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Riportiamo l’uomo nella Natura: ecco la politica

2 settembre 2013

Ieri al festival Veganch’io Aldo Sottofattori ha sviluppato un interessante discorso sulle prospettive politiche dell’antispecismo. Prospettive che ovviamente riguardano il superamento dell’attuale sistema produttivo e di consumo, un sistema distruttivo, ingiusto, antidemocratico e ormai pieno di falle . Sottofattori ha insistito molto su un punto che a suo avviso qualifica l’antispecismo come portatore di un punto di vista particolare e decisivo: cioè l’idea che l’uomo debba tornare a considerarsi parte della Natura.

L’antropocentrismo – che Sottofattori distingue dallo specismo – fa sì che l’umanità sia considerata come qualcosa d’altro rispetto agli altri abitanti del pianeta e rispetto al pianeta stesso: questo tirarsi fuori ha prodotto effetti terribili, che vanno dall’oppressione degli animali alla devastazione dell’ambiente. Siamo al punto che si parla apertamente della possibilità di una distruzione delle condizioni minime di vita sulla Terra. Sottofattori ha fatto notare che nei rapporti del Wwf sullo stato del pianeta si utilizza il concetto di “capacità portante”, per dire ad esempio che un certo pezzo di mare può “sopportare” un certo numero di merluzzi e non di più; per l’uomo il concetto non è invece considerato. In fondo è un altro modo per dire che esistono limiti all’occupazione e allo sfruttamento del territorio e delle risorse naturali.

E’ una visione molto potente che ci porta verso l’ecologismo più schietto: oggi per intenderci dobbiamo definirlo radicale, per non confonderlo con l’ecologismo “pret a porter” che va per la maggiore. Immaginare il futuro secondo una logica antispecista così intesa, implica uno sguardo d’insieme nel quale gli uomini, gli altri animali, le piante sono chiamati a convivere nel rispetto gli uni degli altri; e in particolare la società umana deve guardare se stessa come parte di quell’insieme.

Sembra un’utopia e lo è, ma le implicazioni politiche dirette ci sono eccome: ci rimandano anche a prospettive del recente passato, dalla “conversione ecologica” di Alexander Langer, alla “ecologia sociale” di Murray Bookchin alla stessa nonviolenza di Aldo Capitini (la nonviolenza per Capitini doveva riguardare non solo uomini e animali ma “anche le pietre”, cioè includere il vivente e la terra).

Pensiamo a che cosa potrebbe comportare uno sguardo del genere nell’impostare una radicale riforma della convivenza urbana: se cominciassimo a includere piante e animali nell’idea di città, avremmo luoghi ben più vivibili delle cementificate discariche di automobili attuali. E riguardo all’economia, avremmo modo di ripensare l’agricoltura, la cura del territorio, la produzione dei beni necessari in una prospettiva nuova e capace di futuro.   

Il primo passo è dunque riportare l’uomo nella natura, il secondo dare gambe, forza, spessore a quest’idea.

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