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Aquarius, la nave che salva i profughi e fa politica

29 febbraio 2016

Il quotidiano Liberation da qualche giorno pubblica un “diario di bordo” scritto da Jean-Paul Mari, che si trova sull’imbarcazione Aquarius. Il pezzo uscito lunedì si intitola “Una testa di spillo nel mare” e dice del tentativo di avvistare, nel buio del mare fra Lampedusa e la costa libica, un battello che ha lanciato un SOS, senza però indicare le proprie coordinate, in assenza di un GPS.

 

Mari descrive i turni di due ore col personale di bordo che alla luce della luna scruta il mare nella speranza di imbattersi nel natante. Un’impresa disperata, in assenza di riferimenti sulla localizzazione, ma altre volte potrà andar meglio e l’Aquarius, partita da Palermo il 23 febbraio, sta dando  l’esempio di quel che tutti –  cioè tutti gli stati – dovrebbero fare: traghettare i fuggiaschi in sicurezza verso le coste europee, Italia o Grecia che sia.
Aquarius2-590x400.jpgL’Aquarius è in mare grazie a un’idea dell’associazione SOS Mediterranée, nata in Germania: si propone, molto semplicemente, di eseguire salvataggi, dando concretezza a una posizione e a un’ipotesi che non ha diritto di cittadinanza politica, ossia l’obbligo morale di “andare a prenderli”.

L’Europa si sta dilaniando sulla questione dei profughi, ossia sulla ricerca di forme di interdizione degli arrivi, all’interno di una logica che comporta di per sé, anche se un accordo fra gli stati alla fine si trovasse, l’abbandono della propria ragion d’essere come progetto di società democratica e aperta.

Aquarius indica una strada diversa: è la società civile (ong e associazioni di vari paesi stanno sostenendo il progetto) che si muove e interviene sul campo, mentre a Bruxelles si decide di inviare le navi della Nato nel mar Egeo e si tenta di convincere a suon di miliardi la Turchia a fermare il flusso di profughi – non importa come, ma ben sapendo che non esistono sistemi civili e democratici per impedire gli spostamenti.
Quante volte Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, ha urlato “andiamo a prenderli”, di fronte alle bare di decine, centinaia di persone annegate davanti alle coste della sua isola. E’ rimasta inascoltata, come gli altri che da tempo chiedono corridoi umanitari, cioè canali sicuri – traghetti, voli aerei – per arrivare dalla costa africana all’Europa. Eppure non c’è altro sistema per restare umani e democratici, se non andare a prenderli.

Altrimenti succede quel che abbiamo sotto gli occhi: prendiamo solo quelli che superano la prova mortale che per cinismo imponiamo loro: l’attraversamento avventuroso, su barche a dir poco insicure, di un braccio di mare.
Gianfranco Rosi, regista di “Fuocoammare”, il documentario premiato al Festival del cinema di Berlino, dice che le migliaia di morti nel mar Mediterraneo costituiscono l’olocausto dei giorni nostri e nel suo film mostra una nuova banalità del male: lo sbarco di alcuni fortunati in mezzo a cadaveri e persone agonizzanti.

Rosi, a modo suo, ha gridato il suo sdegno, ma ha suscitato reazioni tipiche  di una società dello spettacolo che non sa più distinguere fra realtà e finzione: il giubilo dei nostri governanti per il successo di un italiano a un concorso cinematografico. Non sono malvagi, i nostri ministri, non più di altri: è che viviamo in tempi di irresponsabile e inumana brutalità.

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