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Carta bianca a Renzi e la sinistra costretta a correre per non morire

26 maggio 2014

Possiamo dire che Matteo Renzi ha avuto carta bianca per il suo piano di cosiddette riforme, che potrà procedere speditamente grazie al consenso ottenuto dal Pd: il premier potrà sempre appellarsi al consenso popolare, in caso di difficoltà, e minacciare elezioni anticipate. Il programma è noto: riduzione delle tasse; altri bonus in busta paga per nuove fasce di cittadini; taglio di fondi alle amministrazioni locali (cioè riduzione dei servizi); privatizzazioni massicce; deregulation varie nel campo del lavoro, dell’edilizia eccetera; legge elettorale ultra maggioritaria. Il tutto cercando di correggere – per quel poco che si può – le politiche europee di austerity, legate all’ideologia neoliberale dominante in tutte le istituzioni della Ue quindi molto molto solide e modificabili solo per alcuni dettagli. Il tutto inseguendo la chimera della ripresa e della crescita, la speranza che ha probabilmente animato gli elettori italiani, convinti che qualche decimale in più nel Pil, da ottenere con le cosiddette riforme annunciate da Renzi, porterà nuova occupazione e il mantenimento dei servizi pubblici che vengono normalmente dati per scontati (sanità, scuola eccetera).
La ripresa e l’aumento del Pil sono in realtà  argomenti virtuali agitati dai tecnocrati e dai capi politici neoliberali in assenza di un’alternativa che sia alla loro portata (l’alternativa porta fuori dal paradigma neoliberale). Gli elettori prima o poi scopriranno che la chimera della ripresa è appunto tale (è dal 2008 che viene annunciata la ripresa entro pochi mesi…) e che in ogni caso l’alta disoccupazione in Europa è un dato strutturale. Scopriranno prima o poi che il progetto delle élite politiche neoliberali è quello dichiarato da Mario Draghi l’anno scorso – la fine del sistema sociale europeo, che andrà fortemente ridotto e assegnato ai privati – e precisato da JP Morgan quando ha sostenuto che le costituzioni antifasciste nate dopo la guerra sono un ostacolo perché concedono troppi diritti di lavoratori e ai cittadini che contestano il potere.
La missione di Renzi nei prossimi mesi e anni sarà quella di rallentare e rimandare lo smascheramento dell’illusione neoliberale, una sorta di religione – come dice Luciano Gallino – visto che non ammette confutazioni sulla base dei fatti storici (la recessione in atto da anni, secondo i sacerdoti di quella dottrina, non è dovuta al fallimento delle sue premesse e promesse, bensì a un’imperfetta applicazione delle regole-dogmi della religione stessa).


La cosiddetta crisi è in realtà un sistema di governo che per resistere – in presenza di alta e crescente disoccupazione, destrutturazione dello stato sociale, immiserimento della vita causa mercificazione di ogni aspetto dell’esistenza – dev’essere verticistico e tendenzialmente autoritario: i cittadini devono stare al loro posto, votare ogni 4-5 anni e nel frattempo affidarsi alle oligarchie finanziarie, tecnocratiche e politiche dominanti. Perciò si preme per sistemi poltici fortemente maggioritari e fortemente personalizzati. Renzi si muoverà subito in questa direzione, e potrà contare nel tempo sull’appoggio dei grandi media per le sue politiche neoliberali e anche per mascherarne gli effetti nefasti e gli insuccessi rispetto alle grandi promesse formulate nelle settimane scorse (e molte altre sono in arrivo).
La domanda ora è questa: è ancora possibile immaginare la costruzione di un’area culturale e politica al di fuori dell’ideologia neoliberale? Qualcosa che prefiguri una via d’uscita? In Grecia sono riusciti a costruire un partito – Syriza – che ha ottenuto la maggioranza relativa sulla base di una cultura e di una proposta di totale rottura col paradigma neoliberale. Syriza è il primo partito del paese, ma non ha davvero sfondato (è al 26%), e potrebbe tuttavia arrivare al potere sfruttando il sistema elettorale nazionale maggioritario pensato in altri tempi. In Spagna la lunga protesta degli indignados ha avuto un’eco elettorale in una lista che è arrivata all’8 per cento. In Italia la lista Altra Europa per Tsipras ha superato faticosamente la soglia del 4% e ora deve pensare al suo futuro. Qualcosa insomma si sta muovendo in una direzione che non è quella che pare prevalere in paesi come la Gran Bretagna e la Francia. Nonostante la batosta di questo turno elettorale, è possibile – oltre che necessario – ripartire.
La via sembra obbligata e conduce fuori da ogni riserva circa la natura del Pd e delle forze di centrosinistra legate alle politiche di austerity e all’eredità del blairismo, quest’ultima rivendicata non a caso da Matteo Renzi – un politico di cultura democristiana – come suo principale se non unico legame con la sinistra. L’Altra Europa per Tsipras, superata la prova elettorale e quindi archiviata la prima fase della sua vita, farebbe bene a mettere subito in cantiere la sua trasformazione in forza politica autonoma e nuova, confidando senza indugi sulla necessità di cambiare metodi e regole rispetto alla tradizione dei partiti del ‘900. E’ un percorso complicato e impegnativo, ma sarebbe suicida seguire le vie del passato, che siano tentativi assembleari, assemblaggi forzati sotto lo slogan della “unità della sinistra”, improbabili federazioni delle debolezze già esistenti.

La costruzione dovrebbe cominciare subito, lasciando perdere ogni mediazione: se qualcuno, fra le forze che hanno sostenuto la Lista Tsipras, ritiene ancora giusto impegnarsi nella prospettiva del centrosinistra, cioè di una possibile alleanza con il Pd, dovrebbe essere invitato a seguire la sua strada, senza drammi né rancori ma anche senza indugi. Intanto ci sarà da lottare nella società per contestare e se possibile bloccare i progetti peggiori del Pd renziano: la deregulation, Expo, tunnel e grandi opere inutili, mercificazione della cultura, riforma ultramaggioritaria e plebiscitaria del sistema politico. E ci sarà da seguire l’evoluzione del Movimento 5 Stelle, che su alcuni di questi temi è attento e presente, ma sul cui futuro al momento è davvero difficile dire.

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