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Ma sulle forze dell’ordine non fa comodo “cambiare verso”

14 agosto 2014

Ecco il testo del mio intervento al convegno su “Europa e repressione” organizzato a Genova il 19 luglio scorso dal Comitato Piazza Carlo Giuliani.

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Sono passati tredici anni dal G8 di Genova e abbiamo il dovere di chiederci in che modo il nostro paese, le sue istituzioni abbiano elaborato quanto avvenuto, quale sia stata la risposta democratica agli orrori di quei giorni. E’ una domanda retorica, perché conosciamo la risposta: non vi è stata risposta, perché è mancata un’elaborazione. Nel frattempo tutto è cambiato sotto i nostri occhi, almeno nei luoghi del potere politico nazionale.

mattanaL’uomo nuovo della politica italiana, il rottamatore nel quale l’establishment ripone tutte le sue speranze per un’uscita rapida dalla cosiddetta crisi e per il contenimento della rabbia e della sfiducia che cominciano a circolare fra i cittadini, al momento della sua presa del potere – perché di questo si è trattato, anche se i più lo hanno già dimenticato – ha snocciolato un piano d’intervento mai visto. Una riforma al mese: a marzo la giustizia, ad aprile la scuola, a maggio il lavoro, a giugno la burocrazia e via e via. Una specie di ciclone che promette di “cambiare verso”. In un mese – ha detto all’inizio – poi in cento e ora in mille giorni, in ogni caso c’è una missione da compiere: cambiare l’Italia, mentre gli altri protestano o fanno i gufi.

I gufi, a quanto pare, sono quei pochi che guardano con sospetto al furore futurista del nuovo capo del governo e preferiscono giudicare le cosiddette riforme per quello che sono. Nel caso della legge elettorale e dell’abolizione del voto per il Senato e le Province, ad esempio, stiamo cambiando verso, ma in direzione di una minore partecipazione democratica, di una soppressione di fatto della democrazia parlamentare in favore di una democrazia d’investitura priva di contrappesi significativi. Più che “cambiamo verso”, dovremmo dire: “cambiamo; verso una democrazia autoritaria” (la punteggiatura è tutto…)

D’altra parte è vero che l’Italia ha bisogno di un rinnovamento negli apparati dello stato e nella sua legislazione e non si può escludere che il ciclone renziano abbia anche effetti collaterali benefici.

Ad ogni buon conto, in attesa che i fatti – se possono – ci smentiscano, prendiamoci il ruolo dei gufi – fra l’altro animali splendidi e colpiti da un’immeritata cattiva fama – e domandiamoci perché l’ansia rottamatrice e la voglia di cambiare verso non abbia finora minimamente toccato le forze dell’ordine né tanto meno il loro precario rapporto con la cittadinanza. Nell’era renziana l’immobilismo è stato totale, in piena continuità con l’epoca pre-renziana e spicca semmai la nomina dell’intoccabile Gianni De Gennaro al vertice di Finmeccanica, a compimento di una parabola ai vertici delle varie istituzioni rimasta impermeabile a qualsivoglia considerazione di merito e di opportunità su vari aspetti della carriera dell’ex capo della polizia.

Ma andiamo per ordine. In tredici anni c’è stato tutto il tempo, per parlamenti e governi, di prendere atto della lezione venuta dal G8 di Genova e agire di conseguenza, in modo da porre rimedio alle gravi lacune emerse nell’ordinamento e nella prassi delle forze di polizia. Dico tredici anni perché su alcuni punti l’urgenza di un intervento è balzata subito all’evidenza. Pensiamo ai codici di riconoscimento sulle divise degli agenti in servizio d’ordine pubblico: è un intervento che fu consigliato addirittura da Pippo Micalizio nella sua relazione di fine luglio 2001 consegnata al capo della polizia De Gennaro, che lo aveva inviato a Genova all’indomani del blitz alla Diaz per un’ispezione interna. E pensiamo anche al vuoto legislativo in materia di tortura. Un vuoto che già all’epoca faceva parte delle doglianze rivolte di anno in anno da Amnesty International al parlamento, ma che ha poi assunto una dimensione nuova via via che procedeva l’inchiesta sui maltrattamenti nella caserma-carcere di Bolzaneto. Partiti politici attenti, un parlamento davvero cosciente dei propri compiti, avrebbero messo in cantiere queste due piccole riforme e le avrebbero portate a compimento in tempi brevi, specie la prima – quella sui codici di riconoscimento – che probabilmente nemmeno necessita di un intervento legislativo.

Colpevole inerzia

Come sappiamo niente è accaduto in questi anni. Niente anche sugli altri punti critici che i fatti del G8 e il post G8 hanno clamorosamente evidenziato. In testa il tema della formazione, che è come dire la necessità di un intervento radicale – di pulizia e di reindirizzo culturale – reso necessario dalla comprensione che le forze dell’ordine, a cominciare proprio dalla polizia di stato, si sono allontanate spaventosamente dalla cultura democratica. Non è un’iperbole, non è un’esagerazione. Ce lo dicono le sentenze, ce lo dicono i comportamenti in giudizio e fuori dal giudizio. Gli esempi sono innumerevoli. Potremmo cominciare ricordando che non c’è mai stato, ai vertici della polizia di stato, un vero, sincero e attivo rigetto di quei comportamenti – in strada, alla Diaz, a Bolzaneto – che hanno infangato l’immagine delle forze dell’ordine italiane, e più in generale il volto della nostra democrazia, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, oltre che dei nostri concittadini.

de-gennaro-gianniPotremmo proseguire ricordando qual è stata la reazione autentica alle inchieste avviate dalla magistratura, e prima ancora alla pubblicazione delle testimonianze su quanto avvenuto nel chiuso di scuole e caserme: non l’immediata e ferma volontà di conoscere i fatti e verificare le responsabilità, anche a prescindere dalle inchieste giudiziarie, bensì un tentativo di occultare i fatti, di sviare l’azione della magistratura, di coprire con pervicacia i responsabili degli abusi: una condotta – in breve – distante anni luce dai canoni democratici.

Potremmo parlare dei tentativi di boicottaggio dei processi, dell’ex questore condannato in secondo grado per falsa testimonianza nel processo Diaz; delle imbarazzanti intercettazioni telefoniche che dimostrano quanto si sia lavorato, fra imputati e ai più alti livelli della polizia di stato, per provare a disinnescare l’azione dei pm; o ancora della protervia con la quale si sono accordate promozioni agli imputati di rango più elevato, in spregio alla precisa norma europea che in casi del genere richiede la sospensione cautelativa degli indagati: una sospensione reputata necessaria proprio per salvaguardare la credibilità dell’istituzione.

Potremmo anche soffermarci sulla reazione alle condanne divenute definitive: abbiamo avuto un ex capo della polizia, nel frattempo divenuto sottosegretario, che solidarizza con i condannati; un nuovo capo della polizia che balbetta una frase del tipo “è il tempo delle scuse” senza trovare il modo poi di presentarle davvero quelle scuse, renderle esplicite e soprattutto accompagnate da fatti concreti; e ancora le imbarazzanti performance dei condannati davanti al tribunale di sorveglianza, che è stato alla fine costretto – in quasi tutti i casi – a negare le misure alternative al carcere di fronte al rifiuto di riconoscere le proprie responsabilità da parte degli imputati: nei fatti, un rifiuto del giudice e del ruolo che svolge in democrazia la magistratura, come organo di verifica e controllo.

Involuzione

Dicevo, tutti fatti e comportamenti che dimostrano un’abissale distanza dallo spirito e dalla prassi di una democrazia almeno dignitosa. Sotto questo profilo, i tredici anni trascorsi da Genova G8 hanno peggiorato la situazione. Le forze di polizia, strette in un angolo, rabbiosamente ostili alla magistratura, refrattarie all’idea di dover rendere conto del proprio operato anche di fronte ai cittadini, hanno optato per la prova di forza. Sia verso la magistratura, sia verso le istituzioni democratiche – parlamento e governo – e anche rispetto all’opinione pubblica.

A questo punto dobbiamo riconoscere che solo la magistratura ha svolto il proprio compito – sia pure con lacune vistose e ingiustizie palesi, si pensi alle spropositate condanne inflitte a una decina di cittadini per i cosiddetti fatti si strada o al mancato processo per l’omicidio di Carlo Giuliani e anche per il successivo vilipendio di cadavere.

Parlamenti e governi hanno fiancheggiato i vertici delle forze dell’ordine nella loro pretesa di copertura politica. Non sono state impedite nemmeno le condotte più eversive, come i palesi boicottaggi dei processi o i comportamenti processuali del tutto inadeguati alla situazione e al ruolo (nessun ministro dell’Interno, ad esempio, ha avuto nulla da obiettare quando altissimi dirigenti in carica si sono avvalsi della facoltà di non rispondere al processo Diaz).

Meno che mai si è pensato di intervenire sull’onda della considerazione più angosciante: com’è possibile che dipendenti dello stato, in così grande numero e per così tanto tempo – almeno tre giorni – abbiano violato così tanti princìpi costituzionali, arrivando a praticare sia a Bolzaneto sia alla Diaz ciò che possiamo tranquillamente definire tortura?

Genova G8, si potrebbe (e dovrebbe) fare qualcosaSi è rinunciato ad indagare sulla vita interna ai corpi di polizia, si sono accettate condotte arroganti e antidemocratiche. Lo stato, possiamo dire, ha fatto propri quei comportamenti, come testimonia – fatto passato colpevolmente sotto silenzio – la mancata costituzione dei ministeri come parti civili nei processi Diaz e Bolzaneto. Lo stato si è schierato dalla parte dei funzionari imputati, pur nella consapevolezza, precedente alla fine e anche all’inizio dei processi, delle gravissime e inescusabili violazioni compiute.

La tortura fra noi

Dicevamo che niente è stato fatto, ma è una valutazione imprecisa. In realtà è in discussione in parlamento – il senato ha già votato – un testo di legge che introduce il reato di tortura nel nostro ordinamento. Quel voto è stato salutato con favore e sollievo da molti, diciamo pure da troppi. Perché quel testo propone una versione minimalista e gravemente insufficiente del crimine di tortura, optando per una formulazione che si allontana per alcuni punti fondamentali per quella accreditata dalle Nazioni unite e che può essere considerata uno standard internazionale.

La legge approvata al senato qualifica la tortura come reato generico e non specifico del pubblico ufficiale, cioè lo depotenzia, lo svilisce, limitandosi a prevedere un’aggravante se il crimine in questione è commesso da pubblico ufficiale. Ma l’aggravante può essere ovviamente compensata dalle attenuanti e soprattutto con questa visione minimalista si finisce per mancare lo scopo principale della legge, cioè prevenire la tortura inviando a chi lavora nelle forze dell’ordine un chiaro e limpido messaggio di rifiuto solenne di ogni abuso commesso da uomini in divisa.

Quel testo è frutto di una mediazione con i vertici delle forze dell’ordine, da sempre contrari al reato di tortura, da loro vissuto come un sospetto, un atto di sfiducia: un atteggiamento a sua volta rivelatore di una grave carenza di cultura democratica, nonché dell’assenza di quell’attitudine alla trasparenza e al dovere di rendere conto dei propri comportamenti che dovrebbe caratterizzare le forze di sicurezza all’interno di un sistema democratico. I vertici di polizia – e, va detto, gli stessi sindacati – hanno su questo punto una posizione retrograda e inaccettabile, rispetto alla quale una mediazione non è possibile. In questa fase storica il parlamento deve assumersi la responsabilità democratica di adeguare la legislazione sulla tortura agli standard internazionali. Si sta invece scegliendo di stare un gradino sotto quello standard, anzi due gradini sotto, visto che questa legge nemmeno prevede la non prescrivibilità del reato. E l’Italia, visto quel che è accaduto a Genova nel 2001, avrebbe semmai bisogno di collocarsi un gradino sopra gli standard internazionali e avviare ad esempio un piano straordinario di formazione democratica e di prevenzione degli abusi.

Controriforme

Se questa legge sarà approvata così com’è, potremo dire che il “cambiare verso” della nuova fase politica avrà il sapore di altre riforme messe in cantiere. Sono riforme che ribaltano il senso di questo concetto: ce lo ha ricordato Ugo Mattei in un suo libretto, “Controriforme”. Le riforme, nel lessico storico-politico del Novecento, erano la via parlamentare al socialismo; comportavano un’estensione della democrazia e della partecipazione, del ruolo dello stato dell’economia: la riforma della sanità, la riforma psichiatrica, la riforma della scuola avevano questo significato. Da qualche anno – in questo senso sì – il concetto di riforma ha cambiato verso. “Fare le riforme” oggi significa smantellare le strutture pubbliche a vantaggio dei privati e del mercato; abbattere le garanzie e le tutele che ancora proteggono i lavoratori dallo strapotere dei padroni; ridurre la spesa pubblica e i servizi collegati; comprimere il diritto di voto e concentrare tutti i poteri nell’esecutivo, preferibilmente in un’unica persona.

susaSi sta insomma riformando la mancata legge sulla tortura, agendo addirittura nella fase della sua formazione. E si pensi all’idea dei codici di riconoscimento sulle divise degli agenti. Era un’urgenza tredici anni fa, ma oggi è fuori discussione. Ne parlò la ministra Cancellieri qualche tempo fa, di fronte al caso del poliziotto sorpreso dalle telecamere mentre maltrattava un ragazzo ormai inerme. Ma ritirò il suo proposito dopo un incontro coi sindacati di polizia. Ora il progetto è ben chiuso in un cassetto blindato e c’è da temere – anche qui – gli effetti di un cambiamento di verso.

Arretramenti

Qualche settimana fa un sindacato si polizia, il Sap, quello degli applausi agli agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi, ha annunciato che doterà un gruppo di agenti di una “spy pen”, cioè una penna da taschino con annessa telecamera. In questo modo, secondo il Sap, si documenterebbe quello che è il vero problema delle manifestazioni: le aggressioni ai poliziotti. Siamo davanti a un ribaltamento anche concettuale dei compiti delle forze dell’ordine, con una pericolosa negazione delle proprie funzioni di garanzia. Il Sap ha esposto questa sua belle idea in una conferenza stampa tenuta alla questura di Pistoia, conferenza stampa alla quale è intervenuta una parlamentare locale, manco a dirlo eletta con il Partito democratico. A precisa domanda di un giornalista se non trovasse una contraddizione fra la proposta del Sap e l’idea di introdurre l’obbligo di indossare codici di riconoscimenti, l’onorevole Caterina Bini ha risposto “non so”, passando subito a lodare la “spy pen”. Dabbenaggine? Malafede? Di sicuro è un modo per “cambiare verso”, nel senso che dicevamo prima.

Ribaltamento di senso

Alla fine tocca comunque prendere atto della realtà. Il disegno di riforme – cioè di controriforme – che sta prevalendo va nella direzione di un concentrazione dei poteri nell’esecutivo e di una risposta alla crescente sfiducia dei cittadini – testimoniata anche dalla rinuncia ad esercitare il diritto di voto – attraverso la concentrazione non solo dei poteri ma anche delle speranze nella figura di un’unica persona e della sua corte di funzionari.

Un passo indietro sotto il profilo di ciò che normalmente si intende per democrazia. Potremmo dire che stiamo cambiando verso in un modo molto particolare: è come se le istituzioni elettive si fossero messe sulla scia delle forze dell’ordine e non viceversa. Invece di una riforma democratica (come la intendiamo noi) delle forze dell’ordine, abbiamo una riforma – cioè una controriforma – della democrazia secondo l’esempio dato dalle forze dell’ordine, che alla fine risultano, con la loro condotta genovese, non già un esempio deteriore, ma una specie di insegnamento: la via della chiusura, della concentrazione dei poteri, dell’oligarchia che si stringe attorno al suo capo diventa una specie di modello. Non può quindi sorprendere che la rottamazione non abbia nemmeno lambito le forze dell’ordine e che l’eterno De Gennaro, il più rottamabile – per anzianità e per problematicità di servizio – sia ancora fra gli oligarchi del nostro paese.

E’ dunque questo il “nuovo” che accompagna la presa del potere dell’attuale, popolarissimo presidente del consiglio e come vediamo c’è molto di antico in tutto ciò. Un’altra autobiografia della nazione. Sul mensile lo Straniero è stato ripubblicato un intervento di Giulio Bollati sul trasformismo, uno dei punti fermi dell’identità italiana. Scrive Bollati che il trasformismo si caratterizza per la “distanza fra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi, per l’abilità nel far propri temi e parole dell’avversario per svuotarli di significato, per la disponibilità a lasciarsi catturare, contrasti in pubblico e accordi in privato. Il trasformismo è apparenza, spettacolo, indifferenza al merito delle questioni. Il suo scopo è il potere come tale”. Mi pare una chiave di lettura importante, per quanto decisamente impopolare in un paese nel quale il sistema mediatico e politico è impegnato come mai prima a descrivere la “rivoluzione” del rottamatore.

Rileggere Orwell

Tanto entusiasmo – e anche, diciamolo, tanta rassegnazione nel campo di chi non si riconosce nel nuovismo rottamatore – fanno un po’ spavento e riportano alla mente una delle categorie individuare da George Orwell in “1984” per descrivere gli assi portanti dei regimi autoritari: il bi-pensiero. Cioè quell’attitudine psicologica per cui si vive in un perenne autoinganno: ci si convince della veridicità di una cosa pur sapendo che è falsa; si interiorizza l’idea che stiamo vivendo una rivoluzione o un cambiare verso, pur sapendo che ciò che si chiama riforma è in verità una controriforma. Non staremo già applicando al renzismo il bipensiero?

Se questo è vero, qual è il nostro compito? Che cosa si può fare? Domande molto grandi, che richiedono risposte impegnative. Preferisco non esorbitare dal mio compito e limitarmi all’ambito che ho trattato finora. E allora dico che una strada per combattere l’autoritarismo che monta e il bipensiero che si insinua nella società, è la via maestra della cultura. Credo che il nostro compito sia dire la verità. E’ il nostro compito storico, istituzionale: mi riferisco ai comitati nati per iniziative di vittime di soprusi o di loro familiari. Siamo liberi da interessi politici, da condizionamenti di sorta. E’ quel che abbiamo fatto finora. E’ quel che dovrebbero fare le organizzazioni della cosiddetta società civile, spesso – purtroppo – condizionate dai poteri dominanti e quindi complici della diffusione del bipensiero.

E’ perciò che dispiace, per citare un caso recente, organizzazioni che da anni e anni sostengono il varo di una vera legge sulla tortura, parlo di quelle organizzazioni dalle quali abbiamo imparato quasi tutto in materia, e che ora accettano la logica del meno peggio con parole oramai consunte dall’uso e che andrebbero lasciate ai professionisti della mediazione parlamentare, i quali si accontentano di ottenere un risultato purchessia, riparandosi dietro un’affermazione troppe volte sentita: “questo è il massimo che si può ottenere”. Se chi ha il prestigio e la competenza per dire la verità e fornire una bussola d’orientamento a chi guarda da lontano, scende su logiche di mera mediazione parlamentare al ribasso, che fine fa la verità? Come si fa a evitare che il bipensiero diventi la forma mentis dominante?

Dunque non ho risposte generali, ma un’indicazione particolare: non stanchiamoci di lottare e di dire la verità, per quanto minoritaria e sul momento ignorata essa sia. Il bipensiero non è per sempre, l’autoritarismo non è per sempre e quindi è di fondamentale importanza che restino accese delle luci a indicare qual è la possibile via d’uscita.

Genova, 19 luglio 2014

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One Comment leave one →
  1. Paola Re permalink
    17 agosto 2014 23:07

    E’ un intervento perfetto. Non avresti potuto spiegare meglio il marcio di cui siamo circondati. Ho letto “L’eclisse della democrazia” e credo che sia la migliore informazione sui fatti di Genova.
    E’ perfetto il riferimento a Orwell. Ci sarà pure un motivo per cui ci verrà in mente Orwell pensando alla nostra situazione politica… Ti chiedi se non staremo già applicando al renzismo il bipensiero. Io credo di sì.
    Le associazioni e i comitati, quella forma di sussidiarietà orizzontale a cui facciamo sempre più spesso ricorso, pare che siano davvero l’unico scoglio a cui aggrapparci ma qualcuno si chiedeva come può uno scoglio arginare il mare. E’ difficile anche per loro non essere contagiati da certi virus letali che si diffondono dai palazzi del potere e dalle lobbies.
    Comunque hai scritto bene: il bipensiero non è per sempre quindi i mezzi per uscirne si devono trovare e, come scrivi tu, dire la verità è il mezzo migliore.
    Riguardo al cambiare verso di Renzi, hai scritto benissimo “cambiamo; verso una democrazia autoritaria” (la punteggiatura è tutto…). Non solo la punteggiatura è tutto: anche le parole omografe hanno il loro fascino e “verso” ce l’ha.
    Nella perfezione dell’intervento, non poteva mancare il battito del tuo cuore antispecista in difesa del gufo. Hai ragione ad avere puntualizzato che i gufi sono animali splendidi e colpiti da un’immeritata cattiva fama. Di gufi Renzi non sa nulla e, se pensiamo che ha fatto il boy scout, la sua ignoranza è imperdonabile. Riferendosi agli animali non umani con espressioni che ne denigrano la dignità, induce a considerarli esseri di basso livello nella scala dei valori morali. Bisogna spiegare a Renzi che linguaggio e pensiero si influenzano reciprocamente perché il pensiero si esprime anche attraverso il linguaggio e il linguaggio a sua volta ridetermina il pensiero: rivedere il linguaggio è allora molto importante perché aiuta a generare il cambiamento. Un cambiamento di verso anche sulla questione animale farebbe bene a tutti.

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