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Cremaschi e la crisi d’identità del sindacato (ma forse c’è una via di uscita)

10 dicembre 2014

Giorgio Cremaschi è da tempo la coscienza critica del sindacalismo italiano. Dirigente della Fiom-Cgil, quasi sempre su posizioni di minoranza, oggi è pensionato, ma non smette di animare il dibattito sui temi del lavoro e dell’azione sindacale.

Cremaschi è stato un po’ maltrattato anche in seno alla Fiom, per via di posizioni che venivano giudicate estremistiche. E’ stato un errore perché il tempo ha dimostrato che la sua critica a una certa involuzione culturale del sindacalismo italiano era corretta. Com’era corretta la sua insistenza sulla natura autolesionistica del culto della moderazione. Si è arrivati infatti a una crisi di senso e di identità del sindacato che è innegabile.
Cremaschi ha scritto un libro – “Lavoratori come farfalle”, Jaca Book – nel quale ripercorre la storia del sindacalismo italiano dagli anni Settanta in poi. Racconta i momenti alti – ad esempio la stagione dei consigli di fabbrica – e ricostruisce i passaggi che hanno portato, resa dopo resa, allo svilimento dell’azione sindacale.

In un passaggio decisivo del libro, Cremaschi ricorda che la Cgil negli ultimi tempi ha accettato “senza lottare”  due riforme, chiamiamole così, che hanno cancellato due pilastri che per decenni avevano costituito “tratti identitari del sindacato”: la riforma delle pensioni senza accordo sindacale; la revisione, fino allo svuotamento, dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Un sindacato che cede – “senza lottare” – su punti così qualificanti, non può che piombare in una crisi di identità dalla quale è difficile uscire. Tanto più che un esito del genere è legato, nell’analisi di Cremaschi, a un cedimento ancora più largo in termini di cultura politica, cioè l’accettazione progressiva del paradigma neoliberale. La storia sindacale s’intreccia qui con quella politca e con l’avvento dell’ideologia che tuttora domina lo scenario, nonostante i disastri sociali, ambientali, politici che ha provocato.
Uno snodo chiave, osserva  Cremaschi, risale al 1982 con la separazione fra Banca d’Italia e Tesoro (firmata da Ciampi e Andreatta) e la conseguente cessione di sovranità finanziaria (e quindi politica) dallo stato ai mercati. Cremaschi ricorda anche un’altra vicenda assai istruttiva, risalente al 1988: il “premio performance” adottato alla Fiat con l’accordo dei maggiori sindacati, esclusa però la Cgil. Si introduce, con quell’accordo, una voce di salario legata all’andamento dei bilanci, in una fase caratterizzata dall’infatuazione per il cosiddetto modello giapponese, cioè ritmi di lavoro più intensi e una struttura del salario legata al rendimento. Dice Cremaschi: “Era prima di tutto un’operazione ideologica che, come tutte le scelte liberiste dalla fine degli anni ’70 in poi, accusava di ideologia chi vi si opponeva”.
Si contrapponevano, anche in quella fase, gli “innovatori”, quelli che volevano salari flessibili cioè più bassi e minori certezze per gli operai, e “conservatori”, chi osteggiava simili regressi. Una rappresentazione caricaturale della disputa che si è ripetuta negli ultimi tempi, con l’attacco finale del governo Renzi al sindacato.

Cremaschi dà un giudizio sferzante del renzismo; vede nel suo attacco al sindacato una volontà di “stravincere con il lavoro e con i sindacati” al fine di affermare – senza ammetterlo – come forma di governo ciò che in pubblico viene chiamato “crisi”.

Lo status quo – cioè bassi salari, disoccupazione e precarizzazione di massa, privatizzazioni dei beni pubblici, annullamento del sindacato – è per Cremaschi un punto d’approdo, e non di passaggio, per gli oligarchi del sistema neoliberale. L’attacco al sindacato serve allora perché, scrive, “le persone devono essere educate alla paura e all’arte di arrangiarsi individualmente, cancellando anche nell’immaginario la possibilità dell’azione collettiva e del conflitto”.
Qual è – se c’è – una via di uscita? Cremaschi appare piuttosto pessimista, ma riesce ancora a intravedere una strada per superare la sindrome dell’irrilevanza, cioè la profonda crisi d’identità che affligge il sindacato. “Ciò che immediatamente serve – scrive – è lo spirito della rottura. Bisogna rompere con la paura”. L’attacco finale sferrato dal governo Renzi, in questo senso, può essere uno stimolo per certi versi inatteso.

Occorre anche – e questo è un discorso politico più largo – ricostituire un punto di vista forte sull’economia, sulla società, sulla politica.

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