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L’inganno del debito che strozza le democrazie

5 dicembre 2013

Chi sta governando davvero in Italia e nel resto d’Europa? Possiamo dirlo senza timori: la grande finanza internazionale e quelle istituzioni che si sono messe al suo servizio, a cominciare dalle oligarchie politico-economiche e burocratiche insediate a Bruxelles, nel cuore dell’Unione Europea. Le politiche di austerity, decise all’indomani della crisi finanziaria del 2007-2008, stanno cambiando il volto del continente, smantellando mano a mano lo stato sociale e la sovranità nazionale, con un’erosione progressiva della democrazia in tutti i paesi d’Europa.

La giustificazione ideologica della “cura” che ha già seminato sconforto e povertà in Grecia e altri paesi è molto semplice: i paesi del Sud Europa sono troppo indebitati, colpa dei loro governi che hanno esagerato con la spesa pubblica e ora è tempo di chiudere i rubinetti. Via libera quindi ai licenziamenti nel settore pubblico, alle privatizzazioni, alla deregolamentazione del mercato del lavoro e così via. Il debito, a dire il vero, continua a crescere, ma la “verità” enunciata a gran voce da uomini politici, tecnocrati transnazionali, economisti e commentatori vari non ammette critiche o dubbi: in certi paesi si è vissuto al di sopra dei propri mezzi e ora è tempo di invertire la marcia.

Francuccio Gesualdi nel suo nuovo libro “Le catene del debito. E come possiamo spezzarle” (Feltrinelli) è andato come suo solito a scavare nei presupposti della “teoria del debito” e ha scoperto che siamo di fronte a un inganno. Il debito pubblico di paesi come la Grecia, la Spagna o l’Italia non è affatto dovuto a presunti “eccessi di spesa pubblica”, ma trova origine nella finanza e precisamente nell’esplosione dei tassi di interesse sul debito. A monte c’è anche una mole imponente di esenzioni fiscali per le aziende e per i contribuenti più ricchi.  In Italia, spiega Gesualdi, fra 1980 e 1992 il disavanzo primario (uscite rispetto alle entrate statali) fu molto limitato, appena 140 miliardi di euro, ma diventò una voragine per via degli interessi, che oscillarono fra il 14 e il 20%, arricchendo ulteriormente la classe dei ricchi e dei ricchissimi, oltre che vari istituti finanziari.

debitogesIl disastro europeo ha dunque natura finanziaria, nasce cioè dall’esplosione della finanza internazionale, che si è liberata da ogni controllo politico e statale e ha cominciato a creare denaro senza bisogno di stampare moneta. Gli stati sono di fatto assoggettati al mercato e agli squali che lo popolano: per finanziarie le proprie attività i governi non possono più contare sulle banche centrali, né sulla Bce, nata per tenere a bada l’inflazione e garantire la “stabilità” dei mercati. Gli interessi sul debito creano così altro debito, in una spirale infernale, nella quale le politiche di austerity hanno un’unica vera funzione: chiudere la stagione dello stato sociale europeo, escludere una volta per tutto l’intervento dello stato nell’economia e affidare al mercato il compito di distribuire la ricchezza (verso l’alto). Le democrazie stanno abdicando, passo dopo passo: l’adesione al Fiscal compact (con l’impegno – per l’Italia – a tagliare 40 miliardi di debito all’anno per 20 anni) e l’obbligo di pareggio di bilancio inserito in Costizione, sono gli atti formali dell’asservimento alle oligarchie politico-finanziarie internazionali.

Gesualdi nel suo libro analizza nel dettaglio tutte le conseguenze prodotte dalle “catene del debito” e soprattutto individua le possibili strade per spezzarle. Ci sono aspetti tecnici da considerare, un contesto normativo e istituzionale da considerare, ma c’è un presupposto ineludibile per qualsiasi strategia di rottura con la “disciplina” imposta dalla camicia di forza del debito: la disobbedienza alle attuali pretese del mercato e quindi alle regole imposte da istituzioni che ne hanno attuato le richieste, sottraendo ai cittadini la sovraità popolare. “Il cambiamento – scrive – esige ribellione“.

Gesualdi ricorda che la storia è pieni di stati che hanno ripudiato il “debito odioso” o semplicemente non rimborsabile se non a prezzo di insopportabili deprivazioni per la cittadinanza. I creditori – per lo più grandi banche, fondi d’investimento, ricchissimi rentiers – naturalmente invocano il rispetto degli impegni presi e stanno agendo di conseguenza, spolpando i debitori (vedi Grecia), ma hanno comunque bisogno di addossare su di loro anche la responsabilità morale del debito, oltre che quella formale dei prestiti sottoscritti. Nasce da qui la retorica degli stati del sud che hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi: un falso, come Gesualdi e altri autori documentano (vedi in particolare i libri di Luciano Gallino e Wolfgang Streeck).

Nella storia il congelamento e la ricontrattazione del debito statale è un evento ricorrente. E Gesualdi ricorda la risoluzione numero 18 adottata nel 2004 dalla Commissione per i diritti umani dell’Onu: “L’esercizio dei diritti fondamentali delle popolazioni residenti nei paesi indebitati, diritti come quelli all’alimentazione, all’alloggio, al vestirario, al lavoro, all’istruzione, alla sanità, a un ambiente salubre, non possono essere subordinati all’applicazione delle politiche di austerità e di riforme economiche legate al debito”.

E’ un principio importante, che è stato accantonato dalle autorità europee e della cosiddetta Troika che ha imposto alla Grecia tremende condizioni per la concessioni di prestiti finalizzati a pagare i creditori ed evitare il fallimento. Si tratta, evidentemente, di una questione di democrazia. In questa chiave Gesualdi dice parole molto chiare. “Vogliamo voltare pagina considerando il debito come una delle tante spese da affrontare tenendo conto di tutte le altre esigenze sociali e collettive”. Propone il congelamento del debito in vista di una verifica di quello ripagabile e di quello odioso; una seria regolamentazione della finanza; il rigetto dell’ideologia neoliberista e quindi il recupero di una funzione attiva delle istituzioni pubbliche in economia (Gallino sostiene che lo stato debba farsi carico della creazione diretta di centinaia di migliaia di posti di lavoro, intervendo in settori come la cura del territorio, la manutenzione degli edifici, l’agricoltura).

Gesualdi analizza anche il tema dell’euro e riconosce che non sono prive di fondamento le considerazioni di chi prospetta la possibilità di un’uscita unilaterale dalla moneta unica. Opta però per un’altra strada, valutando l’europeismo – di cui la nascita dell’euro è un aspetto non secondario – una prospettiva da tutelare e preferisce quindi considerare come strategia possibile il congelamento del debito e la subordinazione del suo pagamento alle priorità sociali ormai evidenti (lavoro, tutela del reddito, garanzia di un livello minimo di qualità della vita per tutti).

Alla fine del suo libro Gesualdi invita i lettori, tutti i cittadini, a prendere l’iniziativa per portare la questione del debito al cento dell’attenzione e svelare così gli inganni che si celano dietro la retorica della classe neoliberista globale (alla quale appartiene si può dire per intero il ceto politico delle “larghe intese”). Immagina anche soluzioni creative per affrontare i contraccolpi di qualsiasi strategia di “dissidenza” rispetto alle religione del debito, ad esempio l’utilizzo di monete locali complementari o l’emissione di cambiali da parte dello stato, in modo da aggirare l’impedimento causato dall’impossibilitò di stampare moneta.

Alla fine si capisce che la questione del debito è la questione democratica del presente, poiché stiamo attraversando una feroce lotta di classe combattuta contro i ceti medi e popolari dalla classe neoliberista globale citata poco sopra. Ecco che la lente del debito aiuto a mettere a fuoco il “dibattito politico” del momento, se vogliamo chiamarlo così: tutti quelli che parlando di “riforme” , di investimenti da “attirare”, di “mercati” da soddisfare, di spesa pubblica da tagliare – cioè quasi tutti gli attori politici del momento – sono parte del problema e non della soluzione.

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