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Meritocrazia? Prima parliamo di diritti e di uguaglianza

28 novembre 2013

Una delle parole chiave del lessico contemporaneo è “meritocrazia”. E’ utilizzata spesso e volentieri dagli economisti che si ascoltano in tv e si leggono sui giornali e dai politici che indicano nella selezione in base al merito – appunto la meritocrazia – il toccasana per liberarsi sia dei favoritismi sia del detestato “egualitarismo” (che secondo alcuni sarebbe dominante nella società).

Il concetto di meritocrazia è percepito generalmente in termini decisamente positivi, ma merita d’essere approfondito, perché il suo avvento coincide con la scomparsa dal lessico di termini come “diritti” ed “uguaglianza”. Probabilmente non è un caso se stiamo assistendo a un passaggio del genere. L’idea che il merito debba essere il principale criterio di selezione è sacrosanta: è alla base, per esempio, dei concorsi per accedere all’amministrazione pubblica. E quindi è giusto invocarla per spazzare via favoritismi e clientelismi. I concorsi non devono essere viziati da aiuti e privilegi per amici e sodali.

gliasiniDisgiungere però la selezione in base ai meriti dall’impegno per i diritti e l’uguaglianza porta su tutt’altre strade. La selezione per merito, nella società, dev’essere la conseguenza di una reale possibilità di esercitare i propri diritti di cittadini, dave cioè avere come base un’effettiva uguaglianza di opportunità, quella che si può ottenere attraverso il diritto allo studio.

Nasce da questa considerazione la scelta di avere – fin nella Costituzione – una scuola pubblica e gratuita. La meritocrazia, disgiunta dall’uguaglianza e dai diritti, è semplice logica del più forte, è ritorno a una società classista, nella quale prevalgono sistematicamente i più forti, i più dotati di “capitale culturale” (cioè appartenenti a famiglie più ricche e più istruite).

L’uso – e l’abuso – della nozione di meritocrazia è quindi assai sospetto in questi tempi di esasperazione della competizione e della logica del libero mercato. In quest’epoca di recessione globale e di impoverimento di massa, nella quale i responsabili del disastro sociale, ambientale ed economico in corso, non paghi, pretendono di infliggere alla società dosi ulteriori di quella stessa ricetta che simili disastri ha prodotto. Chi continua a lodare le virtù del libero mercato, chi invoca la deregulation (i “lacci a lacciuoli” da eliminare di confindustriale memoria), tende ad esaltare l’avvento di una stagione di perentoria meritocrazia.

Sull’ultimo numero della rivista “gli asini”, per l’appunto dedicato al tema “Valutazione e meritocrazia” c’è un bell’articolo di Mauro Boarelli, “Le insidie della valutazione”. A un certo punto Boarelli cita un vecchio testo del sociologo inglese Michael Young, “The rise of meritocracy (1870-2033)”, pubblicato in italia dalle Edizioni di comunità di Adriano Olivetti nel 1962. A Young si deve l’invenzione della parola meritocrazia, che per lui aveva un’accezione negativa, perché aveva portato all’abbandono dell’idea che l’istruzione dovesse colmare le diseguaglianze create dalle origini familiari e dalla ricchezza materiale. La percezione si è poi trasformata e da negativa è diventata positiva.

Boarelli scrive che la nozione di meritocrazia è “seduttiva perché occulta abilmente i presupposti ideologici che la nutrono e che rendono falsa la promessa” (la promessa che le rendite di posizione siano “scardinate da un sistema finalmente in grado di premiare le competenze, lo studio, l’impegno”).

Scrive dunque Boarelli: “Meritocrazia è un concetto che esalta l’individualismo e la competizione, e quindi porta i meccanismi del mercato fin dentro il sistema educativo alterandone in modo irreversibile la fisionomia. La promessa di una società più ugualitaria perché liberata dal privilegio è tradita dall’abbandono degli ideali egualitari e universalistici dell’istruzione”.

Sono considerazioni da tenere a mente e che possono aiutare a leggere che cosa si nasconde dietro il lessico oggi dominante quando si parla di istruzione pubblica (e non solo). In filigrana si intravede l’ennesimo inganno.

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One Comment leave one →
  1. 28 novembre 2013 21:35

    L’ha ribloggato su alessandrapeluso.

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