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Sulla tortura una bagarre surreale

14 maggio 2015

Al Senato è in corso una discussione surreale attorno all’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento. Il 9 aprile Unknown-3scorso, all’indomani della sentenza della Corte europea di Strasburgo sul caso Diaz, è stato approvato un testo a dir poco minimalista, che si distanzia – al ribasso – dagli standard internazionali. Il delitto di tortura vi è definito come reato generico anziché specifico del pubblico ufficiale (come previsto dalla Convenezione Onu in materia); è ammessa la prescrizione; vengono descritte nel dettaglio le fattispecie possibili, al punto che i casi concretamente accaduti in Italia in questi anni (dai casi Cucchi, Mastrogiovanni, Magherini allo stesso caso Diaz) probabilmente non sarebbero considerati tortura.
Una pessima legge, che non corrisponde alle indicazioni della sentenza di Strasburgo, ed è frutto di una scellerata mediazione fra le maggiori forze parlamentari e il “partito della polizia”, da sempre contrario all’esistenza di una legge ad hoc sulla tortura e ora impeganto a svuotare dall’interno la norma che lo stato italiano è obbligato ad approvare.
Il secondo tempo di questo penoso percorso parlamentare si sta svolgendo al Senato, dove il “partito della polizia” è andato all’attacco, descrivendo il testo uscito dalla Camera per quello che non è e rilanciando il suo incredibile argomento: la legge sulla tortura è un atto che criminalizza le forze dell’ordine e avrebbe l’effetto di paralizzarne l’azione. Il capo della polizia Alessandro Pansa, i vertici di Carabinieri e Guardia di finanza, i  sindacati di polizia e alcuni parlamentari del centrodestra, del centrosinistra e del M5Stelle stanno strepitando contro il testo uscito da Montecitorio sostenendo l’insostenibile e cioè che alla Camera la tortura è definita come reato proprio del pubblico ufficiale (cosa peraltro richiesta dalla Convenzione Onu e dalla giurisprudenza di Strasburgo).
torturaleggeBasta leggere il testo per vedere che non è così. L’articolo 613-bis c.p. punisce “con la reclusione da 4 a 10 anni chiunque, con violenza o minaccia, ovvero con violazione dei propri obblighi di protezione, cura o assistenza, intenzionalmente cagiona ad una persona a lui affidata, o comunque sottoposta alla sua autorità, vigilanza o custodia, acute sofferenze fisiche o psichiche”. Chiunque, non il pubblico ufficiale (per il quale è prevista l’aggravante). Sul sito della Camera (ripeto: sul sito della Camera, vedi l’immagine a fianco) nel testo che illustra il provvedimento, si specifica che il legislatore ha optato per definire la tortura come “reato comune”. Una scelta compiuta per smorzare l’impatto morale e culturale della legge, in modo da non irritare il “partito della “polizia”.
Ma il capo della polizia, i sindacati, i parlamentari dicono il contrario, con un intento manipolatorio che finisce per rappresentare il minimalista e inefficace testo approvato dalla Camera come una sorta di attentato alla dignità e alla operatività delle forze dell’ordine. Si paventano strumentalizzazioni e ricorsi, rischi d’imputazione per qualsiasi azione di polizia: argomenti risibili, è come dire che l’esistenza del reato di rapina sarebbe un’inibizione a frequentare le gioiellerie o che l’esistenza del reato di corruzione impedisce agli impiegati pubblici di svolgere il loro mestiere.
Bisognerebbe chiedere a Pansa e ai suoi sostenitori se ritengono che negli altri paesi europei, che già dispongono e da molti anni di una disciplina sulla tortura (fra l’altro più seria di quella approvata alla Camera), le forze dell’ordine siano ridotte all’inattività. Sono argomenti inesistenti, che hanno come unico scopo quello di evitare che nel nostro paese si affronti un serio dibattito sullo stato di salute delle nostre forze dell’ordine, palesemente a disagio con gli standard normativi e democratici delle democrazie avanzate. E’ anche una prova di forza del “partito della polizia”, geloso del proprio corporativismo, rispetto al parlamento.
La legge approvata alla Camera è una pessima legge per ragioni opposte a quelle sostenute da Pansa e dal “partito della polizia” e la surreale bagarre scatenata al Senato è un’ulteriore dimostrazione che la Corte di Strasburgo ha ragione a parlare, per l’Italia, di “deficit strutturale” nella sua capacità di garantire i diritti fondamentali dei cittadini e di individuare e punire i responsabili degli abusi di potere.
L’Italia, come e più di altri paesi, avrebbe bisogno di una legge sulla tortura modellata sulla Convenzione Onu e sulla giurisprudenza della Corte di Strasburgo (quindi reato proprio del pubblico ufficiale; imprescrittibilità; fondo per le vittime) e dovrebbe soprattutto affrontare con franchezza e allargando lo sguardo la complessiva profonda crisi morale, professionale e politica delle nostre forze dell’ordine, tanto refrattarie agli standard democratici internazionali, quanto capaci di inibire il dibattito pubblico e di condizionare quello parlamentare.

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