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Se Renzi straparla di Genova G8

19 luglio 2013

Nel diluvio di interventi, interviste e dichiarazioni tipico di ogni giornata del sindaco di Firenze nonché aspirante premier Matteo Renzi, è comparsa a un certo punto un’osservazione riguardante addirittura il G8 di Genova, caso politico che non è certo nelle corde del rottamatore, uomo di potere attento alle dinamiche di potere, intese come relazioni interne all’élite politico-imprenditoriale-finanziaria del paese. Renzi, per cultura e attitudine, non si occupa degli abusi di potere subiti dai cittadini.

Ad ogni modo Matteo Renzi cita il G8 del 2001 per contestare ai suoi rivali del momento la gestione del  caso Shalabayeva, e in particolare il fatto che il ministro Alfano non si sia dimesso e che il presidente del consiglio Letta non abbia riferito in parlamento. “Spero che non accada stavolta – scrive Renzi nella sua newsletter – ciò che è accaduto a Genova, al G8. Guidavo il giornale scout “Camminiamo Insieme” e ricordo le testimonianze allucinanti di ciò che accadde in quelle ore. A distanza di anni devo prendere atto che funzionari che semplicemente firmarono verbali sono stati condannati alla interdizione dai pubblici uffici e si sono dovuto trovare altri lavori, mentre i loro capi no. I ministri e i parlamentari che impartivano disposizioni dalle caserme invece hanno continuato a far politica e per anni ci hanno spiegato in tv come andava il mondo. Io sto con le forze dell’ordine. Perché scaricare su servitori dello stato tutte le responsabilità senza che venga mai fuori un responsabile politico è indegno per la politica. E per l’Italia”.

Il discorso, demagogicamente parlando, tutto sommato fila: ci sono funzionari leali e inconsapevoli incastrati per semplici firme messe in calce a un verbale, mentre i capi la fanno franca e la politica – “loro” nel gergo del sindaco, che pure è un politico di professione – se ne lava le mani. Il discorso fila, appunto, sul piano della demagogia, perché calandosi nella realtà le cose cambiano. Il buon Renzi, nello scrivere la sua newsletter, pensava probabilmente a una persona che conosce bene, l’ex capo della mobile fiorentina Filippo Ferri – figlio dell’ex ministro Enrico, fratello dell’attuale sottosegretario alla Giustizia Cosimo e del consigliere regionale del Pdl Jacopo – condannato per gli abusi, i falsi e le calunnie alla scuola Diaz. Ferri è stato anche interdetto dai pubblici uffici, con altri funzionari e dirigenti, per cinque anni: dal 5 luglio 2012 ha dovuto lasciare il suo lavoro di dipendente dello stato (ora è il responsabile della sicurezza per il Milan calcio).

Le “semplici firme” costate a Ferri (e ad alcuni altri) il posto e la carriera erano in calce a uno dei verbali d’arresto (materialmente redatto, secondo i pm, dallo stesso Ferri) più falsi e più vergognosi della storia della polizia italiana in epoca repubblicana. E’ il verbale che portò all’arresto dei 93 malcapitati ospiti della scuola Diaz (io sono uno di questi), messi dentro dopo un brutale pestaggio con accuse tutte inventate: resistenza aggravata a pubblico ufficiale, associazione a delinquere finalizzata a devastazione e saccheggio (con arresto in flagranza, caso mai visto prima per l’associazione a delinquere), porto di armi da guerra (due molotov collocate nella scuola dalla stessa polizia). Nel verbale naturalmente non si menzionava il pestaggio, non si citava l’aggressione a Mark Covell – ridotto in fin di vita – vicino al cancello ancora prima di entrare nella scuola, ma si spiegava che un agente era stato accoltellato (falso anche questo).

Ferri, nel firmare questo notevole documento, destinato a lunga permanenza nei libri di storia e nei manuali di polizia come ammonimento per le nuove leve, era in compagnia di alcuni colleghi e anche – diversamente da quel che pensa Renzi – dei “suoi capi”, cioè altissimi dirigenti di polizia come Francesco Gratteri, colpito da condanna e sospensione mentre era capo nientemeno che dell’Anticrimine; come Gilberto Caldarozzi, fino al 5 luglio 2012 capo dello Sco, e alcuni altri. In tutto tredici. Sarebbero stati 14 se qualcuno avesse avuto sufficiente lealtà istituzionale da sentirsi in dovere di rivelare ai magistrati l’identità celata sotto la firma risultata illeggibile: ma il processo Diaz – lo hanno detto in tribunale i pm – è stato il processo dell’omertà. Le “semplici firme” di cui parla Renzi rappresentano in realtà la condivisione di una responsabilità professionale, penale e morale gigantesca.

Su un punto Matteo Renzi ha ragione: i politici non hanno pagato. E non era compito dei magistrati individuare responsabilità del genere. Ci sarebbe voluto un impegno serio e leale da parte di politici davvero convinti che i diritti fondamentali della persona sono più importanti delle carriere di singoli funzionari e dirigenti. Ci sarebbero voluti politici capaci di comprendere che “stare dalla parte delle forze dell’ordine” significa, in casi come questi, denunciare l’omertà dei vertici di polizia, opporsi alle promozioni accordate ai dirigenti imputati, pretendere le dimissioni del capo della polizia dell’epoca (De Gennaro) e di quello che nel luglio 2012 (Manganelli) si è trovato da un giorno all’altro senza i suoi principali collaboratori, prima promossi e poi mantenuti in carica – in spregio anche del buon senso, che ne consigliava la sospensione – in vista del giudizio di Cassazione.

Non ricordo interventi (nemmeno) di Matteo Renzi in questa direzione. 

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