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Il degrado della politica e dei diritti civili

20 maggio 2014
Sotto il testo inviato a un’iniziativa che si è svolta ad Aosta, alla quale sono stato invitato, senza che potessi però partecipare. E’ una lettera dalla Firenze che nega i diritti e che fa tragicamente scuola, dai lavavetri in poi. Qui un resoconto della serata.
FIRENZE E LA SUA GUERRA AI POVERI
Quest’anno non sono con voi ad Aosta e allora voglio mandarvi un messaggio da e su Firenze, la città nella quale vivo da qualche anno. Questa città ha responsabilità dirette per un certo degrado dei diritti civili nel nostro paese. L’amministrazione locale fu parte attiva di quella brutta stagione che possiamo definire delle ordinanze dei sindaci contro la presunta emergenza sicurezza.
Era il 2007 e si era nel pieno della campagna politica e mediatica che strumentalizzava il fenomeno migratorio, indicando con toni allarmistici quanto infondati il rischio che il paese correva sotto il profilo della criminalità. Era un modo per invocare legge e ordine e guadagnare consenso lavorando su incertezze e paure popolari, alimentate ad arte. Un classico della destra politica autoritaria.
Fu un fatto tragico, e destinato ad avere effetti di lunga durata, per perdurano ancora oggi, la scelta delle forze progressiste e di centrosinistra di partecipare attivamente a quella campagna, facendo concorrenza alla destra sul suo stesso terreno, a suon di allarmi, pacchetti sicurezza, ordinanze di divieto dirette verso immigrati e poveri cristi.
Proprio Firenze fu teatro della svolta, con l’ordinanza sui lavavetri firmata dall’assessore Graziano Cioni e dal sindaco Leonardo Domenici. Un’amministrazione di centrosinistra, un assessore e un sindaco provenienti dal Pci, mettevano all’indice poche decine di persone povere che cercavano di guadagnarsi da vivere offrendo un piccolo servizio di strada, ad alcuni semafori della città, in cambio di una moneta. Si disse  – sfidando il ridicolo – che quei pochi lavavetri mettevano a repentaglio la sicurezza degli automobilisti e che il valore della legalità andava anteposto a tutto.
lavaQuell’ordinanza diventò una bandiera di una sinistra che faceva suoi i temi, gli slogan, le prospettive delle destre. L’ordinanza fu imitata da molti sindaci che fin lì avevano esitato, coscienti di pestare un terreno estraneo storicamente alle forze democratiche e progressiste, forze che hanno sempre saputo distinguere nella condizione umana della povertà, dell’esclusione, della marginalità un tema dell’impegno civile e politico, e non un elemento di fastidio per la maggioranza bianca, benestante, insofferente alla vista degli esclusi.
Stiamo ancora pagando quella svolta, che ha prodotto effetti gravi e profondi sul piano simbolico e del pensiero, oltre che su quello più direttamente politico. Col tempo si è perso ulteriore terreno, perché una cultura dei diritti, una prospettiva di giustizia sociale, una visione non provinciale della vita pubblica e privata non si improvvisano.
E’ così che il mese scorso, sempre a Firenze, il Comitato per l’ordine pubblico – composto da prefetto, questore, sindaco e altre figure istituzionali – ha deciso di avviare un servizio di pattugliamento all’interno della stazione Santa Maria Novella, non già per perseguire o impedire reati, bensì – dichiaratamente – per allontanare quei mendicanti che chiedevano l’elemosina ai viaggiatori nei pressi delle biglietterie automatiche.
Il Comitato per l’ordine pubblico, nel comunicato che spiega la scelta, ha precisato che nessun reato è stato commesso – chiedere l’elemosina non è illegale, almeno per ora – e ha quindi giustificato la scelta con queste testuali parole: “Non tanto sotto il profilo dei reati, non è stato registrato infatti un aumento né di furti né scippi, quanto piuttosto il ripetersi verso i viaggiatori di comportamenti molesti, talvolta anche arroganti, ma che non sconfinano in ambito penale, da parte di un gran numero di mendicanti, in particolare di etnia rom. Più avanti si parla di “vivibilità e decoro” e di salvaguardia della stazione come “biglietto da visita della città”.
Non deve sfuggire la gravità di simili affermazioni. Si schierano le forze dell’ordine perché i viaggiatori non siano infastiditi, si agisce per allontanare dalla vista persone considerate “moleste” perché povere e si arriva al punto di usare come argomento valido a motivare l’intervento il fatto che i mendicanti in questione siano di “etnia rom”, dove il termine etnia è usato per evitare il più scomodo “razza”, ma con lo stesso intento, e dove la scelta di indicare l’appartenenza culturale delle persone in questione ha un chiaro e gravissimo significato discriminatorio.
Questo comunicato è valso al Comitato per l’ordine pubblico una segnalazione all’Unar (l’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali), ma è facile prevedere come finirà: chi oserà contestare al prefetto, al questore, al sindaco il loro linguaggio – e il loro pensiero – apertamente discriminatori?
Questo avviene a Firenze, a riprova che il senso comune, anche in seno alle istituzioni, ha subito una grave degradazione della sua qualità, con il risultato che gli stereotipi negativi, i pregiudizi, le pratiche discriminatorie e gli stessi concetti più tossici della retorica della sicurezza – il degrado, il decoro eccetera – trovano una potente amplificazione.
Quale sia la strada da seguire, a questo punto, a me sembra chiaro: si tratta di ricostruire dalle fondamenta una cultura democratica tout court, rammentando a chi li ha persi per strada che ci sono valori e idee che non possono e non devono tramontare: in testa l’uguaglianza. Sono convinto che riusciremo a concretizzare questo impegno nella misure in cui saremo in grado di ascoltare gli altri, i diversi da noi e di imparare da chi ci sta vicino.
Un caro saluto da Firenze
Lorenzo Guadagnucci
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