenze di specie, di genere, di classe”.
In fondo, ciascuno di noi non è troppo diverso dai poveri e poverissimi di Essaouira e forse il loro esempio dovrebbe spingerci a ripensare non solo le nostre vite, ma anche le nostre città e l’intera società nell’ottica della comune condizione animale che ci lega agli altri viventi. Come sarebbe una città a misura di animali non umani? Quanta convivialità potrebbe ospitare (e stimolare)? Quanto sarebbe giusta? Per tornare all’inizio, qual è la Palestina che desideriamo costruire?
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