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Come si esce dalla crisi? Quel che Tsipras (ancora) non dice

8 settembre 2014

A Cernobbio all’annuale riunione di imprenditori e finanzieri d’alto bordo, hanno invitato stavolta Alexis Tsipras, il politico più in vista della rinascente sinistra europea. E’ probabile che lo abbiano invitato – magari con una punta di snobismo – per pesare e valutare da vicino la sola forza politica importante, per il peso specifico acquisito in patria, fra quelle che si oppongono alle scelte della cosiddetta Troika.

Tsipras si è espresso con semplicità e moderazione, mettendo in luce il disastro in corso in  Grecia, ma c’è da chiedersi se le sue proposte siano sufficienti a immaginare un nuovo percorso per l’economia e la politica del suo paese, oltre che dell’Europa. Il leader di Syriza a Cernobbio ha mostrato il fallimento delle scelte compiute dalle autorità di Francoforte e Bruxelles, che hanno prodotto in Grecia il taglio dei posti di lavoro, l’esplosione del debito pubblico e l’impoverimento di massa, mentre gli “accordi” presi con i governi di Atene mettevano un’ipoteca enorme sulla stessa autonomia politica del paese negli anni a venire. Parole sacrosante.

Tsipras ha sostenuto che le politiche di rigore monetarista e le cosiddette riforme strutturali (cioè privatizzazione e taglio della spesa pubblica) rischiano di condurre a una recessione globale. La sua proposta è quella classica del  riformismo keynesiano, che viene esplicitamente richiamato: rilanciare gli investimenti pubblici affinché ripartano le produzioni. “Abbiamo bisogno”, ha detto Tsipras, “di generare nuova ricchezza per uscire dalla crisi. E senza crescita non si produce ricchezza“.

Tsipras non dice però in che modo dovrebbe realizzarsi la crescita cui aspira. Né si domanda se sia davvero possibile. Negli ultimi decenni in Europa sono stati l’edilizia e il trasporto privato ad alimentare la crescita del Pil, ma l’una e l’altro sembrano arrivati a un punto di saturazione, per ragioni sia di mercato sia di sopportazione da parte del territorio e dell’ecosistema. E siamo davvero sicuri che una politica neokeynesiana di investimenti pubblici porti ai risultati attesi da Tsipras in termini di ricchezza (un concetto che andrebbe approfondito e forse rivisto rispetto al passato) e di occupazione?

Luciano Gallino nei suoi interventi ha ricordato spesso che un “new deal” neokeynesiano, per avere effetto sull’occupazione, dovrebbe concentrarsi su settori ad alta intensità di manodopera, come l’agricoltura e la manutenzione del territorio, poiché la flessione radicale del numero degli occupati dipende anche dalle tecnologie che in molti comparti sostituiscono il lavoro umano.  Su questo punto un vecchio e saggio sindacalista come Pierre Carniti è intervenuto (vedi il suo libro “La risacca”) per rimarcare la necessità di redistribuire il lavoro, riducendo gli orari.

Certo l’intervento a Cernobbio è stato troppo stringato e legato a una situazione particolare (il forum dei finanzieri) perché potesse costituire l’occasione per un discorso d’insieme, ma il tema delle vie d’uscite dalla cosiddetta crisi di questi anni è ancora da approfondire. Le proposte di Syriza e della rinascente sinistra europea sono originali per la parte che riguarda il debito (l’idea di una condivisione europea e di una rinegoziazione sul modello attuato per la Germania nel 1953) e anche per lo spirito europeista che resiste, ma sono ancora troppo legate a un’idea di sviluppo che dev’essere invece superata.

Pare che in Grecia Syriza si sia organizzata, come partito, per stimolare risposte di tipo mutualistico alle difficoltà di vita quotidiana di larghe fasce della popolazione. Il mutualismo è parte significativa (anche gloriosa) della storia dei ceti popolari in Europa ma è stato frettolosamente accantonato nel dopoguerra. Sta tornando attuale. Perché non includere il rilancio del mutualismo e quindi nuove forme di economia sociale nelle strategie politiche per il dopo-crisi?

Oggi più che mai, con la disoccupazione  di massa che allenta i legami fra le persone e rispetto alle istituzioni pubbliche, dev’essere pensata un’economia che abbia precise finalità sociali. Alexander Langer, ormai molti anni fa, introdusse il concetto di “conversione ecologica” dell’economia e della società, una visione che è stata ignorata dalle sinistre e che oggi pare un’ancora di salvezza, sotto il profilo del pensiero politico, in una fase di smarrimento e confusione. E’ un concetto da riprendere con forza e sviluppare concretamente. Parlare genericamente di crescita e ricchezza non è sufficiente.

Oltretutto nei prossimi mesi i centrosinistra ufficiali riprenderanno in mano (lo stanno già facendo) alcune parole d’ordine ben conosciute sullo sviluppo, gli investimenti per la crescita eccetera, ripescando nel lessico riformista di famiglia. Qualcuno lo farà strumentalmente, senza osare lo scontro con la Troika, altri tenteranno in buona fede di tornare ad alcune vecchie pratiche socialdemocratiche. Lo stesso Tsipras, se dovesse vincere le prossime elezioni nazionali, si dovrà cimentare con l’applicazione delle sue proposte di politica economica, ma rischia di scoprire che nella mitica stanza del potere ci sono pochi bottoni e che quei pochi non funzionano più come un tempo.

Forse servirebbe a tutti, non solo a Syriza e alla Grecia, un allargamento dello sguardo e un’estensione delle proposte per l’uscita dalla crisi. 

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