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Il partito della polizia vs democrazia

25 marzo 2014

C’è un passaggio di questo libro, “Il partito della polizia” di Marco Preve (Chiarelettere editore), che ne riassume il senso. E’ un brano della lunga testimonianza affidata all’autore da Enrico Zucca, il pm del processo Diaz. Il magistrato fa riferimento a un’osservazione risalente al 2001 di Francesco Gratteri, l’alto dirigente poi condannato in via definitiva nel processo Diaz, sul fatto che le perquisizioni si conducono  “in maniera energica”: “La valutazione di Gratteri – dice Zucca – riassume in sé quella che più che una tesi difensiva diventerà una tesi negazionista tout court, a riprova dell’assenza di ogni traccia di cultura democratica in quell’istituzione che credevamo essere invece, dopo la riforma tanto agognata, un corpo smilitarizzato pienamente inserito nella vita democratica del paese”.

 
E’ un punto chiave, per certi versi drammatico, offerto alla riflessione da questo spigoloso libro, specie in anni come questi di declino generale della credibilità delle istituzioni. La polizia di stato, riformata nel 1981, si è rivelata incapace di garantire trasparenza e in più occasioni – a volte eclatanti, come appunto al G8 di Genova – ha dimostrato una preoccupante inclinazione a sviare dal rispetto delle regole del gioco democratico. Marco Preve descrive una struttura dominata da un gruppo di potere che si è raccolto attorno alla figura di Gianni De Gennaro e che è passato indenne da disastri come il G8 o lo scandalo Finmeccanica, oltre a rimanere immune anche di fronte al fondato sospetto che l’abuso di potere sia una pratica piuttosto diffusa e non un’eccezione dovuta alle classiche mele marce.

 
La vicenda Diaz è uno degli assi portanti del libro e Marco Preve non perdona nulla ai “De Gennaro boys”, né la condotta tenuta quella notte di luglio del 2001, né il comportamento degli anni successivi, con il rifiuto di ogni autocritica, le promozioni acquisite a inchieste ancora aperte, il rigetto – anche a sentenza definitiva – di ogni assunzione di responsabilità. Zucca, su questi punti, firma i passaggi più duri, con argomenti stringenti, e l’autore li accoglie e li sviluppa.

 
Zucca sulla condotta processuale degli imputati (fra loro altissimi dirigenti come Gratteri, Luperi, Caldarozzi): “Credo che quello per i fatti della Diaz sia stato l’unico processo al mondo in cui i poliziotti si sono trincerati dietro il silenzio, non hanno accettato il confronto, hanno di fatto rifiutato il giudice”. Sulla credibilità d’insieme: “La vicenda del G8 genovese ha posto drammaticamente in evidenza un interrogativo che si è voluto a tutti i costi esorcizzare, e cioè se i reati commessi dai poliziotti fossero il frutto di una devianza originata da condizioni eccezionali, o comunque estreme, o non fossero l’emersione di un fenomeno e di prassi deteriori che allignano nel corpo di polizia ordinariamente e che nulla si fa per contrastare (…) Il dato diventa più emblematico se si considera il numero complessivo dei reati di falso commessi da poliziotti in occasione degli arresti effettuati nel corso delle quattro giornate del vertice di Genova. La maggior parte di quegli arresti, circa due terzi, è risultata illegale e sorretta dalla pratica del falso”.

 
Si potrebbe continuare su molti altri punti, ma Marco Preve offre un ulteriore spunto di riflessione, ricostruendo le carriere dei “superpoliziotti” arrivati al vertice di polizia insieme con “lo squalo” De Gennaro. Sono le carriere dei vari Manganelli, Caldarozzi, Gratteri, Marangoni, Izzo, fino all’attuale capo della polizia Pansa. Emerge il ritratto di un “sistema” fortemente autoreferenziale, una cordata vincente sorretta dall’abilità politica e diplomatica del “capo” e dalla sua vasta rete di sostegni politici.

 

 

 

L’autore ricollega episodi noti e altri poco noti, come i 170mila euro di risarcimento pagati dallo stato, su decisione di un tribunale, per le scorrette procedure di assunzione alla Dia sotto la gestione De Gennaro, e mette in luce come certe carriere siano state possibili, per la loro durata e per essere proseguite anche dopo alcuni gravi incidenti di percorso, solo grazie al “sistema de Gennaro”.
C’è la vicenda di Nicola Izzo, in origine sindacalista del Sap, questore di Torino nel 1999 al tempo della famosa devastazione del centro sociale Askatasuna durante una perquisizione e poi questore di Napoli nel 2002, quando decine di poliziotti insorsero, circondando la questura, per protestare contro gli arresti di otto agenti decisi dalla magistratura per gli abusi nella caserma Raniero nel marzo 2001 (un’anticipazione di Bolzaneto, chiusa in tribunale con condanne in primo grado e successiva prescrizione). Lo stesso Izzo, divenuto vice capo della polizia, si dimetterà nel 2013 perché chiamato in causa dal “corvo” autore del dettagliato dossier sugli appalti gestiti dai poliziotti-manager dell’ufficio logistica. Gli succederà Alessandro Marangoni, suo braccio destro ai tempi di Napoli.

 

 

E c’è – ancora – il caso di Oscar Fioriolli, il questore inviato a “normalizzare” Genova nell’agosto 2001, finito agli arresti domiciliari a Napoli nel 2013 per un’inchiesta sugli appalti per la sicurezza assegnati al gruppo Finmeccanica e citato in passato per un’altra vicenda sulla quale Preve si sofferma: il caso Dozier, l’ufficiale statunitense rapito dalla Brigate Rosse. Fioriolli, con Luciano De Gregorio e Salvatore Genova fece parte a quel tempo di un gruppo di agenti impiegato in “operazioni speciali” antiterrorismo. Genova più tardi darà testimonianze forti sui metodi usati per estorcere informazioni ai brigatisti arrestati: è il fantasma della tortura che nel 2001 emergerà e scioccherà per via di abusi subiti stavolta da “normali” cittadini.

 

Preve si sofferma sul sostegno garantito, anche dopo il G8 genovese, dalle forze di centrosinistra (a volte anche di sinistra sinistra), che hanno rinunciato a schierarsi dalla parte dei cittadini offesi per proteggere, più o meno apertamente, le carriere dei “De Gennaro boys”. Preve cita Luciano Violante, Giuliano Amato, Francesco Forgione, Felice Casson, Antonio Ingroia, ma non risparmia quei personaggi e quei gruppi del movimento antimafia usciti più volte allo scoperto per esprimere solidarietà e sostegno a quei poliziotti condannati nel processo Diaz che proprio nella lotta alla mafia sono cresciuti e si sono affermati professionalmente. L’antimafia è intoccabile, suggerisce Preve.

 

Un altro punto chiave è il ruolo della stampa. Anche qui il giudizio è impietoso. Zucca si sofferma sugli articoli usciti alla vigilia della sentenza di Cassazione per il processo Diaz, nel luglio 2012. “Dalle pagine del Corriere della sera, della Repubblica, della Stampa i commenti di Giovanni Bianconi, Carlo Bonini, Guido Ruotolo ricostruivano la vicenda sulla base esclusiva delle linee difensive che nel processo non avevano mai trovato spazio, né come è ovvio nella condanna in Appello, ma neppure nella sentenza di primo grado, e nel contempo ascrivevano alle inchieste della procura tesi mai sostenute, per invocarne l’infondatezza”.

 

 

E Preve rincara, segnalando una generale ed evidente sudditanza della grande stampa rispetto alla polizia e ai “De Gennaro boys”. I poliziotti condannati nel processo Diaz sono indicati regolarmente come “i migliori”; sulla Stampa, in un commento dopo la sentenza definitiva del 2012, si arriva a scrivere: “in molti speravano che arrivasse una sentenza saggia prima ancora che giusta”.

 

 

Ci sono molte piste in questo libro, scritto dall’autore con un trasparente sentimento di sdegno, da cronista che molte delle vicende raccontate ha vissuto in prima persona, lavorando alla cronaca genovese di Repubblica. Più volte Preve si domanda se certe cautele, certi riguardi, certi silenzi, ci sarebbero stati, non tanto per cittadini comuni, quanto per sindaci, amministratori, magistrati implicati in fatti di analoga gravità. Naturalmente no. Nel nostro paese, lo abbiamo detto tante volte, parlare di polizia non si può, se non per esprimere sostegno, ammirazione, fiducia. C’è una paralisi cognitiva e comunicativa che resiste nel tempo.

 

 

Nell’intervista in appendice il criminologo Francesco Carrer sostiene che ogni paese ha la polizia che si merita: può essere vero, ma visti i fatti degli ultimi anni questa valutazione fatalistica rischia d’essere un alibi per lasciar correre. Perciò è forse il caso di puntare il dito, più che sui “De Gennaro boys” e la loro subcultura autoreferenziale, su chi dovrebbe controllare, interrogare, criticare quel sistema: gli organi politici, i giornalisti, il vasto mondo della cittadinanza attiva, oltreché – naturalmente, ma in ultima ed estrema battuta – la magistratura.

 

 

E’ su questo piano che la nostra democrazia sta perdendo la sfida.

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One Comment leave one →
  1. 26 marzo 2014 17:04

    Ho trascorso quasi 30 anni della mia vita lavorativa all’interno della polizia.
    Fui tra le prime donne arruolate, conobbi l’amministrazione quando ancora essa conservava un assetto militare, nonostante i 6 anni trascorsi dalla riforma.
    Per le prime di noi fu un’esperienza durissima, quasi nulla era stato predisposto per accogliere quel cambiamento necessario che fu la smilitarizzazione del corpo e l’apertura dell’ingresso alle donne.
    A vincere i concorsi erano in maggior misura donne e uomini frequentemente diplomati e laureati.
    Donne e cultura non sono riuscite a modificare il dna di un corpo che non ha saputo elaborare davvero una cultura della sicurezza e della democrazia.
    Nel corso dei decenni si e’ registrato un drammatico declino che negli ultimi 15 anni ha subito una accelerazione: sempre piu’ sono prevalse le statistiche, sempre meno ha funzionato lo scambio con il mondo civile e la cultura per avvicinare il piu’ possibile il corpo alle persone.
    Conosco il senso di solitudine e di abbandono, la consapevolezza di “essere sacrificabili”, l’alienazione di compiere servizi privi di logica e di buon senso.
    Il divario tra gli appartenenti ai ruoli subaltermi e la classe dirigente e’ una sostanziale dicotomia.
    Il filtro degli arruolamenti e’ mutato: da svariati anni i concorsi vengono banditi solo per coloro che abbiano svolto due anni di servizio nell’esercito. Questo ha determinato praticamente la scomparsa delle donne dai ruoli subaltermi e l’abbassamento del livello culturale dei nuovi assunti.
    Fino ai fatti di Genova nessuno del mondo della stampa, della cultura, ha mai sentito la necessita’ di monitorare da vicino questa realta’, nonostante fosse da tempo evidente il doppio livello di gestione di tutto l’apparato burocratico e statale.

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