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Il debito e l’Europa: “alla Tsipras” o “alla Troika”?

8 febbraio 2014

Alexis Tsipras e la Sinistra europea hanno già un merito, comunque vadano le elezioni europee di maggio: hanno messo al centro dell’attenzione e quindi della campagna elettorale il tema del debito. O meglio: il fatto che la questione del debito dev’essere ribaltata. Oggi nel discorso politico corrente il debito è il grande alibi per giustificare le politiche di austerity e di espansione della logica neoliberista: liberalizzazione della finanza e di tutti i mercati; riduzione di diritti, garanzie e retribuzioni dei lavoratori; obbligo di pareggio dei bilanci pubblici eccetera. Si dice che il debito di alcuni stati, in particolare quelli del Sud Europa, è così alto che altro non si può fare. Lasciando intedere che i singoli stati e i loro cittadini sono responsabili di quegli eccessi di debito; lo slogan preferito è: “Quei paesi hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi, le politiche sociali sono state eccessive”.

Quest’approccio è falso fin nella sua radice, come hanno mostrato e dimostrato, fra gli altri, Francuccio Gesualdi e Luciano Gallino nei loro recentissimi libri. E c’è ormai una letteratura assai vasta che contraddice la vulgata neoliberista, acriticamente accettata dai media. L’origine del debitoè ben altra e va ricercata proprio nella dottrina neoliberista e nella sua applicazione, cioè nella smisurata espansione della finanza, nell’incauto comportamento di banche e altri enti finanziari , nella riduzione della progressività delle imposte sul reddito, nelle eccessive diseguaglianze sociali e di reddito e infine nell’enorme costo sopportato dalla casse pubbliche per salvare il sistema bancario prossimo alla bancarotta. Gallino, citando altri, ha definito come “la più grande operazione di public relation” che si ricordi la trasformazione del tracollo bancario e il suo effetto sui bilanci pubblici in una colpa delle politiche sociali statali e indirettamente dei cittadini (gallino1gallino2 le due parti dell’articolo).

Ora Tsipras e la coalizione che ne sostiene la candidatura chiedono di rinegoziare il debito, ipotizzando una sua riduzione fino al 60%, almeno per i paesi del Sud Europa destinati altrimenti a seguire la stessa sorte toccata alla Grecia, spolpata oltremisura con licenziamenti di massa, privatizzazioni continue, drastiche riduzioni della spesa pubblica. E’ una proposta più che ragionevole ma che l’establishment politico, economico e mediatico rifiuta senza nemmeno esaminarne i risvolti e i possibili effetti. Al massimo si dice che il debito, nel caso della Grecia, è già stato ridotto (vero) e che ora tocca ai governi di Atene mettersi in regola.

La proposta Tsipras in verità è assai più articolata di come i suoi critici vorrebbero far credere. Rinegoziare il debito per iniziative di governi e cittadini, è ben diverso da ciò che si è visto in Grecia, dove l’intera operazione – taglio compreso dei crediti – è stata gestita dalla Troika nell’interesse preminente del settore bancario e finanziario, che ha certo accettato il taglio – ben sapendo che i crediti non potevano essere recuperato per intero, essendo ormai abnormi  – ma che ha avuto in cambio tutele e la possibilità di far pagare alla Grecia il prezzo più alto dell’inetra operazione, tramite la spoliazione del patrimonio pubblico.

In Germania Der Spiegel, organo d’informazione della Spd, è arrivato a definire Alexis Tsipras “nemico pubblico numero uno” e basta guardare questo servizio di Repubblica.it e le scomposte reazioni di due giornalisti tedeschi alla conferenza stampa romana del dirigente politico greco, per capire che il tema del debito e la “narrazione” della crisi sono i più importanti e più delicati snodi politici europei del momento.

Possono essere affrontati “alla Tspiras”, cioè sulla spinta dei paesi del Sud Europa oggi a rischio ghigliottina, oppure “alla Troika”, cioè facendo finta di niente e mantenendo sotto eterno ricatto i paesi più fragili: ecco il dilemma politico dei prossimi mesi e anni. E’ facile prevedere che in campagna elettorale anche le forze politiche della Larga intesa (in Italia Pd, Forza Italia e satelliti) metteranno in discussione le politiche di austerity, chiedendone un allentamento, e a maggior ragione il tema del congelamento/rinegoziazione del debito sarà quello più qualificante per ridiscutere senso e finalità dell’integrazione europea. Nei vari paesi d’Europa questa linea di demarcazione sarà visibile: in Italia forse, dipende soprattutto dall’esito che avrà il progetto di dare vita a una Lista Tsipras.

Quest’ultima dovrà affrontare nelle prossime settimane alcuni ostacoli molto pericolosi. La formazione della lista è ancora in corso e la via indicata dai sei promotori è stretta e contestabile: tempi di azione ridottissimi; spazi partecipativi minimi; ruolo decisivo nella selezione delle candidature attribuito ai promotori stessi. I malumori già non mancano. Per avere un buon esito, la Lista Tsipras dovrà accendere la passione di attivisti e militanti del vasto arcipelago della sinistra politica e dell’impegno sociale: sono le persone che possono dare gambe e voce (e firme e voti) a un progetto nato tardi e dalle prospettive incerte. Perciò un’apertura alla partecipazione di base, più che auspicabile, pare necessaria e ci sarebbe da sapere se non sia possibile saltare il passaggio della raccolta firme appoggiandosi, per la presentazione delle liste, a qualche deputato al parlamento italiano (la legge lo consente e Sel, a quanto pare, sarà della partita Tsipras). Si guadagnerebbe tempo per lanciare il progetto e inventare un sistema di selezione delle candidature meno angusto di quello indicato finora (tutto dovrebbe concludersi fra due settimane!) E se la scorciatoia parlamentare non fosse possibile, un’apertura alla base andrebbe trovata comunque.

Se i malumori cresceranno, se la prospettiva sarà quella di una competizione interna fra candidati vicini alle varie componenti della Lista (alle Europee ci sono le preferenze), c’è il rischio forte che non si accenda alcun entusiasmo e che tutto resti fermo al piano delle belle intenzioni. In tal caso toccherà assistere a quel che faranno i nostri affini in Grecia e in quei paesi dove la sinistra politica e sociale ha un’indole più costruttiva che da noi. Magari in attesa di tempi migliori.

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