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Graffiti e murales, l’attacco del mercato e le strategie di resistenza

26 marzo 2016

Il clamoroso gesto del marchigiano Blu, con le squadre di improvvisati imbianchini amici che hanno cancellato i suoi numerosi murales dipinti sui palazzi e lungo le strade di Bologna, è avvenuto pochi giorni dopo l’uscita di un prezioso libretto di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, intitolato “Graffiti. Arte e ordine pubblico” (Il Mulino 2016, 14 euri). Tempistica involontariamente perfetta, anche se non risultano impennate nelle vendite del testo, che è assai leggibile perché ben scritto, ma il cui taglio critico-sociologico non ha le stimmate del best-seller.

 

02d2d52cover26047E’ un libro tuttavia da leggere, anche per capire meglio qual è il retroterra del caso Blu, nato per via di una mostra organizzata nella città emiliana per celebrare e quindi istituzionalizzare l’arte di strada. Blu non ha gradito, sentendo puzza di omologazione, e si è chiamato fuori, ricorrendo a un atto – la cancellazione della propria opera – che ha vari precedenti nella storia della street art. La quale è per definizione provvisoria e quindi la scomparsa di un graffito, perfino la sua volontaria cancellazione,  fa parte del gioco.

Scritte e dipinti murali sono soggetti a tutte le intemperie: quelle atmosferiche e soprattutto quelle urbanistiche, politiche e sociali: un palazzo può essere ristrutturato, un muro abbattuto, una facciata ridipinta; ma può cambiare anche il contesto in cui un’opera è stata concepita, rendendola così incomprensibile; senza considerare i casi di censura o le pulsioni irrefrenabili alla “pulizia” (motivate ora dalla lotta al degrado, ora perché “tanto non sono opere d’arte”).
Dal Lago e Giordano nel loro libro considerano i graffiti sia una forma d’arte sia un’espressione sociale, quindi opere meritevoli d’essere considerate per la forma e per l’intenzionalità sociale e politica da cui scaturiscono. A un certo punto scrivono ad esempio che “se le scritte murali fossero prese più sul serio (…) i riot che periodicamente scoppiano nelle metropoli europee (Parigi 2005 e Londra 2011, per citare quelli più estesi e clamorosi) non giungerebbero come improvvisi lampi d’estate, suscitando le prevedibili meditazioni di editorialisti, sociologici e moralisti”.

 

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La cancellazione a Bologna di un murale di Blu

I muri dunque parlano, spesso urlano, e servono sguardi liberi per ascoltare e comprendere quei messaggi. Lo stesso caso Blu ha mostrato quanto siano poco consapevoli, amministratori e cittadini, della street art, che pure molto dice dei quartieri in cui si vive, degli spazi nei quali si svolge la vita sociale. A Bologna c’è chi ha scoperto con sorpresa l’arte di Blu, fin lì osservata con noncuranza; molti hanno provato tristezza nel vedere gli imbianchini all’opera; altri hanno pensato che la scelta di Blu sia stata un’esagerazione.

 

In realtà la vicenda bolognese ha (ri)portato alla ribalta un’annosa questione, trattata ampiamente da Dal Lago e Giordano, ossia la tensione continua fra street art e mercato. Scartate le posizioni – giudicate dagli autori reazionarie – di chi bolla scritte e murales come “non arte”, il mondo dell’arte ufficiale da tempo fa la corte ai graffitisti e molti di loro figurano in musei e mostre con opere dalle quotazioni altissime. Il mercato – in questo come in altri ambiti “alternativi” – è straordinariamente efficace nelle sue strategie di cooptazione.
obey-giant-22-obama-hopeSi pensi al famosissimo Banksy, ormai una celebrità internazionale (nella sua città, Bristol, l’amministrazione comunale organizza visite turistiche ai murales dipinti all’inizio della sua carriera). O anche a Obey, autore del celebre ritratto di Obama stile fumetto: Dal lago e Giordano si chiedono se l’opera abbia giovato più a Obama (all’epoca in piena campagna per la prima elezione) o al suo autore, in termini di fama.

Molti, moltissimi graffitisti hanno accettato, alcuni anche cercato, di avere un posto nel mercato dell’arte; altri, i più genuini, fanno resistenza. Qualcuno sta in mezzo: vorrebbe cioè essere considerato ancora “alternativo”, pur essendo sul mercato.
A leggere “Graffiti” si capisce che attorno alla street art è in corso una lotta politica importante: la spinta all’omologazione è fortissima, ma altrettanto forte è la voglia di ribellarsi che anima sempre nuove generazioni di creativi. Le nostre città sono il teatro di una resistenza all’impetuosa espansione del mercato che il caso Blu ha reso ben visibile.

La città di Bologna voleva chiudere Blu in un museo, cioè promuoverlo a “vero artista”, lui ha detto no, producendo con il suo rifiuto un vistoso cambiamento nel paesaggio urbano. E’ stato un piccolo-grande choc. La street art, scrivono Dal Lago e Giordano, ha messo “nuovamente in discussione, con un’ironia che latitava da tempo, la separazione fra arte e vita quotidiana”.

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