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Cantonate

31 maggio 2015

Raffaele Cantone, magistrato in processi contro la camorra, ora capo della Autorità nazionale contro la corruzione, è fra le persone che godono in questa fase storica di migliore stampa. E’ considerato un punto di riferimento, grazie al credito guadagnato sul campo e anche – non meno importante – per la grande visibilità che i media hanno garantito ai suoi libri e alla sua figura. Conta molto, nel prestigio che gli è riconosciuto, il compito che gli è stato affidato: una funzione quasi salvifica di vigilanza sulla corruzione nella pubblica amministrazione, uno dei grandi mali del nostro paese, che il governo in carica – come al solito – ha pensato di affrontare concentrando i poteri reali e (soprattutto) simbolici in un’unica persona.

Raffaele Cantone è un uomo pubblico assai presente sui media, forse fin troppo, e tende ad affrontare anche argomenti non suoi, in virtù del ruolo pubblico che li è riconosciuto. I suoi interventi in materia di polizia, tuttavia, suscitano grandi perplessità. Fu lui a stroncare, poco tempo fa, la micro polemica suscitata da un tweet del presidente del Pd, Matteo Orfini, sulla permanenza di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, al vertice di Finmeccanica, all’indomani della clamorosa e umiliante (per l’Italia) sentenza della Corte europea per i diritti umani. Cantone sostenne che De Gennaro era stato assolto nel processo che lo riguardava e che quindi non si poneva alcuna questione morale in merito al suo incarico.

E’ una visione delle cose a dir poco discutibile, perché se l’unico metro di paragone, in materia etica e di opportunità politica, fossero le sentenze della magistratura, potremmo dire che una questione etica neppure esiste. I dubbi sulla carriera di De Gennaro non hanno a che fare con i processi e le sentenze, ma con la sua condotta e le sue responsabilità di capo della polizia durante e soprattutto il G8 di Genova. La visione liquidatoria e minimalista di Cantone sembra tradire una cultura formalistica e una postura assai poco imparziale in materia di etica pubblica.

Altrettanto discutibili gli interventi di Cantone sulla questione della tortura e sulla sentenza della Corte di Strasburgo: l’ex magistrato si è lasciato andare a giudizi tranchant, in difesa della polizia di stato, con un atteggiamento da difensore d’ufficio piuttosto deludente per chi occupa un ruolo come il suo. L’avvocato Emilio Robotti gli ha scritto una lettera aperta che merita d’essere letta, perché entra nello specifico e mostra punto per punto quanto sia sbrigativo e inaccettabile liquidare la sentenza di Strasburgo affermando che “la polizia italiana è democratica”.

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