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Da Genova 2001 ad Atene 2015

19 luglio 2015

L’articolo uscito sul Manifesto di oggi

Movimenti. Tsipras fu tra i primi a sperimentare la brutalità della nostra polizia. Ora Syriza ha il genoma dei Social Forum

di Vittorio Agnoletto, Lorenzo Guadagnucci

Si torna a Genova, a 14 anni dal G8, e si pensa alla Gre­cia, luogo sim­bolo del col­lasso di un sistema che aggre­di­sce con fero­cia chi lo con­te­sta e lo punge nei suoi punti più deli­cati, il defi­cit di demo­cra­zia e la sot­to­mis­sione alle prio­rità della finanza spe­cu­la­tiva internazionale.

19soc1-genova-19-luglio-2001-reutersC’è un filo che lega Genova 2001 con Atene 2015: quanto avve­nuto in Gre­cia è una per­fetta rap­pre­sen­ta­zione dei peg­giori sce­nari ana­liz­zati e denun­ciati dal movi­mento dei movi­menti nei Forum di Porto Ale­gre e durante le gior­nate del G8.

Ale­xis Tsi­pras e il governo di Syriza stanno spe­ri­men­tando sulla pro­pria pelle, non sol­tanto la pre­po­tenza del governo Mer­kel e la mio­pia della Com­mis­sione euro­pea, quanto il domi­nio della finanza spe­cu­la­tiva, che non risponde delle pro­prie azioni ad alcuno stato e, anzi, sot­to­mette ai pro­pri inte­ressi i governi nazio­nali, spesso costruiti a pro­pria imma­gine e somi­glianza, come abbiamo spe­ri­men­tato anche in Ita­lia.
Oggi, rispetto al 2001, dob­biamo aggior­nare le cifre di que­sto domi­nio e dire — con i dati del Cre­dit Suisse — che l’8,7 per cento (non più il 10 per cento) della popo­la­zione mon­diale con­trolla l’82 per cento delle ric­chezze del pia­neta; e più pre­ci­sa­mente che quell’8,7 per cento di popo­la­zione esprime il potere di qual­che cen­ti­naio di fondi finan­ziari e di mul­ti­na­zio­nali che con­trol­lano il ciclo vitale dell’umanità.

La sto­ria è piena di iro­nia e di pas­saggi emble­ma­tici che ci aiu­tano a com­pren­dere la para­bola greca. Ale­xis Tsi­pras e i suoi com­pa­gni nel 2001 furono fra i primi a spe­ri­men­tare la durezza della repres­sione, quando furono fer­mati e aggre­diti bru­tal­mente dalla poli­zia ita­liana nel porto di Ancona: era un assag­gio di quanto sarebbe avve­nuto nei giorni seguenti.

Oggi il governo di Syriza, con la dura scon­fitta subita nei giorni scorsi a Bru­xel­les, paga il pro­prio iso­la­mento, la debo­lezza poli­tica di movi­menti sociali e poli­tici che in Europa non sono stati in grado di con­tra­stare il peri­colo che bene era stato indi­vi­duato nel 2001 al Forum di Porto Alegre.

Que­sta sorte tocca pro­prio a Syriza, un partito-movimento che ha nel pro­prio genoma, primo in Europa, lo spi­rito anti­li­be­ri­sta e inter­na­zio­na­li­sta tipico dei Social Forum, avendo com­preso fin dalla sua nascita che nel XXI secolo ogni pro­spet­tiva di giu­sti­zia sociale e di libertà deve avere un respiro internazionalista.

Atene ha perso per­ché si è tro­vata sola, per­ciò siamo di fronte ha una scon­fitta che col­pi­sce il cuore dell’Europa e ci riguarda tutti. Si è aperta una fase sto­rica dram­ma­tica, simile ad altre vis­sute nel nostro con­ti­nente nel secolo scorso, para­go­na­bile alla scon­fitta subìta nella guerra civile spa­gnola. Sta­volta non siamo stati capaci di orga­niz­zare bri­gate inter­na­zio­nali di soste­gno alla Gre­cia, forse per­ché non c’era un nemico visi­bile da com­bat­tere né terre da difen­dere. Ma la posta in gioco è la stessa: la libertà e la demo­cra­zia in Europa.

In que­sti anni abbiamo com­bat­tuto in Ita­lia un’altra bat­ta­glia, una bat­ta­glia di verità e di giu­sti­zia, dopo le vio­la­zioni dei diritti umani com­piute nel 2001. Ne siamo usciti con alcune scon­fitte (il man­cato pro­cesso per l’omicidio di Carlo, le con­danne pesan­tis­sime inflitte a un pugno di mani­fe­stanti, usati come capro espia­to­rio) e abbiamo otte­nuto anche dei suc­cessi, con la rico­stru­zione di verità incon­tro­ver­ti­bili su quanto avve­nuto alla Diaz e a Bol­za­neto e sen­tenze di con­danna, sia pure miti­gate dalla pre­scri­zione, che non hanno pre­ce­denti nella nostra sto­ria giudiziaria.

Eppure anche su que­sto fronte è in corso la rivin­cita di un sistema repres­sivo sgan­ciato ormai da qua­lun­que con­trollo demo­cra­tico e stret­ta­mente con­nesso al potere esecutivo.

La vicenda della legge sulla tor­tura è emble­ma­tica. A fronte della cla­mo­rosa sen­tenza pro­nun­ciata con­tro l’Italia dalla Corte euro­pea per i diritti umani, abbiamo assi­stito a un ulte­riore arre­tra­mento della cul­tura demo­cra­tica, inca­pace di con­durre una bat­ta­glia civile in campo aperto e suc­cube del «par­tito della poli­zia», al punto di appro­vare due diverse ipo­tesi di legge, una (alla Camera) a dir poco mini­ma­li­sta e scritta in modo da non distur­bare forze dell’ordine che si riten­gono al di sopra di qua­lun­que det­tato legi­sla­tivo, la seconda (in com­mis­sione al Senato all’unanimità!) addi­rit­tura para­dos­sale, poi­ché di fatto legit­tima la tor­tura, pur­ché non «reiterata».

È quindi in corso un’offensiva che somma la fero­cia del capi­tale finan­zia­rio a norme e prassi da demo­cra­zia auto­ri­ta­ria (vedi la legge sulla sicu­rezza appro­vata in Spa­gna), men­tre si gioca fra Atene e il resto d’Europa una par­tita deci­siva per il futuro del con­ti­nente. «Oggi in Spa­gna, domani in Ita­lia» era il motto di Carlo Ros­selli ormai 80 anni fa.

Forse, dovremmo ripen­sare Genova e guar­dare ad Atene impa­rando la lezione di que­sti anni, spe­rando di poter dire con serietà, senza vel­lei­ta­ri­smi, «Oggi in Gre­cia, domani in Europa».

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