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L’Italia degli zombie e l’arte di sottrarsi al contagio

9 febbraio 2016

L’ultima tavola, nel libro di Armin Greder e Goffredo Fofi “Italia A/Z” (Orecchio acerbo editore), è forse la più crudele, per chi si senta cittadino di questo paese e abbia un suo amor proprio. C’è una folla che ricorda vagamente il Quarto stato di Pellizza da Volpedo, e la citazione sarebbe fin troppo abusata, se il disegnatore non mettesse tutto in grigio e se non raffigurasse i personaggi – cioè noi – concentrati sugli schermi dei rispettivi smartphone. Sono – siamo – quasi ipnotizzati; gente comune, ingrigita dal conformismo, concentrata su schermi che forse dovrebbero offrire, non potendo, un diversivo esistenziale. Goffredo Fofi, nell’aforisma-didascalia che accompagna quest’immagine posta alla lettera zeta, zeta come Zombie, affonda il colpo ma con una certa leggerezza. La sua è quasi una presa d’atto: il destino comune, dice, è diventare robot o zombie. C’è forse il dilemma se trasformarsi in macchine o vivere essendo già morti;  la seconda ipotesi, sostiene Fofi, è la più comoda, perché ci siamo già dentro. Siamo circondati dagli zombie e “difendersi dal contagio è fatica quotidiana, è una fatica ‘mostruosa’”.

20160206_133527.jpgL’abbecedario finisce così e in fondo c’è dell’ottimismo, sia pure amaro e sconsolato, in questa chiusa, perché almeno si riconosce che c’è da lottare, sia pure per difendersi dal contagio. Le voci di questo libro, immagini e testi insieme, dipingono un ritratto (in)civile dei nostri tempi e Fofi ha il grande merito d’essere sì moralista (abbiamo bisogno di moralisti!), ma non sarcastico e nemmeno rassegnato. Alla voce Eroismo, raffigurata da una signora che dà il braccio a un cieco, dice ad esempio che “non è quello dei marò in trasferta in India o dei poliziotti in azione a Genova. E’ l’eroismo quotidiano di quei ‘buoni’ che sono tali senza vincere coppe e oscar, senza accusare i propri uguali e rivali per distinguersene e vincerli”.

Fofi scrive a chiare lettere, anche nel testo finale di commento al viaggio in Italia compiuto da Greder con la sua acuta matita, che viviamo in una società intontita e cinica, ubriacata da decenni di conformismo. Il disegnatore racconta gli italiani – lui un po’ svizzero, un po’ australiano, un po’ peruviano – con ironia a una punta di compassione, come nella tavola che descrive la voce Giornalista: un omino – il cronista – punta una torcia dentro un bidone della spazzatura. E Fofi, stavolta impietoso: “Che tristezza mette l’agonia in cui versa questa figura, da sempre ambigua, fatta di divulgatori degli interessi di chi li paga, ma anche di coraggiosi analisti delle storture della società, e insieme delle potenzialità espresse dalle sue parti migliori”. Il testo poi prosegue, ma quest’estratto è sufficiente per restituire l’idea d’Italia che Greder e Fofi descrivono.

E’ un’Italia spenta e priva di solidi punti di riferimento: non solo il giornalismo è in agonia, ma non si vedono i Carlo Levi, i Leonardo Sciascia, i Pasolini e le Morante che Fofi cita come giganti del recente passato. Ci mancano – potremmo aggiungere – anche i Langer, i Dolci e i Capitini e anche – da poco – i Gallino. Dobbiamo quindi fare i conti con un’Italia popolata da zombie, nella quale si deve lottare per resistere e non farsi travolgere. Il ritratto di Greder e Fofi è un invito a non fare finta di niente e soprattutto a non perdersi nell’autocommiserazione. E’ un’Italia che non ci piace, in un mondo che non ci piace, ma guai a rinunciare alla lotta. Fofi ricorda la risposta di Gaetano Salvemini a chi gli diceva, dopo la caduta del fascismo e di fronte alle delusioni del presente, che “gli italiani sono fatti cosi”: “Il sillogismo non regge – diceva il grande storico antifascista – io sono italiano, e non sono fatto così“.

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