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Cantone, la Diaz e i deboli anticorpi della polizia

17 maggio 2015

L’articolo qui sotto è uscito sul Manifesto del 16 maggio 2015 con il titolo “Cantone, la Diaz e i deboli anticorpi della polizia”. Raffaele Cantone nei giorni precedenti si era detto “indignato” per la sentenza della Corte europea per i diritti umani, perché avrebbe, a suo avviso, descritto in modo improprio la polizia di stato italiani e la sua condotta. Era seguito poi un articolo dell’ex magistrato in risposta ad un intervento di Roberto Gonnella, presidente di Antigone.

Caro mani­fe­sto, ho letto con pre­oc­cu­pa­zione la let­tera di Raf­faele Can­tone pub­bli­cata il 15 mag­gio. Il capo dell’Autorità Anti­cri­mine, per spie­gare meglio una sua recente (e a mio avviso infe­lice) uscita sulla sen­tenza della Corte euro­pea di Stra­sburgo sulle tor­ture alla Diaz, dice a un certo punto, dopo avere men­zio­nato e defi­nito “ver­go­gnosi” i casi Diaz, Aldro­vandi e Cuc­chi, che “in Ita­lia non si sono coperti que­sti fatti, li si è per­se­guiti — a volte con dif­fi­coltà ma comun­que in modo da rag­giun­gere quasi sem­pre la verità — giun­gendo anche, nelle vicende che riguar­dano Genova, a con­danne e suc­ces­sive espul­sioni dalla poli­zia di sog­getti desti­nati anche a radiose carriere”.

diazIl dot­tor Can­tone nei suoi inter­venti sem­bra mosso dall’intenzione – lode­vole — di tute­lare il buon nome e la cre­di­bi­lità della poli­zia di stato, ma pro­ba­bil­mente non ha seguito nel tempo i pro­cessi sul G8 di Genova e non ricorda la per­vi­cace, per­si­stente azione di osta­colo al lavoro della magi­stra­tura con­dotta dalla poli­zia e dai suoi ver­tici e denun­ciata a più riprese dai pub­blici mini­steri, che non hanno esi­tato a par­lare di omertà.

Voglio ricor­dare, fra i tanti epi­sodi, la man­cata iden­ti­fi­ca­zione del quat­tor­di­ce­simo fir­ma­ta­rio — la cui gra­fia era illeg­gi­bile — del falso ver­bale d’arresto per la Diaz, la man­cata iden­ti­fi­ca­zione del poli­ziotto coi capelli a coda di cavallo ripreso in un fil­mato men­tre pesta sel­vag­gia­mente uno dei 93 mal­ca­pi­tati ospiti della scuola o la vicenda del pro­cesso per falsa testi­mo­nianza a carico dell’ex que­store Colucci sul ruolo avuto nella vicenda da
Gianni De Gennaro.

La sen­tenza di Stra­sburgo, poi, non si limita a qua­li­fi­care come tor­tura le vio­lenze com­piute alla Diaz ma punta il dito su aspetti addi­rit­tura più gravi, cioè le men­zo­gne costruite per coprire i fatti e la pro­te­zione garan­tita ai respon­sa­bili dell’operazione, che sono rima­sti pres­so­ché impu­niti.

L’Italia è stata condannata da Strasburgo più per il dopo Diaz che per l’episodio Diaz.

Gli autori dei pestaggi non sono stati iden­ti­fi­cati;  i respon­sa­bili gerar­chici dell’operazione non sono stati sospesi al momento del rin­vio a giu­di­zio (come la giu­ri­spru­denza della Corte dispone) e nem­meno dopo le con­danne; tutti hanno bene­fi­ciato dell’indulto, pri­vi­le­gio che la Corte rifiuta per chi vìoli l’articolo 3 della Con­ven­zione sui diritti umani (trat­ta­menti inu­mani e degra­danti e tortura).

Le inter­di­zioni dai pub­blici uffici cui si rife­ri­sce il dot­tor Can­tone quando parla di “espul­sioni”, sono un effetto delle con­danne penali e riguar­dano solo i reati non prescritti.

La poli­zia di stato, di sua ini­zia­tiva, non ha mosso un dito e il governo ita­liano ha addi­rit­tura lasciato senza rispo­sta la for­male richie­sta di infor­ma­zioni, tra­smessa dalla Corte di Stra­sburgo, sui prov­ve­di­menti disci­pli­nari avviati dopo il caso Diaz.

Il governo ha taciuto, a costo di infran­gere anche una ele­men­tare regola di bon ton, per l’imbarazzo di dover ammet­tere la pro­pria ina­zione (che avrebbe anche evi­den­ziato le pro­mo­zioni otte­nute nel tempo da alcuni dei pro­ta­go­ni­sti del blitz alla Diaz). Alcuni dei con­dan­nati nel pro­cesso Diaz si appre­stano a ripren­dere ser­vi­zio gra­zie a uno “sconto” sull’interdizione, altri potreb­bero farlo alla sca­denza dei 5 anni.

Potrei con­ti­nuare a lungo, ma pre­fe­ri­sco con­clu­dere dicendo che non si rende un buon ser­vi­zio alla poli­zia di stato e alla sua dignità e cre­di­bi­lità mini­miz­zando la gra­vità della con­dotta tenuta nei giorni, nei mesi e negli anni suc­ces­sivi ai “ver­go­gnosi” epi­sodi che abbiamo regi­strato da Genova G8 in poi. In nes­sun caso le forze dell’ordine hanno avuto un ruolo attivo e posi­tivo nella ricerca e nella puni­zione dei respon­sa­bili, è anzi pre­valsa la ten­denza a sviare e osta­co­lare la ricerca della verità.

La poli­zia di stato ha dimo­strato di avere deboli anti­corpi di fronte ad abusi anche cla­mo­rosi com­piuti dai suoi uomini: la sua capa­cità di auto­cri­tica e auto­cor­re­zione è ai minimi ter­mini. Per­ciò dev’essere aiu­tata  a
cam­biare regi­stro e que­sto è un com­pito che spet­te­rebbe alla società civile e al par­la­mento (oggi in verità piut­to­sto pas­sivi e quasi impo­tenti di fronte all’offensiva del “par­tito della polizia”).

Ci vor­rebbe ad esem­pio una vera legge sulla tor­tura (non il testo mini­ma­li­sta e per certi aspetti para­dos­sale appro­vato alla Camera) in grado d’essere per­ce­pita come il primo atto di una gene­rale riforma demo­cra­tica delle forze dell’ordine. Cioè l’esatto con­tra­rio di quel che sta avvenendo.

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