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Da Provenzano alla Diaz agli arresti domiciliari: nulla di strano in polizia?

13 dicembre 2013

Dunque Gilberto Caldarozzi dovrà scontare agli arresti domiciliari – e non, come da lui richiesto, ai servizi sociali –  gli otto mesi di pena non coperti dall’indulto per la condanna a 3 anni e 8 mesi subìta nel processo Diaz. E’ una notizia sfiuggita ai più, relegata nelle cronache genovesi dei quotidiani e che non sarà considerata né commentata da nessuno.

diazEppure sarebbe meritevole di qualche pensiero il fatto che un alto dirigente di polizia concluda così mestamente, in stato di detenzione, una carriera tanto importante. Stiamo parlando di un funzionario che nel 2006 ebbe una promozione sul campo all’indomani dell’arresto del capomafia Bernardo Provenzano. A quell’epoca Caldarozzi guidava lo Sco – il Servizio centrale operativo della polizia di stato – e quella promozione parve cancellare d’un colpo, ma si trattava di una rimozione, la sua condizione di indagato nel processo Diaz. Va da sé che il rango di capo dello Sco gli era stato affidato a inchiesta Diaz in corso, secondo la logica di protezione e copertura politica garantito negli anni a tutti gli indagati eccellenti nel processo Diaz. Erano promozioni inopportune, come il corso degli eventi ha dimostrato.

Caldarozzi è stato condannato in via definitiva nel luglio 2012 e sospeso per cinque anni dai pubblici uffici. Ha dovuto quindi lasciare il suo incarico al servizio dello stato: una carriera finita senza gloria. E ora l’onta degli arresti domiciliari. Secondo il tribunale di sorveglianza, evidentemente, non  meritava l’agevolazione dell’affidamento ai servizi sociali: Caldarozzi, come pressoché tutti gli altri condannati nel processo Diaz, ha fatto ben poco – almeno pubblicamente – per risarcire almeno moralmente le vittime degli abusi commessi alla Diaz e più in generale la cittadinanza. Sono passati dodici anni dai fatti e un anno e mezzo dalla condanna definitiva, ma possiamo dire – qui il discorso va ben oltre la figura di Caldarozzi – che le nostre istituzioni, in testa la polizia, quell’inchiesta e quelle condanne non le hanno mai digerite.

Nulla è stato fatto, sul piano istituzionale, per “rimediare” a quanto emerso nelle inchieste: non si è fatto mea culpa per la chiusura tetragona ad ogni richiesta di trasparenza e di provvedimenti di garanzia (come la sospensione degli imputati); meno che mai è stata avviata una seria analisi interna del contesto nel quale gli abusi della Diaz e in generale di Genova G8 sono maturati; non si è avviata e nemmeno ipotizzata quella nuova riforma democratica delle forze dell’ordine che i fatti mostrano essere necessaria. Nulla di nulla. Nemmeno si è provato a riflettere sulla portata della condanna del 5 luglio 2012, che ha di fatto decapitato la polizia di stato italiana. Si è fatto finta di niente.

Ora arriva l’obbligo per Gilberto Caldarozzi di scontare la pena residua agli arresti domiciliari e nemmeno questo singolare fatto sembra suscitare attenzione o almeno curiosità. Pochi giorni fa un altro dei condannati nel processo Diaz, Francesco Gratteri, ha detto di non avere scuse da chiedere per quanto accaduto la notte della Diaz. Ritiene d’essere stato ingannato e indotto in errore da suoi sottoposti, ma quando si è trattato di deporre in tribunale si è avvalso della facoltà di non rispondere…

Possiamo ben dire che la polizia di stato, la sua vita interna, il clima culturale che vi si respira, sono oggi un grande mistero per il resto della società, a cominciare – probabilmente – da quegli organismi  elettivi, come il parlamento, che dovrebbero esercitare un controllo democratico sugli apparati. Lo dimostrano, del resto, anche i fatti di questi giorni.

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