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“I buoni” di Rastello, un racconto scomodo

12 maggio 2014

Una recensione al libro di Luca Rastello “I buoni” (Chiarelettere) uscita sul QN sabato 10 maggio. E’ un libro da leggere assolutamente: affronta con coraggio il tema della cooptazione da parte del sistema dei suoi oppositori. La grande ong che lotta contro la mafia, per sottrarre gli ultimissimi alla deriva, diventa una macchina di potere che ha continuo bisogno di soldi e che cede a quei meccanismi di marketing, narcisismo, logica d’impresa che in teoria combatte.  E’ un libro di cui si è parlato molto, ma senza scavare davvero su quei mondi che sono assimilabili all’organizzazione “In punta di piedi” protagonista del romanzo. E’ difficile parlare dei “buoni”, perché mettono in discussione tante strategie più o meno consapevoli di autoconsolazione. Rastello già in passato aveva dato prove importanti della sua capacità di raccontare vicende difficili, scabrose, con grande maestria. Penso in particolare a “La guerra in casa” (Einaudi) sulla guerra in Bosnia, ma anche ai libri sulla Tav, il diritto d’asilo e altri.

Luca Rastello ha scritto un romanzo dirompente. Si intitola “I buoni” e propone un ritratto sconvolgente di quello spicchio del “non profit” cresciuto al punto di diventare azienda e luogo di potere. È un romanzo pieno di co-protagonisti: Aza, ragazza salvata dalla vita di strada in Romania e inserita nella struttura associativa fino ad assorbirne le perverse logiche interne; Andrea, il giornalista e cooperante che porta Aza in Italia; l’urtante Livio Delfino, ambizioso e spregiudicato, tanto abile nel sostenere l’immagine di una struttura diversa, impegnata nella lotta alle mafie e per la tutela della legalità, quanto scaltro nei comportamenti privati, incluso il più classico utilizzo del potere maschile nei rapporti con le giovanissime affiliate all’organizzazione (chiamata In punta di piedi).

C’è poi il leader carismatico e fondatore, don Silvano, uomo dai toni ieratici, dietro i quali si cela una silenziosa e cinica accettazione del “sistema” necessario a mantenere una struttura troppo grande, troppo costosa e soprattutto troppo lontana dalla pratica concreta dei valori professati. Dentro In punta di piedi non si rispettano i diritti sindacali, si impiegano in nero gli immigrati, si falsificano i bilanci, si cerca e si ottiene la protezione di magistrati compiacenti, si accettano donazioni milionarie da manager di grido che finiscono in galera. È uno spaccato impietoso che assume i contorni del reportage, sia perché Rastello conosce bene la materia (è stato direttore della rivista Narcomafie legata a Libera), sia perché l’autore dissemina il romanzo di indizi che portano proprio al Gruppo Abele di don Ciotti.

Un accostamento che Rastello ha negato con un accorato intervento disponibile in rete (“Don Silvano — ha scritto — sono io”), senza tuttavia convincere chi abbia una minima conoscenza di quella realtà. È vero, tuttavia, che in fondo poco importa: “I buoni” ha un valore generale, descrive quel che accade quando il narcisismo, la logica d’impresa, il marketing, i legami di potere, i deficit di democrazia e di trasparenza si insinuano nelle organizzazioni nate per cambiare (o almeno migliorare) il mondo.

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