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Un filo spinato descrive quel che siamo

30 gennaio 2016

Trovarsi in un luogo familiare qual è l’Istria, a soli trenta chilometri dalla città di Trieste, e vedere da vicino il filo spinato lungo il confine che corre sul fiume Dragogna, è un bagno di realtà piuttosto raggelante.

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Sul fiume Dragogna, lato sloveno – 7 gennaio 2016

 

La repubblica slovena, nel novembre scorso, ha pensato bene di imitare il vituperato governo ungherese e ha steso la barriera fatta di spine d’acciaio lungo 140 chilometri dei suoi confini con la Croazia. E’ toccato anche all’Istria, che già vive la separazione fra due stati nazionali con una certa sofferenza e che sperava, con l’ingresso della Croazia nell’Unione europea, meno di tre anni fa, di avere compiuto un passo avanti verso lo svaporamento, se non l’eliminazione, di quel confine.
E’ accaduto il contrario e l’effetto è scioccante. In queste zone di confine, cioè nei pressi della “cortina di ferro” che correva da Trieste a Stettino, secondo la celebre definizione di Winston Churchill, le divisioni geopolitiche e i nazionalismi hanno prodotto sofferenze e ingiustizie infinite. La sensibilità è più acuta che altrove e perciò la scelta del governo di Lubiana è particolarmente dolorosa.
Sono in corso proteste, sia in Slovenia che in Croazia, ma in Italia non se ne parla o quasi. La retorica ufficiale ha messo all’indice il governo Orban, di ultradestra, ma solo per svolgere una funzione di parafulmine. Gli si addossa la responsabilità di una barbarie – il filo spinato contro i rifugiati e i migranti in transito! il filo spinato che rievoca momenti terribili della storia europea! – ma intanto non si fa certo meglio fra regole di Schengen che saltano, rimpatri forzati, finanziamenti straordinari alla Turchia perché fermi in qualche modo – come, importa poco – i fuggiaschi dalle zone di guerra; per non dire del rifiuto di istituire corridoi umanitari, cioè mezzi di trasporto sicuri, col risultato di condannare a morte, e in modo atroce, chi non riesce a scampare alle avventurose traversate del Mediterraneo.
E poi arriva la Slovenia, governata da un “normalissimo” governo di centro-sinistra, e fa come Orban, a due passi da Trieste… In questo caso, si preferisce tacere. Si preferisce non vedere.

 

Il 7 gennaio scorso, al posto di confine in localita Dragogna, c’è stata una piccola marcia, organizzata dalla Provincia di Gorizia, alcuni comuni del goriziano, le organizzazioni degli italofoni dell’Istria. Con le fasce tricolori, sindaci e assessori hanno percorso nel fango un breve tratto di strada di campagna, fino a raggiungere il doppio rotolo di filo spinato collocato dall’esercito sloveno in riva al fiume. Hanno gridato allo scandalo, a un gesto che può segnare la fine del sogno europeo.
Questi sindaci, il presidente della Provincia Enrico Gherghetta hanno infranto la regola del silenzio, osservata da tutti gli altri: non solo il governo di Roma, ma anche la Regione Friuli Venezia Giulia, guidata da una vice segretaria del Partito democratico. Tutti zitti in nome dell’ipocrisia politica che spinge a stigmatizzare Orban, mentre prende corpo la sensazione che il premier ungherese, più che un reprobo, sia un anticipatore delle reali politiche europee in materia di libertà di movimento.

 

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Il sogno europeo – Dragogna, lato sloveno, 7 gennaio 2016

 

Gorizia è la città che per più tempo è stata divisa da un muro, più di Berlino: la barriera che passava per la piazza davanti alla stazione, è stata tolta solo nel 2004, quando la Slovenia è entrata nella Ue. Visto da Gorizia, il filo spinato sulla Dragogna è una stilettata che fa intravedere il ritorno dei più cupi scenari. Dev’essere per questo, che l’iniziativa l’hanno presa gli amministratori goriziani. Meriterebbero d’essere ascoltati.
Sulla Dragogna, il 7 gennaio, come in tutte le altre manifestazioni organizzate su entrambi i lati del confine, erano presenti attivisti dell’animalismo, perché il filo spinato non ha affetti pratici su rifugiati ed emigranti, che al momento si muovono in treno e passano per la Slovenia senza fermarsi, ma impedisce gli spostamenti agli animali selvatici, che spesso trovano la morte – una morte atroce – fra le spine d’acciaio della repubblica slovena. Nel mondo politico, si è abituati a pensare alle lotte animaliste come curiose e fastidiose  battaglie di retroguardia, lontane dalle cose che “contano davvero”. Bisognerebbe invece approfondire.
Il modo in cui trattiamo gli animali – negli allevamenti, nei mattatoi e anche nei boschi – dice moltissimo della nostra società e il caso del filo spinato sul fiume Dragogna dimostra che includere lo sguardo animale nel nostro modo di concepire la società e le aspirazioni collettive, ci farebbe compiere dei passi avanti.

 

Gli animali selvatici sono gli individui più liberi nel mondo di oggi e forse proprio per questo vengono colpiti più degli altri dall’ansia di chiusura, di punizione, di esclusione che sta pervadendo la società europea.

 

Il filo spinato e la sorte degli animali, simbolo estremo della libertà di movimento: ecco la metafora che descrive quel che stiamo diventando.

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