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Com’è stato possibile dimenticare Alex Langer?

22 febbraio 2016

Oggi, 22 febbraio, Alexander Langer compirebbe settant’anni e l’occasione è utile per ragionare sull’enorme vuoto che ha lasciato nella cultura e nella politica di alternativa del nostro paese.
Langer è stato l’ultimo uomo politico della sinistra capace di unire pensiero e azione per muoversi nella direzione di un radicale rinnovamento delle idee e della prassi, in modo d’essere all’altezza delle sfide proposte dalla vorticosa trasformazione del sistema economico e degli assetti geopolitici.

Langer scelse di lasciarci vent’anni fa, nel luglio del ’95, ma fece in tempo a cogliere i primi segnali della globalizzazione neoliberale e del pensiero unico che di lì a poco sarebbe dilagato nelle culture politiche dell’occidente; mise anche molto bene a fuoco le ragioni profonde, nel cuore del potere e del sistema, che spingevano in direzione della guerra. Il suo impegno in Jugoslavia, intensissimo e alla fine anche disperato, è ciò che di lui più ricordiamo, anche per la profondità dei segni che lasciò nel suo profilo politico e umano. Ma Langer fu molto altro.
315x169_1435943205034_alexander_langer__ansa_Era un cercatore di nuovi percorsi e avvertiva con forza l’esigenza di cambiare radicalmente il “sistema” economico e sociale del suo tempo. I Verdi, a quell’epoca, fra gli anni Ottanta e Novanta, non avevano alcun timore a respingere l’idea di sviluppo connaturata al sistema produttivo dominante, imperniato sulla crescita del Pil e sul consumismo. Langer era in prima fila nella ricerca di nuovi modi di concepire la produzione, il consumo, la società: non disdegnava affatto di studiare e connettere fra loro le esperienze di economia alternativa, com’era (ed è) invece tipico della sinistra tradizionale, anche quella “estrema”.
In uno dei suoi interventi più intelligenti e maturi sul tema del cambiamento – e per cambiamento intendeva in quel caso l’uscita dall’idea di sviluppo tipica del capitalismo – scrisse che bisognava prendere il meglio dei “fondamentalisti” e il meglio dei “realisti” (il lessico rifletteva una discussione in corso fra i Grunen tedeschi) perché le prospettive radicali, che sanno guardare al fondo delle cose, devono essere anche convincenti e capaci di attrarre consenso e non fughe in avanti di gruppi sparuti.

Langer immaginava la trasformazione come un bricolage, frutto di “utopie concrete” messe in atto da gruppi e minoranze capaci non solo di immaginare ma anche di praticare nuove forme di società.

In questi anni molte volte, e tuttora, si è tentato di rilanciare, rifondare, ricostituire, far rinascere qualcosa di sinistra, in un succedersi vorticoso di annunci solenni e false partenze, ma quasi mai si è messa in campo un’idea di società all’altezza dei tempi e alla quale guardare come possibile orizzonte.

Trent’anni fa Alexander Langer fu fra i maggiori protagonisti – forse il più significativo protagonista – di un movimento culturale e politico che abbandonava, perché inservibile, il tradizionale concetto di sviluppo, accettato anche dalla sinistra, sia pure sottoposto a diverse e più eque forme di “redistribuzione” della ricchezza prodotta attraverso l’espansione delle merci.

Non si è fatto tesoro di quell’intuizione, che oggi più di allora si rivela decisiva, con il pianeta sempre più vicino al collasso ecologico. Non si è seguito Alex Langer quando valorizzava  la via delle pur piccole alternative costruite ai margini del sistema, nella convinzione che da simili esperienze sarebbe nato un futuro di giustizia.

Oggi Langer avrebbe solo settant’anni e non si capisce come sia stato possibile dimenticare così presto, e con tanta disinvoltura, il suo straordinario insegnamento.

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  1. mily permalink
    23 novembre 2016 21:09

    ❤❤❤💙💙💙💚💚💛

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