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In guerra con leggerezza, senza sapere perché. E tutti zitti

8 ottobre 2015

Con una leggerezza a una noncuranza che spaventano, si torna dunque a parlare di guerra. Il governo italiano sta preparando i suoi Tornado per cominciare a bombardare l’Iraq, come gli alleati (cioè gli Stati Uniti) chiedono e per ragioni che a prima vista sono ovvie – c’è da combattere l’Isis! – ma che ovvie  non sono, se si tiene conto delle recenti esperienze compiute in quella parte di mondo, dall’Afghanistan alla Libia allo stesso Iraq.

Le missioni militari, che vengono presentate come una necessità per risolvere problemi altrimenti insolubili (a volte si tratta di diattature da estirpare, altre volte di paesi da punire perché danno rifugio ai terroristi, stavolta di combattere un movimento militare e politico troppo ambizioso), ma che si traducono immancabilmente in fallimenti. E tuttavia non c’è spazio né modo per discutere. Nel senso che la discussione è considerata superflua – oltretutto, si dice, i pacifisti sono scomparsi! – e quindi l’unica cosa da fare è spiegare, ossia ribadire per l’ennesima volta, che si tratta della scelta giusta, in modo che i cittadini accettino i prossimi raid come ineluttabili e l’immancabile fallimento politico strategico che seguitrà, come una fatalità.

Ieri sera (mercoledì) a un programma di approfondimento su Radiouno si parlava dell’imminente decisione di bombardare l’Iraq dialogando con un ex generale che esortava a prendere decisioni chiare, senza intralciare il lavoro dei militari, in passato troppe volte frenati dal parlamento alle prese con discussioni lunghe e tormentate, e con un costituzionalista, il quale ha spiegato, con un determinismo degno di un atto di fede, che il comma dell’articolo 11 della Costituzione, secondo il quale “l’Italia ripudia la guerra” come strumento per risolvere le controversie internazionali, va letto insieme con il comma successivo, quello che impegna l’Italia a rispettare accordi internazionali, per cui il comma sul ripudio della guerra in realtà non ripudia la guerra, purché questa sia intrapresa per “fini difensivi” (anche indiretti). Un’interpretazione nota quanto discutibile e discussa (ma non a Radiouno), con la quale si arriva a sostenere che il comma sul ripudio è come se non esistesse. E’ così che si discute della nuova guerra all’Iraq, con tecniche da imbonitori, spiegando a chi ascolta la bontà evidente della scelta. Siamo all’anno zero della politica.

Dunque si va in guerra senza discutere dei motivi, degli obiettivi, delle conseguenza dell’azione militare in Iraq; senza fare una valutazione onesta dei risultati (non) ottenuti come le guerre passate, senza la minima autocritica; senza dire una parola sulle conseguenze che dovremo trarre se per caso la nuova guerra si rivelasse, ancora una volta, un fallimento che acuisce i problemi, anziché risolverli.

Gli amici della guerra ribattono alle obiezioni dicendo: voi che alternative proponete? Che si può fare, se non la guerra, di fronte all’Isis? La domanda in verità va ribaltata: che risultati pensate di raggiungere, visti i disastri del passato? Do You remember Tripoli? O la democrazia esportata a Kabul? E non si era intervenuti e liberare e pacificare quello stesso Iraq che ora va nuovamente bombardato, molti anni e decine di migliaia di morti fa?

Qui sotto un intervento da leggere di Alfonso Navarra, nonviolento pragmatico, come lui stesso si definisce.

LA NONVIOLENZA PRAGMATICA DI FRONTE ALL’ISIS

Non è solo il blog di Beppe Grillo, ma è un po’ tutta la stampa superficiale che, ad ogni rullare più fragoroso dei tamburi di guerra, ci punta il dito contro: mi pare ingiusto che ancora una volta, in editoriali beffardi ed irridenti, ci si chieda “dove sono i pacifisti”. L’occasione stavolta è la (presunta) mancata mobilitazione di fronte al governo italiano di Renzi che, forse senza dibattito parlamentare (il modello è D’Alema contro la ex Jugoslavia nel 1999), ordinerà prima o poi ai Tornado di bombardare in Iraq su esplicita richiesta del Pentagono.
La critica, a mio parere, è parzialmente giusta (anche se spesso chi la fa non è interessato ad ascoltare nessuna risposta) perché anche io – da obiettore di coscienza, da disarmista nonviolento – non ho molta simpatia per quelli che si fanno vivi con i soliti cortei “anti-imperialisti” (oggi con rischio di infiltrazione dai Black Bloc) solo ogni volta che un conflitto armato vede protagonista la superpotenza più forte (e che giustificano come meramente “difensive” le violenze delle potenze più deboli o delle potenze di influenza regionale o locale). Sono coloro che, più motivati da passione ideologica spesso faziosa che non dall’amore concreto per la pace (che punta ad unire “trasversalmente” rispetto ad ogni identità particolare tutte le donne e gli uomini di buona volontà) dimenticano il motto gandhiano: “Sii il cambiamento che vuoi vedere realizzato nel mondo”.
Naturalmente condivido l’obiettivo, che il blog di Grillo implicitamente indica, e che – a quanto mi risulta – il M5S esplicitamente persegue, che l’Italia si dia da fare per sciogliere la NATO, strumento dell’egemonia USA.
Ma questa prospettiva va portata avanti evitando la ritualità del riflesso condizionato all’insegna di slogan che risalgono agli anni Cinquanta del secolo scorso: è ovvio che la ritualità di un antiamericanismo a senso unico porta a processioni sempre più “incazzate” ma anche sempre più disertate e deserte.
Obiezione: e il 2003? A mobilitarsi contro la guerra in Iraq furono milioni in tutto il mondo, mica solo i nostalgici dei “Partigiani della Pace” in Italia con le loro bandiere rosse ed i pugni chiusi a sovrastare i simboli iridati!
Sicuramente, a creare disillusione e rassegnazione, pesò allora la costatazione che la discesa in piazza non servì a fermare la macchina bellica ormai lanciata in modo inesorabile. Ma è proprio questa “cultura del corteo” che deve essere superata dalla consapevolezza che una guerra ingiusta comunque può essere “sabotata” dalla disobbedienza civile organizzata di massa.
Il punto però è che trovo scorretto mettere nello stesso mazzo tutte le realtà che lavorano preparando pace e disarmo mediante i percorsi di pace e disarmo che guardano non alle vecchie contese della Guerra Fredda ma a una nuova internazionale dei diritti umani: diritti delle persone, dei popoli e dell’umanità. E ad una cultura della nonviolenza attiva, che protesta politicamente e costruisce socialmente allo stesso tempo.
Ci sono molte iniziative positive da citare in proposito.
Personalmente sono impegnato nella campagna per la DENUCLEARIZZAZIONE militare e civile organizzata intorno all’iniziativa: ESIGIAMO IL DISARMO NUCLEARE TOTALE. Facciamo capo ad una Rete internazionale della società civile (ma anche della maggioranza degli Stati ONU) che si propone l’abolizione delle armi nucleari perché è un dovere garantire il diritto alla sopravvivenza dell’umanità intera, che è al di sopra della sovranità e del diritto di autodifesa dei singoli Stati.
Ma vanno aggiunte, a questa globale, le Reti italiane attive contro l’acquisto degli F-35, per  un servizio civile qualificato, per i Corpi civili di Pace e l’istituzionalizzazione di una difesa nonviolenta, per le ambasciate di pace e la diplomazia popolare di base, etc.
Anche nella lotta al terrorismo internazionale credo che dovremmo provare, prendendo spunto dalla cultura che ispira tali campagne politiche, a seguire risposte razionali non limitate ai bombardamenti dal cielo come unica strada efficace.
Ci sono due domande che, ad esempio, dovremmo rivolgerci: 1) chi vende le armi all’ISIS? 2) chi acquista il petrolio dall’ISIS?
Quello che voglio dire è che una azione di pace orientata a ridurre il tasso di violenza nelle situazioni complesse deve farsi forte dell'”intelligenza strategica” di cui un grande maestro, riconosciuto anche dai militari, fu proprio il nonviolento Gandhi (il quale negoziava la partecipazione dell’India alle guerre mondiali).
Gli interventi militari praticati da decenni “contro il terrorismo”, se facciamo un bilancio serio dall’Afghanistan nel 2001, hanno perlomeno fallito ed anzi hanno innescato un circolo vizioso: più violenza militare, più “effetti collaterali”, più violenza terrorista, ancora più violenza militare, sempre più “effetti collaterali” (es. l’ospedale di MSF a Kunduz), ancora più terrorismo…

La logica di una politica estera ben concepita deve far accantonare l’illusione che i problemi si possano risolvere con la drastica semplicità del taglio dei nodi gordiani con la spada. L’anello POLITICO DECISIVO (ma con grande valenza culturale) a cui agganciarsi per tirarsi dietro tutta la catena del conflitto nell’area è che bisogna FAVORIRE IN OGNI MODO LA RICONCILIAZIONE TRA SCIITI E SUNNITI: se questo processo va in porto ecco che l’ISIS (o DAESH, come vogliamo chiamarla) si scioglie come neve al sole.
Le due domande che proponevo, quale che sia la risposta, poi comportano delle conseguenze precise, che mi permetto di esemplificare: l’ONU deve imporre un embargo sugli armamenti nell’intera regione (ed in ogni caso è bene che l’Italia non faccia affari con gli strumenti di morte, si veda l’ultimo contratto di Finmeccanica per gli Eurofighter all’Arabia Saudita), e se proprio bisogna distruggere qualche cosa, con l’avvertenza di non creare catastrofi ecologiche, sarebbero da prendere di mira le condutture dei pozzi petroliferi che creano “il PIL del terrore”, quello che retribuisce con 500 euro al mese i 50.000 Jihadi John e permette che il sedicente “califfato” possa organizzarsi come un embrione di Stato.
Invece di prendere a manganellate i profughi delle guerre che noi stessi abbiamo alimentato sarebbe invece il caso, ad esempio, di sostenere i quasi 5 milioni di sfollati interni iracheni che sono parte del conflitto, e di attivare politiche di inclusione e ricostruzione di un tessuto sociale deteriorato sul quale ISIS specula con un assistenzialismo selezionato.

Ora dico una cosa che farà saltare sulle sedie i nonviolenti ideologici, non quelli pragmatici (consapevoli, questi ultimi, che si fanno “esperimenti con la verità” e che la realtà non ammette l’applicazione “assoluta” di principi “assoluti”: ogni principio teorico preso e tentato di praticare come “assoluto”, la libertà “assoluta”, la giustizia “assoluta”, la nonviolenza “assoluta”, diventa nella concretezza delle scelte – quella tra male e male minore spesso è una delle più semplici, le cose si presentano spessissimo ancora più complicate! – , la caricatura di sé stesso).
Se proprio non si può fare a meno di menare un po’ le mani contro una situazione che non si è riuscita a prevenire e che è degenerata (l‘ISIS è ormai una minaccia totalitaria contro tutta l’umanità come lo fu a suo tempo Hitler. Non è che ci si poteva sottrarre al compito di estirpare il cancro nazista, anche con una dose necessaria di violenza, adducendo come scusa che all’inizio il riarmo tedesco era stato favorito da inglesi ed americani …), ecco che l’impegno militare di terra lo si lasci e lo si sostenga a chi sta combattendo per una giusta causa, come i Kurdi della Rojava, calmando se possibile la Turchia con il suo ingresso nella UE (o nell’Unione Mediterranea che mi pare preferibile).
Ecco, allora, dove sono i “pacifisti”: a cercare, con il pensiero e con l’azione, contro vecchie e nuove avventure belliche, risposte di intelligenza strategica per la soluzione dei conflitti che si basino sul concetto che la forza più potente è l’unità popolare. Anche – è l’ipotesi che crediamo valga la pena di sperimentare – a livello internazionale.
Il M5S, nella sua complessa e varia articolazione, che proclama la sua volontà di costruire un mondo migliore, di pace e di giustizia, potrebbe aggiungersi (con maggiore convinzione e determinazione di quanto in verità non mi sembra abbia fatto sinora) a questa ricerca condivisa – la soluzione pronta nel cassetto non ce l’ha nessuno! – nel dialogo e nella partecipazione.

Alfonso Navarra – obiettore alle spese militari e nucleari, nonviolento pragmatico (www.osmdpn.it)

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