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Le Camere penali: sulla tortura testo di legge sbagliato

29 maggio 2015

La legge sulla tortura è ancora in discussione in Senato, dove è in corso un tentativo di peggiorare ulteriormente il testo, dopo i dirompenti interventi dei capi di polizia, carabinieri e guardia di finanza, i quali  – ascoltati informalmente dai senatori – hanno tuonato contro il (pessimo) testo approvato alla Camera, ma non per portare l’Italia sui canoni normativi internazionali, quelli indicati alla Corte europea di Strasburgo, bensì per un ulteriore arretramento, verso lidi a dire il vero poco comprensibili (leggi qui per il dibattito surreale avviato da quelle audizioni).

Il “partito della polizia” sta comunque dominando la scena, complice la scelta minimalista compiuta da chi – fra i competenti e attivi in materia –  ha scelto di accettare il brutto testo approvato il 9 aprile scorso come il “massimo risultato possibile”, sotto lo slogan “meglio una brutta legge che nessuna legge”. Una posizione disastrosa, sia perché avremo così una legge sbagliata e inutile (poco applicabile a molte fattispecie concrete e privata fin dall’origine del suo effetto deterrente e formativo sulle forze dell’ordine), sia perché la scelta di tacere e di accettare “quel che passa il convento” rende incomprensibile la questione a chi non abbia conoscenze specifiche in materia. Un errore politico grave.

Restano tuttavia alcune voci che non hanno rinunciato a farsi sentire e che non accettano il tenore del discorso corrente in parlamento e nei dintorni, cioè l’idea che l’approvazione di una vera legge sulla tortura sia un atto di criminalizzazione delle forze dell’ordine. A Brescia, a un convegno (leggi qui) organizzato dalle Camere penali (cioè l’organizzazione degli avvocati penalisti), il rifiuto del vecchio detto “meglio che nulla, marito vecchio”, citato dal professor Giovanni Flora, è stato piuttosto netto. La tortura, nell’ordinamento penale,  dev’essere un reato proprio del pubblico ufficiale, non sottoposto a prescrizione, esente da indulto e amnistia.

Non c’è alcun motivo per cui l’Italia debba collocarsi al di sotto di questi criteri, se non il degrado della cultura politica parlamentare e l’enorme potere di condizionamento e interdizione riconosciuto al “partito della polizia”, un “partito” che mostra d’essere a disagio coi canoni delle democrazie europee.

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